domenica 28 febbraio 2010

Ghiorgos Stoiannìdis

 

Nato a Xànthi nel 1912, Ghiorgos Stoiannìdis, collaborò con le principali riviste letterarie greche. La sua esperienza poetica è particolare: da una poesia di sensibilità lirica che canta i sentimenti e l’idilliaca visione della vita passa a uno scavo psicologico che affronta i temi dell’ansia e del dolore, delle inspiegabili domande dell’esistenza. A questo profondo mutamento corrisponde anche una variazione nello stile, che da ricco e luminoso si fa nudo e tagliente, spesso venato da un gusto amaro e ironico. È lo stesso Stoiannìdis a commentare questa improvvisa cesura: “C’è sempre un altro al mio posto / lo guardi e non lo riconosci”. La poesia diventa così l’ancora di salvezza, l’unica cosa che ci può salvare: “Amore mio, / non esistono più miracoli / solo sarchiando la cenere / scopri la poesia. / Mentre pian piano le mie ginocchia viaggiano / verso la felicità della poesia”.


FANCIULLA DAL FRESCO VESTITO

Fanciulla dal fresco vestito,
diafana gloria del delicato azzurro,
fanciulla della bionda rugiada
che insegui i calici del vento,

fanciulla che sogno, tenue seta del sonno,
primaverile sussurro sopra rami lunari,
fanciulla della nuda acqua, dove il cigno si spezza le ali,
bianca come il turgido seno, fredda come il tuo cuore!

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IN UN BICCHIERE

In un nudo bicchiere
sino all'alba porto la mia sete.

Le mie dita si sono distese per dormire,
s'intrecciano a pregare
all'ombra del tuo viso.
(Lanuggine di buon giorno spento
dondola afflitta).

Converso: da terra straniera
l'ospite bussa alla mia porta.

Chi sarà?

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BRILLANO I FERMAGLI DEL SOLE

Brillano i fermagli del sole
nella cintura di mezzogiorno.
Ritorna dal sonno del mare
con lampi di ciottoli,
con germinazioni ciarliere,
con un petto dove il cielo apre il suo colore.

Ritorna insonne,
come una viola in un'acqua senza nuvole,
sollevando una manciata di campane,
biondo coltello solcato di luce,
candido dente in bocca di favo.

Chiara come la radice di fanciullo
irradia al di là di ogni attimo
mille occhi,
per appendere rami innevati,
boccioli di rose
in un filo che trema
come la voce dei passeri.

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FOTOGRAFIA © MANUCO.

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LA FRASE DEL GIORNO
Universo che mi spazia e m’isola, poesia.
ALFONSO GATTO, Poesia

sabato 27 febbraio 2010

Ferita d’amore

EMILY DICKINSON

OGNI CICATRICE TERRÒ PER LUI

Ogni Cicatrice terrò per Lui
Piuttosto dirò della Gemma
Portata nella Sua lunga Assenza
La più Costosa

Ma tutte le Lacrime che versai
Fossero da Lui contate una ad una
Di Sue ne cadrebbero tante di più
Che ne sbaglierei la somma -

(da “Poesie”)

“L’amore è sutura, / non benda, / non scudo, / sutura” recita una poesia bellissima e dolorosa di Marina Cvetaeva. E, con femminile sensibilità, ce lo conferma Emily Dickinson in questi versi del 1864. L’amore sa colpire e ferire, ci sa pugnalare a tradimento: eppure molto spesso nascondiamo quelle lesioni, ci crogioliamo nel ricordo, nella speranza che il fuoco covi sotto la cenere e riprenda un giorno a divampare.

Emily Dickinson crede, forse ingenuamente, che se l’amato si rendesse conto del dolore che le ha provocato verserebbe altrettante lacrime e forse anche di più – una strofa che ricorda il Catullo di “Da mihi basia mille, deinde centum” - tanto da scompigliare il numero: sarò cinico, ma io non ne sarei così sicuro…

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore iride dorata dei sogni della fanciullezza, è sovente dolore che lacera il cuore, che strazia le viscere e che tronca lo stame della vita.
FELICE GUZZONI, La figlia del cardinale

venerdì 26 febbraio 2010

Mille porte fa

ANNE SEXTON

GIOVANE

Mille porte fa,
quando ero una ragazza sola
in una grande casa con quattro
garage, una notte d’estate
se ricordo bene,
ero stesa sul prato e sotto di me, increspato,
il trifoglio, e sopra, distese, le stelle,
la finestra di mia madre un imbuto
che incanalava luminoso calore,
e la finestra di mio padre semichiusa,
un occhio da cui passa chi dorme,
e le assi della casa
erano bianche e lisce come cera
e milioni di foglie sbattevano,
come vele sui loro strani gambi
e i grilli ticchettavano tutti insieme
e io, nel mio corpo nuovo fiammante,
non ancora di donna,
facevo domande alle stelle
e pensavo che Dio vedesse veramente
calore luce dipinta e gomiti
ginocchia sogni buonanotte.

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Un momento nel tempo, un insignificante momento. Una notte d’estate che nel ricordo di Anne Sexton assume rilevanza. Nello scrigno della memoria è il tempo dell’adolescenza, la sete di vivere e di amare che si sprigiona in quell’intenso periodo della vita, la consapevolezza del proprio corpo che cambia e che lancia stimoli nuovi. Una sera così, normale. Il canto dei grilli, il prato fresco, la casa illuminata dalle luci della notte. Quella notte Anne Sexton non è una donna segnata da un disagio psichico che riesce a superare a stento solamente attraverso la poesia. Non è la donna che alla soglia dei 46 anni si chiuderà nel suo garage di Boston e la farà finita con il monossido di carbonio. È solo una ragazza sdraiata sull’erba a guardare le stelle e a porsi domande con l’ingenuità dei suoi anni. Mille porte fa…

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Katherine Dinger, “Girl on grass”

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LA FRASE DEL GIORNO
La gioventù di noi tutti è un sogno, una forma di follia chimica.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Racconti dell’età del jazz

giovedì 25 febbraio 2010

Schiele e il suo tempo

Al Palazzo Reale di Milano, inaugurata ieri e aperta fino al 6 giugno, è in corso una mostra che ci consente di osservare da vicino una delle epoche più fertili dell’Austria, quando il piccolo stato era ancora una potenza mondiale. “Schiele e il suo tempo”, curata da Rudolf Leopold con catalogo edito da Skira, espone un centinaio di opere della collezione Leopold.

Egon Schiele è il pittore che portò in dote all’espressionismo la sua ossessione erotica, il senso del tragico legato al sesso, l’inquietudine che trasforma le decorazioni di Klimt, altro artista in mostra, in un tratto aspro e drammatico. Il suo tempo è quello che va dalla Secessione di Vienna, il movimento di avanguardia di derivazione Art Nouveau e liberty fondato e presieduto da Klimt – e dunque dal 1897 – alla fine della Grande Guerra, che segnò la dissoluzione dell’impero asburgico e aprì la strada a un altro austriaco, il pittore frustrato Adolf Hitler.

Fu il tempo in cui la Grande Vienna si trovò al centro del mondo culturale: vi fiorirono Sigmund Freud e la sua psicanalisi, il compositore Arnold Schönberg che inventò la dodecafonia scomponendo la musica, lo scrittore Robert Musil, capace di raccontare attraverso il conflitto interiore la disgregazione di quella società, il filosofo Ludwig Wittgenstein, attento analizzatore del linguaggio e della sua scomposizione, il giornalista e scrittore Karl Kraus, fustigatore di quegli ultimi sussulti dell’Impero (“Austria: cella d’isolamento dove è permesso gridare”).

Schiele dunque è assurto a epigono di quel periodo: a Palazzo Reale sono esposte una quarantina di sue opere, dalla “Donna inginocchiata con abito rosso e arancione” a “Eremiti”, autoritratto con Klimt, da “La danzatrice Moa” all’espressivo “Nudo disteso” che rivela nel dettaglio la sua ossessione erotica. Poi altri espressionisti: Richard Gerste, Oskar Kokoschka, Kolo Moser, Anton Kolig e naturalmente il decorativismo simbolista di Gustav Klimt. Tutti artisti capaci di indagare i tormenti privati, di esprimere l’io nelle proprie opere. L’Arte racconta così quello che non si può dire, dice l’indicibile, espone i turbamenti, le pulsioni, narra la dissoluzione che prelude alla Grande Guerra, carneficina per l’Impero austriaco.

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Egon Schiele, “Donna inginocchiata con abito rosso e arancione”

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SCHIELE E IL SUO TEMPO
Palazzo Reale
Piazza Duomo, 12
MILANO

dal 24 febbraio al 6 giugno 2010
Lunedì: 14.30 - 19.30
Martedì, Mercoledì, Venerdì e Domenica: 9.30 - 19.30
Giovedì e Sabato: 9.30 - 22.30
Ingresso: Intero € 9,00 (7,50 ridotto, 4,50 scuole)

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LA FRASE DEL GIORNO
A Vienna le strade sono lastricate con la cultura. Nelle altre città sono lastricate con l’asfalto.
KARL KRAUS, Detti e contraddetti

mercoledì 24 febbraio 2010

Un amore crepuscolare

CARLO CHIAVES

L’IMPETO VANO

Tu che non fosti mia,
per quanto amor già m'abbia
di languore, di rabbia
stremato, e di follia,

per quanto sovra l'orme
vaghe, senza mai pace
si avventasse il rapace
desio che non s'addorme,

mia non sarai:più acerbo,
perché più vano, il duolo
cupo, incessante, solo,
mi struggerà ogni nerbo.

Gioco non ha carezza
contro il gelido smalto,
che spunterà ogni assalto
de la mia giovinezza.

Di questa avida e pronta
ch'io volli darti intera,
mia gioventù, che spera,
ch'arde, che brama, e affronta

con un impeto insano
tutto che a lei si niega,
che più combatte o prega,
quanto il tentar più è vano,

che a tua bellezza chiusa
più si rivolge e avventa,
perché meglio la tenta,
quanto più si ricusa.

Così tu vai, sicura,
entro una fiamma accesa,
barbaramente illesa,
ferocemente pura.

(da “Sogno e ironia”, 1910)

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Un amore non corrisposto è quello che canta con i suoi toni crepuscolari e il suo linguaggio ancora ottocentesco il torinese Carlo Chiaves (1882-1919), figlio di un ministro del governo Lamarmora, procuratore legale e poeta della “banda Gozzano”. Un amore che non ha sbocchi ma che continua a rodere il cuore, a bruciarlo con la sua fiamma, a spuntare con la sua fredda durezza le armi della giovinezza. Un tema caro ai crepuscolari: si pensi alle “donne impossibili” di Gozzano, l’amica di nonna Speranza, la signorina Felicita, ma anche al “cuore desolato” di Corrado Govoni. Quella che Edoardo Sanguineti definisce “la proclamazione dell’incapacità d’amare, la teorizzazione poetica dell’aridità sentimentale”.

La chiusa ci riporta un’eco di Mario di Luzi: “Entri nei miei pensieri e n’esci illesa” (Notizie a Giuseppina dopo tanti anni). La poesia è capace di queste magie…

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Gustav Klimt, “Emilie Flöge”

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“Nel secolo Duemila Trecento”, un’altra poesia di Carlo Chiaves

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore non corrisposto fa male, ma l’amore che non può essere corrisposto riesce davvero a buttarti giù.
SAM SAVAGE, Firmino

martedì 23 febbraio 2010

Un bagliore che prude

JANET FRAME

IN UN MONDO DI GRANATO

In un mondo di granato
qualcosa turba la roccia
- un'eruzione, un bagliore che prude
che non dormirà e non sarà placato,
un cielo notturno di stelle senza cielo
o notte; e le stelle che pungono.

Questa roccia un tempo invisibile
nel suo fiume di ghiaccio, ora è malata.
Un uomo si arrampica all'altezza delle nuvole
per coglierne uno sguardo,
per far rinvenire questo incurabile colore di sangue,
infezione di luce.

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La scrittrice neozelandese Janet Frame, scomparsa a 70 anni nel 2004, due volte candidata al Premio Nobel, amava esplorare l'alienazione e l'isolamento. La sua vicenda ricorda molto quella della nostra Alda Merini: disagio psichico e lungo ricovero in ospedale psichiatrico tanto da arrivare fino alla soglia dell'elettrochoc.

Qui coglie un vago ma profondo malessere, un malore che colpisce addirittura l'inanimato, la roccia. La Frame lavora su questo suo simbolismo e porta avanti l'analogia, arrivando alla fine a intravedere non una via d'uscita, perché “incurabile” è il “colore di sangue”, ma un istante di condivisione, quello di un uomo che dall'alto osserva. Ciò che, alla fine, tutti noi inconsciamente speriamo: non essere lasciati soli nella sofferenza.

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Eruzione del Niyragongo © Nova

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LA FRASE DEL GIORNO
Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
DINO BUZZATI, Il deserto dei Tartari

lunedì 22 febbraio 2010

Akiko Yosano

Protofemminista, pacifista, riformatrice sociale, poetessa. Questo fu Akiko Yosano, una delle voci più famose e controverse della poesia giapponese nella prima metà del Novecento. Figlia di un ricco mercante di Sakai, nella prefettura di Osaka, nacque nel 1878; iniziò a pubblicare i suoi tanka su Myōjō, rivista letteraria, di cui era editore il suo futuro marito Tekkan Yosano. Il suo poema “Kimi Shinitamou koto nakare” (Tu non morirai), fu musicato e divenne inno di protesta durante la guerra russo-giapponese. Akiko fondò poi una scuola per l’educazione femminile e divenne paladina dei diritti delle donne. Morì a 63 anni nel 1942.

Le poesie di Akiko Yosano sono dei tanka, la forma più antica della poesia giapponese, anteriore agli haiku che vanno tanto di moda adesso. Il tanka consiste in cinque versi formati rispettivamente di 5, 7, 5, 7 e 7 sillabe; la terzina iniziale è chiamata kami-no-ku (frase superiore), il distico finale è detto shimo-no-ku (frase inferiore).



ALCUNI TANKA DI AKIKO YOSANO

Amore o sangue?
tutta la primavera
è in questa peonia che mi ossessiona,
scende la notte, sono sola,
sola senza una poesia.

§

Dopo il bagno
mi guardo nello specchio,
e, osservando il mio corpo,
sento che ancora rimane qualcosa
di ieri: un certo sorriso...

§

Per punire
gli uomini dei loro peccati infiniti
Dio mi ha dato
questa pelle chiara
questi lunghi capelli neri.

§

Che essere umano
potrebbe punirmi?
Non è il candore del mio braccio,
che accolse la sua testa,
degno di un dio?

§

Mezzo vestita
di una seta leggera
dal colore rosso pallido...
non pensare male: di' loro
che si sta godendo la luna...

§

Colombe
dal tetto della pagoda
i petali dei ciliegi cadono
nel vento di primavera –
scriverò la mia canzone sulle loro ali.

§

Via Lattea:
a letto, con lui,
apro la tenda
e guardo come, all’alba,
si separano due stelle.

§

Attraverso i pini
tanto sulle sue guance che sulle mie
la brezza
tuttavia a quel punto stranieri
i nostri pensieri.

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LA FRASE DEL GIORNO
Se qui adesso / ripenso al percorso / della mia passione / somigliavo a un cieco / senza paura del buio.
AKIKO YOSANO, Midaregami

domenica 21 febbraio 2010

Al mercato del cielo

FRANCIS JAMMES

LA BAMBINA LEGGE L’ALMANACCO

La bambina legge l’almanacco accanto al cesto delle uova.
E, oltre ai Santi e al tempo che farà
Può contemplare i bei segni del cielo:
Capricorno, Toro, Ariete, Pesci e gli altri.

Così, può credere, contadinella,
Che sopra di lei, tra le costellazioni,
Ci sono mercati, simili a quello degli asini,
Di tori, arieti, capre e pesci.

È il mercato del Cielo senz’altro quello che legge.
E, quando la pagina arriva al segno della Bilancia,
Si dice che in Cielo come dal droghiere
Si pesano il caffè, il sale, e le coscienze.

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Certo, fa sorridere l’ingenuità di questa contadinella di cento anni fa, paragonata alle smaliziate bambine di oggi. Un altro segno del tempo che passa e che ci trasforma, ci dona coscienza e ci priva sempre prima dell’infanzia. Un bozzetto nel tipico stile di Francis Jammes (1869-1938), poeta francese tra i prediletti di Gozzano, capace di leggere la vita e la natura con un’ottica lirica e religiosa: il richiamo alla coscienza oggi può fare riflettere anche noi, e non è un caso che la lezione ci venga dagli ingenui…

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Antica carta del cielo © Starsurfin

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche l'ingenuità è vita, anzi, il vero esordio fresco fragrante della vita.
ITALO SVEVO, Corto viaggio sentimentale

sabato 20 febbraio 2010

I poeti si divertono: Montale

EUGENIO MONTALE

PIOVE

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c'è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.

Piove sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l'assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l'ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull'uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgòcciola
sulla pubblica opinione.

Piove, ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza e può affogare.

(da "Satura", 1971)

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Anche i grandi poeti, i poeti “laureati” con il Nobel in questo caso, talora amano divertirsi. Abbandonano i loro panni seriosi e si lanciano nel mondo della satira, del divertissement, del nonsense, del gioco di parole. “Piove” è la parodia che Eugenio Montale fa della celebre “Pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio: “Ascolta. Piove / dalle nuvole sparse. / Piove su le tamerici / salmastre ed arse, / piove su i pini / scagliosi ed irti, / piove su i mirti / divini, / su le ginestre fulgenti / di fiori accolti, / su i ginepri folti / di coccole aulenti…”

Montale sostituisce alla lista da giardiniere di D’Annunzio una serie di momenti e di fatti e gesti che fanno parte della vita quotidiana del poeta e della nazione: lo sciopero generale, le tasse, la contestazione, le dispute teologiche sull’uomo che diventa Dio, il ricordo della moglie Drusilla Tanzi sepolta a San Felice a Ema. È un Montale compiaciuto di questo divertimento, tanto da ricordare egli stesso la favola di Ermione che appare nell’originale dannunziano ma anche dal lanciarsi apertamente nel calembour del gioco di parole tra “progresso” e “works in regress”, nella satira sui teologi in tuta. Grande anche nella parodia.

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Fotografia © Arthur Leipzig

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LA FRASE DEL GIORNO
È difficile non scrivere satire!
GIOVENALE, Satire

venerdì 19 febbraio 2010

Un organetto suona

OLINDO GUERRINI

UN ORGANETTO SUONA PER LA VIA

Un organetto suona per la via,
la mia finestra è aperta e vien la sera,
sale dai campi alla stanzuccia mia
un alito gentil di primavera.

Non so perché mi tremino i ginocchi,
non so perché mi salga il pianto agli occhi.
Ecco, io chino la testa in sulla mano,
e penso a te che sei così lontano.

(da "Postuma", 1877)

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Popolare e populista, Olindo Guerrini, poeta forlivese nato nel 1845 e scomparso nel 1916. Seppe cogliere i sentimenti del popolo e cavalcare l’onda della situazione socio-politica del suo tempo: nella sua poesia prevalgono, con un estremismo che talvolta appare artificiale, la polemica e l’impegno contro l’opportunismo letterario, il clericalismo, l’ingiustizia padronale, il colonialismo, il trasformismo… un po’ tutto, insomma. Ma, come un Dottor Jekyll e un Mister Hyde, all’enfasi polemica antiborghese affianca bozzetti impressionistici come questo, dove i toni si smorzano e l’attenzione si posa sulla realtà impoetica: allora Guerrini si trasforma in poeta crepuscolare.

Il protagonista di questa poesia è un sentimento, un “non so che” scatenato dalla musica vile e popolare di un organetto di strada – e qui Guerrini, lettore di Verlaine e Laforgue, anticipa una figura tipica dei Crepuscolari, che sarà fondamentale in Corazzini e apparirà in Gozzano e Moretti. Da quel motivo d’organetto sorge un’emozione immotivata, una malinconia del vivere, che assomma l’aria nuova di primavera, il cadere della sera, la nostalgia per un amico lontano…

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Fotografia © Musica Meccanica

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LA FRASE DEL GIORNO
La mente si lascia sempre abbindolare dal cuore.
FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD, Massime

giovedì 18 febbraio 2010

Elogio dell’aforisma

“Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole”. Questo è di Gesualdo Bufalino, da “Bluff di parole”, ed è una simpatica autocelebrazione dello scrittore siciliano. Contiamo le parole: sono davvero otto. In effetti, questo è il succo dell’aforisma: la brevità, la sua capacità di condensare in un così breve spazio l’enormità di un concetto che richiederebbe paragrafi su paragrafi, pagine su pagine. La sua forza è proprio in questo vestito che copre l’enunciato, che sia paradossale, satirico, dissacratorio, gnomico o serio.

Otto parole forse no, ve ne sono di fantastici con qualche parola in meno o qualcuna in più. Ma tutti possiedono quella caratteristica che fa di una semplice frase un aforisma, un fiorellino pregiato che si può nascondere in un prato di parole qual è un romanzo, una poesia o un articolo di giornale: la capacità di fulminare il lettore, di sorprenderlo piacevolmente e costringerlo a pensare. Aforisma è una parola di chiara etimologia greca: αφορίσμος significa “definizione” e deriva dal verbo αφορίζειν, “delimitare”. Ecco, mi piace immaginare che questo sia l’aforisma: un pezzettino di sapere che il talento dell’autore delimita con il suo recinto nella sconfinata distesa del sapere.

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KARL KRAUS

Non si vive neppure una volta.

Una delle malattie più diffuse è la diagnosi.

La bruttezza del presente ha valore retroattivo.

Lo scandalo comincia quando la polizia vi mette fine.

Nulla è più insondabile della superficialità della donna.

La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri.

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GESUALDO BUFALINO

La felicità esiste, ne ho sentito parlare.

La verità è plurale, è la menzogna che è singola.

Tutti al mondo sono poeti, perfino i poeti.

Ci vogliono virtù a iosa per fare un vizio.

Uno sciocco che tace è la creatura più adorabile del mondo.

L’universo: un acrostico dove cerco di leggere Dio.

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ENNIO FLAIANO

In amore gli scritti volano e le parole restano.

La libertà rende ciechi coloro che vuol perdere.

Si battono per l’Idea, non avendone.

L’amore è una cosa troppo importante per lasciarlo fare agli amanti.

Vivere è diventato un esercizio burocratico.

Per molti l’italiana non è una nazionalità, ma una professione.

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ALPHONSE KARR

La vanità è la schiuma dell’orgoglio.

Gli uomini fanno le leggi, le donne le abrogano.

Una donna è meglio farla arrossire che farla ridere.

La donna per l’uomo è uno scopo, l’uomo per la donna un mezzo.

Gli apostoli diventano rari, tutti sono padreterni.

La lettura, deliziosa assenza della vita e di se stessi!

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OSCAR WILDE

La donna: una sfinge senza segreti.

L’arte è un velo, più che uno specchio.

La falsità è la verità degli altri.

Sono solo i superficiali a non giudicare dalle apparenze.

L’unico modo di liberarsi da una tentazione è cedervi.

La puntualità ruba il tempo.

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LA FRASE DEL GIORNO
Odio le cattive massime più delle cattive azioni.
JEAN-JACQUES ROUSSEAU, Emilio

mercoledì 17 febbraio 2010

Della vergogna

La vergogna è il turbamento causato dal pensiero del disonore, un sentimento che va dal senso di colpa all’imbarazzo causato dal pudore violato. Be’, se guardiamo certi comportamenti in televisione, sulle spiagge, in discoteca, in città… praticamente ovunque, sembra che di vergogna non ce ne sia poi in giro molta. Eppure dovrebbe essere un sentimento innato, senza raggiungere gli eccessi di Virginia (nomen omen) che non si lascia salvare dall’annegamento per non mostrarsi nuda ai soccorritori: “Un marinaio nudo / tenta svestirla e seco darsi all’onda; / si rifiuta Virginia pudibonda” recitano i versi di Guido Gozzano.

Vergognarsi è in un certo modo ammettere di avere sbagliato, considerare di avere violato la morale, l’etica, il diritto naturale: “I rei di qualche misfatto non sono mai spregevoli come quando non se ne vergognano e quindi non se ne scolpano” dice il commediografo latino Plauto nell’Aulularia. I suicidi succeduti alle indagini di “Mani pulite” nei primi Anni ‘90 fanno parte di questo filone, le fughe ad Hammamet no… Del resto, come recita un celebre aforisma tratto da “Uomo e superuomo” di George Bernard Shaw,“Una persona è tanto più rispettabile quante più sono le cose di cui si vergogna”.

E come si manifesta la vergogna? Attraverso il rossore, lo sguardo basso, gli occhi fuggevoli, talvolta le lacrime: sono sintomi di un malessere, di una situazione in cui non ci si trova a proprio agio. “Bello è il rossore, ma è incommodo qualche volta” è una battuta di una commedia di Carlo Goldoni, “La Pamela”. E ci ammonisce Jean-Jacques Rousseau nell’Emilio: “Chi arrossisce è già colpevole; la vera innocenza non ha paura di nulla”. Sono parole del Settecento e sembrano alquanto datate a noi che viviamo in questo XXI secolo, avvezzi a politici dalla faccia di bronzo, ai “senza vergogna” del “Grande Fratello”, di “Striscia la notizia”, delle “Iene”, dell’”Isola dei famosi”, alle ballerine scosciate dei giochi a quiz, alle presentatrici con minigonna inguinale e décolleté ombelicale…

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LA FRASE DEL GIORNO
Provo vergogna, quindi esisto.
VLADIMIR S. SOLOV’ËV, La giustificazione del bene

martedì 16 febbraio 2010

Nel groviglio delle stelle filanti

EUGENIO MONTALE

CARNEVALE DI GERTI


Se la ruota s'impiglia nel groviglio
delle stelle filanti ed il cavallo
s'impenna tra la calca, se ti nevica
sui capelli e le mani un lungo brivido
d'iridi trascorrenti o alzano i bimbi
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio ed i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume,
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d'aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia - hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l'anno tranquillo senza spari.


Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani:
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero alle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.


(Oh il tuo Carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio, chiusa fra i doni
tu per gli assenti: carri dalle tinte
di rosolio, fantocci ed archibugi,
palle di gomma, arnesi da cucina
lillipuziani: l'urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l'ora
che il Gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio. È Carnevale
o il Dicembre s'indugia ancora? Penso
che se tu muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso, tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori...)


E il Natale verrà e il giorno dell'Anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi, e questo Carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già. Chiedi
tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata? Le grandi ali
screziate ti sfiorano, le logge
sospingono all'aperto esili bambole
bionde, vive, le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d'argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?


Come tutto si fa strano e difficile,
come tutto è impossibile, tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse in questi
disguidi del possibile. Ritorna
là fra i morti balocchi ove è negato
pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all'esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s'aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco,
quella che additò un piombo raggelato
alle mie, alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.


(da “Le occasioni”, 1928)
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“Le occasioni” sono per Eugenio Montale i momenti fatali della vita, quelli in cui, pur nella parvenza della quotidianità, nel suo dimesso esprimersi, si può intravedere per un istante il balenare lontano di una realtà diversa, afferrare un senso che ci riscatti dall’effimero, che ci consenta di cogliere un lembo d’eterno. Uno di questi è raccontato in “Carnevale di Gerti”, poesia del 1928. Gerti è uno dei nomi entrati nella mitologia di Montale, con Dora Markus, Liuba, Clizia, Aretusa.

Gertrude Frankl era un’ebrea austriaca nata a Graz nel 1902: pianista, operatore cinematografico per Fritz Lang, fotografa, donna affascinante. Per tutti “Gerti”, con la “g” dura alla tedesca. Era venuta in Italia nel 1925, sposa di un ingegnere triestino, si stabilì a Trieste e poi a Firenze. Aveva rinunciato al cinema, al piano e alla religione ebraica, ma non alla fotografia e alla vita letteraria: nella città giuliana divenne amica di Italo Svevo, Umberto Saba, Giani Stuparich e di Bobi Bazlen. A Firenze, dove si era trasferita per restare vicino al marito, militare a Lucca, trovò alloggio presso i Marangoni: il critico Matteo e la moglie Drusilla Tanzi, futura compagna di Montale. In quella casa c’era anche Eugenio, ospite in un’ala defilata della villa. Tutti furono affascinati da quella donna che veniva dall’Austria e parlava di Freud e di psicanalisi. La notte di San Silvestro, mentre si passava al 1928, propose un gioco che si faceva in Carinzia: buttare piombo fuso nell’acqua e trarne l’oroscopo per l’avvenire in base alle forme che ne sarebbero uscite. Montale ne fu colpito, lo intrigava quel mondo soffiato come in una bolla di vetro, quel paese di sogno dove gli asini mangiano zucchero dalle mani e i pavoni sfoggiano le loro ruote, quel paese dove ora Gerti si trova in un Carnevale di carri e stelle filanti. Ricorda, la invita il poeta, riavvolgi il tempo, fai arretrare le lancette dell’orologio: ritornerà Capodanno, ritornerà Natale, ritornerà dicembre; ripercorri i giorni trascorsi con me, avventurati nei “disguidi del possibile”…

Quando tornò a Trieste, Gerti si trovò a ospitare un’amica, ebrea viennese come lei. Le scattò alcune foto e una finì nelle mani di Bobi Bazlen e poi in quelle di Montale: l’amica di Gerti si chiamava Dora Markus. Ma questa è un’altra poesia…

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Carolyn Hubbard-Ford, “Carnival mask I”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo coltiva la propria infelicità per avere il gusto di combatterla a piccole dosi. Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione sine qua non di piccole e intermittenti felicità.
EUGENIO MONTALE, La farfalla di Dinard

lunedì 15 febbraio 2010

Marino Moretti nel grigio

MARINO MORETTI

A CESENA

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,

il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s'ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,

bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;

so che quell'uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolente,
il babbo che ti vuole un po' di bene...

«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch'io sia gentile, vuoi ch'io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi...

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.

Parli d'una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;

parli del nonno ch'è quasi al tramonto,
il nonno ricco, del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;

parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d'amor proprio, d'amore.

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui
tutta d'un uomo ch'io conosco appena.

tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla... così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:

«La mamma nostra t'avrà detto che...
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta... Troppo presto, ahimè!

Sai che non voglio balia? che ho speranza
d'allattarlo da me? Cerchiamo un nome...
Ho fortuna, è una buona gravidanza...».

Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S'avvicina
l'ombra grigiastra. Suona l'ora. È tardi.

E l'anno scorso eri così bambina!

(da “Poesie scritte col lapis”, 1910)
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Grigio borgo. Basta questa descrizione a definire l’atmosfera che avvolge questa poesia e che la definisce tutta nel suo crepuscolare dipanarsi. E crepuscolare era Marino Moretti, ma a differenza di altri esponenti della corrente fin de siècle non ironizza sul mondo provinciale e piccolo-borghese che descrive: la casa dove la sorella sposata si è trasferita e dove ora è in visita. E neppure ne fa un altare come il buon rifugio di Gozzano. Ne è assolutamente estraneo: la mediocrità e la monotonia di quella vita non gli appartengono, così come non gli appartengono le beghe tra nuora e suocera, le questioni di interesse, la routine matrimoniale di quelle creature vinte, di quegli esseri umbratili.
E quel grigiore, rimarcato ancora nel penultimo verso, è ben simboleggiato anche dallo stile, volutamente piatto e discorsivo, magistralmente reso da Moretti con le frequenti cesure e gli enjambements (l’andare a capo che spezza l’unità del discorso) che spezzano l’endecasillabo.

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LA FRASE DEL GIORNO
Prima di dover subire la vita, bisognerebbe farsi narcotizzare.
KARL KRAUS, Detti e contraddetti

domenica 14 febbraio 2010

Amore surrealista

San Valentino. Il giorno degli innamorati… Ho scelto qualche poesia d’amore surrealista per celebrare questa festa consumistica che sa di rose e di cioccolatini. Un amore particolare, unico, esclusivo, in grado di portare alla felicità. Un amour fou dove la donna è fiore, frutto, fata e strega, ma soprattutto è la sacra garante dell’amore e delle sue meraviglie, la sacerdotessa che rende possibile realizzare la “vera vita”.

 

PHILIPPE SOUPAULT

DILETTA

La donna che amo non sa far la maglia
sa sognare sognare sognare
e i suoi sogni son nubi di lana
gonfie di variopinta speranza
che il crepuscolo richiama

Sa stirare a meraviglia
le meraviglie rosse e blu
tutto quanto è crepuscolo e miracolo
per l'erbario dei ricordi
e le lunghe serate d'inverno

La donna che amo sa amare
ciò che pesa come il dolore
è duro come il domani
e inquieta come i giorni di festa
quando tutto è meglio del peggio

(da "Poémes inédits", trad. Paola Dècina Lombardi)

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Man Ray, “Blanc et noir”, 1936

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ANDRÉ SOURIS

GALLERIE SAINT-HUBERT, XIV

Continua meraviglia
arcobaleno delle mie notti
fiume fiore carezza
innocente incantata
eco dei mie sguardi
felice lago dei miei sogni
docile innamorata
nube di primavera
maliarda che arrossisce
abbagliata senza rammarico
liana profumata
infiorescenza mattutina
tutto il mio amore

_______nell'universo del tuo amore

(da “Gallerie Saint-Hubert”, trad. Paola Dècina Lombardi)

 

 

Man Ray, “Le violon d’Ingres”, 1924

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RENÉ CHAR e ANDRÉ BRETON

A PROPOSITO DELL’AMORE

Ti seppellirò nella sabbia
Perché ti liberi la marea

La libertà per l'ombra

Ti farò asciugare al sole
Dei tuoi capelli dove cade in trappola la fenice.

La libertà per la preda

(da "Ralentir les travaux", 1930 - trad. Paola Dècina Lombardi)
* I primi tre versi sono di Char, gli altri tre di Breton

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Réné Magritte, “Gli amanti”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il passaggio dall’idea di amore al fatto di amare è l’evento in cui un essere apparso nella realtà impone la sua esistenza in modo da farsi amare e seguire nella luce come nelle tenebre.
RENÉ MAGRITTE, La Révolution surréaliste, n. 12, 15 dicembre 1929

sabato 13 febbraio 2010

Julio Flórez innamorato

JULIO FLÓREZ

QUANDO LAGGIÙ, LAGGIÙ SUI MARI PROFONDI

Quando laggiù, laggiù sui mari profondi,
da sola tu pensi al mio grande dolore,
se esali un sospiro per i miei affanni,
questo sospiro mandamelo sulle onde.

Quando il sole con i suoi raggi dall'oriente
ricama le trine e le garze di nebbie,
se mormori una preghiera per l'assente,
lascia che me la conducano le rondini.

Quando la sera perde le tristi vesti
e tornano cenere le nubi rosse
mandami un bacio ardente sopra le ali
delle foglie che giocano nella brezza.

Così io, quando la notte stende il suo manto,
io, che porto nell'anima le sue mute orme,
con i lamenti ti invierò un dolce canto
nella tremolante luce delle stelle.

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Ancora una poesia del colombiano Julio Flórez. Lo avevamo lasciato a meditare sull’infinito e sull’eterno davanti a un tramonto in una sera nebbiosa d’inverno. Lo ritroviamo ancora davanti ad un tramonto, a una sera che si scioglie lentamente nell’oscurità abbandonando la sua grazia di nubi rosse in un indefinito colore di cenere. Julio Flórez ora pensa all’amore, unico mezzo per alleviare il suo dolore: l’amata è lontana, molto lontana, di là dal mare. Ma l’amore è intenso, ancora più intenso, se è vero che “La lontananza fa all’amore quello che il vento fa al fuoco: spegne il piccolo, scatena il grande”, come scrisse Bussy-Rabutin nel Seicento, ripreso poi da una canzone di Modugno.

Julio Flórez sogna l’amata se la immagina davanti a quel mare invalicabile condividere la sua pena, cercare di alleviarla. Ne vorrebbe i sospiri, le preghiere, i baci. Li sente suoi attraverso gli elementi della natura, le onde, le rondini, il vento e le foglie. E ne trae poesia, un canto che rimanda di là dal mare nel tremolio delle stelle…

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Kath Heywood, “Serenity”

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli amori impossibili sono i soli amori duraturi.
MAURICE DENUZIÈRE, Ritorno a Bagatelle

venerdì 12 febbraio 2010

Cos’è l’arte? (VI)

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ANDY WARHOL

“Un artista è uno che produce cose di cui la gente
non ha  bisogno, ma che egli – per qualche ragione –
pensa sia una buona idea darle”.
 

 

Andy Warhol, “Untitled” from Marilyn Monroe
serigrafia, 1967 / New York, MoMA

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EUGÈNE DELACROIX

“Sarà più facile criticare la mia opera che imitarla”.

Eugène Delacroix, “La Liberté guidant le peuple”
olio su tela, 1830 / Parigi, Louvre

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PIERRE-AUGUSTE RENOIR

“Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, 
si servì del blu: era nato l’Impressionismo”.

Pierre-Auguste Renoir, “La balançoire”
olio su tela, 1876 / Parigi, Musée d'Orsay

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LA FRASE DEL GIORNO
Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch'essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un'immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l'arte.
JAMES JOYCE, Dedalus

giovedì 11 febbraio 2010

Supervielle in preghiera

JULES SUPERVIELLE

PREGHIERA ALL’IGNOTO

Ecco che mi sorprendo a rivolgerti la parola,
Mio Dio, io che ancora non so se esisti
E non comprendo la lingua delle tue chiese bisbiglianti.
Guardo gli altari, la volta della tua dimora,
Come chi dica semplicemente: ecco il legno, la pietra,
Ecco le colonne romane.
A questo santo manca il naso.
E dentro come fuori, c’è l’angoscia umana.
Abbasso gli occhi senza potermi inginocchiare durante la messa,
Come se lasciassi passare il temporale sulla mia testa.
E non posso impedirmi di pensare a tutt’altra cosa.
Ahimè! Avrò passato la mia vita a pensare a un’altra cosa.
Quest’altra cosa, sono sempre io.
È forse il mio vero io.
È là che mi rifugio.
È la che forse tu sei.
Non avrei vissuto che in queste lontananze attraenti.
Il momento presente è un regalo del quale non ho saputo approfittare.
Non ne conosco bene l’uso.
Lo giro in ogni senso,
Senza saper avviare il suo complicato meccanismo.

(da “La favola del mondo”, 1937)

.(1937Z

Un uomo che cerca se stesso, che si pone domande, che pensa alla sua incapacità di vivere – che cos’altro è non sapere approfittare del presente, se è in esso che siamo costantemente immersi? Siamo nel 1937, in piena guerra di Spagna. Jules Supervielle, poeta che ha fatto dello stupore cosmico uno dei suoi temi preferiti, entra in una chiesa e si sorprende a pregare, a rivolgere la parola a ciò in cui non crede o in cui dubita. Ma non riesce a cogliere che la materialità del tempio di Dio: il legno delle travature, la pietra degli altari, il gesso delle statue. Quello cui riesce a pensare è che tutto il mondo vive la stessa angoscia, ignorando che la fede è forse un modo per vincere quel malessere. Quello cui riesce a pensare è la sua presenza nel mondo e lì, in quella chiesa dove la messa procede apparendogli come un linguaggio straniero. Dio è il suo io, la vita continua ad apparirgli una macchina dal funzionamento complicato, un oggetto di cui non è in grado di capire i meccanismi. Vuota, se gli altari restano pietre e la chiesa un ammasso di travi e colonne. La risposta sarà in una poesia successiva, intitolata “Tristezza di Dio”. Se Dio è l’io, allora la tristezza di Dio è quella del poeta…

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Città del Vaticano, interno della Basilica di San Pietro © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi dice di no a se stesso non può dire sì a Dio.
HERMANN HESSE, Vagabondaggio

mercoledì 10 febbraio 2010

Contro la caccia

ALESSANDRO PARRONCHI

CONTRO LA CACCIA

L'aria è dolce, il cielo coperto.
Nella campagna inanimata
da stamani, domenica invernale,
sparano ininterrottamente.
Che uccideranno?

Discendo da una famiglia di cacciatori.
Mio padre stava fuori l'intero giorno
per riportare, a sera, una ghiandaia.
Tirava d'imbracciata
maledettamente bene.
Ma so che appena avuto l'animale
gli avrebbe reso vita volentieri.
Il suo non era gusto di uccidere
ma di cercare e scovare una preda.
Lo so ben io, che preda e ricerca
ho trasferito in parole ed immagini.
Devo a lui se ho conosciuto la selva
quando ancora esisteva e era possibile
ascoltarne l'inconscio respiro.
Ora non più. I boschi sono orti.
E l'istinto di uccidere si esercita
su passerotti dall'ali mozze
scampati a qualche tiro d'inesperto.

Non uccidete il cucùlo che segnala
il va e vieni della primavera
senza di che non so più orientarmi.
Non uccidete la tortora che cola
al molle filtro il grigio delle nuvole.
Non uccidete il merlo
ubriaco del mosto del crepuscolo.
Non uccidete la ghiandaia che tra nero
e bianco stringe al petto l'azzurro.
Non uccidete la lepre occhi e orecchi
spuntati sul sentiero.
Non uccidete la biscia d'erba viva
non sfrangete il piccolo cuore della lucertola
non uccidete la futile farfalla
né il ragno laborioso
né il rospo filosofo indifeso.
E se tutti questi sono morti?
Non avrete che larve
pei vostri fucili automatici.

(da “Replay”, 1980)

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La nuova legge sulla caccia estende il calendario venatorio a ben cinque mesi, riduce a 16 anni l’età minima per il possesso e l’uso di armi da fuoco per uso venatorio, contempla altre facilitazioni al possesso delle armi, elimina l’interesse pubblico alla tutela della fauna, consente la caccia anche sulle vie della migrazione degli uccelli ed elimina la categoria delle specie superprotette. Non sono un animalista ma ho sempre considerato barbari divertimenti sia la caccia sia la corrida. Non sono neppure un fanatico del veganesimo e mangio carne e comprendo che le specie faunistiche debbano essere in un certo modo controllate. Però mi immedesimo nel toro sacrificato nell’arena, nei passeri colpiti dai pallini, nel camoscio ucciso sulla neve. Questa poesia di Alessandro Parronchi mi è tornata alla memoria quando ho letto della nuova legge, che consente tra l’altro ai cacciatori, sulla base del Codice Civile, il privilegio di addentrarsi nelle proprietà altrui per esercitare la loro attività. È un grido disperato che viene dalla natura: se la mettiamo in pericolo, saremo in pericolo anche noi… Da notare come lo stile assume una valenza poetica proprio nella lunga strofa finale, dove le bellissime immagini fanno da corollario a quella sorta di nuovo decalogo.

La buona notizia è che negli ultimi vent’anni il numero dei cacciatori si è dimezzato (sono l’1,7% della popolazione) ; la speranza è che questi abbiano la sensibilità che aveva Mario Rigoni Stern, cacciatore rispettoso: “Molti uccelli avranno stroncato il volo, molti quadrupedi la corsa. Sarà morte per tante creature; sarà la fine di canti, di danze, di fame, di gelo. Un colpo: un’ala che si stira, una zampa che si rattrappisce: poi nulla. No, non nulla. Dall’altra parte ci sarà un uomo che raccoglierà non solamente il capo di selvaggina, ma anche tutto quello che questo era da vivo: libertà, sole, spazi, tempeste”. (da “Il bosco degli urogalli”, 1962)

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Fotografia © Erik Jan Ouvewerkerk

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LA FRASE DEL GIORNO
Sport detestato (la caccia), che deve i suoi piaceri ai dolori di un altro.
WILLIAM COWPER, The Task

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martedì 9 febbraio 2010

Cinquanta parole da salvare

Cinquanta parole da salvare, scelte dagli insegnanti dopo una scrematura che le ha ridotte da 2.880 a 200 e infine a questo elenco:

  • 1. Zotico - 209 voti
  • 2. Uggioso - 205 voti
  • 3. Artefice - 201 voti
  • 4. Oblio - 186 voti
  • 5. Abominio - 173 voti
  • 6. Arduo - 169 voti
  • 7. Duttile - 162 voti
  • 8. Ameno - 159 voti
  • 9. Bislacco - 158 voti
  • 10. Ciarpame - 148 voti
  • 11. Accozzaglia - 148 voti
  • 12. Blaterare - 147 voti
  • 13. Becero - 130 voti
  • 14. Ineffabile - 127 voti
  • 15. Angusto - 125 voti
  • 16. Consono - 123 voti
  • 17. Nefando - 121 voti
  • 18. Terso - 118 voti
  • 19. Ebbro - 117 voti
  • 20. Vaghezza - 116 voti
  • 21. Culmine - 115 voti
  • 22. Blando - 115 voti
  • 23. Ceruleo - 114 voti
  • 24. Recondito - 114 voti
  • 25. Dovizia - 113 voti
  • 26. Brama - 113 voti
  • 27. Panacea - 112 voti
  • 28. Vessare - 111 voti
  • 29. Venale - 110 voti
  • 30. Indole - 110 voti
  • 31. Repentino - 110 voti
  • 32. Ghiribizzo - 109 voti
  • 33. Bailamme - 109 voti
  • 34. Cavillo - 109 voti
  • 35. Forbito - 108 voti
  • 36. Disputa - 107 voti
  • 37. Sagace - 107 voti
  • 38. Furtivo - 106 voti
  • 39. Agognare - 105 voti
  • 40. Intonso - 103 voti
  • 41. Agiato - 103 voti
  • 42. Tedio - 102 voti
  • 43. Caterva - 101 voti
  • 44. Ghiotto - 101 voti
  • 45. Stratagemma - 101 voti
  • 46. Cocciuto - 101 voti
  • 47. Eloquio - 100 voti
  • 48. Madido - 99 voti
  • 49. Canuto - 99 voti
  • 50. Flebile - 98 voti

È un’iniziativa della casa editrice Zanichelli in occasione del 150° anniversario del suo catalogo. Agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado è stato dedicato un concorso, prorogato fino al 15 marzo: utilizzando dieci di queste parole i ragazzi devono immaginare il ruolo che potrebbero ancora avere in un contesto futuro.

Cosa non semplice se gli studenti di un liceo classico di Torino così rispondono alla giornalista della Stampa che li interroga: “E cavillo e ghiribizzo? Andrea e Camilla si guardano prima stupiti e poi scoppiano a ridere: «Eh, no, però così non è giusto, non valgono trappole. La prova va fatta solo con le parole che esistono per davvero»”.

Esistono, esistono… Il vocabolario ne è pieno, basta cercarle. E non appiattirsi in un linguaggio che conosce solo la monotonia – la ricerca calcola che i ragazzi di oggi abbiano, per quantità di lemmi, un vocabolario simile a quello di un pastore sardo degli Anni Trenta. Concordo con Italo Calvino: Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile”.

E comunque, se ci sono le sfumature, è bello usarle, sottraendoci così all’uniformità, all’anonimato grigio per cui un pomeriggio può essere solo noioso e non invece generare “tedio” perché “uggioso” e, se si desidera qualcosa intensamente, allora lo si “agogna”. Dopo una corsa si può essere “madidi” anziché sudati e, se a qualcuno magari viene ancora il “ghiribizzo” e si mette a litigare con un altro sul significato di una parola, ne nasce una “disputa”… A meno che non sia considerato un tipo davvero “bislacco”, capace di un “eloquio” così “forbito”, una persona da destinare all’”oblio”.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è la veste del pensiero.
SAMUEL JOHNSON

lunedì 8 febbraio 2010

Baudelaire e il vampiro

CHARLES BAUDELAIRE

IL VAMPIRO

Tu che t'insinuasti come lama
nel mio cuore gemente; tu che forte
come un branco di démoni venisti
a fare, folle e ornata del mio spirito
umiliato il tuo letto e il tuo regno - infame
a cui, come il forzato alla catena,
sono legato, come alla bottiglia
l'ubriacone, come alla carogna
i vermi, come al gioco l'ostinato
giocatore - che tu sia maledetta!
Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
di conquistare la mia libertà;
ed il veleno perfido ho pregato
di soccorrere me vile. Ahimè, la spada
ed il veleno, pieni di disprezzo,
m'han detto: «Non sei degno che alla tua
schiavitù maledetta ti si tolga,
imbecille! - una volta liberato
dal suo dominio, per i nostri sforzi,
tu faresti rivivere il cadavere
del tuo vampiro, con i baci tuoi!»

(da "I fiori del male", 1857)

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No, non è Dracula qui il vampiro né i patinati personaggi moderni di “Twilight” di Stephanie Meyer. Il vampiro è l’amore, è la donna divenuta perdizione satanica e maledetta. Charles Baudelaire cercava attraverso l’Amore, così come attraverso l’Arte, di vincere il suo ennui, lo spleen fatto di tristezza e di disperazione che gli impediva di stabilire un rapporto attivo con il mondo esterno, di sottrarsi all’angoscia dell’esistenza. E l’Amore ebbe il volto e il corpo della ballerina di colore Jeanne Duval: “Guidato dal tuo odore verso climi / affascinanti, vedo un porto fitto / d’alberi e vele ancora affaticate / dal fluttuare dei marosi” scrisse di lei in “Profumo esotico”. L’esperienza ben presto però si trasforma in una amara forma di insoddisfazione che rende ancora più dolorosa la vita del poeta. Ma a Jeanne lo lega un rapporto di amore e odio dal quale non è in grado di liberarsi: ecco allora la consapevolezza di questa schiavitù, la sottomissione alla donna-vampiro…

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Victoria Frances, “Vampire girl”

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LA FRASE DEL GIORNO
La cerbiatta che vuole accoppiarsi al leone deve morire per quell’amore.
WILLIAM SHAKESPEARE, Tutto è bene quel che finisce bene, Atto I, Scena I

domenica 7 febbraio 2010

Gatto, le stelle e le arselle

ALFONSO GATTO

LE STELLE


Ti dicono: vedi le stelle già morte nel firmamento
e gli anni luce sgomento d'un calcolo bianco infinito,
s'espandono le nebulose.
Tu vivi le gioie gioiose dei cenni che giungono a noi.
Eppure, all'aprire le arselle, in quel segno finito
che l'unghia pènetra, incidi l'ansia d'averle, ne succhi
d'empito il gusto e ne ridi.

È giovinezza sapere che il nudo fu sempre vestito
delle misure taglienti, che prima fu la parola
spedita a chiamare il deserto: i corvi vennero poi
al triste convito dei denti. Ancora s'apre all'aperto,
al conto degli occhi, la sola paura d'essere vivi,
mangiando al guscio le arselle, guardando le stelle.

(da "Poesie d'amore", 1972)

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È una poesia della memoria, questa di Alfonso Gatto, come racconta lui stesso: è il ricordo di una sera trascorsa con un amico a San Marco, verso Punta Licosa, nel Salernitano. Seduti su un muretto del porto, i due guardano il cielo stellato e si interrogano sull’universo, su quegli spazi infiniti, si stupiscono delle distanze calcolandole in anni-luce, sanno che la luce delle stelle che giunge fino a noi è quella di astri ormai morti.

Perdendosi nell’infinito, si ritrovano invece in un piccolissimo gesto, quello di incidere con l’unghia il guscio delle arselle, le conchiglie note anche come telline, per aprirle e mangiarne avidamente il mollusco. Il desiderio di quel gusto è anche lo stupore di sentirsi vivi e giovani sotto quel cielo infinito.


Krystyna Spink, “Heaven sky”

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LA FRASE DEL GIORNO
E la Terra sentii nell’Universo. / Sentii fremendo ch’è del cielo anch’ella, / e mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella.
GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio

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