lunedì 11 gennaio 2010

Camus nel ricordo della figlia

Le Figaro Littéraire, in occasione del cinquantenario della morte di Albert Camus, ha intervistato la figlia dello scrittore, Catherine, che aveva 14 anni quando il genitore scomparve in un incidente automobilistico.

La bambina spaurita della fotografia in bianco e nero con un cavallo a dondolo e un giovane Camus si è trasformata in una signora pacata che parla lentamente e con autoironia, dopo aver vissuto nel ricordo del padre.

© Le Figaro Littéraire

LE FIGARO LITTÉRAIRE. – Che cosa pensa dell’omaggio a sua padre, a cinquant’anni dalla sua scomparsa?

CATHERINE CAMUS. – Non mi capacito. È un magnifico riconoscimento, non me lo aspettavo affatto.  Però l’agitazione provocata da questo anniversario mette a soqquadro il mio quotidiano. Quanto alla vicenda di «Camus al Panthéon», non so più che cosa rispondere… Chi sono io per dire no a un tale omaggio? È un simbolo, il più grande omaggio della Repubblica a un ragazzo di strada. Va al di là della mia persona. Contrariamente agli altri, io non ho mai parlato al posto di mio padre né ho mai detto cosa avrebbe potuto pensare o non pensare…

Ieri è stato trasmesso un telefilm sulla vita di suo padre che lo presenta solo dal lato delle sue conquiste femminili. Che cosa ne ha pensato?

L’unica cosa che voglio dire è che non ho partecipato per niente a questo film. Mi sono volutamente tenuta a distanza…

Aveva quattordici anni quando suo padre è morto. Che ricordo conserva di lui?

Il ricordo di un uomo rigoroso, serio, ma al contempo pieno di vita, divertente, generoso. Ci si dimentica che aveva molto humour, che amava scherzare. Mi ricordo anche un momento che mi ha segnato – avevo otto anni, era il 1953. Mio padre era visibilmente triste, sono andata a vederlo e gli ho chiesto «Sei triste, papà?», mi ha risposto: «Sono solo», senza aggiungere altro. Sa, Camus non è stato sempre considerato come oggi. Ha scalato una salita incredibile.

Quando ha scoperto lo scrittore che rappresentava?

Ho visto “Caligola” a dodici anni, ma ho scoperto tutti i suoi titoli a diciassette, quando non c’era più. “La caduta” e il suo “discorso di Svezia” mi hanno molto segnato, li trovavo magnifici. Aderivo completamente al suo modo di intendere la missione di un artista, che consiste nell’essere libri e nell’essere «l’ossigeno del mondo». Ho amato molto anche la sua raccolta di racconti “L’esilio e il regno”. penso che si ha la tendenza a dimenticare di parlare dello stile di Camus, della sua bellezza: scriveva straordinariamente bene e teneva alla precisione delle parole, alla chiarezza. Ancora oggi leggo tutti gli adattamenti che mi propongono – e mi assicuro che non ci siano tradimenti –, leggo anche le traduzioni in inglese, spagnolo e italiano, eh sì, c’è sempre qualcosa da scoprire.

Non si stanca mai di essere sempre nella sua ombra?

Non è il genere di persona che ti fa ombra. E la luce non mi interessa! Faccio il mio lavoro il meglio possibile. È vero, vorrei avere più tempo per me e non sono per niente libera… Ma c’è di peggio.

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Fotografia © Mediathèque

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LA FRASE DEL GIORNO
Sono un uomo semplice, io. Dev'essere per questo che sono un incompreso.
ALBERT CAMUS, Caligola

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