mercoledì 4 agosto 2010

Hikmet scrive al figlio

NAZIM HIKMET

FORSE LA MIA ULTIMA LETTERA A MEHMET

Da una parte
gli aguzzini tra noi
ci separano come un muro.
D'altra parte
questo cuore sciagurato
mi ha fatto un brutto scherzo,
mio piccolo,
mio Mehmet
forse il destino
m'impedirà di rivederti.
Sarai un ragazzo, lo so,
simile alla spiga di grano
ero così quand'ero giovane
biondo, snello, alto di statura;
i tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,
con dentro talvolta uno strascico amaro
di tristezza,
la tua fronte sarà chiara infinitamente
avrai anche una bella voce,
- la mia era atroce -
le canzoni che canterai
spezzeranno i cuori.
Sarai un conversatore brillante
in questo ero maestro anch'io
quando la gente non m'irritava i nervi
dalle tue labbra colerà il miele.
ah Mehmet,
quanti cuori spezzerai!
è difficile allevare un figlio senza padre
non dare pena a tua madre
gioia non gliene ho potuta dare
dagliene tu.
Tua madre
forte e dolce come la seta
tua madre
sarà bella anche all'età delle nonne
come il primo giorno che l'ho vista
quando aveva diciassette anni
sulla riva del bosforo
era il chiaro di luna
era il chiaro del giorno,
era simile a una susina dorata.
Tua madre
un giorno come al solito
ci siamo lasciati: a stasera!
Era per non vederci mai più.
Tua madre
nella sua bontà la più saggia delle madri
che viva cent'anni
che dio la benedica.
Non ho paura di morire, figlio mio;
però malgrado tutto
a volte quando lavoro
trasalisco di colpo
oppure nella solitudine del dormiveglia
contare i giorni è difficile
non ci si può saziare del mondo
Mehmet
non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all'uomo.
Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzitutto ama l'uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell'animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell'uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia
che l'ombra e il chiaro
ti diano gioia
ma che soprattutto l'uomo
ti dia gioia.

La nostra terra, la Turchia
è un bel paese
tra gli altri paesi
e i suoi uomini
quelli di buona lega
sono lavoratori
pensosi e coraggiosi
e atrocemente miserabili
si è sofferto e si soffre ancora
ma la conclusione sarà splendida.
Tu, da noi, col tuo popolo
costruirai il futuro
lo vedrai coi tuoi occhi
lo toccherai con le tue mani.
Mehmet, forse morirò
lontano dalla mia lingua
lontano dalle mie canzoni
lontano dal mio sale e dal mio pane
con la nostalgia di tua madre e di te
del mio popolo dei miei compagni
ma non in esilio
non in terra straniera
morirò nel paese dei miei sogni
nella bianca città dei miei sogni più belli.
Mehmet, piccolo mio
ti affido
ai compagni turchi
me ne vado ma sono calmo
la vita che si disperde in me
si ritroverà in te
per lungo tempo
e nel mio popolo, per sempre.

(da “Poesie”, Newton Compton, 1972 – Trad. Joyce Lussu)

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“Nihil humani mihi alienum puto”. Niente di ciò che è umano considero a me estraneo, così scriveva Publio Terenzio Afro nell’«Andria», una delle sue commedie. E questo è in sintesi l’insegnamento che Nazim Hikmet lascia al figlio Mehmet come una sorta di testamento dal carcere in cui nel 1932 è recluso dopo il suo ritorno irregolare in patria. La sua eredità è quella di porre al centro l’uomo, di considerarlo il pezzo più pregiato sotto il cielo, fosse anche il più misero, l’infimo essere umano. È quella di condividere e di provare solidarietà con ogni gioia e ogni sofferenza umana, di essere uomo tra gli uomini.

I problemi cardiaci e l’angoscia di Hikmet per il momento se ne andarono, un paio di anni dopo fu amnistiato e tornò poi ancora in carcere prima di scegliere la dolorosa via dell’esilio senza il figlio e senza l’amata moglie Munevver. E nei versi c’è questo presagio di esule in Polonia, Bulgaria e Unione Sovietica, così come la consapevolezza che quel cuore sciagurato – quando scrive Hikmet ha 31 anni – creerà altri danni fino al fatale infarto moscovita del 1963. Restano comunque la bellezza e l’intensità di questa poesia dedicata al figlio, che richiama sotto certi aspetti un altro celebre componimento, “Se” di Rudyard Kipling: “Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù, / E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente, / Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro, / Se tutti contano per te, ma nessuno troppo; / Se riesci a occupare il minuto inesorabile / Dando valore a ogni minuto che passa, / Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa, / E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!”

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image

Fotografia © Louis Kinsey

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LA FRASE DEL GIORNO
Una delle preoccupazioni più antiche dell'umanità è stata quella della preparazione e dell'addestramento della gioventù alla lotta per la vita.
WILLIAM BOYD, Storia dell’educazione occidentale

2 commenti:

Vania e Paolo ha detto...

...un difficile/importante/pesante zaino di eredità.

...veramente emozionanti parole sulla vita .

...dovrebbero insegnarle a scuola...come eduzione civica.
... per dir la verità non so nemmeno se ci sia ancora come materia scolastica.
ciao Vania

DR ha detto...

sono concetti di vita che ognuno dovrebbe seguire... ma la scuola sembra interessata ad altro

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