domenica 7 febbraio 2010

Gatto, le stelle e le arselle

ALFONSO GATTO

LE STELLE


Ti dicono: vedi le stelle già morte nel firmamento
e gli anni luce sgomento d'un calcolo bianco infinito,
s'espandono le nebulose.
Tu vivi le gioie gioiose dei cenni che giungono a noi.
Eppure, all'aprire le arselle, in quel segno finito
che l'unghia pènetra, incidi l'ansia d'averle, ne succhi
d'empito il gusto e ne ridi.

È giovinezza sapere che il nudo fu sempre vestito
delle misure taglienti, che prima fu la parola
spedita a chiamare il deserto: i corvi vennero poi
al triste convito dei denti. Ancora s'apre all'aperto,
al conto degli occhi, la sola paura d'essere vivi,
mangiando al guscio le arselle, guardando le stelle.

(da "Poesie d'amore", 1972)

.

È una poesia della memoria, questa di Alfonso Gatto, come racconta lui stesso: è il ricordo di una sera trascorsa con un amico a San Marco, verso Punta Licosa, nel Salernitano. Seduti su un muretto del porto, i due guardano il cielo stellato e si interrogano sull’universo, su quegli spazi infiniti, si stupiscono delle distanze calcolandole in anni-luce, sanno che la luce delle stelle che giunge fino a noi è quella di astri ormai morti.

Perdendosi nell’infinito, si ritrovano invece in un piccolissimo gesto, quello di incidere con l’unghia il guscio delle arselle, le conchiglie note anche come telline, per aprirle e mangiarne avidamente il mollusco. Il desiderio di quel gusto è anche lo stupore di sentirsi vivi e giovani sotto quel cielo infinito.


Krystyna Spink, “Heaven sky”

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LA FRASE DEL GIORNO
E la Terra sentii nell’Universo. / Sentii fremendo ch’è del cielo anch’ella, / e mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella.
GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio

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