sabato 31 ottobre 2009

José Watanabe

Peruviano di nascita e passaporto, José Watanabe, nato a Trujillo nel 1945 e morto a Lima nel 2007, ha una caratteristica che lo differenzia dai poeti del suo paese: quel cognome è non solo indice della sua discendenza giapponese (il padre) ma anche di uno stile di vita orientale che gli consentì di controllare le manifestazioni emotive e di valutare con una visione differente la realtà. Buddhismo e taoismo sono alla base della sua osservazione pura del mistero naturale, di cui coglie l’innocente bellezza.

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Tre pietre bianche sulla sabbia.
Un uomo venne a sedersi su una di esse, stanco.
Guardò le altre due senza volerlo, posò soltanto
gli occhi sulla loro superficie come nell’aria.
La sua mente stava galleggiando in un'ora antica.

Non scelte per essere contemplate, guardate
senza idee, le pietre
non sarebbero state mai ricordate da quest'uomo.
Quando se ne andò,
le tre pietre rimasero immacolate sulla sabbia.

(da “Poemas ineditos”, 2008)

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QUESTIONE DI FEDE

Com’era la luce dell’alba
quando Abramo, uomo di fede incrollabile,
salì sul monte Moriah
tenendo per mano il suo unigenito Isacco?

Doveva essere una luce di un azzurro profondo
come quella di questa mattina: in quell’azzurro
Abramo immaginava
il sangue vibrante di suo figlio sul coltello.

Vibra di più il sangue nell’azzurro.
Lo so perché la mia pelle, ora così sola,
secerne sangue sul palmo della mia mano:
il primo miracolo del mio giorno, o castigo,
por aver voluto salire la china della montagna
con una ragazza (più figlia che sposa).
Lei, al primo sole, scappò spaventata,
mi negò
il suo giovane corpo per il sacrificio
e io non ho potuto dimostrarle
la mia fede nevrotica in Dio.

(da “La piedra alada”, 2005)

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L’ADULTERA

La frase, la limpida precisione della sua logica,
hanno fermato la rivolta.

Essi,
abbandonando tranquillamente la pietra impugnata,
hanno obbedito senza essere in grado di opporsi
all'ordine delle parole: guardarsi
nel profondo di se stessi.

Nel cerchio silenzioso
il miracolo cominciò a realizzarsi. Dicono
che compie prodigi incredibili. Questo,
così essenziale,
forse è il meno proclamato, il fatto
che accetteremo le nostre viltà
onestamente.

Per quel miracolo
non fui lapidata. Come se fossero trascorsi secoli
le pietre violente caddero dalle mani
convertite in morbida sabbia.

(da “Habitó entre nosotros”, 2002)

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LA BROCCA

La brocca
rimase per un attimo
in silenzio
inclinata
come una donna pensierosa.
Ha poi continuato fino a rompersi
sul pavimento
come una donna pensierosa.

(da “Bandera detrás de la niebla”, 2006)



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LA FRASE DEL GIORNO
Una notte era nuvoloso, non si vedeva quasi nulla e, all’improvviso, tra la nebbia, vidi delle bandiere. Per me, questa è l’immagine della poesia, la bellezza che ognuno vede nella nebbia quotidiana.
JOSÉ WATANABE, intervista a “La República”, 18/12/2006

venerdì 30 ottobre 2009

Carrieri e il viaggio

La poesia di Raffaele Carrieri, tarantino nato nel 1905 e scomparso nel 1984, sottende un’ansia di viaggio, un movimento continuo che si estrinseca in numerose poesie che raffigurano luoghi di questo mondo. Vive l’irrequietezza che sarà di Chatwin. La sua biografia, del resto è un susseguirsi di città e regioni: la Magna Grecia delle origini, l’Albania della fuga di casa, l’esperienza militare da quindicenne in Montenegro e a Fiume con D’Annunzio, i porti mediterranei da marinaio, il lavoro di gabelliere a Palermo, l’esperienza poetica a Parigi con la generazione dell’avanguardia artistica, i viaggi in Europa, la scelta di Milano come casa. Carrieri sembra cercare nel “movimento” la risposta alla naturale insoddisfazione dell’uomo, l’ancora di salvezza. Ogni nome geografico inserito nel collage delle sue poesie è un piccolo seme, un segno che racchiude in sé tutto un universo di esperienze e di memorie…

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IL MIO CORPO MI PORTA VIA

Il mio corpo mi porta via
E devo sempre ricominciare
Fuoco donna focolare
E la speranza per durare
Dove sono più fugace
Della stella che cade.
Il mio corpo mi porta via.
Mi taglia, mi ritaglia
Mi separa dall'arpa
Mi separa dall'amata.
Mi separa mi sparpaglia
Per deserti e cordigliere
Come sabbia nella sabbia.
Cieco vado col cieco vento,
Il mio corpo mi porta via.

(da “Canzoniere amoroso”, 1958)

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LETTERA DA PRAGA

a Mimi

Non andrò lontano
Con le tue belle
Scarpe d'inverno.
La sera non scendo
A vedere il cielo.
Dalla Torre le ore
Continuano a cadere,
E io sono triste.
Non vedo più i tigli,
i nostri vecchi tigli
Delle sere a Mála Strana
Se ne stanno sull'acqua.
Stanno i tigli
Sulla Moldava ad aspettarmi.

(da “Souvenir caporal”, 1946)


AVREI POTUTO AVERE

Avrei potuto avere a Bruges
Argento e sposa nubile,
A Gand onorata vecchiaia.
Sarei stato certamente
Influente a Marrakech:
Nei giorni di mercato
Avrei guarito cavalli
E scacciato i diavoli.
Chi disse Nordsee
Mi fece mutare
Cammino e malia.

Eccomi straniero a me stesso
In questo deserto di selci.

(da “Il trovatore”, 1953)

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PROMENADE DES ANGLAIS

Stamattina il vermouth
Ha il buon odore
Dei capelli giovani
E la musica americana
È più leggera
Della neve tritata
E del volo dei gabbiani.
Mare, pane salame
E la mia bella
Che si veste
Come una farfalla.

(da “La giornata è finita”, 1963)

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CARTOLINA A MARY

a Mary de Rachewiltz

Poco fa, cara, volavo.
Ottomila metri
Sopra la Francia
Poco più larga
Di un bacile da barba.
Ora eccomi a terra:
La solita malattia
Del cadere
Del ricadere.

(da “Io che sono cicala”, 1967)

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Raffaele Carrieri in posa per Salvatore Fiume

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LA FRASE DEL GIORNO
Un viaggio è come una rappresentazione dell'esistenza, per sintesi, per concentrazione di spazio e tempo; un po' come il teatro, insomma: e vi si ricreano intensamente, con un fondo di finzione inavvertito, tutti gli elementi, le ragioni e i rapporti della nostra vita.
LEONARDO SCIASCIA, Il mare colore del vino

giovedì 29 ottobre 2009

L’amore e l’amicizia

L'amore - come l'amicizia - è secondo certi filosofi un rapporto biunivoco: perché esista occorre che corrisponda da entrambe le parti, lo si potrebbe rappresentare con due frecce sovrapposte di cui una vada in un senso e l'altra in quello opposto:

A <---> B

Quando viene meno una delle due frecce, l'amore - l'amicizia - non esistono più. Io credo che sia vero solo fino a un certo punto: vi sono amori che sopravvivono alla mancanza dell'altro -  anziani che rimangono soli, ad esempio - e amori che vivono in uno solo dei due elementi o in determinati periodi. Perché l'amicizia è un'espressione di bontà, mentre l'amore è un'imponderabile alchimia.

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“Una donna può essere amica di un uomo soltanto nell'ambito di questa successione: prima è una conoscente, poi è l'amante, dopo di che... amica”.

ANTON CECHOV, Zio Vania, II

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Gli occhi dell'amore vedono più lontano di quelli dell'amicizia.

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L'amicizia unita al desiderio somiglia molto all'amore.

PIERRE CHODERLOS DE LACLOS, Le relazioni pericolose

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L'amicizia è bontà, ma l'amore non è che bellezza.

IGINIO UGO TARCHETTI, Fosca

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Betsy Cameron, “Two children”

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LA FRASE DEL GIORNO
«Bisogna fuggire Eros». Una parola! Andando a piedi non si sfugge a un dio alato che t'insegue senza tregua.
ARCHIA D’ANTIOCHIA, Antologia Palatina, V-59

mercoledì 28 ottobre 2009

La collezione come diario

“Il collezionismo, oggi divenuto malattia sociale di massa, manifesta una particolare ossessione del tempo, è il tentativo di salvare dal suo flusso inesorabile qualcosa” scriveva Marco Belpoliti nei suoi “Minima” sulla “Stampa” il 15 settembre del 2008. In effetti ogni collezione è un diario: come annotiamo qualcosa sulla pagina bianca di un’agenda, allo stesso modo ci comportiamo quando incrementiamo la nostra raccolta: quando inseriamo una moneta nell’album o un francobollo nella sua taschina, quando a un mercatino acquistiamo un’immaginetta o una cartolina, fissiamo un’emozione, un sentimento, trasformiamo l’oggetto in un punto della nostra vita.

È proprio quello che racconta una “collezionista di professione”, Annette Messager, a Italo Calvino in “Collezione di sabbia”, articolo sul “Corriere della sera” del 25 giugno 1974, poi incluso nell’omonima raccolta: “Cerco di possedere e d’appropriarmi della vita e degli avvenimenti di cui vengo a conoscenza. Per tutta la giornata io sfoglio, raccolgo, metto in ordine, classifico, setaccio, e riduco il tutto nella forma di tanti album da collezione. Queste collezioni diventano allora la mia stessa vita illustrata”. Per la cronaca, la signora Messager catalogava nomi e oggetti in album dalla copertina di cartone: “Gli uomini che mi piacciono”, “Le donne che ammiro”, “I miei disegni infantili”, “Le carte che involgevano le arance che ho mangiato”…

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BANCONOTE

MONETE

FRANCOBOLLI

 

SABBIA

LATTINE DI BIRRA

SORPRESINE KINDER

CAPSULE SPUMANTI

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LA FRASE DEL GIORNO
Il fascino d’una collezione sta in quel tanto che rivela e in quel tanto che nasconde della spinta segreta che ha portato a crearla.
ITALO CALVINO, Collezione di sabbia

martedì 27 ottobre 2009

Falegname futurista

GEPPO TEDESCHI

FALEGNAME UBRIACO

Ieri sera
vidi laggiù
sotto un'arcata blu
di cielo
il vecchio falegname
che ubriacatosi
col mosto d'un tramonto d'agosto,
voleva liquefare
la colla col fuoco di una lucciola.
Poi, nel ripassare,
lo rividi inchiodare sbadatamente,
pezzi di notte
e di luna cadente.

(da “Corti circuiti”, 1938)

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Puro Futurismo questo di Geppo Tedeschi, nato nel 1907 a Tresilico, in provincia di Reggio Calabria, e morto a Roma nel 1994, a lungo insegnante di Storia della Letteratura italiana a Parigi. Non il Futurismo marinettiano dello sperimentalismo grafico ma un Futurismo di rinnovamento, di proiezione verso l’invenzione, rasente in certi passaggi al surrealismo. Leggere questa poesia è come entrare in un dipinto colorato, addentrarsi in una scena fantastica con cieli viola e lune frantumate, comprendere una realtà che è sovvertita, pur rimanendo quella di sempre: una notte tanto bella da inebriare, da stordire d’emozione l’osservatore. E secondo i dettami del Manifesto parigino del 1909: “Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali”. E allora “ Mai più cieli d’un blu gendarme, mai più prati d’un verde bandiera”, come scrisse Corrado Govoni, ma la “malinconia amaranto” di un’altra poesia di Tedeschi, “Strapiombi d’acqua ricciuta”.

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Hans Paus, “Afterglow II”

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non risponde, ma domanda.
PAVEL GRIGOR’EVIC ANTOKOL’SKIJ, Giornale di viaggio dello scrittore

lunedì 26 ottobre 2009

Rebora e la natura


CLEMENTE REBORA

L'ORA INTIMA

Respira il lago un pàlpito sopito
e dàn le stelle mille bàttiti di ciglia
divini; appare il mito
dei monti limpido, e origlia.

Per ogni seno l'ora intima scende
dalla campana: e silenzio indi vive;
ogni cosa s'intende
tra foci errando e sorgive.

Sopra gli uomini, in vere leggi pure,
accomuna il mistero della sorte
allegrezze e sciagure;
del male il bene è più forte.

(da “Frammenti lirici”, 1913")

Quando scrive questa poesia, nel 1913, Clemente Rebora non ha ancora attraversato l’orrore della Grande Guerra, che per lui significò un grande trauma, ben lontano dall’esaltazione dei Futuristi: eppure le inquietudini, le urgenze morali ed esistenziali iniziano già a delinearsi su quel percorso che porterà il poeta a divenire sacerdote nel 1936.

Il paesaggio non si esaurisce nella descrizione puramente naturalistica, ma attraverso il discorso analogico assurge a simbolo di libertà e di pace in contrapposizione alle angosce e alle miserie della civiltà umana. Così il lago, le stelle e i monti diventano figure mitologiche in quell’atmosfera tranquilla nella quale il suono delle campane invita a raccogliersi, a meditare sulla realtà intima della natura e sulla propria esistenza, su quel mistero superiore che governa le cose: che siano le forze naturali o che sia la divinità. Rebora trova nella natura la garanzia della salvezza, un presagio della sua fede, e ottimisticamente si convince che, alla fine, il male, sarà sconfitto.

Gustav Klimt, “Schloss Unterrach oder Attersee”

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LA FRASE DEL GIORNO
Raccogliti - e il mondo diverrà apparenza. Raccogliti - e l'apparenza diverrà essere.
HERMANN HESSE, Poesie, “Giovane novizio in un convento zen”

domenica 25 ottobre 2009

L’imprenditore della carità

Don Carlo Gnocchi oggi sale agli onori degli altari: l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, lo proclama beato. Quello che in molti già facevano senza attendere l’approvazione ecclesiastica, come uno dei suoi mutilatini che il giorno dei funerali in Piazza del Duomo il 1° marzo 1956 lo salutò così: “Prima ti dicevo: «Ciao, don Carlo». oggi ti dico «Ciao, San Carlo». In quella stessa piazza, cinquantatré anni dopo gli alpini, i donatori d’organi, le associazioni che si occupano di volontariato, di malati terminali, di disabili si raccolgono per celebrare questo “imprenditore della carità”, questo “eroe della solidarietà” che, tornando dagli orrori della guerra, decise di realizzare un’opera per “servire per tutta la vita i poveri di Dio”.

Don Carlo, già nel 1943, prima di appoggiare la Resistenza trovando un rifugio sicuro per gli ebrei e aiutando i partigiani tanto da essere arrestato e rinchiuso a San Vittore, si recò dai familiari dei caduti, dai reduci di guerra e cominciò a raccogliere gli orfani e i bambini mutilati, avviando l’Opera che porta il suo nome: una riabilitazione che pone l’uomo al centro del processo terapeutico e segna un’avanguardia nelle cure con il “Centro pilota”, iniziato nel 1955, i cui lavori non riuscì a vedere terminati. Don Gnocchi infatti muore il 28 febbraio 1956, stroncato a 54 anni da un tumore.

Questo brano, tratto da “Cristo con gli alpini”, il memoriale della drammatica esperienza di cappellano in terra di Russia, è un lampante esempio dell’umanità e della dedizione agli altri di don Carlo Gnocchi:

“Quando venne alla Casa degli Orfani, fragile e incerto, pareva un uccellino sperduto nella bufera. Lo portava un'infermiera dell'ospedale e, consegnandocelo, disse: «Ha sei anni. Il papà deve essere stato fucilato dai tedeschi; a ogni modo era militare e, dopo l'8 settembre, non se ne seppe più nulla. La mamma, poveretta, è morta al sanatorio, e anche questo piccino (senta che cuore) deve averne patite delle privazioni». Aveva infatti un cuoricino singhiozzante che lo si vedeva sussultare anche di sotto la camicina stinta. Il dottore, quando lo vide, disse subito: «Tenetelo ben guardato. Se gli sopravviene una malattia non regge». E così fu difatti.

Povero Giorgino. Aveva una gran fame di tenerezza. L'implorava tacitamente con gli occhi, i suoi piccoli occhi di acqua dolce, illuminati da un chiarore fermo e vesperale. La mendicava da tutti. E se tu fossi venuto all'Istituto, te lo saresti trovato inavvertitamente daccanto a prenderti leggermente la mano per carezzarsene la guancia morbida e pallida. Teneramente. Ma venne l'urto tanto temuto e, dopo penosa resistenza, morì che era tutto un male. Fu soltanto sul letto di morte, piccola bambola di cera, che io lo riconobbi. Perché tocca alla morte rivelare profonde e arcane somiglianze.

Aveva la terrea nudità degli uccellini caduti dal tetto per fame o per la bufera. Quante volte l'avevo già incontrato nella mia vita di guerra. Nella ferale teoria dei fanciulli in attesa degli avanzi del rancio o randagi a cercarlo fra le immondizie; nei bambini febbricitanti e morenti sui miserabili giacigli delle isbe russe o dei tuguri albanesi; nei cadaveri stecchiti dei bimbi morti di fame o di pestilenza, sulle strade della Russia, della Croazia o della Grecia. In tutti i bambini insomma travolti dalla guerra. Esercito di piccole vittime innocenti, di cui Giorgio era la retroguardia.

Tanto più lacrimevole, in quanto la guerra era finita e per molti ormai lontana. La malattia l'aveva ridotto a un fragile scheletrino. Non doveva pesare più di una foglia. Eppure riempiva di sé tutta la casa. È vero che i morti sono tutti di piombo e tengono sempre un gran posto, così che, quando escono dalla stanza per la sepoltura, vi lasciano una gran piazza immensamente vuota e silenziosa. Ma Giorgio pesava quasi come il corpo di un misterioso reato. Non era stato abbattuto dalla cieca bufera, povero uccellino tremante, ma dal piombo degli uomini in lotta ...

E se non m'inganno, anche quelli che seguivano commossi il suo funerale pareva sentissero il peso di questa oscura e comune colpevolezza. Pareva dicessero: Ecco un'altra vittima, e la più innocente, dei nostri peccati. Che ne sapeva lui, povero piccino dolce e sognante, delle nostre ambizioni di grandi, dei nostri stupidi sogni di potenza, degli interessi e delle cose politiche che ci mettono gli uni contro gli altri così accanitamente? Eppure per tutto questo egli ha sofferto ed è morto... Perché continuiamo ancora a dilaniarci, a contenderci avidamente i pochi metri di questa lurida terra? Pazienza pagassimo soltanto noi, ma invece sono questi piccini, questi innocenti che pagano per le colpe di tutti...”


“Imprenditore della carità” è stato definito questo uomo che seppe costruire dal nulla una vasta rete che ora conta 28 Centri e quaranta ambulatori territoriali sparsi in nove regioni d’Italia, con 3700 posti letto e 5400 operatori. Come scrisse lui stesso in una lettera al cugino Mario Biassoni nel 1942, “Dio è tutto qui: nel fare del bene a quelli che soffrono ed hanno bisogno di un aiuto materiale o morale. Il cristianesimo, e il Vangelo, a quelli che lo capiscono veramente non comanda altro. Tutto il resto viene dopo e viene da sé”.

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo è un pellegrino malato di infinito, incamminato verso l'eternità.
DON CARLO GNOCCHI, Restaurazione della persona umana

sabato 24 ottobre 2009

Ghiorgos Vafòpoulos

C’è un momento che delinea gran parte della poesia di Ghiorgos Vafòpoulos, poeta greco, nato nel 1903 a Ghevgéli, nell’odierna Repubblica di Macedonia, e morto nel 1996: la scomparsa della moglie. Da lì, dopo il verso luminoso di “Le rose di Mirtalide”, trae i motivi di un pessimismo e di una sofferenza che permeano le sue opere per molti anni: il suo dire assume toni arcaici e austeri, bizantineggianti, si appesantisce quasi a significare quel dolore. Ma i dolori si placano con il tempo, e infatti subentra un isolamento accettato come esilio autoimposto, un destino purificatore dove la vita diventa immobile e la visione spesso desolante.

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CANZONI SULLO STESSO RITMO

Così curvi passavamo, noi due, la mano nella mano.

Per ore camminavamo senza meta, amaro fratello, e la tristezza,
sorella amara anch'essa, ci era compagna nel cammino.

E trascinando svogliati senza scopo i nostri passi
era come se sembrassimo disperati amanti
abbandonati un mattino, così, all'improvviso, dalla loro amata.

Sembravamo come generali che in un mattino si siano svegliati
senza gloria per imboccare la strada dell'esilio.

Così curvi passavamo, noi due, illusi.

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IL PREMIO

Sono un viandante,
senza riposo, senza sonno.
Marcio giorno e notte,
notte e giorno
nella ripida strada
che circonda
questo oscuro Monte.

Non m'affanno a giungere.
So che giungerò
La strada è sicura,
se l'hai attraversata
primieramente Tu.
Riconosco le impronte dei Tuoi passi,
riconosco le impronte del Tuo Amore.

Rimani sulla cima
e mi fai cenno Tu.
Sopra il tuo capo
i piedi di un Angelo.
Sopra i piedi dell'Angelo
i piedi di Dio.

Il premio del mio viaggio sarà,
giungendo all'apice della cima,
carico dei fiori
che spuntarono al tuo passaggio,
d'appoggiare il mio capo insanguinato
sulla candida pietra dei Tuoi piedi,
sul primo scalino di Dio.

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LA ROSA

(Frammento)

Avevi inteso l'invito
della Santa Voce.
E il tuo glauco stupefatto sguardo
aveva accolto il lampeggiare
del baleno del Tuo occhio.
La mia voce?
La supplica del mio sguardo?
L'ampia circonferenza dell'Amore?
Pensiero umano.
T'eri spogliata ormai della Tua tunica...

(traduzioni di Cristino Sangiglio)

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Henri Cartier-Bresson, “Sifnos, Grecia, 1961”

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LA FRASE DEL GIORNO
Oltrepassiamo i nostri ponti dopo esserci arrivati, ce li bruciamo alle spalle e niente dimostra il cammino percorso tranne il ricordo dell'odore del fumo e la sensazione che una volta i nostri occhi hanno lacrimato.
TOM STOPPARD

venerdì 23 ottobre 2009

Cos’è l’arte? (II)

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PABLO PICASSO

“La pittura è più forte di me, mi fa fare tutto ciò che vuole”.

Pablo Picasso, “Femme tenant un livre”
olio su tavola / Pasadena Norton Simon Museum of Art

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PIERRE AUGUSTE RENOIR

“Il pittore che ha sensibilità per i seni
e per i sederi è un uomo salvo”.

Pierre Auguste Renoir, “Baigneuse aux cheveux longs”
olio su tela, 1895-1896 / Parigi, Musée de L'Orangerie

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MIMMO ROTELLA

“Strappare i manifesti dai muri è l'unica rivalsa,
l'unica protesta contro una società che ha perso
il gusto dei mutamenti e delle trasformazioni
strabilianti. Io incollo i manifesti, poi li strappo:
nascono forme nuove, imprevedibili”.

Mimmo Rotella, “Marilyn”
décollage, 1963 / Catanzaro, MARCA

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte non insegna nulla se non il significato della vita.
HENRY MILLER, Il giudizio del cuore

giovedì 22 ottobre 2009

CBS 1766 e il liuto babilonese

La storia sa regalare anacronismi che non riusciamo a spiegare: i moai dell’Isola di Pasqua, per esempio, o il meccanismo di Anticitera.

Ora gli archeologi hanno scoperto l’esistenza di un elementare computer analogico risalente a un periodo tra il 1200 e l’800 avanti Cristo: è saltato fuori da una tavoletta cuneiforme rinvenuta in Mesopotamia. Il paleomusicologo inglese Richard Dumbrill ha realizzato un modellino in rame partendo dal disegno inciso: la macchina era uno strumento per accordare il liuto a sette corde – ogni corda una nota – ed è perfettamente funzionante. La scoperta, tra l’altro, consente di spostare indietro nel tempo l’”invenzione” delle sette note, finora tradizionalmente attribuita a Pitagora, vissuto nel VI secolo prima di Cristo.


CBS 1766 © Icobase

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I paleomusicologi, si sa, non sono poeti e hanno ribattezzato CBS 1766 la tavoletta, ora custodita in un museo di Philadelphia. Il calcolatore invece è costituito da un disco di rame rotante sovrapposto ad uno fisso: sul disco mobile è inciso un disegno a forma di stella a sette punte, che indica gli intervalli tra le note; i musicisti potevano così determinare attraverso calcoli matematici i rapporti frazionari della lunghezza di ognuna delle sette corde.

Il liuto babilonese era uno strumento molto melodioso e seducente; lo stesso Dumbrill racconta di un’altra tavoletta: la dea dell’amore Inana suona il liuto per strappare al dio della saggezza Enki tutto il suo sapere. Ah, le donne…

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Terracotta babilonese © British Museum

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LA FRASE DEL GIORNO
La musica è la macchina per sopprimere il tempo.
CLAUDE LÉVI-STRAUSS, Il crudo e il cotto

mercoledì 21 ottobre 2009

Penna e il ciclista

SANDRO PENNA

LA VENETA PIAZZETTA

La veneta piazzetta,
antica e mesta, accoglie
odor di mare. E voli
di colombi. Ma resta
nella memoria - e incanta
di sé la luce - il volo
del giovane ciclista
vòlto all'amico: un soffio
melodico: «Vai solo?»

(da “Poesie”, 1939)

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Sandro Penna, tra i nostri poeti, è il più vicino agli antichi alessandrini, ai frammenti dell’Antologia Palatina. Certamente per l’eros omosessuale che fa da sfondo a tutte le sue poesie, ma altresì per il candore ingenuo, per la spontaneità che trasudano dai suoi versi. “La veneta piazzetta” rappresenta bene questa limpidezza poetica, sin dall’anonimo paesaggio che conferisce grazia all’elemento scenografico: il giovane ciclista – personaggio dei ceti popolari come tutti quelli che appaiono nei versi di Penna – è come un grido che squarcia il silenzio e la tranquillità della piazza, è il “segno” che resterà nella memoria, la voce della poesia che chiama con il suo tono malinconico.

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Edward Hopper, “Bicycle rider”

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia... Ha bruciato la giovinezza di Saffo e la canizie di Goethe... Farmaco - dicevano i greci - veleno e medicina.
UMBERTO ECO, Il pendolo di Foucault

martedì 20 ottobre 2009

La “macchina del tempo”

Mi appassiona l’antropologia sociale storica. Vorrei avere la macchina del tempo per vedere com’era Siracusa ai tempi di Dionisio, come si viveva nella Grecia di Socrate e Platone, nella Roma dei Cesari. Per salire sui galeoni spagnoli, sulle caravelle di Colombo.

Ma la macchina del tempo non c’è - dicono sia impossibile perché l’energia occorrente annullerebbe all’istante: mi devo accontentare dei miei libri, dei dipinti, delle ricostruzioni…

Ecco, ad esempio, cosa si potrebbe vedere aggirandosi per l’antica Roma (ricostruzioni da Capitolium.org):

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IL COLOSSEO

IL FORO ROMANO

LA BASILICA DI MASSENZIO

IL TEMPIO DI VENERE

IL FORO TRAIANO

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LA FRASE DEL GIORNO
È un errore grandissimo pensare che la storia debba consistere necessariamente in qualcosa di scritto: può consistere benissimo in qualcosa di costruito, e chiese, case, ponti, anfiteatri possono raccontare le loro vicende con la chiarezza di un libro stampato, se si hanno occhi per vedere. 
EILEEN POWER, Vita nel Medioevo

lunedì 19 ottobre 2009

In sogno

WISLAWA SZYMBORSZKA

ELOGIO DEI SOGNI

In sogno
dipingo come Vermeer.
Parlo correntemente il greco
e non solo con vivi.
Guido l'automobile,
che mi obbedisce.
Ho talento,
scrivo grandi poemi.
Odo voci
non peggio di santi autorevoli.
Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo al pianoforte.
Volo come si deve,
ossia con le mie forze.
Cadendo da un tetto
so planare dolcemente sul verde.
Non ho difficoltà
a respirare sott'acqua.
Mi rallegro di sapermi sempre
svegliare prima di morire.
Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.
Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.
Qualche anno fa
ho visto due soli.
E l'altro ieri un pinguino
con assoluta chiarezza.

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Qualche giorno fa, facendo considerazioni con un’amica sul Nobel alla sconosciuta Herta Müller, ci è capitato di paragonare il suo caso con quello della poetessa polacca Wislawa Szymborska, insignita più o meno allo stesso modo nel 1996. In realtà, lei era poco conosciuta in Italia, ma famosa nel mondo. Comunque, sono andato a rileggermi qualche sua poesia e ho deciso di condividere questa “Elogio dei sogni”: la consueta ironia, il paradosso di cui la Szymborska fa largo uso nei suoi versi qui si librano in volo nel territorio del sogno, spaziano senza più i vincoli che li legano alla terra. Tutto diventa possibile, come nel Sonetto 87 di Shakespeare: “Nel sonno un re, niente al risveglio”.

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Salvador Dalì, “Il fantasma di Vermeer”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il sogno è una seconda vita.
GÉRARD DE NERVAL, Aurelia

domenica 18 ottobre 2009

Neologismi 2010

Ottobre è tempo di funghi, castagne e… neologismi. Infatti esce lo Zingarelli e tutti corrono a verificare quali siano le nuove parole ammesse di diritto nel vocabolario.

Lo scorso anno toccò ad esempio a adsl, paparazzare, ecopass, onlus, black-bloc… Insomma la solita miscela di parole inutili del gossip, prestiti dall’inglese, mostri linguistici burocratici e orrendi termini politici. Quest’anno ci risiamo daccapo: ecco nimby, acronimo che sta per “Not In My Back Yard”, non nel mio giardino, ovvero la pretesa che la TAV, il ponte, la strada, il pozzo petrolifero, l’impianto eolico venga fatto altrove, non nel proprio paesello –  e spostale di giardino in giardino va a finire che le opere pubbliche le faremo in Svizzera, in Francia, in Austria, in Libia (oops, l’autostrada la facciamo davvero lì). Poi ci sono termini da coatti dell’happy hour: acchiappo per tentativo di seduzione, vipperia per designare un gruppo di persone che dovrebbero essere conosciute (ma se mi chiedete il nome di un tronista, al massimo rispondo che non so neppure cosa sia, un fabbricatore di sedie regali?) E ancora orribili usi della lingua italiana, direi qui violentata: traduttese per dire di  una traduzione troppo letterale e contorta, ottista a indicare lo studente che ha tutti otto e che per una strana legge può saltare un anno, e spreferito per significare il meno gradito, mah… C’è la social card voluta dal governo per i pensionati meno agiati, in compagnia di un’altra parola inglese come pump, un tipo di ginnastica. Ci sono i due schieramenti pro choice e pro life, nati in seguito all’animato dibattito sul “trattamento di fine vita” dovuto anche al caso di Eluana e la famiglia omogenitoriale, fonte di altre polemiche.  Dalla Cina viene il feng shui, disciplina ora nota anche agli architetti e agli arredatori, che ne seguono i dettami per orientare al meglio gli arredi. Dalla burocrazia arriva lo scontrino parlante: è quello che rilascia il farmacista per le detrazioni fiscali. La fisica risarcisce il professor Nicola Cabibbo, espropriato del premio Nobel nel 2008: l’angolo di Cabibbo porta il suo nome nel vocabolario. Infine segnalo il pangramma: altro non è che una frase che contenga tutte le lettere dell’alfabeto una sola volta, come l’inglese “The quick brown fox jumps over the lazy dog” e l’italiana “Quel fez sghembo copre davanti”.

Oltre ai neologismi lo Zingarelli lancia anche le “parole da salvare”, ben 2800, che sembrano ormai desuete dalle bocche e dalle penne degli italiani, adusi al migliaio di lemmi propinati dalla televisione. Se volete notare la finezza, ne ho usata qualcuna nel periodo qui sopra. Comunque, tra i nuovi “panda” della lingua ci sono parole che sanno di poesia: l’onusto di Saba, il ciarpame di Montale, il garrulo di Pascoli e termini di uso comune come egregio ed esimio. Nelle scuole però scommetterei che solo le mosche bianche conoscono il significato di abominio, zotico, alacre, foriero, laconico, pervicace, visibilio.

Ah, già che ci siamo: un’altra campagna del nuovo Zingarelli è quella a favore del punto e virgola: per favore usiamolo, è anche simpatico, perché negli emoticon strizza l’occhiolino; più che una virgola, meno di un punto, una via di mezzo…

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LA FRASE DEL GIORNO
Il libro per l’isola? Un vocabolario.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

sabato 17 ottobre 2009

Montale e l’alluvione

EUGENIO MONTALE

XENIA, II, 14

L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra,
il Valèry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici – e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
le musiche di tuo fratello Silvio.
Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio
stato civile fu dubbio fin dall’inizio.
Non torba m’ha assediato, ma gli eventi
di una realtà incredibile e mai creduta.
Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo
dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.

(da “Satura”, 1971)

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È l’evento a farsi simbolo in questa poesia di Eugenio Montale: la terribile alluvione che il 4 novembre 1966 colpì Firenze e che commosse il mondo, accorso nel capoluogo toscano per tentare di porre in salvo quante più opere d’arte possibile. Nel mare di fango portato dall’Arno si perdono anche preziosi cimeli della collezione del poeta: libri rari, oggetti di poco conto, ricordi di una vita, gli spartiti del cognato Silvio – va ricordato che gli “Xenia” sono una dedica alla moglie Drusilla Tanzi, scomparsa tre anni prima.

Nella poesia, datata 27 novembre 1966, quell’evento tragico assurge a emblema della vita di Montale: l’onda dell’esistenza che è passata sui suoi giorni ha spazzato via, come quella piena del 1966, tutti i valori e i significati della vita. L’unica certezza, o per lo meno, l’unico barlume nell’oscurità della teologia negativa montaliana, era dato dal “coraggio” della moglie. Sparito anche quello, Montale non diventa nichilista, piuttosto un cinico disincantato…

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© Archivio ANSA

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli uomini che non hanno più nulla da chiedere alla vita le stanno di sopra ed è allora lei ad esser vile con loro.
JULES BARBEY D’AUREVILLY, Le diaboliche

venerdì 16 ottobre 2009

Li Po

Li Po, noto anche come Li Bai e Li Bo in seguito alla traslitterazione in caratteri occidentali degli ideogrammi cinesi, fu tra i più grandi poeti della dinastia T’ang: visse tra il 701 e il 765, tanto da essere conosciuto come “immortale poeta”. Alla base della sua poesia un distacco dalla mondanità, vissuto attraverso il Tao e il rifugio nella natura, ma anche una smodata passione per il vino, tanto che secondo la leggenda Li Po sarebbe morto affogato dopo che, ubriaco, si era sporto dalla barca per abbracciare il riflesso della luna, cadendo in acqua.

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SEDUTO, DA SOLO, SULLA MONTAGNA JIN TING

Gli uccelli se ne sono andati, volando in stormi
Si allontana, lentamente, una nuvola solitaria
Guardandoci l'uno l'altra ci si stanca
Soli tu e io, montagna Jin Ting.

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DOMANDA E RISPOSTA SULLA MONTAGNA

Mi chiedi perché io viva nelle montagne azzurre.
Sorrido e non rispondo, il cuore tranquillo.
i fiori di pesco se ne vanno lontano, galleggiando leggeri sul torrente.
È un altro mondo, diverso da quello degli uomini.

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BEVENDO DA SOLO SOTTO LA LUNA

Se al cielo non piacesse il vino
in cielo non ci sarebbe la stella del vino.
Se alla terra non piacesse il vino
sulla terra non ci sarebbe la fonte del vino.
E se al cielo e alla terra piace
non c'è nulla di disdicevole ad amarlo.
Si dice che il vino chiaro si può paragonare al santo
e quello scuro al saggio.
Ai santi e ai saggi piace bere.
Perché cercare allora l'immortalità?
Con tre bicchieri si comunica con il Tao,
con un moggio ci si fonde con la natura.
Incontro il piacere solo nel vino
ed è inutile dirlo al sobrio.

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SOTTO LA LUNA, UN FESTINO SOLITARIO

Seduto lì tra i fiori, con la brocca di vino –,
festino solitario, privo di amici intimi –,
elevo il mio boccale e invito il chiar di luna.
Insieme all'ombra, poi, saremo in tre,
giacché la luna non si negherà al bere.
E mentre l'ombra seguirà il mio corpo,
intanto, al fianco suo, io scorterò la luna.
La via della gaiezza termina a primavera;
mentre la luna ondeggia, al mio canto, qua e là.
Ed ha un sussulto l'ombra, fremendo, alla mia danza.
Da sobri, noi viviamo di una gioia comune;
quando poi, nell'ebbrezza, ciascuno si disperde.
Noi tre, per sempre uniti, vagando senza affetti,
infine, in lontananza, saremo alla Via Lattea.

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A YUE ZHONG, GUARDANDO AL PASSATO

Quando Gou Jian, re de Yue, tornò dalla conquista di Wu
i guerrieri rientrarono nelle loro case, vestiti di broccato.
Cortigiane come fiori riempivano i palazzi di primavera.
Ora non resta che il volo delle pernici grigie.

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Fotografie: © Wikipedia

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LA FRASE DEL GIORNO
Un poeta osa essere solo un po’ chiaro e non chiarissimo… Scosta il velo dalla bellezza, ma non lo toglie. Un poeta del tutto chiaro è un’inezia che abbaglia.
E.B. WHITE, One man’s meat, 1942

giovedì 15 ottobre 2009

Le passanti

Una passante, una donna qualunque e sconosciuta che spicca nella folla anonima per un “quid”, per la sua bellezza, per un gesto d’ammaliatrice, per la semplice andatura resa affascinante dai tacchi alti… I poeti ne sono folgorati: li attira la fugace casualità dell’incontro, la consapevolezza che probabilmente quella donna, passata come un lampo nelle loro vite, non la si rivedrà più…

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RICCARDO BACCHELLI

UNA DONNA

Il viso d'una donna, i biondi lineamenti,
i suoi occhi liquidi nell'intatta e calma
forma, la bellezza vi si riconosce e la sensualità
ne emana come appetire una pesca. Tra la gente,
al sole, apparsa e sparita se n'è andata.

(da “Poemi lirici”, 1914)

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© Ruth Orkin


CHARLES BAUDELAIRE

A UNA PASSANTE

Ero per strada, in mezzo al suo clamore.
Esile e alta, in lutto, maestà di dolore,
una donna è passata. Con un gesto sovrano
l'orlo della sua veste sollevò con la mano.

Era agile e fiera, le sue gambe eran quelle
d'una scultura antica. Ossesso, istupidito,
bevevo nei suoi occhi vividi di tempesta
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

Un lampo... e poi il buio! - Bellezza fuggitiva
che con un solo sguardo m'hai chiamato da morte,
non ti vedrò più dunque che al di là della vita,

che altrove, là, lontano - e tardi, e forse mai?
Tu ignori dove vado, io dove sei sparita;
so che t'avrei amata, e so che tu lo sai!

(da “I fiori del male”, 1857)

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Tamara de Lempicka, “Ritratto di ragazza in verde”

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ANTOINE POL

LE PASSANTI

Voglio dedicare questa poesia
a tutte le donne che si amano
per pochi istanti segreti,
a quelle che si conoscono appena,
che un destino diverso trascina via
e che non si ritrovano mai.

A quella che si vede apparire
un secondo alla sua finestra
e che, subito, svanisce
ma la cui svelta figura
è così esile e graziosa
che se ne resta illuminati.

Alla compagna di viaggio
i cui occhi, splendido paesaggio,
fanno sembrare corto il tragitto;
che si è i soli, forse, a capire
e che si lascia tuttavia scendere
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che, vivendo ore grigie
con un uomo troppo diverso,
vi hanno, inutile follia,
lasciato vedere la malinconia
di un avvenire disperato.
Care immagini scorte,
speranze deluse d'un giorno,
sarete domani dimenticate;
per poco che la felicità sopraggiunga
è raro che ci si ricordi
degli episodi del viaggio.

Ma, se si è fallita la vita,
si sognano con un po' d'invidia
tutte queste felicità intraviste,
i baci che non si è osati prendere,
i cuori che ci devono attendere,
gli occhi che non si sono più rivisti.

Allora, nelle sere di stanchezza,
riempiendo la solitudine
con i fantasmi del ricordo
si rimpiangono le labbra assenti
di tutte queste belle passanti
che non abbiamo saputo trattenere.

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Pierre-Auguste Renoir, “Les parapluies”

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UNA NOTA: per chi avesse riconosciuto nella poesia di Antoine Pol una splendida canzone di Fabrizio De André: ebbene sì, è la stessa poesia, tradotta da Faber in modo da adeguarla alla musica.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando.
MURIEL BARBERY, L’eleganza del riccio

mercoledì 14 ottobre 2009

Edward Hopper a Milano

Il Realismo americano ha come esponente di spicco Edward Hopper: un artista che osserva la società americana del Novecento, in particolare quella che attraversa le due guerre mondiali e si catapulta verso un futuro tecnologico e consumista, e ne ritrae le inquietudini e la solitudine dipingendo le sue stanze vuote e le sue atmosfere rarefatte che faranno dire al critico M. Baigell: “Le sue figure sono imprigionate nel posto che occupano perché diventano parte della composizione generale del quadro e dei diversi movimenti direzionali di forme e colori. Non hanno capacità di movimento indipendente. Inoltre, i colori sono brillanti, ma non trasmettono calore”.

A Edward Hopper è dedicata la prima retrospettiva italiana, aperta a Palazzo Reale di Milano, in Piazza del Duomo: è promossa dal Comune di Milano e dalla Fondazione Roma con il Whitney Museum of American Art di New York – da cui proviene il curatore Carter Foster - e la Fondation Hermitage di Losanna. Inaugurata oggi, rimarrà aperta fino al 31 gennaio 2010. In mostra ci sono 160 opere di Hopper, tra cui celebri capolavori come Summer Interior (1909), Pennsylvania Coal Town (1947), Morning Sun (1952), Second Story Sunlight (1960), A Woman in the Sun (1961) e diversi dipinti mai esposti, come Girlie Show (1941).

Un apparato biografico e storico a lato della mostra ripercorre la storia americana dagli anni ’20 agli anni ’60: la crisi economica del 1929, il sogno dei Kennedy, il boom economico. Inoltre è esposta l’installazione Friday, 29th August 1952, 6 A.M., New York del video-artista austriaco Gustav Deutsch, ricostruzione della scenografia raffigurata in Morning Sun: lo spettatore può in questo modo entrare fisicamente nel dipinto di Hopper!

Una notizia per gli amici romani: dopo Palazzo Reale, la mostra si sposterà nella Capitale, presso il Museo della Fondazione Roma, dal 16 febbraio al 13 giugno 2010. In estate la rassegna sarà invece a Losanna.


EDWARD HOPPER
dal 14 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010

Milano, Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12

ORARI

Tutti i giorni: dalle 9.30 alle 19.30
Lunedì: dalle 14.30 alle 19.30
Giovedì: dalle 9.30 alle 22.30
(La biglietteria chiude un'ora prima)
Biglietteria online: www.vivaticket.it

BIGLIETTI

Intero 9,00 euro - Ridotto 7,50 euro – Scuole 4,50 euro

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Edward Hopper, “Summer interior”, 1909, in mostra a Milano

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LA FRASE DEL GIORNO
Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.
EDWARD HOPPER

martedì 13 ottobre 2009

La Madonna del Ghisallo

C'è un posto caro a tutti i cicloamatori e ai ciclisti professionisti: è il Santuario della Madonna del Ghisallo, una piccola chiesetta alla cima di una salita (e poteva essere altrimenti?) che porta alla cima del colle dopo una serie di tornanti. La località è Magreglio, in provincia di Como. Ci si arriva da Canzo o da Bellagio, la splendida meta turistica situata proprio dove il Lario si divide in due rami. L’altitudine è di 754 metri.

La Madonna del Ghisallo compie sessant'anni da patrona dei ciclisti: fu infatti il 13 ottobre 1949 che papa Pio XII la proclamò tale. Un anno prima, nella stessa data, il pontefice accese la fiamma di una lampada che Gino Bartali e Fausto Coppi portarono al santuario: arde da allora.

 

La cappella originale sorse lungo la strada intorno all’anno Mille, con una icona posta a protezione dei viandanti: qui si rifugiò un certo conte Ghisallo, aggredito dai briganti durante una battuta di caccia nei boschi; salvatosi il conte, la tradizione popolare diede il suo nome alla piccola chiesa. L’edificio attuale risale al 1623, il portico a tre archi fu aggiunto nel 1681.

All'interno c'è la Madonna del Latte, un dipinto del XVI secolo che è una copia dell’antico affresco. Ma quello che i ciclisti cercano sono i cimeli lasciati in onore della Madonna in tanti anni dai campioni. Si possono ammirare fiaccole, gagliardetti, le biciclette, le maglie, le coppe e le medaglie lasciate da Bartali, Coppi, Motta, Gimondi, Merckx e dal compianto Casartelli, caduto sulle strade del Tour.

Il rettore del Santuario, don Luigi Farina, spiega così la devozione dei ciclisti alla Madonna del Ghisallo: «La strada, per i ciclisti, è un po’ come il deserto biblico: pedalano in solitudine e sanno che devono contare unicamente sulle loro forze. Mentre macinano chilometri e chilometri riflettono, pensano. Sono consapevoli che il pericolo potrebbe essere dietro l’angolo e in quei momenti dal loro cuore sgorga una preghiera alla loro Madonnina. Il ciclismo è uno sport duro, che tempra gli animi e porta alla religiosità. Dopo le gare, i ciclisti tornano in famiglia, dalla loro mamma; allo stesso modo vengono qui dalla loro Mamma Celeste. E quando vincono, lasciano sempre un ricordo».

 

© Peter Visser 

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La bicicletta è indice di equilibrio, suscitando il miracolo di Certi fatti nascosti, di mani occulte che sorreggono: la parabola evangelica del camminare sulle acque; se hai fede, i tuoi piedi calmano l'onde e cammini; se cessa la fede, sommergi. 
CESARE ANGELINI, La bicicletta, rondine d'argento

lunedì 12 ottobre 2009

La poesia matematica di Galluccio

La poesia ha quasi sempre un tessuto umanistico alle spalle. Giova allora che vi si getti lo sguardo anche da punti di vista differenti. È il caso di Bruno Galluccio, napoletano laureato in Fisica e attivo nel campo delle telecomunicazioni e dei sistemi spaziali, all’esordio nella poesia con la raccolta “Verticali”, edita da Einaudi in questo 2009. Il linguaggio si svecchia, si arricchisce con l’apporto di analogie dal mondo matematico: ne deriva un’interpretazione della realtà che non risulta, come si potrebbe pensare, artefatta, dominata dai rigidi canoni scientifici, ma sorprendentemente onirica, visionaria. I teoremi del vivere non sono facilmente risolvibili, anzi, talora il postulato è impossibile da dimostrare…

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Da “VERTICALI”, Einaudi, 2009

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il gelo bruca
i residui della notte nostra
il sogno sfrangiato sul bordo
dell’essere ancora vivi

tra poco è l’alba
noi siamo la nostra attesa

la ferita della vetrata non aperta
il rimorso che accomuna
l’aprire e il non aprire

minima gemi come acqua
tu ormai nel costato del sonno
deposta la tua parte di attesa
hai varcato il millimetro dell’abbandono

e io veglio anche
per il tuo lembo di indicibile
mentre la luce massacra l’ombra
sul lato rovescio del pensiero

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esercizio lungimirante
fare calcoli sulle parti
riflettere su rimanenze
addentrarsi tra le parentesi
(sospendendo quel che premeva fuori)
e dire così addio all’eden degli interi

e impariamo che non possiamo sommarci subito
ma dobbiamo prima denominarci comunemente
conoscere la minima essenza condivisa
che ci moltiplichi

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bacato il telo che avvolge le ossa
le tue le mie

già ansimanti
al primo impennarsi dell’autunno
più nude
lungo il secondo respiro della neve

è tardi è ieri

esse nell’istante emergono
in declinazione singolare

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© Los Angeles Times

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LA FRASE DEL GIORNO
Il binomio di Newton è bello come la venere di Milo, peccato che pochi se ne accorgano.
FERNANDO PESSOA, Il poeta è un fingitore

domenica 11 ottobre 2009

Nostalgia a Verona

DIEGO VALERI

PIAZZA DELLE ERBE

A Verona, quel turbolento
pomeriggio di tarda estate
(nuvole in giro, rotte, strappate,
per un cielo verde di vento),

m'ero incantato a contemplare
i giochi magici del sole
tra gli ombrelloni delle erbaiole,
che si riaprivano ad asciugare.

Tanta gioia m'aveva preso
(oh, la mia vecchia gioia fanciulla!),
che non pensavo proprio a nulla,
e il cuore m'era come sospeso.

Traboccavano dalle ceste
uve biondine, diafane, pallide,
su peperoni lucidi gialli
e su rosati velluti di pesche;

dalle cannelle della fontana
si discioglievano trecce d'argento,
e una canzone di corcontento
intorno intorno si dilatava.

Mio tutto l'oro che a sprazzi pioveva
dal cielo ondoso temporalesco;
mio quel colore e profumo fresco
d'erbe bagnate, di frutti di terra!...

Ma poi che porsi, appena a sfiorare,
sopra una pèsca la mano vogliosa,
con una fitta dolorosa
mi riprese l'antico mio male;

ché mi sovvenne una tenera mano
e quella guancia delicata...
Tutta la gioia m'era mancata,
solo a pensare il tuo viso lontano.

(da “Poesie 1910-1930”)

Piazza delle Erbe è il cuore di Verona, il luogo dove si svolge il mercato cittadino. Cogliamo qui Diego Valeri in un pomeriggio di fine estate, dopo che ha spiovuto: gira tra le bancarelle, osserva la frutta nei cesti, sfiora con una mano un grappolo d’uva bianca, osserva il cielo riapertosi dove navigano spinte dal vento le nuvole bianche, guarda i grandi ombrelloni asciugarsi al sole… È un momento meraviglioso, l’immotivata felicità di niente che sembra sospendere anche il tempo, la gioia di esistere, di sentirsi vivi. Fino a che la realtà ritorna improvvisa: il ricordo usa uno stano strumento per manifestarsi, la buccia di una pesca. Alla memoria del poeta richiama la pelle vellutata dell’amata ormai perduta e la nostalgia, come sempre in agguato, piomba su di lui a Piazza delle Erbe…

 

Jacques Carabain, “Piazza delle Erbe, Verona”, 1917

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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è che una nota / nella tastiera dell'anima mia: / "nostalgia"
ALDO PALAZZESCHI, Poemi, “Chi sono?”

sabato 10 ottobre 2009

Innamorato è chi aspetta

«Sono innamorato? – Sì, poiché sto aspettando». l’altro, invece non aspetta mai (…) La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta. Così scrive Roland Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso”. È una frase che ben si adatta all’interpretazione di una delle più struggenti poesie d’amore del Novecento italiano:

VINCENZO CARDARELLI

ATTESA

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di quest’improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.

Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

(da “Poesie”, 1958)

Un’assenza che segna un appuntamento mancato, un malinconico strazio, una sconfitta. Il tumulto della trepida attesa scorre lungo tutta la poesia: è il tremolare della stella che fa alternativamente propendere tra ottimismo e pessimismo (verrà… no, non verrà, ma sì che verrà…), è la metafora del temporale che si annuncia con cielo grigio e qualche tuono in lontananza, ma che poi scarica la sua furia su altri lidi. Contraddittorio, contrastante il finale: l’amore, come sempre, vince tutto.


© Kim Noble

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LA FRASE DEL GIORNO
Attendere: infinito del verbo amare.
DON TONINO BELLO, Maria donna dei nostri giorni

venerdì 9 ottobre 2009

Il Nobel a Herta Müller

«Con la forza della poesia e la franchezza della prosa, descrive il panorama dei diseredati».

(Motivazione dell’Accademia Svedese, 8 ottobre 2009)

Il Nobel per la Letteratura è andato quest’anno ancora una volta a un’outsider, la scrittrice tedesca di origine romena Herta Müller. Nata nel 1953 a Nitzkydorf, nel Banato Svevo, in Romania, da una famiglia della minoranza germanofona, compì studi alla scuola tedesca e studiò Letteratura Romena all’Università di Timisoara. Divenuta traduttrice, nel 1979 rifiutò di cooperare con il regime comunista di Ceausescu e dovette arrangiarsi a dare lezioni private di tedesco e a insegnare alle elementari. La sua prima opera uscì in lingua tedesca in Romania nel 1982, con numerosi tagli censori, e nel 1984, completa, in Germania. La sua vita ormai era lì, all’estero: vi si trasferì con il marito Richard Wagner, nel 1987, due anni prima della caduta del regime, e iniziò a tenere letture nelle Università tedesche.


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A dimostrazione della pochezza della cultura italiana, va segnalato che di Herta Müller, esponente di quella che in tedesco è chiamata “Weltliteratur”, esiste una sola traduzione in italiano, quella di “Il paese delle prugne verdi”, edita dalla roveretana Keller. Va segnalato pure che la Müller, presente quest’anno a Festivaletteratura di Mantova, non è poi così conosciuta, visto che le voci di Wikipedia a lei dedicate nelle varie lingue hanno cominciato ad essere implementati solo dopo la vittoria del Nobel.

La vittoria della Müller è apparsa molto probabile alla vigilia, quando le quote di Ladbrokes sono salite dall’originario 50/1 a un più che certo 3/1.

Per rendersi conto del suo stile, ecco tre brevi stralci:


DA “IL PAESE DELLE PRUGNE VERDI” (Keller, 2009)

Tornai allo studentato a piedi, a notte fonda. Lungo il sentiero
incontrai tre guardie, non volevano nulla da me. Erano occupati
con se stessi, mangiavano prugne verdi come di giorno. Era così silenzioso in città, che li sentivo masticare. Avanzai piano, in modo da non disturbarli mentre mangiavano. Avrei preferito camminare in punta di piedi, ma se ne sarebbero accorti. Camminando, diventai leggera come un’ombra, non sarebbero mai riusciti ad afferrarmi. Le prugne verdi nelle mani delle guardie erano nere come il cielo.

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Nella paura avevamo scrutato l’uno nell’altro, più profondamente di quanto fosse lecito. In questa lunga confidenza avevamo bisogno di un’inversione, che arrivò inaspettata. L’odio poteva calpestare e annientare. In una maggiore vicinanza poteva falciare l’amore reciproco, perché cresceva come l’erba lunga. Le scuse ritirarono l’offesa in meno tempo di quanto si trattenga il respiro.

Lo scontro cercato era sempre intenzionale, solo ciò che provocava rimaneva un errore. Al termine della rabbia, veniva dichiarato ogni volta l’amore reciproco, senza inventare alcuna parola. Il nostro amore c’era sempre. Ma nello scontro l’amore aveva degli artigli.

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Scrivendo, non dimenticare la data e metti sempre un capello nella lettera, disse Edgar. Se dentro non c'è, vuol dire che la lettera è stata aperta. Singoli capelli, pensai tra me, sui treni, attraverso il paese. Un capello scuro di Edgar, uno chiaro, mio. Uno rosso di Kurt e Georg. Entrambi venivano soprannominati dagli studenti ragazzi d'oro. Per l'interrogatorio una frase con forbicine per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase raffreddata. Dopo il titolo sempre un punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola.



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LA FRASE DEL GIORNO
I premi letterari sono una crudeltà. Soprattutto per chi non li vince.
UMBERTO SABA

giovedì 8 ottobre 2009

Montserrat Abelló

Montserrat Abelló i Soler è una poetessa catalana: è nata a Tarragona nel 1918 e ha vissuto a Cadice, Cartagena, Londra e Valencia prima dell’esilio in Francia e in Cile durante la Guerra Civile spagnola. Nel 1960 si stabilì definitivamente a Barcellona. Scrive in catalano, lingua nella quale ha tradotto Sylvia Plath, Dylan Thomas, E.M. Forster, Agatha Christie e Iris Murdoch.

La poesia di Montserrat Abelló appare semplice – richiama un po’ la nostra Vivian Lamarque – ma in realtà ogni parola è meditata, levigata, è posta dove deve essere in quella conversazione intima con il lettore, tirato spesso in ballo attraverso un “tu” o un “noi” in una sorta di partecipazione. E la poesia stessa, la parola, diventa protagonista del discorso poetico, compendio del senso stesso delle nostre vite.

Da “PARAULES NO DITES”, 1981

*

C’è nel tempo
del tempo quel dolore,
l’aspro retrogusto
delle ore morte,
l’odore forte
di un desiderio avvizzito;
di tante cose
non dette.

C’è un tempo
difficile per tutti.
E ognuno ha
la sua ora penosa,
nella quale ogni azione
risulta
sterile e inutile.

.

Da “EL BLAT DEL TEMPS”, 1986

*

Vivo e torno
a vivere
ogni poesia,
ogni parola.
Amo tanto
la vita
che la faccio mia
ancora e ancora.

.

*

Ti ho amato
con troppe parole.

mi piacerebbe
poter tornare
ad amarti
con una sola
parola.


da “FOC A LES MANS”, 1990

*

Ogni notte una poesia.
Sul foglio solitario
la mano si muove.

Nel silenzio
contemplo il chiarore
tremulo della via,
e sento come se ci fosse
qualcuno sulla pelle,
sfiorandomi con le labbra.

Se dovessi scegliere
starei con la penna
in mano. Mai sola,
ogni notte.

.

*

Il vento sulla pelle,
tra i capelli, dentro
la bocca, nelle narici.
Gli occhi spalancati pieni di vento.
Il vento sulle case,
sulle finestre, sulle porte,
che scivola sui chiavistelli;
tra le sbarre dei balconi
e le fessure
e per i vicoli stretti.

Il vento che spazza
le vie della città
e scompiglia i tuoi capelli
e i miei.

Il vento che ci penetra dentro
il corpo.

E noi due che camminiamo
controvento.

.

Da “DINS L’ESFERA DEL TEMPS”, 1998

*

Come una pittrice
che dipinge e ridipinge
la stessa immagine.

Così ho incorniciato
ancora e ancora
ogni parola.

.

UN INEDITO, 2008

SE NON SCRIVI

Se non scrivi
è come se non esistessi.

Non so.
Dimentico chi sono.

E temo che dovrò tornare
ad accordarmi.

.

© Associació d’escriptors en llengua catalana

.

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LA FRASE DEL GIORNO
Oh strofe silenziose, parole che sfuggono nelle crepe dei sogni…
MONTSERRAT ABELLÓ, Focs a les mans

mercoledì 7 ottobre 2009

Cos’è l’arte? (I)

EDGAR DEGAS

“Il disegno non è la forma, è il modo di vedere la forma”.

Edgar Degas, “La classe de danse”
olio su tela, 1873-1876 / Parigi, Musée d'Orsay

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VINCENT VAN GOGH

“Ho cercato di esprimere con il rosso
e il verde le terribili passioni umane”.

Vincent Van Gogh, “Le café de nuit”
olio su tela, 1888 / New Haven, Yale University Art Gallery

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GEORGES ROUAULT

“La pittura è per me soltanto
un modo per dimenticare la vita”.

Georges Rouault, “Clown”
olio su cartoncino, 1904 / Zurigo, Collezione E.G. Bührle

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. È un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude.
ALEXANDRE DUMAS PADRE

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