sabato 12 giugno 2010

Il coraggio di Anna Achmatova

ANNA ACHMATOVA

AH, TU PENSAVI CHE ANCH’IO FOSSI UNA


Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.


O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.


Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.


1921

(da “Anno Domini MCMXXI”, 1922)

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“Pessimismo nevrotico”, “Erotismo malato”: così il regime sovietico tentò di bollare i versi scomodi di Anna Achmatova, ostacolandone in ogni modo la pubblicazione. Perché la poetessa russa era una voce moderna che cantava la memoria e la sopravvivenza della grande Madre Russia, ma soprattutto era una donna coraggiosa e moderna, capace di superare prove durissime: la fucilazione del marito Gumilev nel 1934, l’invio ai gulag di molti amici poeti, l’imprigionamento dell’unico figlio Lev nel 1938 – e lei ogni mattina per diciassette mesi si reca ostinata al carcere per avere sue notizie.
Ecco perché questa poesia non ci stupisce: racconta di una donna che tratta come si deve un uomo dal comportamento piuttosto vile, che non si sottrae all’amore ma che non lo sottomette alla propria vita. La poesia è del 1921, la Achmatova ha trentadue anni e la rivoluzione bolscevica è appena ai suoi inizi. Anna non si è piegata davanti a un uomo che la faceva soffrire, poteva farsi spezzare da un regime?

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Natan Al’man, “Ritratto di Anna Achmatova”

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LA FRASE DEL GIORNO
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria, / bisogna che l’anima si pietrifichi, / bisogna di nuovo imparare a vivere.
ANNA ACHMATOVA, Requiem

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