martedì 20 aprile 2010

Luzi tra passato e avvenire

MARIO LUZI
OSTERIA


L’autunno affila le montagne, il vento
fa sentire le vecchie pietre d’unto,
spande dal forno un fumo di fascine
a fiotti tra le case e le topaie.
Son dietro questi vetri d’osteria
uno che un nome effimero distingue
appena, guardo. La mattina scorre,
invade a grado a grado l’antro. L’oste
numera, scrive giovedì sul marmo,
la donna armeggia intorno al fuoco, sbircia
verso la porta se entra l’avventore.

Seguo la luce che si sposta, il vento;
aspetto chiunque verrà qui
di fretta o siederà su queste panche.
Il bracconiere, altri non può essere
chi s’aggira per queste terre avare
dove la lepre a un tratto lampeggia,
o il venditore ambulante se alcuno,
raro, si spinge fin quassù alle fiere
ed ai mercati dei villaggi intorno.
Altri non è da attendere: Chi viene
porta e chiede notizie, si ristora,
riparte in mezzo alla bufera, spare.

Che dura è un suono di stoviglie smosse:
guardo verso la macchia e più lontano
dove solo la pecora fa ombra,
mi reggo tra passato ed avvenire
o com’è giusto o come il cuore tollera.


(da “Primizie del deserto”, 1952)


Due dei miei versi preferiti sono quelli che concludono questa poesia di Mario Luzi: “Mi reggo tra passato ed avvenire / o com’è giusto o come il cuore tollera”. Sostenersi con i ricordi del passato e contemporaneamente tenere il passo allenato alla speranza del futuro, come deve essere o come almeno riusciamo a sopportare.

Per arrivare a questo meraviglioso distico, Luzi descrive gli ambienti e i gesti dimessi della quotidianità di un piccolo borgo toscano: un’osteria di paese. Gozzano aveva scritto: “Io non vivo la vita, l’osservo”, e Luzi sembra fare suo questo motto. Siede a un tavolino e osserva: l’oste scrive il menu del pranzo sulla lastra di maro, la donna rigoverna, di tanto in tanto entra un avventore, il bracconiere o il venditore ambulante, ai quali il poeta si accomuna. Altri avventori non verranno: non giungerà nessuno a travalicare i limiti della giornata umana.

Il poeta si sente coinvolto nel loro destino e con loro guarda scorrere la vita, il suo fluire. Ma, a differenza del bracconiere e dell’ambulante, dell’oste e di sua moglie, quell’uomo dal “nome effimero” ha la consapevolezza di questo fluire e lo accetta, anche se con un filo di rassegnazione, come accetta quel vento – spesso in Luzi simbolo dello scorrere violento del tempo e del misterioso senso dell’esistenza – che soffia pungente a tagliare i profili delle montagne.


PETER SEVERIN KROYER, "OSTERIA RAVELLO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Io sono qui, persona in una stanza, / uomo nel fondo di una casa, ascolto / lo stridere che fa la fiamma, il cuore / che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
MARIO LUZI, Primizie del deserto

2 commenti:

Luciana Bianchi Cavalleri ha detto...

struggente e delicata, sempre toccante la poesia di Luzi non si può leggere senza affondare in un trasalimento del cuore...

luciana - comoinpoesia
.

DR ha detto...

Luzi è "il nostro inviato" nella vita: ce ne informa, ci dà notizie di prima mano...

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