sabato 24 aprile 2010

E ancora ti chiamo Chimera

DINO CAMPANA

LA CHIMERA

Non so se tra rocce il tuo pallido
viso m’apparve, o sorriso
di lontananze ignote
fosti, la china eburnea
fronte fulgente o giovine
suora de la Gioconda:
o delle primavere
spente, per i tuoi mitici pallori
o Regina o Regina adolescente:
ma per il tuo ignoto poema
di voluttà e di dolore
musica fanciulla esangue,
segnato di linea di sangue
nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
ma per il vergine capo
reclino, io poeta notturno
vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
io per il tuo dolce mistero
io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
fu dei capelli il vivente
segno del suo pallore,
non so se fu un dolce vapore,
dolce sul mio dolore,
sorriso di un volto notturno:
guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
e l’immobilità dei firmamenti
e i gonfii rivi che vanno piangenti
e l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
e ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
e ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

(da “Canti Orfici”, 1914)

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“Il testo poetico è inspiegabile, non inintelligibile” secondo Octavio Paz, Nobel per la letteratura nel 1990. E “La chimera”, un classico della poesia novecentesca ne è l’esempio più efficace: l’ordine compositivo non è tradizionale, i versi si dispiegano senza una conseguenzialità.

Però Dino Campana è riuscito a esprimere l’inesprimibile, che è il compito primo della poesia, ha saputo dare voce all’emozione che gli maturava dentro. Sergio Solmi di questa poesia scrisse che Campana fu in grado “di sciogliersi da ogni legame intellettuale e storico per tuffarsi nella emozione vergine per cogliere il flusso informe della realtà alla sua prima sorgente, per sopprimere il tempo in una smarrita adesione alle cose”. Ovvero, un’allucinata trasposizione della realtà nel sogno, “la lunga notte piena degli inganni delle varie imagini”, nella pazzia che lo portò più volte in manicomio, sulla scia di Nietzsche, da lui molto ammirato, dal quale deriva la passione per l’orfismo.

E allora la chimera viene a rappresentare tante cose: è la figura di una giovane donna che mescola voluttà e dolore, è un’espressione di suggestioni letterarie e artistiche (la Vergine delle Rocce leonardesca, la Cerere-Proserpina regina degli Inferi, la Santa Cecilia dipinta da Raffaello), è una lontana promessa di rivelazione, è un mito misterioso che simboleggia lo scorrere della vita, della quale non riusciamo a cogliere altro che vaghi lampi, come i balenii lontani di un lontano temporale in una calda sera d’estate.

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Leonardo da Vinci, “La Vergine delle Rocce”

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LA FRASE DEL GIORNO
O poesia poesia poesia / Sorgi, sorgi, sorgi / Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.
DINO CAMPANA, Canti Orfici

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