venerdì 20 agosto 2010

Un ballo a palazzo

ALDO PALAZZESCHI

A PALAZZO RARI OR

Da vetri scurissimi
leggera una nebbia viola traspare:
finissima luce.
E s'odon le note morenti
dei balli più lenti.
Si vedon dai vetri
leggere passare volanti
le tuniche bianche
di coppie danzanti.

(da “L'incendiario”, 1911)

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Tra crepuscolari e futuristi Aldo Palazzeschi giostrava come un acrobata con le sue poesie in versi liberi che seguono una prosodia metrica da finta filastrocca. Fu lui stesso del resto a definirsi “il saltimbanco dell’anima mia”. E dunque Palazzeschi porta ancora un passo oltre quella “realtà minore” cantata da Gozzano e dai crepuscolari: accompagna la poesia nei territori del grottesco e del divertimento, disegnando scene come questa del ballo a Palazzo Rari Or dove il mondo fiabesco è individuato già attraverso i nomi – si pensi a Rio Bo, all’altro palazzo Oro Ror, ad Ara Mara Amara. Un mondo senza problemi, in bilico sul filo dell’allegoria e del gioco. Qui possiamo immaginare un palazzo dove impazzano i balli, ma – nota crepuscolare – già verso la fine della serata, quando restano solo le ultime danze, quelle lente. E non siamo al suo interno, bensì fuori dal palazzo e possiamo solo intravedere come fantasmi le coppie di ballerini vestiti di bianco passare veloci e aggraziate davanti alle finestre dai vetri scuri. Un’evasione assolutamente inutile dalla realtà, capace solo di fantasticherie dal gusto vagamente ironico.

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Disegno © Allposters

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è infinita come la vita.
ALDO PALAZZESCHI, Via delle Cento Stelle

2 commenti:

Vania e Paolo ha detto...

...la frase del giorno è davvero significativa.
... bella la sua auto descrizione..."il saltimbanco dell’anima mia"....bisogna essere certi di come si è per potersi permette una propria definizione pubblica ...di solito sono gli "altri" che te la "dipingono".

ciao Vania

DR ha detto...

La grandezza consiste anche in questo: nel sapersi vedere dal di fuori ed essere in grado di definirsi e riconoscersi. Da notare che la poesia è del 1911, la frase è di cinquant'anni dopo...

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