lunedì 15 marzo 2010

Dopo ogni guerra

WISLAWA SZYMBORSKA

LA FINE E L'INIZIO

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.

C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

(da “La fine e l’inizio”, 1993)

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La memoria è la protagonista di questa poesia della poetessa Premio Nobel Wislawa Szymborska. Pubblicata nel 1993, è facile leggervi il riferimento agli eventi bellici che sconvolsero la Jugoslavia in quel periodo, la pulizia etnica, i bombardamenti, le inutili crudeltà. Ma la Szymborska, che è nata nel 1923 e ha vissuto sulla sua pelle l’occupazione tedesca e ha assistito “in diretta” alla Seconda Guerra Mondiale, fa u discorso generale: c’è l’orrore, c’è l’indignazione, c’è anche la condivisione di fronte a ogni sofferenza umana – pensiamo al terremoto di Haiti e a quello cileno – ma con il passare del tempo la memoria si affievolisce, gli eventi vengono dimenticati, i media se ne vanno con le loro telecamere verso altri lidi, altre guerre e altre tragedie. Ma il dolore rimane, anche se no è più sotto la lente di ingrandimento, anche se la gente prova a ricominciare a vivere, a spazzare le macerie, ad ammonticchiare gli oggetti da buttare, a ricostruire.

Passerà il tempo, e sempre meno viva sarà quella memoria: affiorerà di tanto in tanto qualche brandello del passato, fino a che nulla più rimarrà. Ci sarà almeno la serenità, e qualcuno potrà restare sdraiato sull’erba a guardare il cielo là dove un tempo c’erano battaglie, mortai e macerie.

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Fotografia © Dialog International

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LA FRASE DEL GIORNO
L'oblio è come una carne di cose vive che ricopre gli avvenimenti e, dopo qualche tempo, impedisce di vedere e di sospettare ogni cosa, anche la cicatrice.
JULES BARBEY D’AUREVILLY, Le diaboliche

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