martedì 30 giugno 2009

Aforismi dal “Dorian Gray”

“Il ritratto di Dorian Gray”, così come la maggior parte delle opere di Oscar Wilde, è una miniera di aforismi: lo scrittore irlandese li disseminava qua e là sulla pagina come delle pietre preziose su un tessuto. Con la sua sintassi semplice e classica provava a svegliare l’Inghilterra vittoriana dal suo torpore, a pungerla per vedere se vi scorreva ancora del sangue. Ed ecco che allora Wilde spazia tra arte e filosofia, tra società e vita con battute impudenti e al contempo irresistibili che rovesciano i clichés e li rivestono di nuovo.

Da “Il ritratto di Dorian Gray” (1890):

Al mondo non c’è che una cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé.

Le cose più comuni divengono deliziose, appena si sappia nasconderle.

In realtà la coscienza e la viltà sono la stessa cosa. Coscienza è l’etichetta commerciale del prodotto: viltà.

Di questi tempi un cuore infranto vien tirato in molte edizioni.

Il genio dura senza dubbio più a lungo della bellezza.

L’unico modo di liberarsi di una tentazione è di cedervi.

Io adoro i piaceri semplici. Sono l’ultimo rifugio della complicazione.

I giovani vogliono essere fedeli, e non lo sono; i vecchi vorrebbero esser infedeli, e non possono.

Oggi la gente conosce il prezzo di tutte le cose, e ne ignora il valore.

Un grande poeta, un poeta veramente grande, è la meno poetica di tutte le creature.

L’esperienza non ha valore etico. È semplicemente un’etichetta con la quale designiamo i nostri errori.

Il modo migliore per sciupare un carattere è correggerlo.

Il teatro mi piace. È tanto più vero della vita.

Il passato ha una sola grazia, quella di essere passato.

L’arte è assai più astratta di quanto pensiamo.

Anche il ricordo della gioia ha la sua amarezza, e quello del piacere il suo dolore.

La vita è un insieme di nervi, fibre e cellule faticosamente cresciute, nelle quali il pensiero si nasconde, e la passione si illude.


Immagine da Wikipedia


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LA FRASE DEL GIORNO
Il critico deve educare il pubblico; l’artista deve educare il critico.
OSCAR WILDE, In difesa di “Dorian Gray”

lunedì 29 giugno 2009

La persistenza dell’amore

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi,
che 'n mille dolci nodi li avvolgea;
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne son sì scarsi.

E 'l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea;
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual maraviglia se di subito arsi?

Non era l'andar sua cosa mortale,
ma d'angelica forma; e le parole
sonavan altro che pur voce umana.

Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i vidi, e se non fosse or tale,
piaga per allentar d'arco non sana.


Famosissimo è questo sonetto, il novantesimo del “Canzoniere” di Francesco Petrarca: è un esempio perfetto di lirica amorosa. Certo, il linguaggio italiano del Trecento risulta arduo alle nostre orecchie abituate alle parole semplificate della televisione, ma ricostruire la storia raccontata da questi quattordici versi è una vera soddisfazione.

Il Petrarca ci dice come la sua anima, a distanza di tempo, vibri ancora alla dolce visione della donna amata, quella Laura sapientemente occultata in un gioco di parole all’inizio del sonetto. La prima volta che la vide era il 6 aprile del 1327, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone. Petrarca aveva 23 anni, Laura diciannove. Nel ricordo c’è il vento che soffia e muove i capelli della ragazza, sovrapponendoli e quasi intrecciandoli. E c’è, nell’immagine che il poeta ha di lei, la bella lucentezza degli occhi che ora, ahimè, è diminuita per il trascorrere dell’età, per quanto il sentimento resti immutato.

Quel tempo passato consente ora al poeta di porsi una domanda: si chiede se quell’emozione provata, quell’intensa estasi amorosa che provò nel vedere Laura per la prima volta fu una vera commozione o se fu un’illusione. Certo è che quel sentimento di amore che aveva nell’animo fu come una scintilla e divampò in breve in un cuore già predisposto. Quell’esaltazione emotiva ebbe l’effetto di trasformare la donna in una dea, in un essere angelico, una immateriale figura che parlava con una voce da divinità, una melodiosa voce d’amore. Quella dolce immagine è nella memoria del Petrarca, tanto che se Laura fosse ormai diversa, invecchiata, non può fare a meno di sognarla: come una ferita prodotta da una freccia non guarisce quando la corda dell’arco che ha scoccato il dardo si allenta, così il suo amore rimane vivo.


Ritratto di Laura


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LA FRASE DEL GIORNO
Dura legge d'Amor! Ma benché obbliqua,
Servar conviensi; però ch'ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.
FRANCESCO PETRARCA, Triumphus Cupidinis, II

domenica 28 giugno 2009

Il bivio di Robert Frost


ROBERT FROST

LA STRADA NON PRESA

Divergevano due strade in un bosco
Ingiallito, e spiacente di non poterle fare
Entrambe essendo uno solo, a lungo mi fermai
Una di esse finché potevo scrutando
Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Poi presi l'altra, che era buona ugualmente
E aveva forse i titoli migliori
Perché era erbosa e poco segnata sembrava;
Benché, in fondo, il passar della gente
Le avesse invero segnate più o meno lo stesso,

Perché nessuna in quella mattina mostrava
Sui fili d'erba l'impronta nera d'un passo.
Oh, quell'altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
Dubitavo se mai sarei tornato.

Questa storia racconterò con un sospiro
Chissà dove fra molto molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco e io...
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta.

(Traduzione di Giovanni Giudici)


Mi affascinano i mondi paralleli, le cose che sarebbero potute essere e non sono. Questa poesia del poeta americano Robert Frost, tratta da “Mountain interval”, opera del 1916, è un chiaro esempio di quanti bivi ci si aprano davanti nella vita, ogni anno, ogni giorno: facciamo una scelta e abbandoniamo l’alternativa all’oblio o al rimpianto, difficile che ci possa capitare un’altra volta la medesima occasione.

Come se ci trovassimo su una strada di campagna e all’improvviso ci capitasse una biforcazione. Dove andare? A destra o a sinistra? Il lavoro o la famiglia? La carriera o l’amore? Cedere all’orgoglio o perdonare? Buttarsi o rinunciare? Cambiare o rimanere? E via dicendo. Ogni volta che ci inoltriamo su una di queste vie, ci lasciamo alle spalle un’altra vita, la nostra, come avrebbe potuto essere. Strada dopo strada, vita parallela dopo vita parallela. Robert Frost ci dice che queste scelte sono comuni a ognuno di noi. L’unica differenza che il poeta ci fa rilevare è un coraggioso anticonformismo, come se ci volesse dire di osare, di non seguire quella che sembra la strada più facile.


Fotografia: Beniamino Terraneo


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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia comincia con metafore superficiali, graziose, decorative, e giunge al pensiero più profondo che conosciamo.
ROBERT FROST, Educazione attraverso la poesia

sabato 27 giugno 2009

Cicerone, clemenza e severità

Non bisogna dare ascolto a coloro i quali credono che dobbiamo adirarci fieramente coi nostri nemici e anzi vedono appunto nell'adirarsi il carattere distintivo dell'uomo magnanimo e forte: no, la virtù più bella, la virtù più degna di un uomo grande e nobile è la mitezza e la clemenza. Negli Stati liberi ove regna l'eguaglianza del diritto bisogna anche dare prova di una certa arrendevolezza e di quella che è solita chiamarsi padronanza di sé per non incorrere nella taccia di inutile e odiosa scontrosità se ci accada di adirarci con importuni visitatori o con sfrontati sollecitatori. E tuttavia la mite e mansueta clemenza merita lode solo a patto che per il bene superiore dello Stato si adoperi anche la severità senza la quale nessun governo è possibile. Ogni punizione e ogni rimprovero però devono essere privi di offesa e mirare non alla soddisfazione di colui che punisce o rimprovera ma solo al vantaggio dello Stato.
Bisogna anche badare che la pena non sia maggiore della colpa e non avvenga che per le medesime ragioni alcuni siano duramente colpiti altri neppure richiamati al dovere. Soprattutto è da evitare la collera nell'atto stesso del punire: chi si accinge al castigo in preda alla collera non terrà mai quella giusta via di mezzo che corre fra il troppo e il poco via che piace tanto ai Peripatetici e piace a ragione solo che poi non dovrebbero lodare l'ira dicendo che essa è un utile dono della natura. No l'ira è da tenere lontana in tutte le cose e bisogna far voti che i reggitori dello Stato assomiglino alle leggi le quali sono spinte a punire non per impeto d'ira ma per dovere di giustizia.

Questa è la traduzione della versione assegnata ieri ai licei classici per l’esame di maturità. Cicerone, sulle questioni morali, è sempre un grande. Queste parole, tratte dal “De officiis”, associate alla fase politica che stiamo vivendo, fanno riflettere: pensateci su un attimo e vedrete che la moderazione cui invita Cicerone oggi è una parola vana, ci si colpisce a randellate con ira e rabbia, si tratta l’avversario come un odioso nemico, i colpi bassi sono all’ordine del giorno, così come gli insulti e gli attacchi personali.

Quanto al “bene superiore dello Stato”, be’, sembra un di più. Tutti si scannano sulle veline e sulle escort e lasciano passare nel dimenticatoio la crisi economica. La Commedia dell’Arte, al confronto dei nostri politici (politicanti?) era robetta…

Marco Tullio Cicerone (dal web)

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LA FRASE DEL GIORNO
Il saggio stesso formula spesso opinioni su ciò che non conosce, non di rado è in preda alla collera, cede alle preghiere e si calma, corregge talora – se così è meglio – le sue affermazioni e talora cambia parere; tutte le virtù sono temperate dal giusto mezzo.
CICERONE, In difesa di Murena

venerdì 26 giugno 2009

Innamoramento e amore

Innamoramento e amore: che bel tema hanno scelto quest’anno gli esperti del ministero dell’Istruzione per la maturità. Un argomento su cui tutti noi abbiamo da dire, di cui tutti noi abbiamo esperienza, “Perché, ditemi, chi non si è mai innamorato di quella del primo banco?” come cantava Antonello Venditti, iniziando con una citazione “bassa” che va a controbilanciare le poesie di Catullo, Dante, Leopardi, Gozzano e Cardarelli indicate come tracce da seguire nel testo ministeriale.

Antonio Canova, “Amore e Psiche”

Certo, le nostre esperienze hanno modi e toni diversi da quelli dei grandi poeti citati: i nostri sentimenti forse non viaggiano con i versi sublimi, si accontentano di SMS, di bigliettini, di messaggi su Facebook, magari qualche nostalgico arriva a lanciarsi in una lettera, qualche altro si esprime con una scritta a vernice spray su un muro; ma sono le stesse emozioni che provarono i grandi. Loro avevano Lesbia, Beatrice, Silvia, Felicita, a noi sono date Paola, Marta, Francesca, Massimo, Matteo, Daniele, ma l’amore che provarono loro è quello che proviamo noi: quel senso di inebetimento che prende, l’annebbiamento simile a febbre che ottenebra i sensi e poi li esalta, quell’euforia che fa camminare sollevati dal suolo, l’amore insomma, lo sapete bene cos’è! Il motore che fa girare il mondo, che ci libera da noi stessi e ci eleva in un’altra dimensione, la follia che fa sragionare i saggi…

E l’innamoramento non è che l’apprendistato dell’amore, il rendersi conto che siamo innamorati di un’altra persona, comprendere che ci è impossibile vivere senza di lei: è un processo che può durare molto tempo e instaurarsi giorno dopo giorno o che scoppia improvviso come un temporale d’estate, il famoso “colpo di fulmine”.

Marc Chagall, “La promenade”

Il testo di Francesco Alberoni citato nel documento a corredo del tema non mi trova completamente d’accordo: “Noi desideriamo, vogliamo assolutamente qualcosa per noi. Tutto ciò che facciamo per la persona amata non è far qualcosa d’altro e per qualcun altro, è farlo per noi, per essere felici”. L’amore può talora essere la più egoistica delle passioni, ma sicuramente è la più altruista, anche cristianamente parlando, visto che è alla base del precetto evangelico: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Detto così invece sembra un volgarissimo do ut des, uno scambio commerciale…

Molto meglio crucciarsi con Catullo, inebriarsi con Dante, illudersi con Gozzano, filosofare con Leopardi e soffrire con Cardarelli. Molto meglio immaginare ed emozionarsi con i dipinti di Magritte e di Chagall, con la scultura di Canova raffigurante “Amore e Psiche”…

René Magritte, “Les amants”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amor, ch’a nullo amato amar perdona
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
DANTE ALIGHIERI, Inferno, V, 103-105

giovedì 25 giugno 2009

La Grande Guerra in mostra

Una interessante esposizione è aperta al Museo di Roma in Trastevere. Si tratta di “La guerra della Nazione. Italia 1915-1918”, una rassegna di migliaia di fotografie, in massima parte inedite, conservate finora dall’Archivio Centrale dello Stato e appartenenti a tre diversi fondi:

  • La mostra della rivoluzione fascista con documenti e immagini sulla storia d’Italia dal Risorgimento all’avvento del fascismo e ai suoi primi anni – una raccolta dai toni espositivi e propagandistici;
  • Le fotografie scattate da tre ufficiali dello Stato Maggiore italiano sui campi di battaglia;
  • Le foto sulla mobilitazione industriale e civile connessa alla guerra.

Una delle foto in mostra © Museo di Roma in Trastevere

LA GUERRA DELLA NAZIONE. ITALIA 1915-1918

dal 25 giugno al 20 settembre 2009

Museo di Roma in Trastevere, Piazza Sant’Egidio, 1b

Orario: Da martedì a domenica ore 10.00-20.00. Chiuso lunedì

Biglietto d'ingresso: Intero € 3,00 - Ridotto € 1,50 Gratuito per le categorie previste dalla legge vigente - La biglietteria chiude un'ora prima

Informazioni: Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00-21.00)

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LA FRASE DEL GIORNO
Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall'inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era ormai diventato insopportabile. Ogni palmo di terra ci ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Non avevamo fatto altro che conquistare trincee, trincee e trincee. Dopo quella dei "gatti rossi", era venuta quella dei "gatti neri", poi quella dei "gatti verdi". Ma la situazione era sempre la stessa. Presa una trincea, bisognava conquistarne un'altra. Trieste era sempre là, di fronte al golfo, alla stessa distanza, stanca. La nostra artiglieria non vi aveva voluto tirare un sol colpo. Il duca d'Aosta, nostro comandante d'armata, la citava ogni volta, negli ordini del giorno e nei discorsi, per animare i combattenti.
EMILIO LUSSU, Un anno sull’Altipiano

mercoledì 24 giugno 2009

A Solferino, 150 anni fa…

Centocinquant’anni fa, il 24 giugno 1859, si combatterono due battaglie che segnarono un passo importante, nonostante il loro carico di morte, nella storia della umana solidarietà. A San Martino, in provincia di Verona, e a Solferino, in provincia di Mantova, durante la seconda guerra d’indipendenza, si affrontarono le truppe franco-piemontesi, comandate da Napoleone III e Vittorio Emanuele II, e l’esercito austro-ungarico, guidato da Francesco Giuseppe II. Fu una vera carneficina, una strage che costò la vita a 30.000 soldati di entrambi gli schieramenti, i cui resti orano riposano commisti negli ossari delle due località.

Quel 24 giugno un sacerdote, don Lorenzo Barzizza, e le donne di Castiglione delle Stiviere, soccorrevano i feriti senza badare al colore delle divise, raccoglievano i lamenti dei numerosi feriti, disposti su un piccolo colle considerato zona franca. Quel giorno sul campo di battaglia c’era anche un finanziere ginevrino, Jean Henry Dunant, giunto per conferire con Napoleone III e parlargli degli affari che aveva in programma: l’acquisto di alcuni terreni in Algeria. Partì senza concludere nulla, dopo aver soccorso alcuni dei 40.000 feriti, sconvolto dalle strazianti scene cui aveva assistito e commosso dallo slancio umanitario di don Barzizza e delle donne. Dunant decise di prodigarsi per istituire un’organizzazione che curasse i feriti: nasceva così la Croce Rossa Internazionale.

Henri Dunant (pubblico dominio)

Di quell’esperienza Dunant in “Un souvenir de Solferino” anni dopo scriverà: “Nell'Ospedale e nelle Chiese di Castiglione sono stati depositati, fianco a fianco, uomini di ogni nazione. Francesi, Austriaci, Tedeschi e Slavi, provvisoriamente confusi nel fondo delle cappelle, non hanno la forza di muoversi nello stretto spazio che occupano. Giuramenti, bestemmie che nessuna espressione può rendere. Risuonano sotto le volte dei santuari. Mi diceva qualcuno di questi infelici: «Ci abbandonano, ci lasciano morire miseramente, eppure noi ci siamo battuti bene!». Malgrado le fatiche che hanno sopportato malgrado le notti insonni, essi non riposano e, nella loro sventura implorano il soccorso dei medici e si rotolano disperati nelle convulsioni che termineranno con il tetano e la morte...

[…]

Ma le donne di Castiglione vedendo che non faccio alcuna distinzione di nazionalità, seguono il mio esempio, dando prova della medesima gentilezza nei confronti di tutti questi uomini di origini così diverse e che sono per loro tutti ugualmente estranei. «Tutti fratelli!» ripetevano con emozione. Onore a queste donne compassionevoli, a queste fanciulle di Castiglione! nulla le ha disgustate, stancate o scoraggiate, e la loro modesta devozione non ha tenuto conto né di ribrezzo, né di fatiche, né di sacrifici.

A ricordo di quel “germoglio” sbocciato sull’insanguinato campo dove si svolse una battaglia cruenta, sul Colle dei Cipressi a Solferino, in occasione del centenario, nel 1959 venne eretto il monumento alla Croce Rossa: una semplice edicola nella quale sono murate formelle inviate dai comitati di tutto il mondo. Ogni anno, in occasione dell’anniversario, arrivano delegazioni da ogni continente per rendere omaggio a quei trentamila caduti e all’idea di Jean Henry Dunant.

Una scena della battaglia di Solferino, incisione d’epoca

Clicca qui per visitare il sito della “SOCIETÀ SOLFERINO E SAN MARTINO”

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LA FRASE DEL GIORNO
La guerra, così come è matrigna dei codardi, è madre dei valorosi.
MIGUEL DE CERVANTES

martedì 23 giugno 2009

Boris Vian

Il 23 giugno 1959 in un cinema parigino veniva proiettato in anteprima “Sputerò sulle vostre tombe”, un film sceneggiato da Michel Gast sulla traccia dell’omonimo romanzo di Boris Vian. L’autore del libro, che non era stato invitato alla proiezione, sedeva comunque tra il pubblico, sperando che il suo nome fosse almeno citato nella pellicola. Dopo soli dieci minuti il suo cuore cessò di battere per sempre. Boris Vian moriva a 39 anni.

Cinquant’anni fa si concludeva così l’esistenza di un autore multiforme e anticonformista, capace di muoversi tra la narrativa, la poesia, la traduzione, il teatro, il cinema e la musica. Boris Vian, nato nel 1920 a Ville d’Avray, durante la guerra divenne ingegnere e iniziò a lavorare all’Association Française de Normalisation. Contemporaneamente, frequentava gli ambienti esistenzialisti e si esibiva in un’orchestra jazz al “Tabou”. Nel biennio 1946-1947 collabora a “Jazz-Hot”, “Les Temps Modernes” e “Combat” e scrive quattro romanzi: “Vercoquin e il plancton”, “La schiuma dei giorni”, “L’autunno a Pechino” e soprattutto “Sputerò sulle vostre tombe”, attribuito a un fantomatico scrittore americano, Vernon Sullivan, che gli darà notorietà.

Negli anni seguenti però, anche in seguito all’affrettata produzione e all’equivoco sull’attribuzione dei testi, il fenomeno Vian si sgonfia. Boris si dedica alla traduzione, che gli frutta economicamente: quindici testi in quindici anni. Dovrà passare del tempo prima che trovi il coraggio di affrontare ancora il pubblico dei romanzi: lo farà nel 1953 con “Sterpacuore”. Nel frattempo scrive per il teatro e per le riviste di jazz, consolandosi di non poter più suonare la tromba a causa di problemi cardiaci. Negli ultimi anni invece si dedicherà all’opera, scrivendo due libretti (“Il cavaliere delle nevi” e “Fiesta”), e alla canzone – ne scriverà quattrocento, dirigendo la Philips francese – pubblicando anche un disco con dodici pezzi cantati da lui, “Chansons possibles et impossibles”. Qui risulta ancora evidente il suo anticonformismo: uno dei brani, in piena guerra d’Algeria, è l’antimilitarista “Le diserteur”, fatto che porterà le autorità a togliere il disco dalla circolazione.

Vian poeta non si smentisce: i suoi versi sono eccentrici, graffianti, deliberatamente provocatori. La consapevolezza della fine spinge il poeta a negare il mondo, a cercare in un altro luogo qualche barlume di felicità, scegliendo la sensazione invece dell’introspezione, giostrando con il linguaggio per ottenere musica infischiandosene di tutte le convenzioni.

Boris Vian (Fotografia: Fondazione Boris Vian)

Da “Non vorrei crepare”, postumo, 1962

UN POETA

Un poeta
È un essere unico
In tanti esemplari
Che pensa solamente in versi
E non scrive che in musica
Su soggetti diversi
Sia rossi che verdi
Ma sempre magnifici.


PERCHÉ VIVO

Perché vivo
Perché vivo
Per la gamba gialla
D'una donna bionda
Appoggiata al muro
In pieno sole
Per la vela gonfia
Di un battello del porto
Per l'ombra delle tende
Il caffè ghiacciato
Che si beve con la cannuccia
Per toccare la sabbia
Vedere il fondo dell'acqua
Che diventa così azzurro
Che discende tanto in basso
Con i pesci
I calmi pesci
Pascolanti sul fondo
Che si librano sopra
I capelli delle alghe
Come uccelli lenti
Come uccelli azzurri
Perché vivo
Perché e bello.


VOGLIO UNA VITA A FORMA DI SPINA

Voglio una vita a forma di spina
Su un piatto azzurro
Voglio una vita a forma di cosa
Sul fondo di un coso solitario
Voglio una vita a forma di sabbia fra le mani
A forma di pane verde o di brocca
A forma di molle ciabatta
A forma di «dirindindina»
Di spazzacamino o di lillà
Di terra piena di sassi
Di barbiere selvaggio o di piumino folle
Voglio una vita a forma di te
Ed io l'ho, ma non mi basta ancora
Non sono mai contento.

(Traduzioni d G.A. Cibotto)



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LA FRASE DEL GIORNO
Sembra che, in effetti, le masse sbaglino, e che gli individui abbiano sempre ragione.
BORIS VIAN, La schiuma dei giorni, Prologo

lunedì 22 giugno 2009

La gioventù dei poeti

LA CORONA DELLA GIOVINEZZA

È Gabriele, è sempre lui che invita
con la vocetta sua che non perdona.
O Giovinezza, ahimè, la tua corona
su la mia fronte è già quasi sfiorita.
Non doveva sfiorire anche la mia,
fiori, fronde, poesia
e sfiorir presto?
Ma alcunché di domestico e fedele
restava in me, non più di Gabriele.
se oggi torno giovane e m'arresto
in mezzo a tante tante cose care.
Ma com'è bello poetare!
Come son nato per questo!

(da “Diario senza le date”, 1974)

Marino Moretti riprende in questa poesia i versi dannunziani di “O Giovinezza!” per  controbattere al crepuscolare atteggiamento del Vate un’esaltazione della poesia. È giovane chi si sente giovane dentro, ci dice Moretti, chi trova nell’arte, nella poesia il senso della vita. La contrapposizione con il Gozzano dei “Colloqui” (Venticinqu’anni!… Sono vecchio, sono vecchio!) è lampante.

Alla moda di sentirsi vecchi e sfiduciati che farà dire allo stesso Gozzano che Amore e Morte sono le due sole cose belle, Moretti, che quando scrive “La corona della giovinezza”, dopo il 1926, ha già passato i quarant’anni, oppone una vitalità rinnovata, una redenzione prodotta dalla consapevolezza dei propri mezzi, dalla coscienza che la poesia non ha tempo e non ha età.

 

Marino Moretti (Foto: Wikipedia, Licenza GNU)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La giovinezza non ha età.
PABLO PICASSO

domenica 21 giugno 2009

Il primo giorno d’estate

IL PRIMO GIORNO D’ESTATE

Il camioncino dei gelati
(la campanella allegra)
passa tra gli alberati
viali residenziali.

I bambini,
che giocano nel prato a perdifiato,
smettono e gli vanno incontro:
i nichelini in mano.

I cani, risvegliati,
abbaiano per chiasso
e gli uccelli cinguettano tra i rami.
Si dondolano, frullano
in alto e in basso.

Una cicala urla
nell'ora meridiana:
è la prima di un'estate
di tenere piogge
che pareva una burla.

È scoppiata e si sente
l'avvenuto momento
da come il cielo vibra
sull’erba radente.
Ogni cosa, nella luce,
ha la trasparenza dell'aria.
C'è un paese al mondo,
dove non sia questa festa?

(da "Elegie di Croton", 1959)

 

Lunghissimo il primo giorno d'estate, il giorno del solstizio, quando il tramonto non finisce più e ruba ore alla notte. Antonio Barolini, poeta veneto emigrato a Croton-on-Hudson, negli Stati Uniti, in quella luce infinita e radente ravvisa il manifestarsi dell’estate, l’attestazione che la nuova stagione è arrivata dopo una primavera di piogge. Con il suo stile discorsivo disegna un mondo quasi da favola, con i bambini che interrompono i loro giochi per correre al camioncino dei gelati, tipica iconografia della provincia americana. La prima cicala, il riverbero del cielo, l’allegria che si diffonde tra i giardini: una piccola scena minimalista, che assume i toni di un’elegia familiare e affettuosa.

 

Karen Ramsay, “Ice cream truck”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Stagione che porti la luce / a distendere il tempo / di là dai confini del giorno, / e sembri mettere a volte / nell’ordine che procede / qualche cadenza dell’indugio eterno.
VINCENZO CARDARELLI, Poesie, “Estiva”

sabato 20 giugno 2009

Felicità o non infelicità?

“La felicità può anche essere un surrogato, la felicità esiste forse solo come surrogato, felicità, sempre un surrogato di felicità, a strati successivi”. Così scrive il Premio Nobel tedesco Gunter Grass nel suo capolavoro, “Il tamburo di latta”. Ovvero, come diceva Giacomo Leopardi “La mancanza d'infelicità è già felicità”.

Assume forme mitiche invece per Gesualdo Bufalino, nel “Malpensante”: “La felicità esiste, ne ho sentito parlare”. Una possibilità che invece Anton Cechov, nell’amarissimo dramma “Tre sorelle”, nega: “La felicità non possiamo averla, non esiste: la desideriamo soltanto”. Più pragmatico e caustico in “Misalliance” il commediografo irlandese George Bernard Shaw: “Il segreto per essere infelice è avere abbastanza tempo per preoccuparsi se si è felici o no”.

Felicità, questo Eldorado mistico cui tutti ambiamo, che forse un giorno abbiamo provato, che forse un giorno proveremo, in cui forse siamo immersi e neanche lo sappiamo… Nella Costituzione degli Stati Uniti è espressamente indicata la sua ricerca come valore fondante. Non è piacere, non è assenza di dolore, non è utopia o illusione: è felicità, un misto di desiderio e di benessere, uno stato in cui vorremmo essere perennemente immersi come in una piacevole vasca termale…

 

Fotografia da “From where I sit”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La felicità è come la salute: se non te ne accorgi, vuol dire che c’è.
IVAN TURGENEV

venerdì 19 giugno 2009

Apollo e Dafne

Il serto di alloro che viene posto in capo ai poeti e ai vincitori delle gare olimpiche è la pianta sacra ad Apollo. La leggenda narra che la bella ninfa Dafne, amata dal dio, gli sfuggiva non appena questi le si avvicinava. Apollo la chiamava invano con i nomi più dolci, ma Dafne non si fermava ad ascoltarlo. Quando il dio riuscì a raggiungerla, la ragazza trafelata invocò l’aiuto del padre, il fiume Pèneo: “Salvami tu!”

Il piede della ninfa si tramutò allora in radice, affondando nel terreno, l’esile corpo si circondò di una scorza tenera e verde, i capelli si trasformarono in fronde. Dafne fu mutata in alloro e quella pianta divenne sacra in eterno ad Apollo, dio della musica e della poesia, che se ne ornerà la fronte, così come i musici, i poeti e i condottieri…

Ascoltiamo il racconto di Ovidio nelle “Metamorfosi”:

“Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e: «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui». Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo, ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae. E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra; e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei. Fedelissimo custode della porta d'Augusto, starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa, anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!». Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo”.

Così invece narra in versi Gabriele D’Annunzio il momento della trasformazione di Dafne (“Alcyone”, L’oleandro):

“Nell'umidore del selvaggio suolo
i piedi farsi radiche contorte
ella sente e da lor sorgere un tronco
che le gambe su fino alle cosce
include e della pelle scorza fa
e dov'è il fiore di verginità
un nodo inviolabile compone”.

Gian Lorenzo Bernini, “Apollo e Dafne” (1622-1625)
Roma, Galleria Borghese

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Fuggi quando vuoi, e la storia sarà invertita: Apollo scappa e Dafne lo rincorre; la colomba insegue il grifone; la mite cerva corre ad afferrare la tigre. Vana corsa, quando la vigliaccheria ci insegue e la prodezza fugge.
WILLIAM SHAKESPEARE, Sogno di una notte di mezza estate, Atto II, scena I

giovedì 18 giugno 2009

Il lampo della poesia

C'è un'immagine che mi è cara: quella di un temporale notturno. Un lampo squarcia l'oscurità e per un istante solo illumina tutto quanto: la nostra comprensione non ci permette di vedere tutto, ma ne ricaviamo soltanto una fugace impressione. Ecco: quella è la poesia, lo sguardo che lanciamo per un brevissimo momento nella realtà e ci consente di cogliere l'immagine della magia, il senso dell'emozione.

Fotografia: Maxi Posters

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è la luce di un lampo; quando è solo un accostamento di parole diventa semplice composizione.
KHALIL GIBRAN, Massime spirituali

mercoledì 17 giugno 2009

Grisham e Amanda

Il lungo processo in corso a Perugia che intende fare luce sull’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, ha una vasta eco mediatica in Gran Bretagna ma soprattutto negli Stati Uniti, patria di Amanda Knox, imputata con l’italiano Raffaele Sollecito e l’ivoriano Rudy Guedé. Oltreoceano si appassionano al processo e con uno sciovinismo tipicamente americano l’opinione pubblica si è schierata per l’innocenza di Amanda: giornali e televisioni cavalcano lo scoop, ma certamente in pochi saranno in grado di comprendere i meccanismi complicati della giustizia italiana e le sue lungaggini burocratiche.

Il re del legal thriller, John Grisham, autore di raffinati best seller incentrati non solo sui ricchi e potenti studi legali ma anche su avvocati di strada e alle prime armi, è in Italia per presentare “Il ricatto”, sua ultima fatica editoriale. Intervistato da Maria Corbi per “La Stampa”, confessa di seguire con interesse il processo per l’assassinio di Meredith e di essere intenzionato a scrivere un libro sulla vicenda: “Negli Stati Uniti la seguiamo molto, ha attirato la mia attenzione, vorrei capirne di più. E se scriverò il libro verrò spesso in Italia, a Perugia, per raccogliere materiale”. Grisham si dice “tendenzialmente innocentista” nei confronti di Amanda, ma ammette che vi siano molte prove a carico della studentessa di Seattle e che “appaia una ragazzina stupida”.

Lo scrittore americano, che prima di dedicarsi alla letteratura era avvocato, si stupisce della lunghezza del processo. Questo, anziché deprimerlo, lo intriga: “Anche per questo mi piacerebbe ambientare un libro da voi per paragonare i due sistemi”. Grisham, del resto, ama molto l’Italia, avendo già ambientato a Bologna “Il broker” e a Parma “Il professionista”, due romanzi che esulano però dal genere legale. Se scriverà davvero la storia del processo di Perugia, c’è da contare che sarà un nuovo successo.

 

John Grisham  © AP Jim Cooper

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il dovere dei giudici è di applicare la giustizia; il loro mestiere è di ritardarla, ciascuno conoscendo il proprio dovere e facendo il proprio mestiere.nostro cuore dimora dell'Infinito.
JEAN DE LA BRUYÈRE, Caractères

martedì 16 giugno 2009

Poesia e dialetto: Vann'Antò

Giovanni Antonio Di Giacomo, noto con lo pseudonimo di Vann'Antò, nacque a Ragusa nel 1891. La sua opera poetica conta una bella serie di tre raccolte in dialetto siciliano, di ispirazione popolaresca e contadina - lui, combattente sul Carso tra il 1915 e il 1918, era però professore di Letteratura delle tradizioni popolari all'Università di Messina.

La poesia di Vann'Antò è schietta, genuina, fraternamente condivisa con quella gente semplice e umile della quale condivise sentimenti e intimi moti. Nei toni di adesione alla natura, quasi sempre pacati, ma qua e là realisticamente scabri, riesce a esprimere l'immediatezza e la robustezza della vita contadina.

M'AMA LA BELLA MIA

" M'ama la bella mia, sempri m'arriri: 
quannu vuògghiu, rispunni a la ciamata. " 
" A la mia bella ci manca la firi, 
nun ci po' crirri, no, ri quantu è amata. " 

" La mia bella è 'nu specciu, ca t'ammiri 
e la to' fiura c'è sempri stampata... " 
" La mia gioia si viri e nun si viri: 
e primavera 'n mienzu a l'invirnata. " 

" Iu vincii ni la ddutta ri l'amuri 
ccu 'n attu ri curaggiu, cuomu fa 
(vitti e sparau) lu bravu cacciaturi. " 

" L'anima mia tenaci aspetta: sa 
ch'è cciú vivu l'affettu nel duluri 
cuomu la fiamma ni l'oscurità! "
 

M'AMA LA BELLA MIA

M'ama la bella mia, sempre sorride:
quando voglio, risponde alla chiamata.
Alla mia bella manca la fede,
non può credere, no, quanto sia amata.

La mia bella è uno specchio, che ti guardi
e la tua figura è sempre riflessa...
La mia gioia si vede e non si vede:
fa primavera in mezzo all'inverno.

Io ho vinto nella lotta dell'amore
con atto di coraggio come fa
(vide e sparò) l'abile cacciatore.

L'anima mia tenace aspetta: sa
che è più vivo l'affetto nel dolore
come la fiamma nell'oscurità.

da «Voluntas tua», 1926

 

'A PICI, I

- Bedha, cchi duormi pràcita e latina!
cuomu na pupa, ca nun ha pinsieri:
la facciuzza ri cira quant'è fina,
cira ca lu so sciàuru è di meli.

Iu mi susii cciù prima stamatina,
li sonna miei nun ci fuorru sinceri!
tuttannotti ca fu vota e rimina,
pinsirazzi cciù amari ri lu feli.

Lu sancu squetu cch'è ca rivugghia,
n'sàcciu l'arma cchi avìa pena e diluri;
ruormi, ca sî filici, bedha mia!

Nun t'arrusbigghi si nun è lu Suli,
ch'è lu to amanti e n'happi gilusia,
cà travagghiu a lu scuru, pirriaturi.

LA PECE, I

Come placida dormi, Bella, e lieve!
come una bambola, che non ha pensieri;
la facciuzza di cera quant'è fina,
cera che l'odore suo è di miele.

Mi sono levato prima io stamattina:
non sono stati i miei sonni sinceri!
tutta la notte a voltarmi e pestare
tristi pensieri più amari del fiele.

Il sangue inquieto che mai ribolliva?
Non so il cuor che avea pena e dolore....
Dormi, felice sei tu, bella mia.

Non ti svegli se non è il Sole
ch'è il tuo amante e n'ho avuta gelosia,
poi che lavoro al buio, minatore.

da «'A Pici», 1958

 

BIBLIOGRAFIA

Voluntas tua, De Alberti, Roma 1926
Il fante alto da terra, Principato, Milano 1932
Indovinelli popolari siciliani, Sciascia, Caltanissetta 1954
La Madonna nera, LEU, Messina 1955
U vascidduzzu, Il Fondaco, Messina, 1956
'A Pici, Paolino, Ragusa 1958
La Baronessa di Carini, D'Anna, Messina 1958

Strada

Strada di Ragusa Ibla

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore, fascinoso Amore, la campagna è il tuo tempio.
JEAN-FRANÇOIS DE SAINT-LAMBERT, La primavera

lunedì 15 giugno 2009

Gli aforismi di Canetti

Uno dei più grandi scrittori di aforismi è il saggista e scrittore di lingua tedesca Elias Canetti, nato in Bulgaria nel 1905, ma vissuto a Vienna e Zurigo, dove morì nel 1994.

Autore del romanzo "Auto da fé" e del celebre saggio "Masse e potere", Canetti, Nobel per la letteratura nel 1981, ha saputo cimentarsi nel difficile genere dell'aforisma, forse ispirato dall'amico Karl Kraus, con una salda tenacia da moralista, senza voli pindarici a inseguire metafore: osserva curioso con una passione mentale che scandaglia la complessità del mondo reale.

da "La provincia dell'uomo" (1973)

Ha nella pancia un poeta, riuscisse ad averlo sulla punta della lingua!

Non andar sempre fino in fondo. C'è tanto in mezzo!

I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome. 

Il progresso ha i suoi svantaggi; di tanto in tanto esplode. 

Non dice nulla, ma come sa spiegarlo!

da "Il cuore segreto dell'orologio" (1987)

Questo è un aforisma, dice, e si affretta a richiudere la bocca di scatto.

Si può vivere soltanto se, con una certa frequenza, non si fa quello che ci si propone. L'arte consiste nel proporsi la cosa giusta da non fare.

Chi ha troppe parole non può che essere solo.

È già difficile sopportare il proprio autocompiacimento. Ma quello degli altri!

 

da "La tortura delle mosche" (1993)

L'arte sta nel leggere sufficientemente poco.

Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione.

Dio non ha visto giusto riguardo alla confusione babelica delle lingue. Tutti parlano adesso la stessa tecnica.

Gli uomini fuggono da chi dice sempre le stesse cose. Ma se uno le dice con sufficiente arroganza, da costui si lasciano dominare.

Quello è intelligente come un giornale. Sa tutto. Ciò che sa cambia ogni giorno.

Il poeta vive di esagerazioni e si fa conoscere per mezzo di fraintendimenti.

 

Elias Canetti (Fotografia: S9)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Leggendo i grandi autori di aforismi si ha l'impressione che si conoscano tutti bene fra loro.
ELIAS CANETTI, La rapidità dello spirito

domenica 14 giugno 2009

La sete di Jiménez

Sì, sete, sete, sete orribile!
...Ma... lasciami il bicchiere
vuoto...!

Questa brevissima poesia di Juan Ramón Jiménez, tratta da “Eternità”, opera del 1917, è un’esaltazione del desiderio, del senso dell’attesa. Come per il Natale, che vive della magica atmosfera dell’Avvento e la trasforma in malinconia già il pomeriggio del 25 dicembre. O come il “sabato del villaggio” leopardiano, con la spensierata allegria che il giorno dopo sarà già smorzata dai pensieri della settimana prossima a iniziare. Il desiderio dunque, ancora più della sua realizzazione. “In attendere è gioia più compita”. Lo diceva anche Eugenio Montale.

 

Fotografia: Jupiter

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci sono due scopi nella vita: il primo è di ottenere ciò che vogliamo; il secondo di godercelo. Solo gli uomini più saggi riescono a compiere il secondo.
L.P.SMITH, Afterthoughts, I

sabato 13 giugno 2009

Una barca in mezzo al mare

FUSSE UN POETA...

Fusse un poeta...
Ermetico,
Parlarìa de l'Eterno:
De la coscienza in mi,
De le stele su mi,
E del mar che voleva e nò voleva
(Ah, canagia d'un mar!)
Darme le so parole.

Ma son...
(Parché nò dirlo?)
Son un poeta.

E ti ghe géri tì ne la me barca.

E le stele su nù ghe sarà stàe,
E la coscienza in nù,
E le onde se sarà messe a parlar,
Ma ti-ghe-gerì tì ne la me barca,
(E gèra fermi i remi).
In mezzo al mar.

 

FOSSI UN POETA...

Fossi un poeta...
Ermetico,
Parlerei dell'Eterno:
Della mia coscienza,
Delle stelle sopra di me,
E del mare che voleva e non voleva
(Ah, canaglia d'un mare!)
Darmi le sue parole.

Ma sono...
(Perché non dirlo?)
Sono un poeta.

E c'eri tu nella mia barca.

E le stelle su di noi ci saranno state
E la nostra coscienza,
E le onde si saranno messe a parlare,
Ma c'eri tu nella mia barca,
(Ed erano fermi i remi).
In mezzo al mare.

 

Giacomo Noventa, autore di questa lirica racchiusa nella raccolta del 1956 “Versi e Poesie”, era un poeta dialettale che sapeva dare alle sue opere toni epigrammatici, alla ricerca di una verità che si perdeva spesso nel sogno per baluginare talvolta nel reale. “Fossi un poeta…” ne è una significativa testimonianza: Noventa, che pure fondò “La Riforma Letteraria” e frequentò i vari gruppi letterari, nel suo gioioso dialetto veneziano racconta con ironia e con una benevola presa in giro questa notte sul mare: un poeta, un Ermetico magari, come Ungaretti o Montale, baderebbe alle stelle, ai movimenti dei propri sentimenti inconsci, alla condizione umana. Ma Noventa, che pure è poeta, ha una ragazza nella barca e non si cura di stelle, coscienza o eterno: i remi sono fermi sugli scalmi, l’imbarcazione diventa un’alcova in balia della corrente e lui si abbandona alla poesia dell’amore…

  Immagine: Adriano Galasso

 

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LA FRASE DEL GIORNO
È l'amore che passa avanti a tutto. L'amore è come un fuoco che consuma. Non ti senti bruciare dentro?
CARLO CASSOLA, un uomo solo

venerdì 12 giugno 2009

Ricette letterarie - 6

Risotto alla milanese

CARLO EMILIO GADDA
Saggi giornali favole e altri scritti

Non c'è nulla da aggiungere a questa ricetta classica, se non lasciare raccontare direttamente a un grande lombardo, quel Carlo Emilio Gadda autore della "Cognizione del dolore" e dell'"Adalgisa":

RISOTTO PATRIO. RÉCIPE
[1959]

L'approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Carolina, che ha forma allungata, quasi di fuso.  (...)  Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, e la ovale pure, di rame stagnato, con manico di ferro (...) Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l'alluminio.

La casseruola, tenuta al fuoco pel manico e per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente brodo al foco, e di manzo: e burro lodigiano di classe. Burro, quantum prodest, udito il numero de' commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a raggiungere un totale di due tre pugni a persona, secondo appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira. I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria «personalità»: non impastarsi e neppure aggrumarsi.

Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l'aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po' per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella «marginale», che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà per tal modo aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po' meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà un giallo chiaro canarino. Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dèi e reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro «risotto alla milanese» ingredienti di prima qualità: il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), e i suddetti spicchi di cipolle tenere; per il brodo, un lesso di manzo con carote sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche: per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta! Non ingannare gli dèi, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadambio. No! Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano Casalbuttano Soresina; Melzo, Casalpusterlengo; tutta la bassa milanese al disotto della zona delle risorgive, dal Ticino all'Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no!

Immagine: Turismo in Italia

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene.
VIRGINIA WOOLF, Una stanza tutta per sé

giovedì 11 giugno 2009

Betocchi e la magnolia

D’ESTATE

E cresce, anche per noi
l'estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;

ecco l'ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;

e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d'ogni foglia, e va via

e la foglia non stacca,
e lascia
l'albero verde, ma spacca
il cuore dell'aria.


Coglie le sonorità dell’estate Carlo Betocchi, poeta che apprezzo molto e che ultimamente leggo spesso: le magnolie, così frequenti nei nostri giardini, hanno foglie verdi, dure e resistenti che fanno pensare a piccoli ventagli cinesi, oblunghi e lucidi, quelli rotondi che non si ripiegano. Giorgio Bassani nelle “Cinque storie ferraresi” le aveva definite “nere, come unte”. E il vento le scuote, ne trae una musica sorda, come se suonasse uno xilofono: però d’estate le lascia sull’albero, non le stacca come l’autunno, portandole via – va ricordato però che questo tipo di magnolia, sovente alto anche dieci metri, la Magnolia grandiflora, è un sempreverde.

Ascolta la sommessa melodia il poeta, nell’oziosa serenità dei giorni d’estate e annusa l’aroma di quei grandi fiori di cera, che si aprono al caldo della bella stagione.


Fotografia: Kurt Stueber (Licenza GNU FDL)

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LA FRASE DEL GIORNO
Non bisogna mai ascoltare i fiori. Basta guardarli e annusarli.
ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, Il piccolo Principe

mercoledì 10 giugno 2009

Asperatus, nuvole mostruose

Nuvole immense, minacciose, mostruose che sembrano uscite da un racconto di Buzzati: sono state avvistate nella regione gallese della Snowdonia, nelle Highlands scozzesi, sulla città americana di Cedar Rapids (Iowa) e, agli antipodi, in Nuova Zelanda. La parte visibile, quella inferiore, è ruvida e increspata. Appaiono con la loro imponenza e apparecchiano un cielo da fine del mondo, potrebbe scatenarsi un fortunale da un momento all’altro. Invece in breve si rompono e scompaiono.

I meteorologi non sanno come si formino né perché si dispongano in formazioni così articolate, in colori variegati e ricchi di sfumature. Non sanno neanche come chiamarle: per ora sono “Asperatus”, l’aggettivo latino per “tempestoso”, secondo la denominazione data dalla Royal Metereological Society.

Paul Hardaker, direttore della RMS, ritiene che per la formazione delle “Asperatus” occorra una grande quantità di calore a livello locale, così da produrre l'energia necessaria a generare una massa di vapore acqueo condensato di tale grandezza.


Fotografia: Merrick Davies

Fotografia: Jane Wiggins


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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti sono imbottigliatori di nuvole.
PITIGRILLI

martedì 9 giugno 2009

Montale, il tempo, la vita

CASA SUL MARE

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

(da “Ossi di seppia”, 1925)

Di Eugenio Montale si è spesso detto che ogni singola poesia è un frammento di romanzo, una piccola pagina di diario che racconta il riflesso che si riesce a cogliere di una vita, quella del poeta stesso, celato sotto la figura di Arsenio. Questa “Casa sul mare” è emblematica: un paesaggio marino, una casa di villeggiatura, una spiaggia da dove nelle giornate di tempo favorevole si possono scorgere la Corsica o l’isola di Capraia, un pigro pomeriggio dove i minuti passano lenti e monotoni al ritmo ripetitivo di una pompa idraulica che cava l’acqua, tanto lenti da far apparire immobile il tempo.

Il poeta e la sua interlocutrice si lanciano in discorsi profondi, in quell’immobilità afosa la vita ristagna, si pensa a un domani che è oltre quel mare che crea vapori nell’aria salmastra, forse lontano, forse vicino, misterioso come l’eternità. La vita oltre la morte, il destino… Montale esprime la sua celebre “teologia negativa”, ma stavolta, pur senza parlarne compiutamente (“Vorrei dirti che no…”), ritaglia una speranza, se proprio non per sé, almeno per l’amica. E apre alla donna, sarebbe disposto al sacrificio pur di donarle la salvezza.


Ray Ellis, “Harbor Roses, 1981”

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LA FRASE DEL GIORNO
Uomo libero, sempre tu amerai il mare! / Il mare è il tuo specchio; tu contempli la tua anima / Nello svolgersi infinito delle sue onde, / Il tuo spirito non è abisso meno amaro.
CHARLES BAUDELAIRE, I fiori del male, 14

lunedì 8 giugno 2009

Lezione di poesia

“Su, piccolo giovane poeta, questa è la sera adatta, mi sembra; è primavera, siamo al crepuscolo, il cielo anche è propizio per via di quelle nubi lunghissime, avanti dunque, se sei capace, parla”.

“Ecco… per esempio – cominciò il Poeta balbettando – ecco.. vedi quella finestra illuminata, lassù, quasi in cima al casamento?”

“Quella finestra, dici?”.

“Ma si,  perché? Forse che non va bene?”

“È inaudito ragazzo mio! Tu parli proprio di quella finestra al nono piano se l’ho contato giusto, l’unica accesa in tutto il palazzo?”

“Si precisamente quella”.

“Ah, è incredibile! Tu, poeta, tu invitato  da noi appositamente, pagato anche: tu hai il coraggio di parlare della finestra accesa  nella notte, eccetera. (Chi ci sarà in quella stanza? Una mamma  che veglia il bambino malato? Un falsario che lavora? Un poeta che sogna?). Ma è spaventoso, capisci.

Questo è il massimo della banalità.

Non c’è studentessa di normali che non abbia già scritto tutto questo nelle pagine del diario”.

“E allora? Che significa? Proprio questo coraggio bisogna avere. La finestra accesa nella notte, esattamente, con le fantasie corrispondenti, così banali, spontanee, così facili. Dopo le studentesse, anch’io.

Solo che i loro diari appassiranno ignoti, chiusi nel fondo dei cassetti.

Mentre per me la gente si volterà, le orecchie tese, le bocche semiaperte a bere, a bere ciò che è la vita. E io volerò sopra di loro!”

 “Lezione di poesia” si intitola questo breve racconto di Dino Buzzati tratto da “Esperimento di magia”, una raccolta edita nel 1958. Poesia è tutto, è anche la banalità del vivere quotidiano, il minimalismo dell’esistenza. Non c’è bisogno di andare dove regna la guerra per cercarla, o nei lussuosi salotti mondani, non serve attingere a esperienze estreme, gettarsi a capofitto dove si crede che ci sia l’avvenimento – tutto il contrario della televisione odierna, e forse è proprio per questo che la poesia langue nelle sue nicchie.

Edward Hopper, “The night window”, 1928

 

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LA FRASE DEL GIORNO
“Cos'è la poesia?” domandò il monaco. “È un mistero ineffabile”, ripose Yuko. Un mattino, il rumore della brocca dell'acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l'animo e gli conferisce la sua bellezza. È il momento di dire l'indicibile. È il momento di viaggiare senza muoversi. È il momento di diventare poeti. Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole.
MAXENCE FERMINE, Neve

domenica 7 giugno 2009

Charles Simic

Charles Simic è un poeta serbo naturalizzato americano, più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Nato a Belgrado nel 1938, nella sua infanzia sperimentò gli effetti della guerra sulla Jugoslavia. Nel 1954 i suoi genitori si trasferirono negli Stati Uniti, a Chicago. Simic si laureò alla New York University ed è professore emerito di letteratura e scrittura creativa all’Università del New Hampshire, a Durham.

La fama di poeta gli arrise a metà degli Anni ‘70, quando i suoi testi minimalisti e la sua scrittura chiara riuscirono a fare breccia in un mondo che virava già verso l’edonismo e il disimpegno degli Anni ‘80. I suoi poemi esplorano la realtà e l’universo partendo dall’osservazione degli oggetti. Sono come dei puzzle che vanno componendosi, tessera dopo tessera, o delle scatole cinesi. Questa caratteristica è immediatamente riconoscibile nelle poesie di Simic, che spesso parlano di jazz, arte e filosofia.


LETTI DISFATTI

Amano le stanze ombreggiate,
le carte da parati consunte,
le crepe nel soffitto,
le mosche sul cuscino.
Se ti viene la tentazione di allungarti,
non essere sorpreso,
non farai caso alle lenzuola sporche,
al raschio delle molle arrugginite
mentre ti metti comodo.
La stanza è un cinema buio
dove si proietta
una pellicola sgranata in bianco e nero.
Un’immagine sfuocata di corpi svestiti
nel momento della dolce indolenza
che segue all’amore,
quando il più malvagio dei cuori
arriva a credere
che la felicità può durare per sempre.


MACELLERIA

Qualche volta cammino tardi la notte e
mi fermo davanti a una macelleria chiusa.
C'è una luce sola nel negozio
come la luce in cui il forzato scava il suo tunnel.

Un grembiule pende dall'uncino:
il sangue lo macchia con la mappa
dei grandi continenti di sangue,
i grandi fiumi e oceani del sangue.

Ci sono coltelli che luccicano come altari
in una chiesa buia
dove portano lo storpio e l'imbecille
ad essere curati.

C'è un ceppo di legno dove vengono rotte ossa
ben raschiato - un fiume disseccato

fino al suo greto dove vengo nutrito,
dove profonda nella notte sento una voce.


UN SASSO

Càlati in un sasso,
io farei così.
Lascia che altri si facciano colomba
o digrignino i denti come tigri.
Mi basta essere un sasso.
All’esterno è un enigma:
nessuno sa come rispondere.
Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno.
Anche se una mucca lo calca col suo peso,
anche se un bambino lo getta dentro un fiume;
il sasso affonda, lento, imperturbato,
fino al fondo,
dove i pesci bussano alla sua soglia
e vengono a origliare.
Ho visto scintille schizzar via
quando due sassi sono strofinati
forse là dentro non fa così buio;
forse c’è una luna che brilla
da chissà dove, spuntando magari dietro un colle –
un chiarore appena sufficiente a decifrare
quelle strane scritte, mappe stellari
sui muri interiori.


Charles Simic (Fotografia: Library of Congress)


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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole fanno l’amore sulla pagina come mosche nel caldo dell’estate e il poeta è solo lo spettatore divertito.
CHARLES SIMIC

sabato 6 giugno 2009

José Emilio Pacheco

Il XVIII Premio Regina Sofia per la Poesia in lingua spagnola è stato assegnato quest’anno al poeta messicano José Emilio Pacheco. Saggista, traduttore, giornalista, lo scrittore settantenne nato a Città del Messico raccoglie i frutti della sua estesa opera.

La caratteristica di Pacheco poeta è il continuo lavorio sui versi: la sua prima raccolta, “Gli elementi della notte” è del 1963, altri cinque libri di poesia seguiranno fino al 1980, anno in cui raccoglierà i testi, modificati in modo consistente, in un’opera unica, “Prima o poi”. Nel 2000 ripeterà ancora una volta la trafila ribattezzando il volume “Prima o poi (1958-2000)”. Restano fuori “Secolo passato”, del 2000 e “Goccia di pioggia”, poesie per bambini del 2005.

Pacheco, che ha spesso temi sull’ambiente maltrattato e sui danni causati dal progresso, si avvale di uno stile piano, spesso tendente al prosastico, al linguaggio comune. Ma la semplicità è ravvivata da un’ironia pungente, quasi britannica. E, come si è visto, i versi sono limati, levigati dal continuo intervenire del poeta.

Intervistato dal quotidiano catalano “La Vanguardia”, Pacheco, bloccato in patria dall’interdizione dei viaggi dovuta all’influenza suina, spiega il ruolo del poeta in questo inizio millennio ricco di sbocchi tecnologici e, sorprendentemente, apre uno spiraglio ai nuovi mezzi:

Cosa significa essere poeta, con un simile bombardamento di immagini e informazioni?
La possibilità del silenzio, un dialogo intimo tra due persone che non si conosceranno neppure.
Cosa rappresenta la poesia in questo mondo così globalizzato?
Una forma di resistenza contro tutto.
La poesia può dialogare oggi con le nuove tecnologíe?
Dialoga benissimo. È incredibile la quantità di poesie che ci sono su Internet. È uno strumento che appartiene per naturalezza ai giovani.


Fotografia: Isaac Esquivel


Due testi di José Emilio Pacheco:

ACQUA E TERRA: PAESAGGI

    1
È l'ora impercettibile che si fa notte.
E nessuno si chiede come si fa la notte,
che materia segreta va edificando la notte.
    2
Mare, restituisci alla notte
l'oscurità che attiri nel tuo abisso.
    3
Piove e il mondo si concentra nella pioggia.
L'acqua resta assorta.
La Terra intera sta affondando nella pioggia.

da “Isole alla deriva” (1973-1975)



IN FIN DEI CONTI

Dov'è finito ciò che accadde
e che fine ha fatto tanta gente?

Via via che passa il tempo
ci facciamo più sconosciuti.

Degli amori non è rimasto
nemmeno un segno tra gli alberi.

E gli amici se ne vanno sempre.
Sono viaggiatori sui binari.

Anche se uno esiste per gli altri
(senza di loro è inesistente),

conta soltanto la solitudine
per dirle tutto e fare i conti.

da “Fin d'allora” (1975-1978)


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LA FRASE DEL GIORNO
Il verso frena per la sua stessa natura la nostra tendenza naturale alla verbosità. È veloce e conciso.
JOSÉ EMILIO PACHECO, Intervista a “La Vanguardia”

venerdì 5 giugno 2009

Proverbi di giugno

Giögn, strenc el pögn
(Giugno, stringi il pugno)

Il proverbio italiano dice “Giugno, la falce in pugno”: è tempo di mietere, di prendere la falce e tagliare il grano. In realtà ora fanno tutto gli elefantiaci macchinari che passano per i campi, raccolgono e lasciano balle rotonde già pronte per essere immagazzinate. Ma nell’Italia agricola di un tempo – e nella collinosa Brianza di cui questo è il proverbio - i contadini impugnavano la falce (“ul scighèss”) per mietere, (“segà”). Nel trittico dei mesi estivi infatti giugno è anche detto “segadur”, mietitore. Nel Cremonese è attestata una variante: "In giögn zlàarga la màan e strèens el pögn" (allarga la mano e stringi il pugno)

Fina al quaranta de masc, se def minga mulà i strasc
(Fino al quaranta di maggio, non devi abbandonare i panni pesanti)

Analogo allo spagnolo “Fino al 40 di maggio non toglierti il saio”, questo proverbio ammonisce a rimanere coperti almeno fino al 9 giugno, quando l’estate sembra essersi stabilizzata. Certo, con i cambiamenti climatici di questi tempi, i proverbi meteorologici rischiano di essere antiquati: ma il consiglio di non scoprirsi troppo, di “vestirsi a cipolla” è sempre salutare. In Liguria dicono: “Né magiu né magiun nu state a levà u pelisún”.

Des, a San Peder se cata i scirés
Dice, a San Pietro si raccolgono le ciliegie

Il frutto tipico di giugno sono le ciliegie, e questo proverbio ce lo ricorda: il 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo, sul finire del mese, era molto sentito dalla civiltà contadina. Dobbiamo ricordare che fino al 1977 questa data era festa religiosa a tutti gli effetti, come l’Immacolata e Ognissanti. In Veneto, sfruttando la rima della falce in pugno, si ha “Nel mese de giugno la seresa xe in pugno”. In Liguria, “Magiu u porta l'asagiu, giügnu cerèije au pügnu”.

Robert Furber, “June”

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche per il pensiero c’è un tempo per arare e uno per mietere.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Pensieri diversi

giovedì 4 giugno 2009

Tienanmen, così moriva un sogno

Vent'anni fa, il 4 giugno 1989, il massacro di Piazza Tienanmen a Pechino poneva fine alla speranza di un cambiamento politico in Cina. L'esercito soffocava nel sangue sette settimane di aspettative che i manifestanti - in gran parte studenti - ritenevano possibili: riforme chieste a gran voce ispirandosi al crollo dei regimi comunisti in Europa, che sarebbe culminato nella Caduta del Muro di Berlino nell'ottobre di quello stesso anno e nello scioglimento dell'Unione Sovietica.

I carri armati posero fine a tutto questo mostrando il volto duro del regime: secondo i dissidenti le vittime furono settemila, secondo le autorità "solo" trecento. La netta chiusura sul piano della democrazia e dei diritti umani lasciò delle ferite profonde nella comunità internazionale.

L'immagine simbolo di quella protesta resterà nei libri di storia: un ragazzo in camicia bianca e pantaloni neri, con due sacchetti della spesa, uno per mano, ferma i carri armati semplicemente ponendosi davanti e spostandosi ad ogni manovra dei mezzi. Il mondo intero pianse per quei ragazzi che aveva visto ballare a ritmo di rock sulla Piazza Tienanmen o pacificamente seduti nei sit-in, coloratissimi rispetto all'ingessata uniformità che la Cina aveva sempre mostrato, o ancora còlti dai fotografi nel segno di vittoria, come la leader Chai Ling. Chiedevano la modernizzazione e un minimo di democrazia: libertà di espressione, di riunione, di stampa, pulizia nell'apparato amministrativo e lotta alla corruzione.

Invece arrivarono i carri armati e le pallottole. Il grido di libertà si spense per alzarsi di nuovo nell'Est europeo.

 Tienanmen

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La libertà non è uno scambio, è la libertà.
ANDRÉ MALRAUX, La condizione umana

mercoledì 3 giugno 2009

Giugno, lucente e colorato

Ecco giugno, la porta dell’estate: il mese in cui la luce domina la giornata e culmina nel solstizio. Tramonti infiniti che si arrotolano sulle colline, che incendiano il mare e fanno d’oro le alte cime dei monti prima di sparire in una notte di stelle rallegrata dal volo illuminato delle lucciole e dal canto dei grilli. Sui rami rosseggiano le ciliegie, nei campi le fragole porgono i loro invitanti cuori.

"Cielo lacero al tramonto irto di ali
Senti il mio stelo e il giugno alfine sono eguali".

EDOARDO CACCIATORE, da "Rondine rendimi", Il discorso a meraviglia, 1996

 

"Si estenua
come il colore
rilucente
del grano maturo".

GIUSEPPE UNGARETTI, da "Giugno", L'Allegria, 1917

 

Ecco è piena la spica
e la falce è nel pugno;
e il buon sole di giugno
rallegra la fatica.

MARINO MORETTI, da “Canzone di giugno”

 

Fotografia: Jupiter

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La prima promessa dell’estate non è forse nei dolci riflessi della superficie dei laghi di montagna di cui si sia appena rotto il ghiaccio? Liquidi occhi della natura, azzurri o scuri o perfino color nocciola, profondi o bassi, limpidi o torbidi, tutti verdi vicino alla sponda, il colore della loro iride.
HENRY THOREAU

martedì 2 giugno 2009

Un museo per Magritte

Dopo anni di attese e ritardi, finalmente è giunto il giorno dell’inaugurazione del grande museo monografico di Bruxelles dedicato al pittore surrealista René Magritte. Negli ultimi mesi, in tipico stile Magritte, dei tendaggi che riproducevano la sua immagine lasciando scorgere uno dei suoi dipinti, “L’empire des lumières”, ricoprivano l’edificio, un palazzo neoclassico del Settecento, l’Hotel Altenloh. Come in uno dei suoi quadri, l’esterno dunque nasconde l’interno.

Il Museo Magritte ospita 200 opere, una piccola parte dell’opera del maestro belga, circa un decimo. Vi sono anche versioni differenti di dipinti famosi, come la già citata “L’empire des lumières”, che si può ammirare in vesti diverse al MOMA di New York e al Guggenheim. I quadri e le sculture provengono dalle Collezioni Reali, dalla Fondazione Magritte e da alcuni privati. L’esposizione occupa 2500 metri quadri, su tre piani e gioca, grazie all’allestimento di Winston Spriet, uno dei massimi esperti dell’opera del pittore belga, con il carattere giocoso e contraddittorio di molte immagini.

Vi si può cogliere la filosofia di Magritte, che si srotola tra il mondo del sogno e gli oggetti quotidiani in un puro surrealismo. Il terzo piano presenta le opere dell’apprendistato, dal 1898 al 1929: Parigi, il periodo del costruttivismo e la scoperta di De Chirico. Il secondo piano è dedicato al ritorno a Bruxelles e copre un lasso di tempo che va dal 1930 al 1950, quello della crisi economica e della guerra, dell’avvicinamento di Magritte ai comunisti belgi. Il primo piano, intitolato al “Domaine enchanté”, mostra Magritte dal 1951 al 1967, dedito alla ricerca e alla ripetizione, ed è incentrato su “L’empire des lumières” e su “Le Domaine d’Arnheim”. Ospita anche un cinema dove sono proiettati i film sul pittore belga e quelli che amava guardare circondato da amici.

René Magritte, “La Joconde”, 1962

MUSÉE MAGRITTE

Visitatori e gruppi con prenotazione
1 Place Royale - Bruxelles
Visitatori e gruppi senza prenotazione
3 Rue de la Régence - Bruxelles

ORARIO: da martedì a domenica 10.00 / 17.00
mercoledì 10.00 / 20.00
chiuso lunedì, 1 gennaio, primo giovedì di dicembre, 1 e 11 novembre, 25 dicembre

INGRESSO: 8 € (anziani e gruppi di almeno 15 persone 5 €, studenti 2 €)

Il Musée Magritte “avvolto” prima dell’inaugurazione (Foto: Graeme Robertson, da MuseumLab)

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LA FRASE DEL GIORNO
La mente ama l'ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto.
RENÉ MAGRITTE, citato in “Magritte” di Suzi Gablik

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