mercoledì 31 marzo 2010

Anacronismi


Mi diverte, quando guardo i film ambientati in epoche che non sono la nostra, cercare gli anacronismi, gli oggetti che non dovrebbero esistere. L’orologio del legionario romano è un caso limite portato spesso a esempio. Ma ci sono sottigliezze come il brano “Con il nastro rosa” di Battisti, che è del 1980, proveniente da una radiolina nel peraltro bellissimo “Io non ho paura” di Salvatores, che racconta eventi del 1978.

Non è che un gioco. Ma se applichiamo questa ricerca alla storia, allora ecco gli OOPArt, oggetti che non dovrebbero esistere in quel contesto perché la loro invenzione o le tecniche per la loro realizzazione sarebbero venute molto più avanti nel tempo. OOPArt sta per Out of Place Artifacts, “oggetti fuori luogo”, ovvero anacronismi. Se ne occupa l’archeologia misteriosa o pseudoarcheologia, visto che gli scienziati sono scettici di fronte a tali reperti e quasi sempre riescono a dare una spiegazione logica, molte volte legata ad abili falsificazioni, più raramente dovuta all’affermazione che quell’oggetto solo apparentemente è estraneo alla sua epoca, come il celebre Meccanismo di Anticitera, un calcolatore astronomico perfettamente compatibile con le conoscenze degli antichi Greci.

Quasi sempre. Talvolta la spiegazione proprio non c’è e non si trova. Per esempio:
  • Nella Table Mountain, in California, in uno strato di roccia del Terziario, tra i 33 e i 55 milioni di anni fa, è stato rinvenuto un mortaio con pestello
  • Sulle rive del fiume Narada, in Russia, sono stati ritrovati dei sottilissimi elementi avvolti a spirale, della grandezza di 3 micron, in rame, tungsteno e molibdeno, molto simili a quelli realizzati con le moderne nanotecnologie
  • La pagoda nera di Konark in India ha una colossale pietra sommitale, eretta nel XIII secolo: si ritiene che non sia possibile innalzarla senza i moderni macchinari



  • In una grotta nella città francese di Saint-Jean de Livet, da un calcare risalente a 65 milioni di anni fa (l’epoca della sparizione dei dinosauri), sono usciti alcuni tubi metallici rettangolari modellati
  • Il teschio di un bisonte di una specie vissuta tra 30.000 e 70.000 anni fa nella Yakuza, con un foro rotondo che sembra causato da una pallottola
  • i jet d’oro precolombiani: sarebbero raffigurazioni di aerei a reazione dell’anno 1000 (forse i più celebri OOPArt, ma potrebbero essere uccelli stilizzati)



  • La protesi metallica di puro ferro, lunga 23 cm, nella gamba della mummia del sacerdote egizio Usermontu, che visse tra il 656 e il 525 avanti Cristo
  • A Heavener, in Oklahoma, nel 1928 da un filone di carbone datato 285 milioni di anni spuntò fuori un muro di calcestruzzo
  • Nello Utah, in una roccia scistosa del Cambriano, 500 milioni di anni fa, c’è l’orma di una scarpa con tacco, che avrebbe schiacciato un trilobite, animale estintosi 300 milioni di anni fa; un’altra impronta fossile di scarpa è saltata fuori nel Nevada, e risalirebbe a 5 milioni di anni fa
  • E la forma di una vite fossile, lunga 5,08 cm, è rimasta impressa come una fotografia, consumatosi il ferro, in una miniera d’oro di Treasure City nel 1869.

Viaggi nel tempo, premonizioni, teletrasporto? O più probabilmente burle di qualche buontempone. Una risposta non c’è. Altre volte invece gli studiosi sono riusciti a trovare una spiegazione:
  • Un cranio umano ritrovato nello Zambia con un “foro di pallottola” come quello del bisonte della Yakuza: il buco potrebbe essere stato lasciato dal canino di un grosso predatore o essere una foratura sacrale del cranio
  • La batteria di Bagdad, considerata un utensile per placcare pezzi di metallo, è in realtà un contenitore per sacri rotoli di papiro
  • I teschi di cristallo precolombiani, impossibili da lavorare senza strumenti più moderni, sono dei falsi del XIX secolo. Sono però serviti per una nuova avventura di Indiana Jones
  • Le sfere metalliche di Klerksdorp, in Sudafrica, risalenti a 2,8 miliardi di anni fa, sono formazioni naturali, noduli di limonite
  • L’aliante di Saqqara, un oggetto leggero con ali aerodinamiche, è in realtà la riproduzione di un uccello, probabilmente un giocattolo: alla prova del volo, una ricostruzione non è stata in grado né di volare né di planare

Ciò non toglie che la pseudoarcheologia si possa buttare nelle ipotesi della pseudostoria: sulla base degli OOPArt c’è chi ha elaborato la “teoria dell’alternanza delle civiltà evolute”, giudicando possibile che nel corso dei millenni sulla Terra si siano sviluppate più civiltà simili alla nostra e che ogni volta siano riuscite ad autodistruggersi. Altri reputano invece possibile un intervento di colonizzatori alieni, con morfologia simile alla nostra, capaci di influenzare in modo indiretto gli ominidi preistorici. Come si vede, c’è molto materiale per la fantascienza e praticamente nulla per la scienza…

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LA FRASE DEL GIORNO Sono esploratori cattivi quelli che pensano che non ci sia terra se vedono solo mare.
FRANCIS BACON, Advancement of Learning

martedì 30 marzo 2010

Toponomastica di Venezia

La toponomastica veneziana è unica al mondo, data la conformazione della città. Calle, corte, fondamenta, salizzada, rio, rio terà nella bellissima città della Serenissima fanno le veci di quelli che altrove sono chiamati viali, vie, vicoli, larghi, piazze e piazzali. Non è di questo che si intende parlare, ma della denominazione di alcune strade cittadine. In una località così ricca di storia la toponomastica si perde nel medioevo e nel rinascimento, quando lo splendore veneziano fu all’apice. Vi erano famiglie importanti, ed ecco allora Calle Gondulmer, Calle Colomba, Rio dei Gozzi, Ramo Calle del Pin. Vi erano bravi artigiani che spesso lavoravano nel medesimo sestiere, ed ecco Corte delle Ancore, Calle dei Fabbri, Calle del Cappeller (il cappellaio), Calle del Pistor (il prestinaio), Calle del Parrucchier. Vi erano antiche e frequentate locande, ed ecco allora Calle del Carro, Corte della Cerva, Corte della Anguria, Calle del Leon Bianco. Ma vediamo qualcosa di più originale:

 CALLE DEL VENTO – È un imbuto vicino al mare nella zona del porto, dove il vento la fa da padrone. Ci abitava il poeta Diego Valeri, che dedicò alla calle questa poesia: “Qui c'è sempre un poco di vento | a tutte le ore di ogni stagione: | un soffio almeno, un respiro.| Qui, da trent'anni, sto io, ci vivo.| E giorno dopo giorno scrivo | il mio nome sul vento”.



CALLE LARGA DEI PROVERBI – Prende nome da due proverbi che anticamente, almeno fino al 1840, si potevano leggere sulle cornici di due balconi: «Chi semina spine non vadi descalzo» e«Dì de ti, e poi di me dirai».

FONDAMENTA DE LE PROCURATIE – Così come le Corti delle Procuratie, deve la sua denominazione alle case destinate alle famiglie indigenti dai Procuratori di San Marco, secondo le pie intenzioni dei testatori. Le case di Santa Maria Maggiore, dov’è la Fondamenta, provenivano dal testamento di Filippo Tron: erano ben sessanta.

FONDAMENTA E PONTE DE LE TETTE – Nessuna corruzione di termini: sono proprio le “tette”: nel 1358 venne prescritto ai capi di sestiere di individuare una zona dove concentrare le prostitute. Il luogo fu fissato due anni dopo tra un gruppo di case note come il Castelletto e Ca’ Rampani – il quartiere venne poi denominato “Carampane”, vocabolo assurto in seguito a indicare spregiativamente le meretrici. Le ragazze per invogliare la clientela stavano affacciate ai balconi e alle finestre con le «tete» bene in vista…



NARANZARIA - a Rialto. Nei magazzini sotto il palazzo dei «Camerlenghi» che fiancheggiano questa via, venivano conservate le arance e gli agrumi .

PONTE DE LA DONA ONESTA – Incerta è l’origine della denominazione di questo ponte e dell’omonima Fondamenta: secondo una versione, due uomini passarono di lì dibattendo sull’onestà delle donne e uno dei due, alquanto deluso dal genere femminile, indicò all’altro la testa di donna incassata nel muro sopra il ponte: «Sai tu quale è onesta fra tante? Quella là che tu vedi!». Un’altra versione rende invece omaggio all’onestà di una popolana, moglie di un maestro spadaio: un giovane patrizio, che aveva commissionato una daga allo spadaio, invaghitosi della donna, fece in modo di trovarsi da solo con lei e la violentò; la popolana allora, disperata, si uccise con quella stessa daga. Una terza versione, meno poetica e più sarcastica, fa derivare il nome del Ponte da una prostituta, detta la “donna onesta” perché prudente nell’esercitare il suo mestiere.


RIO TERÀ DEGLI ASSASSINI - Il rio, prima del suo interramento, era attraversato da un ponte, chiamato «degli Assassini», per la frequenza dei delitti che in tempi remoti vi venivano perpetrati. Nel 1128 il governo veneziano, per arginare il fenomeno,  ordinò che nelle strade poco sicure venissero accesi di notte i «cesendeli», le lanterne.

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LA FRASE DEL GIORNO
Se dovessi cercare una parola che sostituisce "musica" potrei pensare soltanto a Venezia.
FRIEDRICH NIETZSCHE

lunedì 29 marzo 2010

Cos’è l’arte? (VIII)

 

ALBERTO SAVINIO

“Nei soli artisti – si sa – la vita adulta
è la continuazione naturale dell’infanzia”.

Alberto Savinio, “Il naviglio perduto”   
olio su tela, 1926 / collezione privata

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HENRY MOORE

“In un certo senso, tutta l’arte è astrazione”.

Henry Moore, “Figura piegata”   
gesso dipinto, 1950 / Cambridge, Fitzwilliam Museum

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GEORGES BRAQUE

“L’arte è fatta per turbare, la scienza rassicura”.

Georges Braque, “Le guéridon”   
olio, sabbia e cartone su tela, 1929/ Washington, Collezione Phillips

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutte le arti si assomigliano – un tentativo per riempire gli spazi vuoti..
SAMUEL BECKETT

domenica 28 marzo 2010

La messaggera della primavera

GUIDO GOZZANO

DELL’AURORA

Anthocharis cardamines

Primavera per me non è la donna
botticelliana dell’Allegoria.
Primavera è per me questa farfalla
fatta di grazia e di fragilità!

Oggi, lungo il sentiero solatio
dove sosta la lepre alle vedette,
un orecchio diritto e l'altro floscio,
tra il grano verdazzurro, lungo il rivo
costellato di primule e d'anemoni,
tra il biancospino, che fiorisce appena,
ho rivisto l'Antòcari volare
e il cuore mi sobbalza nell'attesa
senza nome che tutte in me resuscita
le primavere dell'adolescenza...

Ma primavera non è giunta ancora.
È la quinta stagione. Un chiaro Marzo
canavesano, inverno già non più,
non primavera ancora. È l'anno vecchio
tinto a verde d'Enrico l'amarissimo.
Se cantano le allodole perdute
nella profonda cavità dei cieli,
non s'odono le rondini garrire;
lasciano appena il Delta o la Gran Sirte
o riposano a Cipro ovver vïaggiano
sul cordame d'un legno tunisino...

Ma l'Antòcari vola e il cuore esulta!
È la farfalla della novità,
la messaggiera della Primavera,
la grazia mite, l'anima del Marzo.
Essa avviva la linfa nelle scorze,
il brusio, il ronzio, lo stridio,
risuscita l'incognito indistinto.

Oh! Messaggiera della Primavera!
La Terra attende. Il cielo che riempie
il frastaglio dei rami e delle roccie
sembra intagliato nel cristallo terso;
il profilo dell'Alpi è puro argento;
pallido è il verde primo, il pioppo è brullo,
la quercia ancor non abbandona il fulvo
stridulo manto che sfidò l'inverno;
allieta lo squallore la pannocchia
pendula verdechiara del nocciòlo,
la nubecola timida del mandorlo;
tiepido è il sole, ma la neve intatta
sta nelle forre squallide, a bacìo.

La Primavera non è giunta ancora,
ma l'Antòcari vola e il cuore esulta!
La messaggiera della Primavera
è timida, sfuggevole alle dita,
coscïente di sua fragilità;
quasi non vola, s'abbandona al vento
e visita la primula e l'anemone,
la pervinca, il galanto, il bucaneve;
il vento marzolino fa tremare
petali ed ali dello stesso tremito
e l'occhio mal discerne la farfalla:
l'ali minori, marezzate in verde,
chiudono come un calice l'insetto.
Insetti e fiori; mimi scaltri, come
v'accordaste nei tempi delle origini?
Le pagine di pietra dissepolte
attestano che i fiori precedettero
gl'insetti sulla terra: fu l'anemone
che alla farfalla ragionò così:
"Sorella senza stelo, come sei
fragile d'ali e debole di volo!
Salvati dal ramarro e dalla passera:
rivestiti di me, tingiti in verde
ai lati, in bianco a mezzo, in fulvo a sommo,
e con l'antenne simula i pistilli!".

E il fior primaverile alla farfalla
primaverile diede i suoi colori:
dolce alleato nella vita breve...

E la caduca musa marzolina
sa che deve sparire con l'anemone,
sparire prima della Primavera...

Visita i fiori, intepidisce il regno
per le grandi farfalle che verranno,
poi, giunta al varco della vita breve,
congeda il Marzo, volgesi all'Aprile:

Aprile! Marzo andò: tu puoi venire!...

(da “Le farfalle. Epistole entomologiche”,1914)

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“Le farfalle”, pubblicato in parte sulla “Stampa” nel 1914, è un poemetto rimasto incompiuto. Gozzano, da entomologo dilettante, intendeva realizzare una serie di poesie sulle varie specie di farfalle presenti nel nord Italia. La “Anthocharis cardamines” ci serve da spunto per parlare di questa primavera che finalmente comincia a rendersi evidente.

In particolare l’Aurora, come è anche chiamata questa farfalla delle Pierinae, è messaggera di primavera, come nota Gozzano che la vede svolazzare qua e là tra prati e boschi che già non sono più d’inverno e che ancora non appartengono alla primavera: bucaneve, primule, anemoni, pervinche, l’erba nota come “il buon Enrico” convivono sotto un cielo che ancora non è quello limpido della bella stagione. Alcune piante hanno già rivestito di un pallido verde i loro tronchi, altre ancora sono spoglie. E i colori dell’Aurora – quella pennellata di arancione o di rosa che hanno i maschi della specie, mentre le femmine presentano qualche chiazza verdastra – sono l’allegro segno che la primavera è finalmente dietro l’angolo…

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Antocharis cardamines © O. Kostarin

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LA FRASE DEL GIORNO
Vieni, gentile primavera, dolcezza eterea, vieni!
JAMES THOMSON, The Seasons

sabato 27 marzo 2010

Melanconia, ninfa gentile

Essere un po’ tristi e malinconici è necessario. Secondo gli psicologi, abbandonarsi allo spleen è un modo per proteggersi dai lati negativi che l’ebbrezza e l’euforia possono generare in noi: così si acutizzano lo spirito critico, la concentrazione, le capacità cognitive e persuasive. Lo dice lo psicologo australiano Joseph Forgas, che insegna all’Università del New South Wales.

Chi si ritira nella stanza privata della tristezza non fa altro che rifugiarsi in un luogo buio per risparmiare risorse psicologiche e segnalare agli altri che ha bisogno di aiuto. È una specie di autodifesa dunque, come quella delle scimmie che sono uscite sconfitte dalla lotta per il controllo del territorio e si allontanano tristi anche per non rischiare la pelle. La sopravvivenza, insomma, è un altro aspetto della storia.

La felicità poi, quando è eccessiva, ci rende pigri e troppo sicuri di noi stessi. La tristezza è il suo contraltare: uno stimolo a reagire, un punto di partenza per la riscossa. Intanto si riflette, si medita sull’azione. Non è un caso allora che la “melanconia, ninfa gentile” di Ippolito Pindemonte, sia la compagna del genio e del talento artistico. Il cosiddetto “umor nero” è un toccasana per la produzione artistica: detto scientificamente, è l’innalzamento dei livelli dell’ormone surrenale DHEA.

L’importante è che la tristezza sia sana e passeggera: quella patologica diventa depressione, il buio totale.

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Jacques Van Loo, “Malinconia”

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CHARLES BAUDELAIRE

SPLEEN

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
Sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,
E versa abbracciando l'intero giro dell'orizzonte
Una luce diurna più triste della notte;

Quando la terra è trasformata in umida prigione,
Dove come un pipistrello la Speranza
Batte contro i muri con la sua timida ala
Picchiando la testa sui soffitti marcescenti;

Quando la pioggia distendendo le sue immense strisce
Imita le sbarre di un grande carcere
Ed un popolo muto di infami ragni
Tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

Improvvisamente delle campane sbattono con furia
E lanciano verso il cielo un urlo orrendo
Simili a spiriti vaganti senza patria
Che si mettono a gemere ostinati

E lunghi trasporti funebri senza tamburi, senza bande
Sfilano lentamente nella mia anima vinta; la Speranza
Piange e l'atroce angoscia dispotica
Pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.

(da “I fiori del male”, 1857)

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DANTE ALIGHIERI

UN DÌ SI VENNE A ME MALINCONIA

Un dì si venne a me Malinconia
e disse: «Io voglio un poco stare teco»;
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.

E io le dissi: «Partiti, va via»;
ed ella mi rispose come un greco:
e ragionando a grande agio meco,
guardai e vidi Amore, che venia

vestito di novo d'un drappo nero,
e nel suo capo portava un cappello;
e certo lacrimava pur di vero.

Ed eo li dissi: «Che hai, cattivello?».
Ed el rispose: «Eo ho guai e pensero,
ché nostra donna mor, dolce fratello».

(da “Rime”, LXXII)

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LA FRASE DEL GIORNO
La felicità mi rende triste, mi fa pensare all'infelicità che la segue sempre dappresso.
GÉRARD DE NERVAL, Le figlie del fuoco

venerdì 26 marzo 2010

Il tocco della primavera

ADA NEGRI

FIORITA DI MARZO

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.
Troppo rapido il passo con cui tocchi
il suolo, e al tuo passar l'erba germoglia,
o Primavera, o gioia de' miei occhi.
Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell'orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,
essi, ne' loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l'aria densa di languori;
e se ne va così la tua bellezza,
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di Marzo, o Giovinezza...

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È giunto il tempo della fioritura: albicocchi, peschi, ciliegi, mandorli, meli si riempiono di fiori bianchi o rosa che disegnano nuvole sulle loro chiome ancora nude. È il miracolo della primavera che si rinnova. La poetessa lombarda Ada Negri (1870-1945) con l’intimismo familiare che la contraddistingue e con nota molto femminile descrive questa meraviglia e lo stupore che ci coglie davanti allo spettacolo delle piante in fiore. E ne sorge una meditazione sulla bellezza e sul suo valore effimero, sul tempo che passa senza travolgerci, ma così, lentamente come una carezza di vento. Non ce ne accorgiamo quasi: finisce Marzo, finisce la nostra giovinezza…

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Fotografia © Fanpop!

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LA FRASE DEL GIORNO
O non assai goduta giovinezza, oggi ti vedo quale fosti, vedo il tuo sorriso, amante che s'apprezza solo nell'ora triste del congedo!
GUIDO GOZZANO, I colloqui

giovedì 25 marzo 2010

Miltos Sachtouris

Il rifiuto di un uso decorativo del linguaggio e la maggiore succintezza possibile della frase poetica sono gli elementi distintivi della poesia del greco Miltos Sachtouris, nato ad Atene nel 1919 e morto nella capitale greca il 29 marzo 2005. Sachtouris descrive gli oggetti e le loro funzioni con fedeltà, evidenziando l’essenziale in episodi che si susseguono rapidamente, come scene di film, riducendo al minimo i dettagli che designano lo spazio in cui gli elementi sono inseriti. Ciò dà l’idea di un vortice in cui gli avvenimenti seguono l’uno all’altro, privi di accenni psicologici o di etichettature ideologiche: resta al lettore il compito di compiere le connessioni, di stabilire che cosa sia celato dietro le immagini e le sfumature simboliche, di assegnare a ogni oggetto, persona o animale il suo ruolo nella realtà.

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MARIA

Pensosa Maria
si tolse le calze

Dal suo corpo giunsero
voci di altri
di un soldato che parlava come un uccello
di un malato che sarebbe morto del male delle pecore
e i pianti della nipotina di Maria
che nacque proprio in questi giorni

Maria pianse e pianse
e poi Maria rise
tese le sue braccia alla notte
rimase con le sue gambe in disparte

Poi i suoi occhi si oscurarono
neri neri confusi si oscurarono

La radio suonava
Maria pianse
Maria pianse
La radio suonava

Allora Maria
aprì lentamente le braccia
e cominciò a volare
attorno alla stanza

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IL POETA

Quando mi troveranno sulla croce della mia morte
il cielo intorno si sarà arrossato fino a molto lontano
dietro ci sarà un accenno di mare
e, dall'alto, in un buio ora terribile
un uccello bianco reciterà le mie poesie.

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LA STAZIONE

alla memoria di Guilaume Apollinaire

Piove di continuo nel mio sonno
il mio sogno è pieno di fango
il posto è buio
e sto aspettando il treno
il capostazione raccoglie margherite
che sono spuntate tra i binari
dev'essere passato tanto tempo da quando
un treno è arrivato in questa stazione
e di colpo gli anni sono trascorsi
mi siedo dietro una finestra
i capelli e la barba sono cresciuti
come se fossi molto malato
e appena mi sveglio di nuovo
lei viene lentamente
con un coltello in mano
lei si avvicina prudente
e lo immerge nel mio occhio destro.

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IL SANTO

Fissava in profondità
in profondità
nel pozzo
la sua profondità
non aveva fine
in questa vita

la carne si scrostò
e cadde pezzo a pezzo
presto niente sarebbe rimasto
se non il suo scheletro

Ho deciso - disse -
alla fine ho deciso
vivrò tra gli annegati
e tra i lebbrosi

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Fotografia © Eonwe

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LA FRASE DEL GIORNO
Poco può il poeta per l’intelligenza dell’opera sua: là soltanto è la sua chiarezza.
ALFONSO GATTO, Osteria flegrea

mercoledì 24 marzo 2010

Ricette letterarie - 10

Marmellata di banane

ARUNDATHY ROY
Il dio delle piccole cose

 

“Il dio delle piccole cose” è un meraviglioso romanzo che dipinge l’India alla fine degli Anni Sessanta intrecciando le vicende di una famiglia, che un tempo aveva una florida fabbrica di conserve, a un amore impossibile perché negato dalle convenzioni, dalle leggi non scritte che considerano alcune persone “intoccabili”.

Conserve, dunque, e in particolare questa “marmellata di banane” che viene messa al bando dalla FPO, la Food Product Organization, perché non riesce a classificarla: “Troppo liquida per essere marmellata, troppo densa per essere gelatina. Una consistenza ambigua, dissero, inclassificabile. Stando ai loro libri”. A ricopiare la ricetta è Estha, il bambino protagonista con la sorella Rahel, la madre Ammu e la nonna Baby Kochamma. Immaginate allora questo bel quaderno di ricette nero con la costola bianca. Immaginate la scrittura incerta e giocosa di un bambino che si diverte ad usare le due calligrafie che conosce – naturalmente non usa i caratteri latini, ma quelli dell’alfabeto indiano:

MARMELLATA DI BANANE

Schiacciate le banane mature. Aggiungete acqua fino a coprire il tutto e cuocete a fuoco molto alto finché la polpa non si ammorbidisce.
Spremetene il succo filtrando con una garza.
Pesate un'uguale quantità di zucchero e tenetelo da parte.
Cuocete il succo finché non è diventato rosso acceso e si è ridotto di circa la metà.

Preparate l'Addensante (Pectina) nel modo seguente:
Proporzione 1:5
ossia: 4 cucchiaini da caffè di Pectina per 20 cucchiaini di zucchero.

Aggiungete l'Addensante al succo concentrato. Cuocete per pochi minuti (5).
Cuocete a fuoco vivo e avvolgente.
Aggiungete lo zucchero. Cuocete finché non ottenete una consistenza spalmabile.
Raffreddate lentamente.
Speriamo che sarete soddisfatti di questa ricetta.

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Estha si trova nei locali delle Conserve Paradiso, dove vi sono le immense tinozze in cui la frutta attende in salamoia il turno di essere trattata e le marmellate già cotte si raffreddano. Un Posto per Pensare, tra i lime galleggianti in soluzione salina, i manghi riempiti di curcuma e peperoncino, le damigiane di aceto, la pectina, i conservanti, le borse di iuta con l’aglio e le cipolline, le montagnette di pepe fresco, le bucce di banana, gli scaffali, le bottiglie vuote. “La marmellata scottava ancora, e sull’appiccicosa superficie rossa morivano lentamente dense bolle rosa. Piccole bolle di banana che annegavano nella marmellata, e nessuno che andasse in loro aiuto”. Estha pensa alla cuginetta Sophie Mol che proprio in quel momento viene accolta nella veranda davanti e che segnerà un destino nelle vite di tutti, pensa all’Uomo delle Aranciate che lo ha molestato nei bagni di un cinema, pensa, pensa: “Mentre Estha mescolava la marmellata densa pensò Due Pensieri, e i Due Pensieri che pensò erano questi: a) A Chiunque può succedere Qualsiasi Cosa. E b) Meglio essere preparati. Pensati questi pensieri, Estha Da Solo si sentì felice con le sue piccole perle di saggezza. Mentre la bollente marmellata magenta girava, Estha diventò un Mago Mescolatore col ciuffo disfatto e i denti disuguali, e poi diventò le Streghe di Macbeth. Fuoco che brucia bolle di banana”.

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.Fotografia © Scottish Friction

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LA FRASE DEL GIORNO
Colui che non si preoccupa di quello che mangia non saprà preoccuparsi di niente altro.
SAMUEL JOHNSON

martedì 23 marzo 2010

Primavera cinese / 2

Lo scorso anno ho già proposto poesie cinesi sulla primavera: l’osservazione della natura è un tema che i poeti orientali privilegiano. E l’alternarsi dei cicli naturali evoca un altro pensiero, quello dello scorrere del tempo. Come in questi versi di Ye Qingchen, che visse nell’XI secolo e che rivestì incarichi governativi nello Zhejiang: gestiva i trasporti fluviali e la regolazione delle acque.

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YE QINGCHEN

VERSA DELL’ALTRO VINO

Versa dell'altro vino e rimani
non aver fretta d'andare via
Di tre parti si compone primavera:
due parti sono di tristezza
la terza parte di vento e di pioggia

I fiori sbocciano, i fiori muoiono:
nessuno arriva molto lontano -
allora smettila di lamentarti
____________ ma canta ad alta voce:
Chissà dove ci incontreremo ancora
l'anno venturo al tempo delle peonie.

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Dipinto di Chuen Yue

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Wen Tingyun (820-870) visse a Chang’an, la capitale dell’impero Tang. Fu il primo a specializzarsi nella tecnica dello ci, che avrà maggiore sviluppo in epoca successiva: lo ci è una poesia-canzone scritta sull’aria di una canzone già esistente. È un po’ quello che succedeva negli Anni ‘60 ai parolieri italiani che scrivevano testi per le canzoni straniere mantenendo la musica ma prescindendo dalle parole originali.

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WEN TINGYUN

SALICI DAI RAMI DI SETA

Salici dai rami di seta
sottile pioggia di primavera
Oltre i fiori, il suono lontano
d'una clessidra: si levano in volo
le oche selvatiche alla frontiera
i corvi sulle mura della città
le pernici dorate
__________ sul pavimento dipinto

Una sottile nebbia profumata
entra attraverso le tende
Tristi stagni - padiglioni deserti
Dietro le rosse candele
dietro le tende ricamate
un lungo sogno

______________ che tu non conosci

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Dipinto di Wan Qiang

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I poeti imperiali, come si è visto nel caso di Ye Qingchen, erano spesso funzionari pubblici, civili e militari: si dovevano spostare per svolgere le loro mansioni lungo la vastità del territorio cinese. E non di rado capitava che fossero esiliati a causa di sommovimenti politici. Da qui un tema molto sentito, quello dell’addio. Il celebre Li Bai, spesso citato come Li Po, era poeta di corte da tre anni quando perse il favore del sovrano e fu costretto prima alla prigione e poi all’esilio nello Shandong e successivamente a Nanchino. Eccolo un giorno di primavera in una taverna (era amante oltremodo del buon vino, cantato in numerose sue poesie):

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LI BAI

RICORDO D’UN ADDIO IN UNA TAVERNA DI NANCHINO

Con il vento entra nella taverna
________ un profumo di salici in fiore
La bella di Wu che mesce il vino
________ mi chiama che assaggi
Gli amici di Nanchino
________ son venuti a farmi compagnia:
chi parte, chi resta,
________ ognuno vuota il bicchiere.
Prova a chiedere al Fiume
________ che scorre verso oriente
se la tristezza degli addii
__ è più lunga o più breve del suo corso.

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Dipinto di Hong Wei

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando i petali cadono / e diventano polvere e fango / non resta che il loro profumo.
LU YOU

lunedì 22 marzo 2010

Primavera

“La primavera è proprio da per tutto, anche dove non ce n’è bisogno. Anche tra i sassi del muro franato l’erba è voluta crescere, Per i sentieri più scoscesi, tra i tronchi degli alberi che furono abbattuti con l’ascia, con un’ambizione di farsi vedere che pare perfino ingenua. C’è uno sciupio di gemme e una voglia di fiorire che pare una di quelle accoglienze da segnare poi nel calendario”.

FEDERICO TOZZI, da “Bestie”

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Ma non è un evento epocale, non c’è nulla di eccezionale: è il rigoglio primaverile che esplode in tutta la sua munificenza. Gemme, rami, foglioline, virgulti, germogli che lentamente escono e crescono nel miracolo della vita. E verrà il cuculo ad annunciarlo:

“Di solito arriva verso sera, stanco, dopo avere attraversato il Sahara, il Mediterraneo e l’Italia per quanto è lunga. È molto antico il cuculo: la sua voce è la prima nota musicale in calando che l’uomo-fanciullo ha imitato. (…) Che festa nel cuore quando lo sentirò cantare andando con Sirio, il grifone coccolo e selvatico: «Adesso canta, cuculo; canta, cuculo! | Canta, cuculo; adesso canta, cuculo | …Canta forte, cuculo! | Germoglia il seme e fiorisce il prato | ed ora il bosco si ricopre di foglie |canta, cuculo!… | Come canti bene, cuculo: | ed ora non cessare più!» È una lirica medievale britannica”.

MARIO RIGONI STERN, da “Tra due guerre e altre storie”
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La terra è in amore e apre all’amore anche i cuori degli uomini, spalanca la finestra della bella stagione e fa dimenticare gli affanni del lungo periodo invernale, aprendo gli animi all’allegria:

“Scaldato dal sole primaverile, stava seduto così in carrozza, allungando ogni tanto un’occhiata ai primi fili d’erba, alle prime foglie di betulle, e ai primi vòlvoli di bianche nubi primaverili, correnti qua e là per il vivido azzurro del cielo. Non pensava a nulla: lietamente, con la mente vuota, guardava da un lato e dall’altro. (…)
- Eccellenza, qua si allarga il cuore! esclamò con un sorriso di deferenza.
- Cosa?
- Si allarga il cuore, Eccellenza.
«Che dice costui?» – pensò il principe Andrej. – Già, qualche cosa della primavera – si disse, girando lo sguardo ai lati della strada. – E davvero tutto è già verde… così presto! La betulla, l’amarasco, perfino l’ontano incomincia già… Querce, però, non se ne vedono. Ah sì, eccola là, una quercia”.


LEV TOLSTOJ, da “Guerra e pace”

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LA FRASE DEL GIORNO
Fra tuoni allegri e raffiche puerili / la primavera mette i suoi colori / e spiega la sua bandiera / come una cerimonia militare / che si svolge con qualsiasi / tempo. / Di giorno in giorno avanza / l'irrompente stagione.
VINCENZO CARDARELLI, Primavera cittadina

domenica 21 marzo 2010

Giornata Mondiale della Poesia 2010

Oggi si celebra la Giornata Mondiale della Poesia: è un’iniziativa decisa dall’UNESCO undici anni fa per promuovere in tutto il mondo la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l’insegnamento della poesia.

Quest’anno ho deciso di dare voce alla poesia come espressione di libertà, la coraggiosa e spesso dolorosa difesa della propria parola e dei propri diritti: Richard Rive, poeta sudafricano racconta l’ansia e il desiderio di superare l’apartheid; Nikolaj Kânčev, nato a Sofia nel 1939, esprime la sua rabbia di fronte al duro regime comunista bulgaro; il cileno Victor Jara, ucciso nello stadio di Santiago nel 1973, dichiara il valore libero della poesia davanti agli aguzzini di Pinochet.

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RICHARD RIVE

DOVE TERMINA L'ARCOBALENO

Dove termina l'arcobaleno
Deve esserci un luogo, fratello,
Dove si potrà cantare ogni genere di canzoni,
E noi canteremo insieme, fratello,
Tu ed io, anche se tu sei bianco, e io non lo sono,
Sarà una canzone triste, fratello,
Perché non sappiamo come fa,
Ed è difficile da imparare,
Ma possiamo riuscirci, fratello, tu ed io.
Non esiste una canzone nera.
Non esiste una canzone bianca.
Esiste solo musica, fratello,
Ed è musica quella che canteremo
Dove termina l'arcobaleno.

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NIKOLAJ KÂNČEV

RABBIA

Che importa che io sia poeta, e tu cerbero?

Non voglio sapere nulla del mare:
se si mette a ululare mi infurio
e le parole volano come schiuma
dalla mia bocca - abbassa la coda
quando la mia scrive in cielo...
Io ho denti di cane, figlio di cane.

Il mio ringhio sorveglia il mio paradiso.

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VICTOR JARA

CANTO LIBERO

Il verso è una colomba
alla ricerca d'un nido,
schioccando apre le ali
per volare, per volare.

Il mio canto è un canto libero
che vuole essere un dono
per chi gli stringe la mano
e per chi vuole sparare.

Il mio canto è una catena
senza inizio e senza fine
e in ogni anello risuona
il canto di tutti gli altri.

Cantiamo e cantiamo insieme
all'intera umanità
perché il canto è una colomba
che vola per poter trovare,
schioccando apre le ali
per volare, per volare...

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LA FRASE DEL GIORNO
Poesia per il povero, poesia necessaria / come il pane quotidiano, / come l’aria che pretendiamo tredici volte la minuto, / per essere e, in quanto siamo, dare in sì che glorifica.
GABRIEL CELAYA

sabato 20 marzo 2010

Toponomastica di Milano

Le strade milanesi non avevano un nome scritto. Solo nel 1785, durante la dominazione austriaca, la toponomastica cittadina fu sancita su ordine del ministro plenipotenziario della Lombardia, il conte Wilzeck. Impose insegne, numeri civici, lampioni a olio all’angolo delle vie. Milano è città antica, che risale ai Liguri e ai Celti e che già nel 43 a.C. venne inclusa nello stato romano. Le sue vie hanno talora nomi che si perdono nel tempo, lungo i secoli, risalendo a ritroso attraverso il periodo dei Visconti e degli Sforza fino al Medioevo, ai Longobardi e all’epoca romana.

VIA BRERA è il cuore artistico della città: vi sorgono l’Accademia e la Pinacoteca. Brera è la corruzione di Braida, a sua volta derivato dal latino proedium, campo. Dove ora è il Palazzo di Brera vi era la casa della Confraternita degli Umiliati, la braida appunto. Erano divisi in tre ordini: gli Umiliati, che continuavano a vivere nelle loro famiglie, i frati e le suore laiche che vivevano in chiostri maschili e femminili, e preti e suore consacrati a Dio. Fabbricavano panni, sete, tessuti d’oro e d’argento e li esportavano in tutta Europa. Nel 1305 arrivarono anche in Sicilia, dove fondarono manifatture. Vizi e lussi portarono allo scioglimento dell’ordine. A Brera subentrarono i gesuiti e poi l’Accademia di Belle Arti, la Biblioteca e la Pinacoteca.

VIA CAMINADELLA si trova proprio dietro l’Università Cattolica, nel cuore romano di Milano: è in quei dintorni che si possono ancora ammirare i ruderi di ciò che resta del periodo imperiale. Deve il suo nome, non a una breve camminata – la via comunque è molto corta – ma ai camini in muratura del palazzotto visconteo, vera eccezione in quell’epoca, quando dai tetti di paglia fuoruscivano i fogher, i camini di fango impastato e rappreso. Il palazzo ora non c’è più: fu distrutto dai bombardamenti del 1943.

PIAZZA CORDUSIO, a metà strada tra il Castello Sforzesco e il Duomo, ospitava il palazzo di Albino, generale di Alboino e primo governatore di Milano. Il luogo fu detto dunque “De Curte Ducis”, corrotto in seguito in “Cortedoxi”, “Corduce” e infine “Cordusio”. Luogo deputato di congiure, gazzarre, moti e tumulti (nel 1311 ai danni di Enrico di Lussemburgo, nel 1526 contro le ruberie degli spagnoli, nel 1628 il famoso assalto ai prestini di manzoniana memoria) la piazza ora ospita le poste e importanti banche.

Piazza Cordusio © DR

PIAZZALE LORETO è tristemente noto per la fine del fascismo e di Mussolini. Si può affermare che la città finisca lì, prima del lungo Viale Padova che porta alla periferia. Nel 1607 vi venne costruita una chiesa simile a quella di Loreto, con annesso il convento cistercense di Nostra Signora di Loreto fuori di Porta Orientale. Il convento venne abbandonato nel 1871, la chiesa qualche decennio dopo.

VIA MONETA, che si affaccia sull’edificio delle Poste, a pochi metri da Piazza Affari, sede della Borsa, richiama la presenza in quel luogo evidentemente predestinato se ora vi sorge la Banca d’Italia, dell’antica zecca romana. Fino al 1873 vi era anche la chiesa di San Mattia ad Monetam, sull’angolo dove inizia Via Ambrosiana.

VIA OLMETTO si apre tra Piazza Vetra e Via dei Piatti, a pochi metri dalla centralissima e trafficata Via Torino: prende nome da un olmo che cresceva nel palazzo imperiale costruito da Massimiano nel III secolo e che era noto come Ulmus in Palatio. Secondo la tradizione l’olmo era piantato nello slargo, ancora oggi esistente, in corrispondenza con Via dei Piatti.

VIA DELLE ORE è situata dietro Palazzo Reale e sbocca in Piazza Fontana, purtroppo celebre per l’omonima strage del 1969: nel 1335 Azzone Visconti fece installare un orologio che batteva le ore sulla vicina chiesa di San Gottardo al Palazzo Reale, il primo di Milano, ecco spiegata la denominazione della via.

VIA DELLA PALLA taglia Via Torino dal lato della Chiesa di Sant’Alessandro. Vi aveva sede la Standa, soppiantata sul finire degli anni ‘90 dal negozio FNAC. Anticamente vi si svolgevano i giochi pubblici, di qui il nome.

VIA PONTE VETERO, tra Via Broletto e Piazza del Carmine, a mezza strada tra il Castello e Brera, deve il suo nome a uno dei più vecchi ponti di Milano: scavalcava un canale nel cui letto si raccoglievano gli spurghi della zona. Da notare che Milano, fino alla metà del secolo scorso aveva una fitta rete di navigli che attraversavano la città facendone nei dintorni di San Marco una specie di piccola Venezia. Ora restano solo quelli scoperti nella zona detta appunto dei Navigli, nel sud-est.

VIA ZEBEDIA è la strada stretta e lastricata che collega Piazza Missori a Piazza Sant’Alessandro: la Zebedia era un’antica prigione fatta costruire da un certo Zebedeo, nella quale furono rinchiusi i soldati romani Cassio, Licinio, Bruto e Severino, colpevoli di essersi convertiti al cristianesimo, poi giustiziati e santificati. La chiesa che sorge in Piazza Sant’Alessandro sarebbe stata costruita sui resti del carcere: nel corso di scavi sono stati trovati macigni con infissi grossi anelli.

 

Via Zebedia © DR

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LA FRASE DEL GIORNO
Cosa v'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome.
WILLIAM SHAKESPEARE, Giulietta e Romeo, II, II

venerdì 19 marzo 2010

Orgoglio di figlio

MAURIZIO CUCCHI

'53

L'uomo era ancora giovane e indossava
un soprabito grigio molto fine.
Teneva la mano di un bambino
silenzioso e felice.
Il campo era la quiete e l'avventura,
c'erano il kamikaze,
il Nacka, l'apolide e Veleno.
Era la primavera del '53,
l'inizio della mia memoria.
Luigi Cucchi
era l'immenso orgoglio del mio cuore,
ma forse lui non lo sapeva.

(da "Poesia della fonte", 1993)

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Per la festa del papà ho scelto questi versi di Maurizio Cucchi, la cui vita e la cui poetica sono segnate dalla scomparsa del padre Luigi, avvenuta in circostanze misteriose nel 1957, quando il poeta milanese aveva dodici anni. Le sue raccolte nel corso del tempo diventano un’autobiografia (e non è questa, del resto, l’attività di un poeta?) che ricostruisce la vita con e senza il padre.

In “’53” coglie un momento di quel tempo con il padre: il piccolo Maurizio ha otto anni ed è con lui allo stadio di San Siro. L’episodio segna un punto fermo nella memoria, è l’inizio dei ricordi. Credo che tutti noi abbiamo un “avvenimento” simile: una volta in cui nostro padre ci ha inorgogliti semplicemente realizzando un nostro desiderio.

Crescendo, lo abbiamo magari contestato, ci siamo scontrati con quest’uomo, abbiamo litigato e fatto pace, lo abbiamo reso orgogliosi a nostra volta e talvolta lo abbiamo deluso. Ma lui ci ha sempre amato, ha sempre detto: “È mio figlio…”. E noi ci siamo inorgogliti di quello che ha fatto lui, qualche volta ne siamo stati delusi, ma sempre abbiamo detto: “È mio padre…”. E non gli abbiamo mai espresso quell’”immenso orgoglio”.

Perciò, oggi, 19 marzo, grido da quest’isoletta minuscola nell’oceano sterminato della Rete: “Auguri, papà! Sono orgoglioso di te!”

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Fotografia © Zach Even-esh

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LA FRASE DEL GIORNO
In verità pochi figli sono simili al padre; i più son da meno, pochi migliori del padre.
OMERO, Odissea, II, 266-267

giovedì 18 marzo 2010

La donna e le colline

CESARE PAVESE

INCONTRO


Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L'ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla, la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto
dell'infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l'alba su queste colline.

L'ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.


(da "Lavorare stanca", 1936)

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“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” scriveva Cesare Pavese nella “Luna e i falò”. Il legame con la propria terra aveva per lo scrittore piemontese un’attrattiva fisica. Nel racconto “La langa” dichiarava: “Io ce l’avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: bastava che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi… per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre me e quella terra non esisteva nulla”.
“Incontro” è la poesia che personifica queste colline, questa terra delle Langhe: la donna viene da quella terra e ne è figura emblematica, incarna in sé attraverso i suoi attributi fisici, quelli del luogo. La sua voce esce dalle colline, i suoi occhi conservano i cieli e la luce dell’alba. Questa donna non nominata assume su di sé la valenza del mito che tanta parte ebbe nella produzione di Pavese: è l’infanzia, è il passato, è la primigenia scoperta della natura. Ed è inafferrabile e indefinibile, così come non si può giungere alle radici oscure del nostro essere, alla memoria del sangue.

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Andrew Wyeth, “Christina’s world”

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LA FRASE DEL GIORNO
Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto.
CESARE PAVESE, La luna e i falò

mercoledì 17 marzo 2010

L’invettiva di Pompeo Bettini

POMPEO BETTINI

ITALIA, TU PRODUCI OTTIME COSE

Italia, tu produci ottime cose:
marmi pel genio, fiori per i morti,
nevi per l'Alpe, e cavoli per gli orti,
e venticelli per sfogliar le rose.

Ma tu produci pur genti cenciose
dalle man ladre e dai cervelli corti,
che s'accapiglian dentro gli angiporti,
che urlano bestemmie ingenerose.

Altrove, a suon di dollari e sterline,
romba il lavoro; qui, fin che si muoia,
vedrem le capre sulle tue ruine;

perché forse di noi stanca è l'istoria,
e il nostro vino non dà più la gioia
e il nostro sangue non dà più la gloria.

(da “Poesie”, 1897)

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Non fosse per lo stile, tipicamente ottocentesco, questo sonetto potrebbe essere stato scritto ai nostri giorni. Pompeo Bettini (1862-1896) invece lo compose nel 1893, l’anno dello scandalo della Banca Romana, infondendogli la sua vis polemica e populista di socialista e traduttore di Marx, dipingendo l’immagine di un’Italia che non è in grado di adeguarsi alle novità della rivoluzione industriale – non è in fondo come l’odierno dibattito sulla fuga dei “cervelli”? Tutta la tensione politica, condotta con forza per tre quarti del sonetto, si perde però nell’ultima strofa, dove tutto si volge in fatalismo e rassegnazione, altra caratteristica italiana.

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Macchinari a Glasgow, fine XIX secolo © Glasgow Digital Library

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LA FRASE DEL GIORNO
In Italia fa caldo. Il sole, se da un canto addormenta gl'ingegni e intorpidisce le energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in continua fusione le anime.
LUIGI PIRANDELLO, Il guardaroba dell’eloquenza

martedì 16 marzo 2010

Diario di poeta e mare

Zenobia Camprubí Aymar è il grande amore di Juan Ramón Jiménez: si sono conosciuti a Madrid nel 1912, quando lei aveva 25 anni e lui 31. La famiglia Camprubí però è ostile: il padre ritiene la figlia troppo giovane per sposarsi, la madre la sogna invece moglie di un ricco americano, così come i fratelli bene accasati negli Stati Uniti. Nell’autunno del 1915 Zenobia e la madre partono alla volta dell’America per conoscere un nipotino nato laggiù. Nel gennaio del 1916, Jiménez, che teme di perdere l’amata, parte anch’egli in piroscafo. Raggiunge Zenobia a New York e la sposa nella chiesa cattolica di Saint Stephen il 2 marzo. Resteranno insieme tutta la vita, fino al giorno in cui al poeta è assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, nell’ottobre del 1956: Zenobia muore stringendo in mano il cablogramma con la notizia. Juan Ramón le sopravvivrà solo venti mesi.

Di tutta quella rincorsa affannosa verso l’amore, il viaggio in treno da Madrid a Moguer, suo paese natale, e da lì al porto di Cadice, i lunghi giorni in piroscafo, il matrimonio e il soggiorno negli Stati Uniti prima del ritorno in Spagna, è testimonianza “Diario de un poeta reciencasado”, ribattezzato nel 1955 “Diario de poeta y mar”: una “breve guida d’amore in terra mare e cielo” come la definisce lo stesso Jiménez nella dedica, “le isole che il grembo primo e uno del mondo dell’istante faceva salire alla mia anima, anima di viaggiatore, unita al centro dell’unico da un filo elastico di grazia”. Il diario di un poeta, dunque, che non è prosastica analisi degli eventi, ma combinazione dei dati forniti dall’esistenza e mediati dalla sensibilità e dall’emozione, dal sogno e dall’immaginazione. Ecco un breve florilegio da “Diario di poeta e mare”:


DUE SORELLE!

A Cadice, in treno,
28 gennaio

Arance e cielo azzurro!
Due Sorelle!

...Non verso il mare, va verso la verde
estate d'oro e bianco, il treno.

Una bimba bandisce: «Violeeettee!»
Un bambino: «Acqua fresca!»

Io, in un rabbrividire senza fine,
sorrido nella pena e lagrimo di gioia.

Due telegrammi: «Madre, Sposa: Moguer, Long-Island;
Flushing: Son naufragato, in terra, in pieno mare».

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SOLE NELLA CABINA

5 febbraio

Vestendomi, mentre cantano, in fresco
intreccio, i canarini della cubana e
del parrucchiere, a un sole istantaneo.

Amore, rosa accesa,
hai tardato ad aprirti!
La lotta t'ha guarito,
adesso sei invincibile.

Il sole e I’acqua in te
han lottato, in un triste
scompiglio di colori...
Oh quei giorni impossibili!
Nulla era, altro che a istanti,
quello di sempre. Libera,
I’anima era in catene.
- L’arcobaleno, a volte,
brillava brevemente
come un chiaro preludio… -

Ma il tuo bocciolo, rosa,
temeva ancora. Avesti
quasi convalescenze
di malattie infantili.
Petali gialli davi
nel tuo difficoltoso
fiorire... Fiume inutile,
pena, come corresti!

Oggi, amore, che affronti
il sole, che lo sfidi,
non c'è brillio che regga
al tuo splendore vergine.
Gioventù sola, amore!
Amore, forza prima!
Amore, mano pronta
a ogni arduo innalzare!
Amore, sguardo aperto,
volontà inesprimibile!

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COME UNA ROSA, TI SFOGLIAI

Birkendene, Caldwell,
20 febbraio

Come una rosa, ti sfogliai per
vedere la tua anima,
e non la vidi.
______________ Ma ogni cosa intorno
- orizzonti di terre e di marine -,
tutto, infinitamente,
si colmò di un’essenza
immensa e viva.

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BEVEMMO, NELL’OMBRA

Boston,
4 marzo

Bevemmo, nell'ombra,
i nostri pianti
confusi...

Io non seppi qual era
il tuo.
Sapesti tu qual era il mio?

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IL MARE


10 giugno

Gli sono sconosciuto.
Passa davanti a me
come un idiota, o un pazzo che toccasse
il cielo con la fronte
e al quale l'acqua giungesse al ginocchio,
la mano immensa che gronda
sulla murata.
____________Se gli tocco un dito
alza la mano, onda violenta,
e con un grido informe che stordisce
e ci confonde
dice cose ubriache e scoppia a ridere,
poi se ne va piangendo...
________________________Le due mani
sul bordo, a volte, inabissa la nave
fino al suo ventre enorme
e sporge la sua testa, freddo orrore,
fino al nostro minuscolo oblio.
____________________________E alza
le spalle, seppellendo
la sua risata rossa nelle spume
verdi e bianche...
_________________Da ogni parte
si mostra e ci atterrisce; a ogni momento
quasi umano per odiarmi.

…Gli sono sconosciuto.

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Alice Dalton Brown, “Long golden day”

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi viaggia, quand’io viaggio, è la mia anima tra anime.
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Diario di poeta e mare

lunedì 15 marzo 2010

Dopo ogni guerra

WISLAWA SZYMBORSKA

LA FINE E L'INIZIO

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.

C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

(da “La fine e l’inizio”, 1993)

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La memoria è la protagonista di questa poesia della poetessa Premio Nobel Wislawa Szymborska. Pubblicata nel 1993, è facile leggervi il riferimento agli eventi bellici che sconvolsero la Jugoslavia in quel periodo, la pulizia etnica, i bombardamenti, le inutili crudeltà. Ma la Szymborska, che è nata nel 1923 e ha vissuto sulla sua pelle l’occupazione tedesca e ha assistito “in diretta” alla Seconda Guerra Mondiale, fa u discorso generale: c’è l’orrore, c’è l’indignazione, c’è anche la condivisione di fronte a ogni sofferenza umana – pensiamo al terremoto di Haiti e a quello cileno – ma con il passare del tempo la memoria si affievolisce, gli eventi vengono dimenticati, i media se ne vanno con le loro telecamere verso altri lidi, altre guerre e altre tragedie. Ma il dolore rimane, anche se no è più sotto la lente di ingrandimento, anche se la gente prova a ricominciare a vivere, a spazzare le macerie, ad ammonticchiare gli oggetti da buttare, a ricostruire.

Passerà il tempo, e sempre meno viva sarà quella memoria: affiorerà di tanto in tanto qualche brandello del passato, fino a che nulla più rimarrà. Ci sarà almeno la serenità, e qualcuno potrà restare sdraiato sull’erba a guardare il cielo là dove un tempo c’erano battaglie, mortai e macerie.

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Fotografia © Dialog International

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LA FRASE DEL GIORNO
L'oblio è come una carne di cose vive che ricopre gli avvenimenti e, dopo qualche tempo, impedisce di vedere e di sospettare ogni cosa, anche la cicatrice.
JULES BARBEY D’AUREVILLY, Le diaboliche

domenica 14 marzo 2010

Montale, il vento e le bandiere

EUGENIO MONTALE

ALTRI VERSI: VENTO E BANDIERE


La folata che alzò l'amaro aroma
del mare alle spirali delle valli,
e t'investì, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido;

la raffica che t'incollò la veste
e ti modulò rapida a sua imagine,
com'è tornata, te lontana, a queste
pietre che sporge il monte alla voragine;

e come spenta la furia briaca
ritrova ora il giardino il sommesso alito
che ti cullò, riversa sull'amaca,
tra gli alberi, ne' tuoi voli senz'ali.

Ahimè, non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani! E scampo
n'è: ché, se accada, insieme alla natura
la nostra fiaba brucerà in un lampo.

Sgorgo che non s'addoppia, - ed or fa vivo
un gruppo di abitati che distesi
allo sguardo sul fianco d'un declivo
si parano di gale e di palvesi.

Il mondo esiste... Uno stupore arresta
il cuore che ai vaganti incubi cede,
messaggeri del vespero: e non crede
che gli uomini affamati hanno una festa.


(da Ossi di seppia, 1928)

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“Vento e bandiere” è una poesia che Eugenio Montale aggiunse alla seconda edizione di “Ossi di Seppia”, inserita con “Fuscello teso dal muro” in una sezione intitolata “Altri versi”. Il poeta la scrisse nel 1927, quando già la raccolta era stata pubblicata.

È una ventosa giornata di festa e Montale ricorda un altro giorno simile, quando con lui c’era però la donna amata: e ritorna la memoria di lei, dei suoi capelli con cui giocava il vento, del vestito che le raffiche incollavano al suo corpo, del tempo in cui lei fantasticava nella brezza estiva sdraiata sull’amaca in giardino.
Ma il tempo è trascorso e Montale, che ha appena passato i trent’anni, comincia a sentire il peso della sua fuga: fa suo il detto di Eraclito secondo il quale non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. La situazione atmosferica viene a significare allora lo scorrere del tempo, la sua ineluttabilità. Lì, davanti ai pavesi e alle bandiere che vestono a festa il borgo, il poeta inaugura un’altra pagina della sua “teologia negativa”: in un mondo dove tutto è transitorio che motivo c’è di fare festa?

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George Birrell, “Boats and marker flags”


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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo, che dà principio all'amore, ne modifica il fuoco e la scintilla.
WILLIAM SHAKESPEARE, Amleto, IV,
III

sabato 13 marzo 2010

La polvere da sparo

Il Medioevo ebbe termine con la Morte Nera, la peste bubbonica che giunse dall’Oriente nel 1347 e falcidiò un quarto della popolazione europea durante la seconda metà del XIV secolo. La società e la civilizzazione collassarono, il misticismo e la stregoneria dilagarono, la coltivazione della terra divenne difficoltosa per la scarsità di mano d’opera. Ma tale disastro pose le basi per il Rinascimento.

A dare una spinta alla chiusura dell’evo storico ci pensò anche la polvere da sparo, che modificò radicalmente la guerra come era intesa fino a quel momento da secoli e secoli: la tecnologia iniziò a soppiantare il valore con la meccanica, a sottomettere il coraggio alla macchina. Con il mutamento delle caratteristiche della guerra mutò anche lo stile di vita medievale: il bisogno di armi più sofisticate e il metodo per difendersi da esse favorì lo sviluppo della ricerca – basti pensare al genio di Leonardo da Vinci, che fiorì proprio a cavallo tra Medioevo e Rinascimento e proprio nell’ingegneria bellica. La guerra santa delle crociate, la prova di valore morale che dagli Spartani era discesa via via lungo il corso del tempo fino alle armate cristiane, si trasformò in un mezzo per tendere al fine politico e la potenza risaltò ancora di più come fattore decisivo.

Ma quando comparve nel mondo la polvere da sparo? Sconosciuto è il primo che ebbe l’idea di poter scagliare una palla di ferro attraverso un tubo di metallo grazie all’esplosione di una carica. Il più antico documento porta agli arabi, molto attivi nelle scienze in quel periodo: è del 1304. Ma anche gli europei non scherzavano: documenti del 1313 e 1314 attestano l’invenzione a Gand, in Belgio; un manoscritto del 1326 conservato nella Chiesa di Cristo a Oxford riporta il disegno del “pot-de-fer”, un primitivo cannone utilizzato durante l’assedio di Metz nel 1324 e da Edoardo III in Scozia nel 1327.

Da lì in avanti vi fu un veloce progredire delle armi da fuoco: la “ribaldequin”, una specie di mitragliatrice apparve nel 1339, e la usò ancora l’esercito di Edoardo III contro i francesi, e già nel 1387 ne venne costruita una a 144 canne. Il cannone e la polvere da sparo nel XIV secolo erano ormai una realtà: ad Augsburg nel 1340 era attiva una fabbrica di polvere; nel 1391 l’arsenale di Bologna ospitava 928 palle di ferro. Bombarde da 25 pollici vennero costruite sul finire del secolo: a Gand è ancora visibile la “Dulle Griete”. Il passo successivo fu l’invenzione dell’antenato del fucile, lo “scoppietto”, un cannoncino del peso di cinque chili trasportabile da un solo uomo, di cui si ha notizia già nel 1346. Per arrivare all’archibugio bisognerà attendere il XV secolo.

Gand, La Dulle Griete © Travel.com

I concetti feudali del Medioevo sono ormai superati quando un condottiero, Prospero Colonna, afferma che “le guerre sono vinte dall’industria e dall’astuzia piuttosto che dallo scontro delle armi”. Un’idea che viene da un nuovo modo di pensare, quello del Rinascimento…


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LA FRASE DEL GIORNO
Il fine della guerra è la pace. MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte

venerdì 12 marzo 2010

Brodskij in una cabina telefonica

 

IOSIF BRODSKIJ

SONETTO

Peccato che per te la mia esistenza
diventata non sia quello che invece
per me la tua esistenza è diventata.
...Dal mio deserto vecchio un'altra volta

lancio in un cosmo di filo spinato
un mio soldino stemmato, tentando
di celebrare disperatamente
un momento d'accordo... Chi non sa

sostituire il mondo con se stesso,
gira il disco sbrecciato del telefono,
come fa il medium, con il tavolino,

in cerca d'un fantasma che risponda,
facendo eco agli ultimi lamenti
d'una sirena in corsa nella notte.

(da Fermata nel deserto, 1967 – Traduzione di Giovanni Buttafava)

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È notte, una notte a Leningrado negli Anni ‘60. Un uomo infila una moneta da tre copechi nella fessura di un apparecchio telefonico. È innamorato e su quella moneta d’ottone che porta lo stemma del paese che egli, non a torto, giudica repressivo e illiberale ripone le sue speranze, ben sapendo che le affida a una linea che può portare altro dolore, quello di un amore che non risponde e che lo lascerà nel deserto della sua esistenza. Il gesto meccanico di formare il numero sul disco del telefono è quello di chi si affida a una seduta spiritica, ugualmente incerto e vano.

Quell’uomo in una cabina telefonica è il poeta russo Iosif Brodskij (1940-1996). Sconterà cinque anni di lavori forzati e nel 1972 emigrerà negli Stati Uniti. Nel 1987 l’Accademia Svedese lo onorerà con il Premio Nobel per la Letteratura.

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LA FRASE DEL GIORNO
Che dirò dell'Amore? È il nome che si dà al dolore per consolare coloro che soffrono.
PIERRE LOUΫS, Afrodite

giovedì 11 marzo 2010

Orazio e l’etera

CONSTANTINOS KAVAFIS

ORAZIO AD ATENE

Nella camera dell'etera Lea
tra l'eleganza, il lusso e il letto molle,
un giovane, i gelsomini in mano, parla.
Molte pietre gli adornano le dita,

veste di bianco, un abito di seta
con ricami anatolici dorati.
La lingua è l'attico, si sente,
ma un lieve accento nella sua pronuncia

tradisce ch'è del Tevere, del Lazio.
Il giovane professa il proprio amore
e l'ateniese ascolta silenziosa

il suo eloquente innamorato Orazio
e del grande italiano la passione
con mondi nuovi di Bene la seduce.

Kavafis era molto abile nel rendere contemporaneo il periodo della grandezza ellenica. Riusciva a ricostruire nel tessuto del XX secolo quell’era di splendore culturale e storico che portò la Grecia al centro del mondo nel lungo evo che va dalle polis all’impero bizantino. Questo sonetto è un ritratto, l’omaggio al grande poeta latino Orazio, colto nel quotidiano, nell’atto di rivelare il proprio amore a un’etera, una cortigiana di raffinata educazione che faceva da accompagnatrice all’uomo importante nella vita sociale. Sì, proprio quelle che le cronache degli ultimi tempi chiamano “escort”: avevano una grande considerazione nella società greca, godevano dello stato di persone libere, a differenza delle prostitute, e venivano profumatamente pagate per i loro servigi. Nulla di nuovo sotto il sole: neppure la fama del “maschio latino”, elegante, passionale ed eloquente.

. Affresco dalla Casa dei Casti Amanti a Pompei

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LA FRASE DEL GIORNO
Nessuno nasce senza vizi: migliore è chi è colpito dai più leggeri.
ORAZIO, Satire, I, 3

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