venerdì 31 luglio 2009

Appio Claudio Cieco

Agli albori della letteratura latina, dopo le anonime iscrizioni epigrafiche, i canti religiosi e le dodici tavole del diritto romano, la prima personalità compare nel III secolo a.C.: Appio Claudio Cieco, censore nel 312 e console nel 307 e nel 296, proveniente da una orgogliosa famiglia patrizia, fece costruire il primo acquedotto e la via che porta il suo nome, la Appia, per avvicinare Roma al mondo greco-italiota.

Di Appio ci restano solo alcune massime che denotano sentimenti liberali ed equilibrio orale, in spregio della sfrontatezza e della prepotenza. Perduta è un'orazione contro Pirro, molto famosa nel mondo antico, di cui Ennio testimoniò la violenza della requisitoria e la passione per la libertà del suolo romano dall'invasore.

 

MASSIME DI APPIO CLAUDIO CIECO:

Occorre conservare un animo equilibrato perché la tracotanza non generi frode e violenza.

(citata da Festo, in "De significatione verborum")

Quando vedi un amico, dimentichi le amarezze.

(citata da Prisciano, in "Institutio de arte grammatica")

Ciascuno è artefice della propria fortuna.

(citata da Sallustio, in "Epistulae ad Cesarem")

 

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Per imparare bisogna essere umili. Ma la vita è la grande maestra.
JAMES JOYCE, Ulisse

giovedì 30 luglio 2009

Il disincanto di Asclepiade

La famosa Nicò
promise che stanotte
sarebbe corsa da me.
Lo giurò su Demetra.
Ma non venne. La ronda è già passata.
Forse intendeva di giurare a vuoto?
Ragazzi, spegnete le lampade.

Asclepiade, poeta greco nato a Samo nel 320 a.C., era famosissimo nella sua epoca: perfezionò il verso che prese il suo nome, l’asclepiadeo, e generò una schiera di imitatori nella lirica alessandrina. Era un cantore del disincanto: possiamo apprezzarne la portata in questi pochi versi raccolti nell’Antologia Palatina (V, 149). Anche se di lui possediamo solo 45 poesie, non sono frammenti: la  brevità era la sua caratteristica, una semplicità essenziale a corollario della chiarezza dell’espressione. Ne risulta una poesia che racchiude un breve cosmo e trascina la grazia e la verità in una fugace corsa.

Così Asclepiade, poeta del convito e dell’amore, si ritrova solo nel letto a meditare sui giuramenti di una donna, come farà Catullo tre secoli dopo. L’etera Nicò, che aveva promesso di raggiungerlo a casa, non si è fatta vedere, la notte è fonda, la ronda è già passata. Che fare? Servi, spegnete le lampade, è ora di dormire…

 

© J.S. Agar

 

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LA FRASE DEL GIORNO
In tutto il mondo non esistono che diamanti, diamanti e forse lo squallido dono del disincanto. Bene, io possiedo quest'ultimo e, come al solito, non saprò che farmene.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Racconti dell’età del jazz

mercoledì 29 luglio 2009

Ricette letterarie - 7

Gamberi fritti


LUIS SEPÚLVEDA
Il vecchio che leggeva romanzi d'amore



“La cosa migliore della stagione delle piogge era che bastava scendere al fiume, immergersi, muovere qualche pietra e frugare nel letto fangoso per avere a disposizione una dozzina di grossi gamberi per colazione”.

È una ricetta semplicissima quella che ci fornisce lo scrittore cileno Luis Sepúlveda in questo romanzo in cui il protagonista è Antonio Josè Bolivar, un vecchio che vive in prossimità della foresta amazzonica, nella cittadina di El Idillio, dopo aver trascorso anni con gli indios shuar. Antonio è un vorace lettore di romanzi “che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.
Conosce la natura e i suoi tesori. Tra questi, i gamberi di fiume, che nella stagione delle piogge è facilissimo trovare e che costituiscono la sua colazione.

GAMBERI FRITTI

Gamberi (anche di mare), 200 g a persona
Farina
Olio di semi
Sale



Passare i gamberi nella farina, friggerli un po' per volta in abbondante olio ancora con il loro guscio finché non raggiungono la doratura, deporli su un foglio di carta assorbente e salarli. Si mangiano caldissimi.



© El Gran Chef


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LA FRASE DEL GIORNO
Se un uomo ha fame, non dargli il pesce: insegnagli a pescare.
PROVERBIO CINESE

martedì 28 luglio 2009

Un’ode sublime


L’anonimo greco del I-II secolo dopo Cristo che scrisse un trattato sul “Sublime” sosteneva che nella poesia a prevalere sono le forze irrazionali. E per dimostrare la sua tesi parla di un’ode di Saffo, famosissima, in cui la poetessa, analizzando i tanti aspetti di una passione amorosa, spesso contraddittori tra loro, crea una perfetta unità di sentire e raggiunge il sublime. Questa è la celebre ode:

Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...




Simeon Solomon, “Saffo ed Erinna”


L’anonimo del Sublime spiega in che modo Saffo dimostra la sua geniale virtù: “Quando sa scegliere e legare gli uni con gli altri i culmini di tali sentimenti e i momenti più tesi… Non ti fa meraviglia, vedendo come d’un colpo, l’anima, il corpo, le orecchie, la lingua, gli occhi, la pelle, tutte le parti insomma, Saffo le vada recuperando, quasi non fossero sue, ma disperse; e nello stesso contraddicendosi è fredda e brucia e ragiona e vaneggia, (o teme di morire o già quasi è morta) al punto che pare che in lei ci sia non una sola passione, ma un incontro di passioni”.

Un amore raccontato attraverso sensazioni, in realtà non è chiaro se sia un’ode alla gelosia o alla passione. Quello che è probabile è che si trattasse di una scena che si ripeteva spesso nel tiaso, il “collegio” con finalità religiose, questo in particolare dedicato al culto di Afrodite, di cui Saffo era la sacerdotessa: le ragazze che venivano istruite, educate e preparate al matrimonio con l’insegnamento della danza, del canto, dell’amore, della ricerca dell’estetica raffinata in ogni cosa, a un certo punto erano pronte per la loro nuova vita e per il marito e abbandonavano il tiaso. L’addio era spesso straziante e la nostalgia fortissima. “…«Sinceramente vorrei essere morta». Ella versando grosse lacrime mi lasciava e questo mi andava ripetendo” recita un’altra poesia di Saffo e la poetessa di Lesbo così consola la ragazza: “Va sorridente e di me ricòrdati; tu sai quanto t’abbiamo avuta cara; e se non sai, ti voglio ricordare… e quante ore belle e soavi abbiamo trascorso; molte ghirlande di viole, di rose e di zafferano insieme, …accanto a me cingesti e molti serti, corone al morbido collo, intrecciate d’amabili fiori…”

Un’ode sublime, dunque, così considerata già nell’antichità, tanto che Catullo provò a tradurla in latino, ottenendo un risultato liricamente altrettanto elevato:

Simile a un dio mi sembra che sia
e forse più di un dio, vorrei dire,
chi, sedendoti accanto, gli occhi fissi
ti ascolta ridere
dolcemente; ed io mi sento morire
d'invidia: quando ti guardo io, Lesbia,
a me non rimane in cuore nemmeno
un po' di voce,
la lingua si secca e un fuoco sottile
mi scorre nelle ossa, le orecchie
mi ronzano dentro e su questi occhi
scende la notte.



(Carme 51)


Tintoretto, “Arianna, Venere e Bacco”


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LA FRASE DEL GIORNO
Il Sublime trascina gli ascoltatori, non alla persuasione, ma all'estasi: perché ciò che è meraviglioso s'accompagna sempre a un senso di smarrimento, e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione in genere è alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.
ANONIMO, Trattato del Sublime

lunedì 27 luglio 2009

Teognide e la felicità

Nessuno è davvero felice; ma l'uomo nobile,
afflitto da mali, sopporta e non li dimostra:
il vile invece né al bene né al male
resiste; non sa contenerne l'impulso. Doni diversi
ai mortali giungono dagli immortali; ma conviene
avere coraggio, tenendosi i doni degli immortali, così come essi li danno.

(Elegie, vv. 441-446, traduzione di Francesco Della Corte)

Questi versi sono di Teognide, poeta elegiaco megarese, vissuto nel VI secolo avanti Cristo; impregnato di un’etica nobile, si convinse in seguito alle vicende storiche che dovette patire – aristocratico decaduto, fu esule in Eubea, a Sparta e in Sicilia – che l’umanità non è felice e che deve accettare con rassegnazione quello che gli dei vogliono mandare. Un pessimismo leopardiano ante litteram che gli fa dire: “Uno ha un male, uno un altro. Ma una cosa è certa: / non c’è uomo felice sotto il sole” (vv. 167-168). È un pensiero che Teognide traspone anche alla gioventù, splendidamente definita come “una rapina di cavalle in fuga”.

 

Kouros greco, particolare

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Le angosce umane hanno screziate piume: gemono per l’esistenza e per la sussistenza.
TEOGNIDE, Elegie

domenica 26 luglio 2009

Carrera Andrade e l’umanità

SONO L'UOMO UNIVERSO

Io sono l’abitante delle pietre
senza memoria, sete d’ombra verde;
il popolano di tutti i villaggi
e delle prodigiose capitali;
sono l’uomo universo,
marinaio di tutte le finestre
della terra stordita dai motori.
Sono l’uomo di Tokyo che si nutre
di pesciolini e bambù,
il minatore d’Europa, fratello della notte;
l’operaio del Congo e della spiaggia,
il pescatore della Polinesia,
sono l’indio d’America, il meticcio,
il giallo, il nero:
io sono tutti gli uomini.
Sopra il mio cuore firmano le genti
un patto eterno
di vera pace e fraternità.


Jorge Carrera Andrade (1903-1978), uno dei massimi poeti dell’Ecuador, amava mescolare l’universale al locale: metteva in pratica, come si può apprezzare da questa lirica, il motto di Publio Terenzio Afro: “Homo sum, nihil humani mihi alienum puto” (“Sono un uomo, niente di umano considero a me estraneo"), la condivisione di una sorte con altri sei miliardi e passa di umani. Senza distinzioni di razza e religione, senza confini, senza chiedere se una persona sia cittadina o campagnola, povera o ricca, colta o non istruita. Perché ognuno di noi è un misero miliardesimo di quell’umanità che ci accomuna. Una realtà che Carrera Andrade conferma con una visione, per così dire, “esterna”, in un’altra poesia:

VOCAZIONE TERRENA

Non sono venuto a burlarmi di questo mondo.
ma ad amare di cuore tutti gli esseri
Non sono venuto a ridere degli uomini.
ma a vivere con loro l'avventura terrena.

Non sono venuto a parlare male degli insetti
a scoprire le ferite del tramonto
a incarcerare la luce in una gabbia.
Non sono venuto a seminare sale nei campi.

Non sono venuto per dire che la giraffa
vuole imitare il cigno, che i pini
servono solo di ornamento alle rocce.
Non sono venuto per deridere i nidi.

Sono venuto a guardare il mondo da dentro
e ad amare le cose semplici
il patrimonio unico degli uomini.
Non sono venuto per deridere la morte.


Immagine: Jupiter

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LA FRASE DEL GIORNO
Solo l’uomo ha la parola per trovare la luce, o viaggiare verso il paese senza gli echi del nulla.
JORGE CARRERA ANDRADE, Il viaggio infinito

sabato 25 luglio 2009

Una giornata di Ivan Denisovic

"Il vento soffia sulla terra nuda, secco in estate, gelido d'inverno. Qui non è mai cresciuto nulla se non quattro reticolati". Questo era il destino che attendeva Aleksandr Solzenicyn appena tornato dalla guerra: otto anni in un campo di concentramento staliniano, un famigerato gulag, quello di Ekibastuz, in Kazakistan. Chissà quale grave reato deve aver commesso lo scrittore russo per meritarsi i lavori forzati ed essere costretto a trasformarsi in minatore, operaio fonditore, muratore... Semplicemente, in una lettera privata a un amico del febbraio 1945 osò criticare il dittatore sovietico Stalin.

Da quell'esperienza terribile Solzenicyn, scomparso nel 2008 a 90 anni, trasse "Una giornata di Ivan Denisovic", lucida e cruda analisi di quello che succedeva nei gulag. Lo scrittore, che nel romanzo muta la sua sigla identificativa Щ-262 in  Щ-854 e assume il nome di Zhukov, un commilitone del fronte russo, denuncia quello che ha patito sulla sua pelle, senza comprendere bene, come molti altri, il suo reato. Solzenicyn usa lo stilema già adoperato da Joyce per il suo "Ulisse", concentrare il racconto in una sola giornata, ma quanto diverso è il trascorrere del tempo da quello di Bloom! Ivan Denisovic Zhukov si sveglia con il battere di un martello su un pezzo di rotaia. Comincia lì la giornata, nel freddo insopportabile, con le lunghe marce per raggiungere il luogo deputato ai lavori forzati, con il cibo razionato. Non c'è spazio per la fantasia nel grigiore del campo: l'unica forma di libertà è poter dire a un compagno che elogia il cinema staliniano di Eisenstein che "un genio non piega mai la sua interpretazione al gusto di un tiranno!" Proprio quello che Solzenicyn non fece.

Un'opera di denuncia con il passare del tempo certo sposta l'obiettivo più sull'aspetto letterario che su quello politico, ma "Una giornata di Ivan Denisovic" resta come una testimonianza degli orrori dell'Unione Sovietica staliniana e del terrore che ogni dittatura ha del libero pensiero, svincolato da ogni inchino al potere e capace di subire terribili sofferenze in nome della verità.

© Evstafiev

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LA FRASE DEL GIORNO
La letteratura trasmette esperienze pregnanti... da generazione a generazione. In questo modo la letteratura diventa memoria vivente di una nazione intera.
ALEKSANDR SOLZENICYN

venerdì 24 luglio 2009

Il modello Bauhaus a Berlino

Bauhaus fu il proseguimento del Futurismo, un’avanguardia che rivoluzionò l’architettura moderna innovando al contempo anche il design nel nome del razionalismo. La scuola fu talmente importante da dare il suo nome a un intero stile. La sua fondazione si deva a Walter Gropius che a Weimar nel 1919 unì due scuole di arti plastiche e di artigianato artistico per dare vita a un progetto moderno che poneva tutte le discipline al servizio dell’architettura. Erano tempi molto difficili: la Germania usciva dal disastro della Prima Guerra Mondiale e si avviava in un clima di profondissima crisi economica al periodo dell’orrore hitleriano. Fu proprio il regime nazista nel 1933 a chiudere la scuola, trasferitasi nel frattempo a Dessau e poi a Berlino.

Walter Gropius © Associated Press

Ora, nel novantesimo anniversario della fondazione il Museo Martin Gropius di Berlino apre la mostra “Modell Bauhaus” (Il modello Bauhaus), un’esposizione dedicata al movimento che pose le fondamenta sull’utopia e sull’estetica del funzionale. È la prima retrospettiva nata dalla collaborazione di tre enti che gestiscono l’eredità Bauhaus: le fondazioni di Weimar e Dessau e l’Archivio di Berlino. Gli oggetti in mostra sono un migliaio: progetti di edifici disegnati da Walter Gropius, i mobili di Marcel Breuer, i disegni di Mies van der Rohe. Ma non mancano le ramificazioni in altre correnti dell’epoca: il Futurismo, l’Espressionismo e il Dadaismo.

 
Heinrich S. Bormann: Kandem-Rohrtischleuchte Nr. 934

Curioso è l’edificio che ospita la mostra: il Museo Martin Gropius, intitolato a uno zio di Walter, è quanto di più distante dall’ideale del Bauhaus. Gropius lo salvò dalla demolizione nel 1946 dopo che era miracolosamente uscito dai bombardamenti.


MODELL BAUHAUS
Martin Gropius-Bau
Niederkirchnerstraße 7 | Ecke Stresemannstraße 110
BERLINO
Metropolitana: Linea 2, stazione Potsdamer Platz
dal 22 luglio al 4 ottobre 2009
Orario: 10-20 (martedì chiuso)
Ingresso: € 10 (ridotto € 8)

  Il Martin Gropius-Bau © Gisela Pape


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LA FRASE DEL GIORNO
Solo i grattacieli in costruzione mostrano ardite idee costruttive, e l'effetto di questi scheletri d'acciaio che si stagliano contro il cielo è sconvolgente.
LUDWIG MIES VAN DER ROHE

giovedì 23 luglio 2009

Quello spione di Hemingway

“Spies: The Rise and Fall of the KGB in America” è un libro edito dalla Università di Yale ed è opera di John Earl Haynes, Harvey Klehr e Alexander Vassiliev. Si tratta di un documento che intende fare luce sullo spionaggio sovietico negli Stati Uniti.

La nota più rilevante è nel nome di una delle spie: nientemeno che Ernest Hemingway. Sarebbe stato addirittura lo scrittore Premio Nobel a presentare domanda al KGB e a incontrare reclutatori sovietici all’Avana e a Londra. Hemingway sarebbe divenuto una spia al soldo dell’U.R.S.S. nel 1941 con il nome in codice “Argo”. Il suo primo incarico fu il viaggio in Cina al seguito della moglie Martha Gellhorn, giornalista di Collier’s: la coppia incontrò Chang Kai-shek e Chou En-lai. Ma lo scrittore americano non fornì niente di concreto sul piano politico e fu cancellato dall’elenco prima della fine degli Anni Quaranta.

Almeno questo è quello che sostiene uno degli autori del saggio, Alexander Vassiliev, ex agente del KGB, che ha potuto consultare per un brevissimo periodo gli archivi del famigerato servizio segreto ai tempi di Stalin. “Una spia dilettante” il commento. Hemingway un dilettante? Impossibile: “Papa” era un professionista in tutto quello che faceva, romanzi, corride, safari, battute di pesca, bevute, sesso. E poi, possibile che non abbia tratto  dall’esperienza neppure un misero racconto?

 

Hemingway nel 1939 (Pubblico dominio)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho una vita interessante, ma devo scrivere perché se non scrivo in una certa misura non posso godermi il resto della mia vita.
ERNEST HEMINGWAY, Verdi colline d’Africa

mercoledì 22 luglio 2009

Gli antichi e la fortuna

Per noi la Fortuna è cieca, lo era anche per i Latini: Cicerone scrisse nel “De amicitia” che “la fortuna non solo è lei stessa cieca, ma rende ciechi anche coloro che abbraccia”. I Greci analogamente sostenevano, come Menandro nel monostico 741 J, che “la fortuna è un essere cieco e disgraziato”, così come la ricchezza, che della fortuna è spesso sorella.

Ma nell’antica Roma si paragonava anche la fortuna a una ruota – analogia che oggi talvolta si sente usare per le vicende della vita. Albio Tibullo coglie questa volubilità in una delle sue elegie: “La fortuna si muove con il giro veloce di una ruota leggera”. Esempi simili si trovano in Cicerone, che parla di un “giro di danza” nell’orazione contro Pisone, e in vari passi di Ovidio: “con passi ambigui e volubili cammina la fortuna”. Il greco Menandro scrive di una fortuna che “volge tutto”.

“La ruota della fortuna”, oltre a essere un quiz molto longevo, è anche una locuzione medievale documentata nei Carmina Burana (“tu ruota volubile”) e in Bartolino da Padova, che esegue una crasi tra i due modi di dire: “Qual lege move la volubel rota, / Fortuna cieca?”. Dante nel XV canto dell’Inferno così si rivolge a Brunetto Latini: “Però giri Fortuna la sua rota / come le piace, e il villan la sua mazza”.

Allora, pronti a tentare la fortuna con il Superenalotto? Se vincete, ricordatevi con Publilio Siro che “la fortuna è di vetro: proprio quando riluce si rompe”.

  Ruota della fortuna, antica incisione

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Quella che van chiamando col nome di Fortuna è una femmina ubriaca e volubile, e soprattutto cieca, per cui non vede quello che fa, e non sa chi è che abbatte e chi è che innalza.
MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte

martedì 21 luglio 2009

La notte della Luna

«Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!»

Erano le 22 e 17 del 20 luglio 1969 in Italia quando Tito Stagno, il giornalista che seguiva la diretta per la RAI, che allora era l’unica televisione nazionale, pronunciava con enfasi queste parole. Tutto il paese, tutto il mondo, era davanti ai teleschermi per assistere a quello storico momento. Il LEM, primo oggetto costruito dall'uomo, toccava il suolo lunare. Ma bisognò aspettare fino alle 4 e 56 del 21 luglio perché Neil Armstrong divenisse il primo uomo a posare il piede sulla superficie della Luna, precisamente nel Mare della Tranquillità, e a compiere, secondo le sue parole “un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”.

Il sogno che era stato di intere generazioni di uomini e donne diventava realtà in quella notte di luglio: quello che Jules Verne, Italo Calvino e Ludovico Ariosto avevano osato immaginare nella fantasia del romanzo e della poesia, era ora reso possibile dalla tecnologia. I tre astronauti, Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, a bordo dell’Apollo 11 portarono a termine una missione leggendaria che poneva fine a un decennio di lotte tra Unione Sovietica e Stati Uniti per l’esplorazione del satellite terrestre. Ma, idealmente, a compiere quel passo sulla Luna erano in tanti: la cagnetta Laika, Valentina Tereshkova, Yuri Gagarin, l’equipaggio dell’Apollo 1 distrutto durante le operazioni di lancio, tutti gli astronauti che la NASA aveva addestrato e usato per le missioni preparatorie.

Mentre Aldrin raccoglieva campioni di pietre lunari, circa venti chili, Armstrong piantò la bandiera a stelle e strisce sulla superficie rocciosa e senza vento del pianeta, scattò numerose fotografie e lasciò una targa con incise queste parole:

«Qui uomini dal pianeta Terra
fecero il primo passo sulla Luna
Luglio, 1969 d.C.
Siamo venuti in pace per tutta l'umanità».

Fotografie: © NASA / Video: © Teche Rai

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LA FRASE DEL GIORNO
Penso che andiamo sulla Luna perché è proprio della natura umana affrontare le sfide.
NEIL ARMSTRONG, Conferenza stampa della missione Apollo

lunedì 20 luglio 2009

Don Gnocchi ricordato da un amico

Il 25 ottobre prossimo a Milano don Carlo Gnocchi sarà proclamato beato. Sul portale della diocesi ambrosiana c’è una bella intervista a Don Giovanni Barbareschi, il giovane sacerdote conosciuto da don Gnocchi alla stazione di Udine nel 1943, al ritorno dalla Russia, e divenuto suo amico e confidente.

Don Barbareschi, medaglia d’argento della Guerra di Liberazione, rimase a fianco del “papà dei mutilatini” durante la fulminante malattia che lo colpì alla fine del 1955 e che lo portò alla morte nel febbraio del 1956. Convocato alla clinica Columbus, il giovane prete si sentì dire da don Gnocchi: «Voglio prepararmi a vivere la mia morte ri­cordando e rivivendo la mia vita». E obbedì, portandogli nastri di musica classica, libri di poesia e di teologia, da David Turoldo a Teilhard de Chardin, conversando con lui per ore, parlando di fede e ricordando figure amate, come la madre di don Gnocchi.

Così racconta Don Giovanni Barbareschi: Sono stato con don Carlo giorno e notte nel corso dell’ultimo mese, fino alla sua morte: per me è stata l’esperienza più forte e più significativa della mia umana vicenda. Quando la gravità del male fece capire che ormai i giorni erano pochi, don Carlo volle celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Messa. Lui a letto con addosso la vestaglia blu che metteva solo e unicamente nei momenti più importanti, io all’altarino da campo, sul quale c’erano come calice la sua teca e una piccola reliquia di Santa Teresa del Bambino Gesù - oggetti a lui molto cari, perché li aveva sempre tenuti con sé quando era cappellano militare in Grecia e in Russia - e il crocefisso che la mamma gli aveva regalato per la sua prima Messa. «Adesso domandiamo perdono a Dio con le nostre parole», e ciascuno disse le sue parole. Iniziammo con la parola dell’uomo. Leggemmo un passo di Teilhard de Chardin. Gesuita, teologo, scienziato, aveva espresso un desiderio: «Sarei felice di poter morire il giorno di Pasqua». Fu proprio così: morì la domenica di Pasqua, 15 marzo 1955. E don Carlo mi disse: «Io a Pasqua non ci arrivo». Era la fine di febbraio. Poi volle che leggessi il capitolo 13 della lettera ai Corinti, l’Inno alla carità, e il Vangelo di Giovanni 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per le persone che ama». Prima della consacrazione, secondo il vecchio canone, il memento dei vivi. Ciascuno ricordò una persona e lui i suoi mutilatini, «la mia baracca». Usava proprio queste parole. Poi il memento dei morti: la mamma e il papà («non l’ho conosciuto bene, lo conoscerò in Paradiso»). I commenti li faceva durante la celebrazione. «E poi - disse a me -, e poi il tuo papà». E i preti che avevamo conosciuto, ricordava ciascuno. Terminata la consacrazione, volle che io portassi la cassetta con inciso un coro di monaci che cantava: adoro Te devote latens Deitas. Chiese che venissero ripetute le parole in cruce latebat sola Deitas. Finita la Messa, dopo dieci minuti di silenzio contemplativo, mi disse: «Manca ancora qualcosa». Allora gli feci ascoltare Stelutis alpinis, la canzone dei morti, dei suoi alpini morti. Così fu l’ultima Messa di don Carlo.

LINK: L’INTERVISTA A DON GIOVANNI BARBARESCHI



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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni disordine morale è un atto di guerra. La vita invece deve rinascere e con essa la dolcezza dell’amicizia. In un mondo come il nostro, inaridito, agitato, maniaco, è necessario mettere olio d’amore sugli ingranaggi dei rapporti sociali e formare nuclei di pensiero e di resistenza morale, per non essere travolti
.
DON CARLO GNOCCHI, Restaurazione della persona umana

domenica 19 luglio 2009

Le “Note azzurre” di Dossi

Selva - di pensieri miei
e d'altrui
In seme
- in fiore
- in frutto
Lazzaretto dove il D. tiene in quarantena i propri e i pensieri altrui
Cervello di carta, aperto in sussidio
Dell'altro già zeppo
Granai di riserva per le probabili carestie.

Con queste parole che sembrano contenere in sé i germi del Futurismo lo scapigliato Carlo Dossi (1849-1910) presenta le sue “Note azzurre”, cinquemila pensieri, aforismi e riflessioni che spaziano dall’etimologia alla vita di amici letterati, dalle letture dei classici latini e greci e dei poeti italiani alle facezie dei vetturini. Talora tagliente, talora banale, il Dossi, in queste “Note” uscite postume nel 1964, annota tutto quello che gli passa per la mente, componendo uno zibaldone dove diluisce i suoi capricci, le sue ossessioni, le bizzarrie, il gusto di dissacrare tanto caro alla sua poetica.

Da “Note azzurre”, postumo, 1964:

17. O gente che scrivete per non esser capita, non sarebbe assai meglio taceste!

63. La terra produce i suoi frutti a date epoche, e così l'animo.

256. Si può scrivere usufruendo dell'ingegno altrui, non si può dell'altrui cuore.

474. Con l'amor non si scherza. Molti che cominciano fingendo amore, ci restano poi colti davvero.

934. L'umorista è l'avvocato delle cosidette cause perse, che egli riesce ancora, taluna volta, a 
salvare. L'umorista, in ogni fatto, cerca e trova il lato non conosciuto.

1315. Dicesi età dell'oro quella in cui oro non c'era.

1589. Il meditare da solo è onanismo - il pensare con altri (conversare) è coito.

1867. La mitologia è una filosofia a simboli, a pitture.

1873. Un libro indegno di essere letto una seconda volta è indegno pure di essere letto una prima.

2334. Io non scrivo mai il mio nome sui libri che compro se non dopo di averli letti, perché allora soltanto posso dirli miei.

2951. Fra molecola e molecola passa la distanza che passa fra stella e stella.

3148. Solo a cento leghe d'Italia, un italiano può simpatizzare con un altro italiano.

4971. I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi.


Fotografia (C) Floriang



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LA FRASE DEL GIORNO
Una volta l'ingegno valeva qualchecosa di più che non ora. Una bell'ode ci dava un governo. Ma oggi, in cui tutto è irregimentato, protocollato, bollato, l'uomo d'ingegno e lo stolto si trovano a pari condizione. Ci è necessario far coda per procedere d'un passo. Se lo stolto innanzi non va, non sperar di avanzare, o tu, uomo d'ingegno.
CARLO DOSSI, Note azzurre, 3614

sabato 18 luglio 2009

Alte lagune che credemmo mari

PUERTO REAL

A Cadice, annottare scarlatto,
28 gennaio

Fa paura il ricordarsi
dei morti istanti
in cui fummo felici!
Reca
la memoria, con ciascuno di essi
- come in un vento grande
di aridità e rovina -,
la sua terra e il suo alone...
E son paludi secche, sali
rossi, alte lagune che credemmo mari!

(da “Diario de un poeta reciencasado”)

Sono illusioni ormai le nostre memorie. Almeno così in un rosso tramonto invernale giudica Juan Ramon Jiménez, in attesa di imbarcarsi per l’America nel 1916. Lui, il “poeta dell’istante”, rimane sgomento davanti a questa constatazione, alla consapevolezza che i ricordi restano confinati nel passato, e se erano lande verdeggianti ora non possono essere altro che aridi deserti…

Questa poesia mi rammenta un breve racconto di Dino Buzzati, da “Le notti difficili”: un uomo vede un corriere caricare sul camion un grosso pacco uscito dalla sua casa; lo insegue con l’auto e finalmente lo raggiunge in una discarica dove il trasportatore getta il pacco su una catasta di altri, tutti uguali. Sono i giorni perduti, tutti i giorni vissuti, uno sull’altro: l’uomo ne apre qualcuno e si intenerisce per quello che avrebbe dovuto fare e non ha fatto, come accudire il fratello malato in ospedale, dire una parola alla fidanzata che invece se ne è andata, passare del tempo con il vecchio cane fedele che ha trascurato. Chiede se è possibile avere almeno quei tre, ma il corriere fa un gesto vago a dire che non è possibile e svanisce, insieme con i pacchi.

Insomma, non c’è nulla da fare: i ricordi sono la nostra vita, non possiamo abbandonarli. Come scrisse Hermann Hesse in “Pellegrinaggio d’autunno”, «Credo anch'io che la nostra vita e le nostre percezioni si sviluppino a partire da un groviglio di ricordi sommersi. Forse quello che chiamiamo anima non è se non l'insieme di questi oscuri detriti di ricordi».

 

Gregory Williams, “Lagoon II”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

venerdì 17 luglio 2009

Alfonso Gatto

Nasceva a  Salerno da famiglia calabrese esattamente cento anni fa, il 17 luglio del 1909, uno dei poeti più significativi del '900 italiano: Alfonso Gatto. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, morì in un incidente automobilistico ad Orbetello nel 1976.
Fu lui stesso a definirsi, in un articolo sul "Politecnico" di Vittorini nel 1947: “Se voi mi domandate perché un poeta scrive, in che modo si è deciso a scrivere, se voi ricordate quel ragazzo seduto nella sua stanza diroccata, comprenderete perché la poesia appartenga agli uomini che non si difendono, che passano nella vita, lungo tutta la vita, senza appropriarsene, amandola anche per gli altri che credono di averla spesa o di poterla spendere senza nemmeno mai riuscire a destarla”.
Ermetico di confine, si diceva sopra: perché Gatto ricavò dall’Ermetismo il gusto dell'analogia e la ricerca continua di quel sentimento sofferto, ma lo rielaborò in un ordine che ermetico non è, la prosodia metrica, l'endecasillabo, la strofa, la rima. La poesia di Gatto è colorata, spesso gioiosa, anche se pervasa da un senso della morte che si intreccia al vivere: l'infanzia e la sua innocenza vi spiccano come un lontano paradiso mitologizzato, l'arte vi divampa a colori diventando spesso una trasposizione visiva di tipo impressionista.

Alfonso Gatto in un ritratto di Serena Maffia

da "POESIE", 1941

POESIA

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.
Circolo chiuso ad ogni essere è l'amore che lo regge.
Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui
cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.
Universo che mi spazia e m'isola, poesia.




PRIM'ALBA

Prim'alba odora vuota.
Il silenzio dell'aria
s'imperla gelido.

E in ogni foglia tace
l'ulivo, la tristezza.

Ora la notte sbianca.



CANTO ALLE RONDINI 

Questa verde serata ancora nuova
e la luna che sfiora calma il giorno
oltre la luce aperto con le rondini
daranno pace e fiume alla campagna
ed agli esuli morti un altro amore;
ci rimpiange monotono quel grido
brullo che spinge già l' inverno, è solo
l' uomo che porta la città lontano.
e nei treni che spuntano, e nell' ora
fonda che annotta, sperano le donne
ai freddi affissi d' un teatro, cuore
logoro nome che patimmo un giorno.




PAROLE

«Ti perderò come si perde un giorno
chiaro di festa: - io lo dicevo all'ombra
ch'eri nel vano della stanza - attesa,
la mia memoria ti cercò negli anni
floridi di un nome, una sembianza: pure,
dileguerai, e sarà sempre oblio
di noi nel mondo.»
    Tu guardavi il giorno
svanito nel crepuscolo, parlavo
della pace infinita che sui fiumi
stende la sera alla campagna.



da "POESIE D'AMORE", 1949

IL 4 È ROSSO

Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s'apre all'aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.



da "LA FORZA DEGLI OCCHI", 1953

QUASI UN RICORDO

Incontrarci per caso ci parve
nell'ora dimenticata.
Fu la stazione gialla nel verde.
Un ciclista perduta la via
beveva ricordi in fondo agli occhi.
Ma tutto è eterno per chi passa,
anche il nome udito una volta.



da "DESINENZE", 1976

UN FIORE PER KAVAFIS

Un uomo come lui che gli somigli,
stanco e voglioso d'essere più solo
di quel che fu con i pensieri suoi,
con le sue mani attente a trovar posto
alla tazza al bicchiere al quadernetto
di versi, luccicante per gli occhiali
l'intensa tenerezza di cui visse:
questo, nel freddo dell'ottobre schivo,
il fiore che ti porto.
È nell'emporio dolce della noia
il confetto pensoso che rimugini
con l'amara lentezza dello sguardo,
il notare il notare e mai concludere,
come dicevi,
e la saggezza pigra dell'amore.





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LA FRASE DEL GIORNO
La rima corrisponde all'antico richiamo che le parole hanno tra loro come due occhi che sono necessari allo stesso sguardo.
ALFONSO GATTO, su "La Fiera letteraria" del 25 dicembre 1955

giovedì 16 luglio 2009

Primo Levi poeta

Primo Levi, lo scrittore torinese universalmente noto per “Se questo è un uomo”, “La tregua”, “I sommersi e i salvati” e i racconti di “La chiave a stella” era anche un poeta – una sola raccolta, “Ad ora incerta”, edita nel 1984 con testi che vanno dal primissimo dopoguerra agli Anni ‘80. Nel suo dire calmo e discorsivo va a cogliere il cuore dell’emozione, come appare da questi versi che ho scelto come esempio del suo lato lirico. L’esperienza atroce del lager resta comunque sullo sfondo, un tatuaggio sull’anima, anche nelle poesie più distanti nel tempo da quell’evento.

ALZARSI

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
    “Wstawàc”:
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio,
abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
    “Wstawàc”.


11 gennaio 1946


CUORE DI LEGNO

Il mio vicino di casa è robusto.
E’ un ippocastano di corso Re Umberto.
Ha la mia età ma non la dimostra.
Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,
in aprile, di spingere gemme e foglie,
fiori fragili a maggio,
a settembre ricci dalle spine innocue
con dentro lucide castagne tanniche.
È un impostore, ma ingenuo: vuole farsi credere
Emulo del suo bravo fratello di montagna
Signore di frutti dolci e di funghi preziosi.
Non vive bene. Gli calpestano le radici
I tram numero otto e diciannove
Ogni cinque minuti; ne rimane intronato
E cresce storto, come se volesse andarsene.
Anno per anno, succhia lenti veleni
Del sottosuolo saturo di metano;
è abbeverato d’orina di cani,
le rughe del suo sughero sono intasate
dalla polvere settica dei viali;
sotto la scorza pendono crisalidi
morte, che non saranno mai farfalle.
Eppure, nel suo tardo cuore di legno
sente e gode il tornare delle stagioni.


10 maggio 1980


12 LUGLIO 1980

Abbi pazienza, mia donna affaticata,
abbi pazienza per le cose del mondo,
per i tuoi compagni di viaggio, me compreso,
dal momento che ti sono toccato in sorte.
Accetta, dopo tanti anni, pochi versi scorbutici
Per questo tuo compleanno rotondo.
Abbi pazienza, mia donna impaziente,
tu macinata, macerata, scorticata,
che tu stessa ti scortichi un poco ogni giorno
perché la carne nuda ti faccia più male.
Non è più tempo di vivere soli.
Accetta, per favore, questi 14 versi,
sono il mio modo ispido per dirti cara,
e che non starei al mondo senza di te.



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LA FRASE DEL GIORNO
In questa nostra epoca fragorosa e cartacea, piena di propaganda aperta e di suggestioni occulte, di retorica macchinale, di compromessi, di scandali e di stanchezza, la voce della verità, anziché perdersi, acquista un timbro nuovo, un risalto più nitido..
PRIMO LEVI, Il giornale dei genitori, n. 15, gennaio 1960

mercoledì 15 luglio 2009

Nella gabbia dei ricordi

La locandina della memoria offre spettacoli ibridi; una festa, oggi; domani, una sinistra avventura.

C’è chi beve per dimenticare: lui beve per ricordare.

Pericoloso entrare senza frustino nella gabbia dei ricordi. Mordono.

Quando non è una lanterna magica, la memoria è un film dell’orrore.

Il solito dubbio: se ricordare o dimenticare, rompere i ponti col passato o scaldarselo in cuore come una serpe.

Questi aforismi dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino, tratti da “Il malpensante”, illustrano il fascino doloroso della memoria: ci spalanca un mondo magico, popolato di visi amici, ci fa rivivere situazioni, come se spalancasse davanti agli occhi della nostra mente una seconda vita, cancellando i limiti del tempo. Un territorio affascinante certamente, contiguo alle lande del sogno: ma irrimediabilmente confinato in un già accaduto, e qui sta il dolore, nell’impossibilità fisica di vivere in esso – una volta tornati al presente la magia svanisce come una bolla di sapone e ci resta solo l’amaro…

 

Frederick Leighton, “Memories”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il passato è la mia patria.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

martedì 14 luglio 2009

Salinas tra realtà e illusione

È stato, accadde, è vero.
Fu in un giorno, fu una data
che segna il tempo al tempo.
Fu in luogo che io vedo.
I suoi piedi toccavano il suolo
questo stesso che noi tocchiamo.
Il suo vestito
era simile ad altri
che indossavano altre donne.
Il suo orologio
sfogliava calendari,
senza scordare l'ora :
come contano gli altri.
E quello che lei mi disse
fu in idioma del mondo,
con grammatica e storia.
Così vero
che sembrava menzogna.

No.
Devo viverlo dentro,
me lo devo sognare.
Togliere il colore, il numero,
il respiro tutto fuoco,
con cui mi bruciò nel dirmelo.
Mutare tutto in forse,
in mero caso, sognandolo.
Così, quando vorrà smentire
ciò che mi disse allora,
non mi morderà il dolore
d'una felicità perduta
che io tenni tra le braccia,
come si tiene un corpo.
Crederò di aver sognato.
Che tutte quelle cose, così vere,
non ebbero corpo, né nome.
Che perdo
un'ombra, un sogno ancora.

Questa poesia di Pedro Salinas fa parte di “La voce a te dovuta”, un poema in settanta componimenti del 1933 che racconta una storia d’amore con i suoi sentimenti, i suoi dolori, i suoi silenzi: monologhi e dialoghi che si intersecano nella memoria. E, come capita nella memoria, non c’è tempo: il loro ordine non è quello cronologico, ma quello imposto dal ricordo.

In questo caso Salinas si bilancia tra realtà e illusione: nella prima parte àncora l’amata e gli oggetti nel reale, cerca di assumere la consapevolezza che quanto accade a ognuno accade anche ad altri, che innumerevoli volte è accaduto e accadrà nella storia del mondo. La data, il luogo, il suolo, il vestito, il tempo, il linguaggio: tutto è condivisibile. Persino quelle parole dette mille volte in mille posti diversi a mille persone differenti: sono talmente vere, talmente reali da divenire il loro opposto, la menzogna.

Dimenticare che è stato, scivolare nell’illusione è la soluzione, abbandonarsi ai se, alle ipotesi, mettere in dubbio ciò che è stato, che dolorosamente è stato, negare la sofferenza, convincersi di aver sognato, di non avere avuto la propria felicità esanime tra le braccia, persuadersi che se si perde qualcosa è solo un’ombra, un’altra illusione che svanisce come la luce di un tramonto.

   Manuel Castro, “The farewell”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti basta un’illusione / per farti coraggio.
GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria

lunedì 13 luglio 2009

Parole antiche: zendado

Ci sono parole che nei dizionari restano un po’ come cimeli: lemmi che non si usano da secoli e che vengono segnalati di solito con alcune abbreviazioni: arc., lett. e poet., ovvero arcaico, letterario e poetico. “Il canto delle sirene” inizia oggi a riscoprirli inaugurando la nuova etichetta “parole antiche”. Iniziamo con “zendado”.

ZENDADO (meno usato ZENDALE) è un sostantivo maschile di etimologia dubbia. Secondo alcuni deriverebbe dal greco σινδών (sindón), tessuto sottile di lino, con il suffisso veneto –ado. Ha due accezioni, delle quali una deriva dall’altra: lo zendado è un tessuto leggero e molto pregiato, preferibilmente di seta. Di conseguenza, designava anche il velo o lo scialle usato anticamente dalle donne per coprirsi il capo, oltre all’ampio scialle veneziano, nero a lunghe frange.

Qualche esempio letterario:

  • “Poi l’avvolse / in un zendado dall’arcion pendente”. (Torquato Tasso, “Gerusalemme liberata”)
  • “Bandère con coverte a molti 'ntagli /di zendadi e di tutti li colori”. (Folgore da San Gimignano, “Sonetti dei mesi”, Di maggio)

  • “Trovarono, in un gran viluppo di zendado fasciata, una piccola cassettina”. (Giovanni Boccaccio, “Decamerone”)
  • “Veste di zendado”. (Gabriele D’Annunzio)
  • “Donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali”. (Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”)
  • “La Pisana vestita a nero, …coi capelli disciolti e il solo zendado sul capo, mi si gettò fra le braccia gridando che la salvassi”. (Ippolito Nievo, “Le confessioni di un italiano”)

Una parola antica dunque, che ridisegna mondi di donne con il capo coperto, di teli preziosi in cui avvolgere oggetti altrettanto preziosi, di nobildonne veneziane altere ed eleganti che si avvolgono nello scialle in un’umida notte della laguna… Oggi viene usata dalle sartorie che cuciono abiti per il Carnevale veneziano: è l’accessorio da accompagnare alla “bautta”, la tipica maschera anonima usata tutto l’anno dai nobili della Serenissima.

Zendado (zendale) © Magic of Venezia

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LA FRASE DEL GIORNO
Come la parola sa varcare il tempo! Essa stessa avvenimento che si riallaccia agli avvenimenti.
ITALO SVEVO, La coscienza di Zeno

domenica 12 luglio 2009

Connelly e la crisi

Michael Connelly è un noto e apprezzato giallista americano: sua è la serie con il detective Harry Bosch che annovera titoli quali “La bionda di cemento”, “il ragno” e “La memoria del topo”. Ora Connelly ha ripreso il personaggio di un altro suo celebre romanzo del 1996, “Il poeta”, per farne un seguito, intitolato “Lo spaventapasseri”: John McEvoy, giornalista di cronaca, apprende la notizia del suo prossimo licenziamento dovuto alla crisi, ed è incaricato di preparare alla professione la sua sostituta, Angela Cook, una donna giovane e assai meno costosa di lui. McEvoy tenta di chiudere la carriera con un ultimo scoop. Fin qui la trama.

Ma la crisi, che è stata lo spunto iniziale, ha travolto l’opera di Connelly: il fallimento dei maggiori quotidiani americani che fanno da sfondo al romanzo sono stati più rapidi dell’immaginazione e lo scrittore ha dovuto modificare la trama già due volte, e addirittura quando il romanzo era già stato consegnato all’editore. Un grosso colpo all’opera di Connelly arrivò dalla notizia della bancarotta chiesta dalla società che gestisce il Los Angeles Times, il quotidiano dove McEvoy lavora nella finzione. Era l’8 dicembre dello scorso anno. “Lo spaventapasseri” rischiava di uscire con una trama già superata dagli eventi. Inoltre McEvoy, licenziato dal giornale californiano, doveva tornare al vecchio quotidiano per cui scriveva, il Rocky Mountain News: nel febbraio di quest’anno la testata del Colorado ha chiuso, costringendo il povero Connelly a modificare nuovamente e sostanzialmente la trama prima di pubblicare infine il libro.

La letteratura di genere con questa crisi rischia di diventare un “instant book”: per gli scrittori meglio puntare sulla fantascienza o sul romanzo storico…

 

© Amazon

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Credo di non aver confuso ancora mai la finzione con la realtà, anche se le ho mescolate in più di una circostanza come tutti quanti, non soltanto i romanzieri, non soltanto gli scrittori ma coloro che hanno raccontato qualcosa da quando è cominciato il nostro tempo conosciuto, e in questo tempo conosciuto nessuno ha fatto altro che raccontare e raccontare, o preparare e meditare il suo racconto, o ordirlo.
JAVIER MARIAS, Nera schiena del tempo

sabato 11 luglio 2009

Poesia e dialetto: Pasolini

Le prime poesie di Pier Paolo Pasolini nacquero in dialetto, nella lingua della sua terra, il Friuli: fu lui stesso a dichiarare che questa scelta serviva a rendere la purezza rustica e cristiana di quel sistema linguistico. Del resto il mondo di Pasolini era quello contadino, che rifletteva con la sua diversità sociale i tormenti del giovane poeta. E quel mondo che di per sé era costretto ad una vita difficile, era sconvolto anche dalla bufera della guerra. Pasolini parla la sua lingua, comincia a intravedere il bisogno di sperimentare in letteratura servendosi di quelle parole arcane e al contempo così chiare, discese dai padri.

Ma, come rileva anche Gianfranco Contini, nella "Letteratura italiana", l'uso del dialetto è assolutamente simbolistico, ben lontano dal verismo ottocentesco: «Egli può tradurre in friulano da Rimbaud o da T.S. Elliot o far tradurre da Juan Ramón Jiménez, ed esperire squisite variazioni in vernacoli di singole località, sempre sullo sfondo di un dialetto non identico al friulano "ufficiale"».

“Ogni immagine di questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico. Non ho un momento di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo” scrisse lo stesso Pasolini, che aveva girovagato per l'Italia ma che lì ritrovava le radici.

DILI

Ti jos, Dili, ta li cassis
a plòuf. I cians si scunìssin
pal plan verdùt.

Ti jos, tai nustris cuàrps,
la fres-cia rosada
dal timp pirdùt.

DILIO

Vedi, Dilio, sulle acacie
piove. I cani si sfiatano
per il piano verdino.

Vedi, fanciullo, sui nostri corpi
la fresca rugiada
del tempo perduto.

(da "Poesie a Casarsa", 1943)

© Il blog di comuni-italiani

AGRESTE N. 3

A sgrìsulin, a ùitin, a piulin
als, als, als, tal sèil i usiei.
La neif tai mons a brila
alta tsal sèil. I usiei
in-t-al çaldùt dal nul
a clamin
tan prin soreli a clamin
la primavera.

Trillano, cinguettano, pigolano,
alti, alti, alti nel cielo gli uccelli.
La neve sui monti brilla
alta nel cielo. Gli uccelli
nel calduccio del nuvolo,
chiamano,
nel primo sole chiamano,
la primavera.

(da "Poesie disperse")

BIBLIOGRAFIA DIALETTALE DI PASOLINI
Poesie a Casarsa, Mario Landi, Bologna, 1942
La meglio gioventù, Sansoni, Firenze, 1954


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LA FRASE DEL GIORNO
Solo nella tradizione è il mio amore.
PIER PAOLO PASOLINI, Poesia in forma di rosa

venerdì 10 luglio 2009

Sondaggio sull’arte

Il quotidiano francese “Le Figaro” ha chiesto ai suoi lettori via Internet di eleggere i migliori artisti del XX secolo. Ecco i risultati:

ARTE MODERNA
Paul Cezanne
Pablo Picasso
Salvador Dalì
Henri Matisse
Vassily Kandinsky

Paul Cezanne, “Les joueurs de cartes”


ARTE DEL DOPOGUERRA
Francis Bacon
Edward Hopper
Andy Warhol
Mark Rothko
Jackson Pollock

Francis Bacon, “Composition (Figure)”


ARTE CONTEMPORANEA
Pierre Soulages
Lucian Freud
Yan Pei-Ming
Sophie Calle
Anselm Kiefer

Pierre Soulages, “Brou de noix”


SCULTURE E INSTALLAZIONI
Alberto Giacometti
Constantin Brancusi
Alexander Calder
César
Henry Moore

Alberto Giacometti, “Three men walking II”


Si sa che questi sondaggi (votanti tra i 4.000 e i 9.800 secondo le sezioni) lasciano il tempo che trovano e sono spesso soggetti alle mode del momento – e in questo caso al noto sciovinismo francese – però lo si può prendere come un gioco estivo. La mia scelta:

Arte moderna: René Magritte
Arte del dopoguerra: Roy Lichtenstein
Arte contemporanea: Lucian Freud
Sculture e installazioni: Alexander Calder

Fate il vostro gioco… Lasciate la lista nei commenti (non necessariamente i nomi in classifica, né tutte le categorie…)


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LA FRASE DEL GIORNO
L’arte non tollera interrogativi e ragionamenti.
LEV TOLSTOJ, Anna Karenina

giovedì 9 luglio 2009

L’ucronia di Brizzi

Ucronia. Ovvero, la storia alternativa. È da qui che Enrico Brizzi prende lo spunto per narrare le vicende del giornalista Lorenzo Pellegrini nel suo romanzo “L’inattesa piega degli eventi”, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai nel 2008. L’ucronia è la storia fatta con i se, un gioco intellettuale che ricostruisce un futuro alternativo dopo avere mutato un evento storico. Ed è in questo contesto, l’alleanza dell’Italia di Mussolini contro la Germania, la conseguente vittoria nella guerra contro i tedeschi e l’espansione dei confini al Tirolo e a una porzione di territorio francese (la “pugnalata alla schiena” in tal caso è del governo di Petain contro l’Italia), il mantenimento della gestione delle colonie, che Brizzi racconta la sua storia.

Nell’Italia del 1960, una repubblica che ha cacciato i Savoia dopo il “tradimento” del 1943, con il Duce morente e le Olimpiadi di Roma ormai imminenti, il giornalista sportivo bolognese Lorenzo Pellegrini viene inviato per punizione a seguire la “Serie Africa”, il campionato delle colonie ignorato in patria e fonte invece di accese rivalità anche politiche e razziali in Somalia, Etiopia ed Eritrea. Mentre in Italia è in corso un’aspra lotta per la successione al Duce, nell’Africa Orientale Italiana si muovono sotto traccia i germi di una rivolta che si estenderà anche alla madrepatria, dopo la scomparsa di Mussolini. Lorenzo Pellegrini scoprirà una terra affascinante e i suoi contrasti, le tensioni palpabili che scoppiano ogni giorno e sono catalizzate dal calcio, con squadre di soli bianchi fedeli al regime, come la Audax Addis Abeba e le Fiamme Nere Gibuti, e squadre interrazziali spesso povere, con giocatori scalzi e divise raffazzonate, ma ricche di dignità, come l’Abissinia Dire Daua e il San Giorgio.

Interessante è il quadro antropologico e linguistico tratteggiato da Brizzi: naturalmente tutti si danno del voi, ci si chiama “camerata” e si fa il saluto romano, anche se spesso in maniera stanca; i nomi sono tutti italianizzati: c’è un personaggio che si chiama Oscarre, Innsbruck diventa Ponte a Eno, Lienz Borgo Drava, il Kenia è Chenia, il Milan si trasforma in Milano. E poi ci sono le conseguenze della Storia: a Pio XII è succeduto non il mite Giovanni XXIII ma il conservatore francese Pio XIII, Pratt non disegna Valentina ma Ettore della Xª, Sandro Pertini è a capo del Comitato di Liberazione dell’Africa Orientale, le sigarette sono le Giubek, la compagnia aerea è l’Ala Littoria, non c’è la RAI ma l’EIAR. Non tutto muta però: la Juventus di Charles e Sivori è in testa al campionato, Modugno canta “Volare” e a Carosello non si è rinunciato…

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LA FRASE DEL GIORNO
La storia è un romanzo che è stato; il romanzo è storia che avrebbe potuto essere.
EDMOND e JULES DE GONCOURT, Idées et sensations

mercoledì 8 luglio 2009

Danilo Kiš

“Leggo L’ultimo bastione del buon senso e ho l’impressione di essere seduto in un bistrot vicino al Trocadero di fronte a Danilo che mi parla con quella sua voce aspra e potente. Fra tutti gli scrittori della mia generazione che abitavano a Parigi durante gli anni Ottanta era forse il più grande. Il più grande e il meno visibile. La Dea chiamata Attualità non aveva alcuna ragione di puntare i riflettori su di lui. “Io non sono un dissidente”, scrive. E non era neppure un emigrato. Viaggiava liberamente tra la Jugoslavia e la Francia. Per la Dea Attualità Danilo non era, dunque, di alcun interesse...”

Danilo, protagonista di queste note di Milan Kundera è Danilo Kiš, scrittore di incerta patria e di altrettanto variegata educazione religiosa, che aveva però le idee chiare su quello che conta nella vita. Nato nel 1935 a Subotica, città ungherese che in quel momento faceva parte del Regno di Jugoslavia e che oggi è in Serbia, aveva per padre un ebreo e per madre un’ortodossa ed era cresciuto in un ambiente cattolico.

Ma la sua vita era la scrittura: “L’unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”. Aveva iniziato a scrivere dopo la scomparsa del padre ad Auschwitz: “Clessidra”, “Salmo 44”, “Dolori precoci”. E traduceva poeti stranieri, comparava letterature. Faceva della scrittura una testimonianza enciclopedica riproducendo tutto nei dettagli, elencando oggetti e fatti, orari e personaggi sconosciuti.

La politica non lo assorbì: dal socialismo reale jugoslavo, nel quale pure era cresciuto, riuscì a evadere trasferendosi nella libertà parigina, senza essere un dissidente o un maitre à penser dell’intellighenzia. Nella capitale francese morì per una malattia incurabile nel 1989, a 54 anni.


da “Homo poeticus”, Adelphi, 2009:

Coltiva il dubbio riguardo alle ideologie e ai principi dominanti.
Mostrati ugualmente fiero davanti ai principi e alle folle.
Ricordati sempre di questa massima: chi centra l’obiettivo sbaglia tutto.
Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è qualcosa che non si vede a occhio nudo.
Non ti occupare di economia, di sociologia, di psicoanalisi.
Non sostenere la relatività di tutti i valori, la gerarchia dei valori esiste.
Non credere che gli scrittori siano “la coscienza dell’umanità”: hai già visto troppe canaglie.
Non avere una missione. Guardati da coloro che hanno una missione.
Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi. Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu.
Manda al diavolo cento volte chi dice che Kolyma era diversa da Auschwitz.
Chi afferma che ad Auschwitz sterminavano solo i pidocchi e non gli uomini – tu sbattilo fuori.


BIBLIOGRAFIA ITALIANA:

  • Giardino, cenere (1965);
  • Pene giovanili (1970);
  • La clessidra (1971);
  • Po-etica (1971);
  • Po-etica II (1974);
  • Una tomba per Boris Davidović (1976);
  • La lezione di anatomia (1978);
  • L'enciclopedia dei morti (1985).
  • Homo poeticus, 2009

Danilo Kiš (Fotografia da Komunicacije)


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LA FRASE DEL GIORNO
La banalità è indistruttibile come una bottiglia di plastica.
DANILO KIŠ, Homo poeticus

martedì 7 luglio 2009

La Bibbia più antica è sul web

La prima Bibbia cristiana di cui si ha notizia, un manoscritto su pergamena risalente alla metà del IV secolo, il “Codex sinaiticus”, è ora disponibile per la consultazione su Internet.



La versione originale conta 1460 pagine di 40 cm per 35, scritte in greco, e contiene la più antica copia completa del Nuovo Testamento, nel vernacolo della “koiné”, oltre al Vecchio Testamento nella versione detta “dei Settanta”, con numerosi commenti dei primi correttori. Il progetto è il risultato di quattro anni di lavori in collaborazione tra la Biblioteca Britannica, la Biblioteca dell’Università di Lipsia, il Monastero di Santa Caterina e la Biblioteca Nazionale di Russia di San Pietroburgo. L’importanza del testo per la ricostruzione dell’originale biblico è naturalmente immensa.

Ottocento di queste pagine si possono consultare sul sito “Codex sinaiticus”. Il referente britannico dell’operazione, Scot McKendrick, sottolinea le opportunità di ricerca che il documento offre agli studiosi: “Questo manoscritto apre una finestra sugli inizi della cristianità e le prove di come la Bibbia fu trasmessa di generazione in generazione”. Nel corso di tutti questi anni la pergamena è stata conservata nel Monastero di Santa Caterina, nella penisola del SInai, In Egitto, a pochi chilometri dalla frontiera israeliana. Solo nel 1844 è stato possibile esaminare il “Codex”: era in perfette condizioni grazie all’aria secca del deserto e alle pareti del monastero, che ne hanno garantito la conservazione.


Immagini © Codex Sinaiticus


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LA FRASE DEL GIORNO
Io non sapevo che la Bibbia fosse poesia! Pensavo che non fosse altro che religione!
SINCLAIR LEWIS, Opera d’arte

lunedì 6 luglio 2009

Un notturno di Valeri

Più volte questo blog ha parlato di Diego Valeri: ho sottolineato quanto il poeta veneto sia sempre stato sottostimato dalla critica: forse non gli giovarono la leggerezza dei temi, gli interessi e i caratteri provinciali, l’uso di una musicalità espressiva in un periodo nel quale si estendeva la moda di correnti del tutto opposte alla sua grazia e al suo dire equilibrato.

Ora, mi è capitata sotto gli occhi una poesia che avvalora questa mia idea e consolida nella mia personale classifica la stima per Valeri come uno dei grandi del Novecento. È una lirica tarda, il poeta veneto ha già superato gli ottant’anni quando la scrive, ed è naturale che mediti sulla vita e sulla sua fine.


NOTTURNO

La testa sul cuscino, odo strisciare
nella tenebra grandi acque vicine,
più vicine, lontane.
È un suono dolce con lungo pedale,
è l’infinita musica del tempo
che mi rapisce fuor del tempo, poi
che la fuga dei giorni è già l’eterno
e la vita che muore è già la morte.
Ascolto il dolce suono;
né so se più m’attristi o più mi giovi
l’essere vivo ancora, nel mio chiuso
corpo di carne, nel fluire uguale
del mio sangue che fugge per la notte
con striscio d’acque vicine lontane.

da “Verità di uno”, 1970


Musicalità, ho detto, come caratteristica della poetica di Valeri, musicalità che qui entra nella poesia stessa con quel “suono dolce con lungo pedale”, tipico del pianoforte, al quale il poeta paragona lo scorrere dell’acqua di un canale – occorre ricordare che Valeri viveva a Venezia, in Calle del Vento – scorrere dell’acqua a sua volta paragonato al trascorrere del tempo.


© www.diegovaleri.it


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LA FRASE DEL GIORNO
Lo spazio è la prigionia del corpo, il tempo è quella dello spirito.
CARLO MARIA FRANZERO, Il fanciullo meraviglioso

domenica 5 luglio 2009

Proverbi di luglio

Löj, battidur
(Luglio, trebbiatore)

È un proverbio universalmente noto, questo, ravvisabile anche in italiano (“Luglio trebbiatore, quanta grazia del Signore”) e nei vari dialetti (nel Teatino è “vattatore”). Luglio altrove è “agrestaio”.

Löj, la tera la böj
(Luglio, la terra bolle).

Il caldo è talmente elevato a luglio, l’afa insopportabile che la terra sembra bollire, anche per l’effetto ottico delle “morgane”, simile ai miraggi del deserto. I veneti consigliano invece: “Quando il lujo xe molto caldo, bevi molto e tiente saldo”.

A Sant’Ana, i verz ne la piana
(A Sant’Anna, le verze nel campo)

C’è anche una versione differente di questo proverbio relativo al 26 luglio e che invita a piantare le verze: dice “A Sant’Ana, i vesp ne la piana”, ovvero le vespe. In italiano si dice “A Sant’Anna corre l’acqua per la piana”. In Calabria, dove diversi sono i frutti della terra (la cassoeula non c’è!), dicono: “Pe' Sant'Anna 'u ficu jè c''a zzanna” (il fico è maturo).


Katy Pertiet, “July Delphinium”


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LA FRASE DEL GIORNO
Il bollente luglio porta freddi temporali, albicocche e violaciocche.

SARA COLERIDGE, Lezioncine in versi per bambini

sabato 4 luglio 2009

Dell'avidità

"L'avidità sarà sempre come un ago di ghiaccio nelle pupille". Lo scrittore cileno Luis Sepúlveda nelle "Rose di Atacama" definisce così quell'egoistico vivace desiderio di qualcosa che diventa incontrollabile. Una freddezza che traspare.

L'avido ha già, altrimenti sarebbe invidioso, ma vuole di più, vuole anche ciò che gli altri possiedono. Deliziosa è questa favola di Fedro che tratta dell'avidità punita: "Meritatamente perde il proprio chi l'altrui vuole. Mentre nuotava in un fiume con in bocca carne, il cane vide rispecchiata nell'acqua la sua immagine; gli parve che un altro cane avesse in bocca la sua stessa preda; decise di strappargliela, ma l'avido fu deluso: lasciò perder la carne che teneva con i denti, e non poté raggiungere quella che voleva".

Egoista l'avido: il suo interesse prima di tutto. E infatti il medico inglese del Seicento Thomas Browne ammonisce: "Sbaglia certo chi elegge amico un avido". Perché l'amicizia, per essere davvero tale, è disinteressata e vive del reciproco aiuto.

Così, rincorrendo il possesso, non avrà mai nulla, pur avendo molto: Publilio Siro nel I secolo avanti Cristo in una delle sue celebri sentenze rileva che "Alla povertà manca molto, all'avidità tutto". Questa insaziabilità è notata anche da Mateo Alemán, scrittore spagnolo del XVI secolo, nel "Guzmán de Alfarache": "Mai l'occhio dell'avido dirà, così come non lo dicono il mare e l'inferno: mi basta".

Per concludere: l'avidità è la faccia malata del desiderio.


Lincoln Seligman, “Avarice”


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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è colpa maggiore che indulgere alle voglie, non c'è male maggiore che quello di non sapersi accontentare, non c'è danno maggiore che di nutrire bramosia di acquisto.
LAO TZU, La regola celeste

venerdì 3 luglio 2009

Poker solitaire

Di “Dio di illusioni”, romanzo della americana Donna Tartt avevo parlato agli inizi di questo blog. Ora mi dà lo spunto per segnalare un curioso solitario con le carte, quello che il protagonista dell’opera, Henry Winter, un “dandy” alla Oscar Wilde rapportato ai nostri tempi, gioca in continuazione.

Si chiama “Poker solitaire” ed è noto anche come “Poker square” dalla formazione in cui si devono disporre le carte. Non è uno dei consueti solitari per ricomporre il mazzo: il suo scopo è collocare 25 carte in una griglia di 5 x 5 in modo da ottenere la migliore mano di poker in ognuna delle cinque righe orizzontali e delle cinque colonne verticali. Si sistema una carta alla volta in una casella libera e non la si tocca più. Con ogni carta pescata dal mazzo si cerca di realizzare qualche combinazione da poker. Al termine, completato lo schema, si calcola il punteggio secondo la seguente tabella:

COMBINAZIONE USA GB
Scala reale 100 30
Scala colore 75 30
Poker 50 16
Full 25 10
Colore 20 5
Scala 15 12
Tris 10 6
Doppia coppia 5 3
Coppia 2 1


In questa schermata, tratta da Wikipedia, si può notare uno schema completo con i relativi punteggi: in azzurro quelli sulla scala americana, in giallo quelli sulla scala inglese. Si considera una vittoria superare i 200 punti secondo il primo sistema e i 70 nel secondo.


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LA FRASE DEL GIORNO
Nel gioco manca la difficil arte di vincere al dispetto delle carte.
PROVERBIO ITALIANO

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