giovedì 30 aprile 2009

La Biblioteca Digitale Mondiale

 

Lo scorso 21 aprile a Parigi è stata presentata la Biblioteca Digitale Mondiale: un partenariato di 32 istituzioni con l’UNESCO e la Biblioteca del Congresso statunitense, il cui direttore James Billington è l’anima del progetto.

È lo stesso Billington a tracciare lo scopo dell’ambiziosa opera: “Se noi non vogliamo che le nostre biblioteche si trasformino in musei, dobbiamo offrire ai giovani l’occasione di avere accesso alle meraviglie prodotte dalle generazioni precedenti”. Così il sapere di epoche e regioni diverse viene traghettato nel XXI secolo.

Nella Biblioteca Digitale, purtroppo solo in inglese, francese, portoghese, arabo, russo, spagnolo e giapponese, possiamo trovare fotografie d’epoca, mappe e testi antichi: ci sono le favole di Esopo tradotte in tedesco, il diario di Napoleone in Egitto, quello di Thomas Jefferson, il giornale di bordo del brigantino “Hope” e quello del viaggio di Magellano. E poi la Costituzione degli Stati Uniti, la richiesta di cittadinanza americana di Albert Einstein, il Vangelo di Matteo in russo, le fiabe di Andersen in inglese e illustrate, un catechismo in spagnolo e tagalog usato nelle Filippine nel 1593.

Oltre mille documenti originali, consultabili con facilità e con ottima definizione, grazie al versatile strumento elettronico, che consente di navigare tra le pagine e di zoomare. Vale la pena farci una visita, e perdersi tra quelle carte che coprono diecimila anni di storia del mondo. “Creare un luogo della memoria in un’epoca che non ne ha più”, come dice James Billington.

 

Mappa di St. Augustine, Florida  – WDL

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I libri sono l’umanità stampata.
BARBARA TUCHMAN, The Book

mercoledì 29 aprile 2009

Povero Catullo

CATULLO
CARME VIII


Povero Catullo, basta con le illusioni:
se muore, credimi, ogni cosa è perduta.
I tuoi giorni felici li hai consumati
quando correvi dove voleva il tuo amore,
amato come amata non sarà nessuna:
nascevano allora tutti i giochi d'amore
che tu volevi e lei non si negava.
I tuoi giorni felici ormai consumati.
Ora non vuole più: e tu non volere, controllati,
non inseguirla, come un miserabile, se fugge,
ma con tutta la tua volontà resisti, non cedere.
Addio, amore mio. Catullo non cede più,
non verrà a cercarti, non ti vorrà per forza:
ma tu soffrirai di non essere desiderata.
Guardati, dunque: cosa può darti la vita?
Chi ti vorrà? per chi ti farai bella?
chi amerai? da chi sarai amata?
E chi bacerai? a chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, resisti non cedere.

(Traduzione di Mario Ramous)


Catullo, immaturo trentenne del I secolo avanti Cristo, impegolato nell'amore-odio per Lesbia, amata, lasciata, riamata, si trova qui definitivamente abbandonato dalla donna. Era lei del resto che fissava orari e luoghi degli appuntamenti, era lei a guidare le danze. Il distacco gli pesa, è tentato di scongiurarla di ritornare, di pregarla. Ma ritrova un sussulto di dignità che gli impone di resistere, di essere "uomo", di non gettarsi un'altra volta nelle pazzie d'amore. Così, come Catullo si avventurava con Lesbia nelle taverne libertine, nelle alcove raffinate, nei quadrivi degli angiporti dove si vuotavano anfore di vino e si celebravano riti osceni, a molti è capitato di compiere atti assolutamente stupidi per inseguire l'amore: film e romanzi sono intessuti di queste follie.
Ma ora Catullo sembra voler mettere un punto fermo: giura di resistere, con ostinazione, di rispondere con una finta indifferenza alla noia e alla sazietà che gli manifesta Lesbia. Si illude - anche se ha dichiarato "basta con le illusioni" - che senza di lui la vita per l'amata perda valore, salvo ripiombare attraverso il climax delle domande che egli stesso pone, nello spettro della gelosia, nel tormento dell'amore perduto...


Ritratto di Gaio Valerio Catullo


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LA FRASE DEL GIORNO
Spinge Amore ad aspre rotte.
MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte

martedì 28 aprile 2009

La fuga del tempo

“Disteso sul lettuccio, fuori dell’alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte – oh, se l’avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire – proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo.

Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.

Ancora molto? No basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.

Così si continua il cammino in un’attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.

Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimé, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.

Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa in tempo a tornare.

Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.”

Una delle ossessioni umane è la fuga del tempo: Dino Buzzati, autore del “deserto dei Tartari”, del quale questo è uno stralcio, ne fece una tematica importante della sua opera, ravvisabile in decine di racconti. C’è ad esempio “Il busso alla porta”, dove ad ogni colpo all’uscio corrisponde lo scorrere del tempo e in pochissime righe la bambina dell’inizio diventa una vecchia.

“Fugit irreparabile tempus” scrisse Virgilio nelle “Georgiche”; Currit ferox aetas” Orazio nei “Carmi”. Fugge irreparabilmente il tempo, dunque, corre il tempo crudele, traducendo i motti latini. Più delicato Ovidio: “Labitur occulte fallitque volatilis aetas”, (Scivola di nascosto e trae in inganno il tempo che vola). “Vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede” ci ricorda il padre Dante nel IV canto del Purgatorio.

Il romanziere statunitense Henry Miller in “Tropico del Cancro” vede questo procedere e il suo naturalissimo fluire: “Sul meridiano del tempo non c'è ingiustizia; c'è soltanto la poesia del movimento, che crea l'illusione della verità e del dramma”. Analogamente il poeta messicano Octavio Paz: “Il tempo girava e girava e non passava non succedeva nulla se non il tempo che passa e torna e non passa”.

 

Immagine: The last heroine

 

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LA FRASE DEL GIORNO
"Il tempo è come un ospite alla moda, il quale stringe appena la mano del convitato nell'atto in cui prende congedo, e al tempo stesso spalanca le braccia, quasi dovesse spiccare il volo per abbrancar l'ospite ch'è sul punto d'arrivare.
WILLIAM SHAKESPEARE, Troilo e Cressida, Atto III, Scena III

lunedì 27 aprile 2009

Aforismi di Baudelaire

È uscita in Francia, “Aphorismes”, una raccolta di pensieri, sentenze, frammenti di lettere e aforismi del poeta Charles Baudelaire, scelti  nell’opera in prosa e nelle corrispondenze da Remi Duhart. Il curatore spiega: “Non ho voluto edulcorare il pensiero di Baudelaire, né fare del poeta un genio integro o politicamente corretto”. Gli aforismi infatti rivelano l’anima tormentata di Baudelaire: sono opinioni tagliate con l’accetta, talora offensive, talaltra odiose, spesso iconoclaste e brutali. Il “political correct” non era di casa nell’Ottocento né lo è mai stato tra i geni: il poeta intrattabile se la prende con i suoi contemporanei e, forse anche di più, con se stesso. Il suo umorismo è amaro e graffiante, la sua ricerca di sapere è ancorata nel suo tempo in una spasmodica sete di sapere quello che avviene nella storia, nella società e nel mondo culturale.

Qualche esempio:

Tutta la letteratura deriva dal peccato.

Essere un uomo utile mi è sempre sembrato qualche cosa di spaventoso.

Quello che c’è di snervante nel cattivo gusto, è il piacere aristocratico di dispiacere.

Acconsentire ad essere decorato, è riconoscere allo Stato o al principe il diritto di giudicarvi, di illustrarvi, ecc.

Ogni rivoluzione ha per corollario il massacro degli innocenti.

È altrettanto difficile definire il carattere belga che classificare i Belgi nella scala degli esseri.

Noi chiamiamo truffatore il giocatore che ha trovato il modo di giocare a colpo sicuro; come chiameremmo l’uomo che vuole comperare con un po’ di denaro la felicità e il genio?

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il poeta gode di questo incomparabile privilegio, che può a modo suo essere se stesso o un altro.
CHARLES BAUDELAIRE, Le Spleen de Paris

domenica 26 aprile 2009

Nelson Cenci


L’altra sera ho conosciuto Nelson Cenci, il “tenente Cenci” di cui narra nel “Sergente nella neve” Mario Rigoni Stern: “Aveva una tana tutta bianca scavata nel gesso (…) sorridente, mi aspettava in piedi nella divisa pulita e con il passamontagna bianco risvoltato intorno al capo…”
Il Professor Cenci, animo di poeta, un arzillo sorridente novantenne dai lunghi capelli bianchi e dai modi gentili, ha raccontato come è ritornato dalla campagna di Russia nel gennaio 1943: “Ritorno” è il titolo del libro memoriale su quel periodo, che ha pubblicato nel 1981. “Ritorno”, come l’Odissea, come l’Anabasi di Senofonte.
Sentirlo parlare era ben diverso che leggere testi sull’argomento: era la Storia con la S maiuscola che si manifestava, i campi di girasole della campagna ucraina, il freddo impossibile della lunga marcia nella steppa, 400 km percorsi in dieci giorni con temperature di -40°.
Animo di poeta, ho scritto sopra: Nelson Cenci è autore di raffinate e commoventi poesie che rivelano la sua sensibilità e un’abitudine con il dolore derivata sia dalla tragica esperienza della ritirata sia dalla professione di medico esercitata per anni in ospedale. Ne propongo qualcuna:

da “QUANDO SCENDE LA SERA” (2004)

RIMANETE FRATELLI
II silenzio di ombre che copre la notte
accompagna lo spegnersi di ogni stella
nel chiarore dell'alba.
Ignote voci si odono nel bosco di ulivi
dove ribollì la terra e si aprì la vita.
E' tempo di amari ricordi
con allora presagi di sventura.
Mentre questo accade
un velo di lacrime mi copre l'anima.
Rimanete Fratelli sui gialli campi
di girasoli, ora ridestati a nuova vita,
ad ascoltare la nostra preghiera.

.
.
CIELO DI PIOGGIA SUL MARE
La voce quieta del mare
in questo cielo oscurato
da nuvole di pioggia
ti porta lontane memorie
e meno triste appare
il buio della sera.

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Il Don, oggi – Fotografia: Alpini in Carnia

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LA FRASE DEL GIORNO
Solo chi ha sopportato le miserie e le angosce di una guerra, solo chi ne ha vissuto il dolore e le privazioni ed ha visto questa umanità sconvolta, indifesa, sperduta cercare disperatamente conforto, solo chi ha sofferto tutto questo, meglio di ogni altro può indicare quali siano le vie dell'altru­ismo, della fratellanza, della pacifica convivenza perché qua­lunque sia la fede, che ci guida, qualunque il pensiero, il volto, la stirpe dalla quale discendiamo, siamo, in questa microsco­pica parte dell'universo, accomunati in un unico, uguale destino.
NELSON CENCI, Prefazione a “Ritorno”

sabato 25 aprile 2009

Francesca Woodman

Breve la vita di Francesca Woodman: la fotografa americana, nata nel 1957, pose fine ai suoi giorni il 19 gennaio del 1981. Aveva 23 anni e la paura di invecchiare, il terrore di essere se stessa: l’angoscia era un fardello troppo grande per la sua solitudine, la crisi artistica e generazionale una montagna insormontabile.

“Ho dei parametri e a questo punto la mia vita è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza di caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”.

Forse aveva detto davvero tutto nelle sue fotografie in bianco e nero : vi aveva impresso tutto ciò che sentiva, conferendo quelle atmosfere suggestive ad ambienti spogli e squallidi, avvolgendoli di un’emozione estetica che scavava dentro di lei, che mostrava al mondo com’era fatta dentro quel corpo che talora ostentava e talora celava. Nelle fotografie raffigurava i suoi incubi e le sue paure, gli spettri che la inseguivano. Attraverso l’arte credeva di avere trovato la via d’uscita.

È per questo motivo che la Woodman fotografava se stessa: erano le sue sensazioni, le sue esperienze, le sue emozioni interiori che comunicava, erano la solitudine, il terrore di scomparire, di essere abbandonata che voleva rendere noti. La nudità esibita era un altro mezzo per segnalare quella sua impotenza davanti al mondo, davanti a una società che macina ogni cosa velocemente.

Francesca Woodman, “La stanza vuota”

Francesca Woodman, “From House series, Providence, Rhode Island, 1976”

Francesca Woodman, “Untitled, Rome 1976-77”

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LA FRASE DEL GIORNO
Un lavoro creativo autentico rende solitari, richiedendo da noi qualcosa che dobbiamo togliere al benessere della vita.
HERMANN HESSE, Gertrud

venerdì 24 aprile 2009

Strade di città

“Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi”.

Da un po’ di mesi sto leggendo i racconti di Dino Buzzati, meravigliosi esempi di una fantasia vivace, ricchi di invenzioni che partono dai dati di fatto per sconfinare nel sogno e nel fantastico, portando persone normali a essere protagonisti di avventure che svelano le relazioni segrete dell’esistenza. Il breve stralcio riportato è tratto da “Inviti superflui”, in “Paura alla Scala”, la sua seconda raccolta di racconti, del 1949. Qui non c’è nulla di particolare, solo un uomo che vagheggia il ricongiungimento con un’amata lontana e si raffigura gli incontri in ciascuna delle quattro stagioni per poi smontarli con l’indifferenza e la distrazione della donna, attenta alle calze, al vestito, alle vetrine, all’avvenire…

Strade di città in primavera che mi hanno riportato alla mente una poesia del 1947 di Vittorio Sereni, da “Gli strumenti umani”:

VIA SCARLATTI

Con non altri che te
è il colloquio.


Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l'apre d'un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche più s'abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra più ombra di fatica e d'ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti
l'improvviso sgolarsi d'un duetto
d'opera accorso a un capannello.


E qui t'aspetto.

A Milano Via Scarlatti è ancora oggi come la descrive Sereni: una strada tra alti palazzi che collega Corso Buenos Aires al piazzale della Stazione Centrale: i “monelli” ora sono ragazzi in motorino. E il poeta che è in ognuno di noi, ancora aspetta.




Fotografia: Cronaca Milano


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LA FRASE DEL GIORNO
Dal sogno un’acuta dolcezza si prolunga nel giorno e di essa si è vivi…
VITTORIO SERENI, Diario d’Algeria

giovedì 23 aprile 2009

Enrico VIII

Cinquecento anni fa, il 22 aprile del 1509, un ragazzo non ancora diciottenne salì al trono di Inghilterra e d'Irlanda: era Enrico VIII, il secondo dei Tudor a regnare. Terzo figlio di Enrico VII e di Elisabetta di York, a dieci anni era divenuto erede al trono dopo la scomparsa del fratello maggiore Arturo, del quale sposò la vedova Caterina d'Aragona pochi mesi dopo l'incoronazione.

La mostra "Henry: dressed to kill" alla Torre di Londra ci dimostra come quel ragazzo muscoloso ed atletico con il torace di 81 centimetri si sia trasformato nell'autoritario sovrano obeso e folle che osò far uccidere la seconda moglie Anna Bolena, la quinta moglie Caterina Howard, Tommaso Moro e il fido consigliere Oliver Cromwell. Lo fa esponendo le armature che Enrico VIII indossò nella sua vita, durata 56 anni. Il re fu infatti un guerriero valoroso, distintosi durante la guerra della Lega Santa contro la Francia - vinse a Guinegatte nel 1513 - e contro la Scozia - la sottomise a Flodden nello stesso anno. Ancora nel 1546, l'anno prima di morire, conquistò la città francese di Boulogne

L'obesità unità alla follia fa sospettare ai medici che Enrico VIII soffrisse della sindrome di Crushing, una disfunzione ormonale fonte di eccessivo ingrassamento e di instabilità mentale. Non ci sono fotografie di Enrico VIII, naturalmente, ma tutti possiamo ammirarne la stazza negli splendidi dipinti di Hans Holbein il Giovane: eccolo lì il sovrano che, per divorziare da Caterina d'Aragona, non esitò a far proclamare dal Parlamento la separazione dell'Inghilterra dalla Chiesa cattolica e a farsi nominare capo della Chiesa anglicana. Eccolo lì, il re che di tanto in tanto si faceva allargare l'armatura.

 

Hans Holbein, “Ritratto di Enrico VIII”

 

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LA FRASE DEL GIORNO

Il potere assoluto ha questa condizione, che i conti non tornano se non si rendono a uno solo.
TACITO, Annali, I, 6

mercoledì 22 aprile 2009

Centenario di Montanelli

"Ricchi di senso del comico, noi italiani non possediamo quello dell'umorismo - che è la capacità di ridere anche di se stessi - e un esercizio di critica e di autocritica che dovrebbe metterci in guardia, mostrandocene il ridicolo, contro ogni eccesso e forzatura. Qualcuno anche scambia l'umorismo per mancanza di serietà, dimenticando che ad eccellervi sono invece i popoli più seri del mondo, gli inglesi e gli ebrei. Ecco perché io credo che l'umorismo sia altamente salutare, e che debba assegnarsi solo un correttivo e un limite nel buon gusto".

C'è tutto Indro Montanelli in questo periodo posto a prefazione di una raccolta dei suoi "Controcorrente", quelle riflessioni pungenti e intelligenti, talora  cattive che per anni pubblicò sulla prima pagina del quotidiano "Il Giornale nuovo", da lui fondato il 25 giugno 1974, dopo aver abbandonato il "Corriere della sera" riunendo il meglio della matrice liberale europea.

Montanelli nacque a Fucecchio il 22 aprile 1909. Nacque giornalista: infatti la più celebre fotografia lo ritrae in Finlandia, avvolto in un cappotto, seduto per terra con l'immancabile macchina per scrivere, intento a stilare un articolo dalla zona di guerra. Toscano dunque, toscano fino al midollo con il tipico carattere del "toscanaccio": quando nel 1994 l'editore Berlusconi gli impose una linea politica, Montanelli non esitò a sacrificare la sua creatura più amata, "Il Giornale", e a buttarsi a capofitto a 85 anni in una nuova avventura; fondò "La Voce", dove riversò la sua verve fino al fallimento dell'impresa, un anno dopo.

Indro Montanelli, scomparso nel 2001, era però anche un fine scrittore e divulgatore storico: la sua "Storia d'Italia", scritta con Mario Cervi e Roberto Gervaso, illustra con parole semplici secoli e secoli del nostro paese. "Il generale Della Rovere" romanza la disavventura della reclusione nel carcere di San Vittore, prigioniero dei nazifascisti. "I sogni muoiono all'alba" è una piece teatrale sulla rivolta ungherese del 1956.

Era un osservatore acuto dei cambiamenti che intervengono nella società: con un colpo di penna sapeva cogliere il balenare della realtà sotto il travestimento di parole ampollose o false, come si può apprezzare da questi "Controcorrente":

Una professoressa di Giulianova (Teramo) ha messo al bando Dante: «Il lavoro scolastico - ha spiegato al suo preside - è condizionato da più di un secolo di idolatria per un autore che, se è sommo, può non essere unico e soprattutto rispondente alle più contingenti necessità culturali degli studenti intendendo per contingenza l'urgenza che gli studenti hanno di conquistare a scuola le chiavi interpretative del loro tempo per potersi accostare anche al mondo dell'arte e dello spettacolo con un minimo di garanzia di autentica partecipazione critica». Dobbiamo essere sinceri: anche noi ci siamo qualche volta domandati quali benefici procura Dante a chi lo legge. Ma questo scampolo di prosa ci dimostra cosa succede a chi non lo legge. (5 novembre 1977)

Secondo noi - e con tante scuse a coloro che non ci credono - gli Ufo non ci sono. Ma da quando la Pravda, dopo aver negato l'invasione sovietica dell'Afghanistan e l'invio al confino di Sacharov, si è messa a negare con la stessa risolutezza l'esistenza degli extraterrestri, non siamo più del tutto sicuri della loro inesistenza. (19 marzo 1980)

I radicali si battono contro il progettato raddoppio del finanziamento dei partiti politici. Sostengono che, prima, bisogna pensare a placare la fame nel mondo e, in un secondo tempo, quella dei partiti. Non hanno torto. Dovendosi affrontare contemporaneamente due problemi, è cosa saggia cominciare dal più facile. (26 luglio 1981)

A Montecitorio hanno compilato e affisso un elenco di oggetti smarriti dai deputati. C'è di tutto: borse, occhiali, accendini, pipe, gemelli da polso, foulards. C'è anche una cinghia per reggere i pantaloni. E non ci stupisce. Ci stupisce, semmai, che ce ne sia una sola. (7 gennaio 1984)

L'UIL ha proposto di togliere il passaporto a chi non è in regola con il fisco. Avrebbe fatto prima a dire: chiudiamo le frontiere. (1° agosto 1984)

A Civitavecchia  una giovane donna convocata come testimone è stata tratta in arresto, con l'imputazione di oltraggio, perché teneva ostinatamente le mani in tasca di fronte al pretore. Strano Paese il nostro, dove finisce in carcere chi mette le mani nelle tasche sue, e spesso resta in libertà chi le mette nelle tasche degli altri. (3 marzo 1985)

L'ex direttore della nettezza urbana di Roma, Primiani, è stato arrestato per interesse privato in atti d'ufficio, cioè in parole povere per bustarelle. Vedete un po' in che mondo viviamo. Perfino la sporcizia siamo riusciti a sporcare. (22 giugno 1986)

Indro Montanelli al Corriere della Sera

 

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LA FRASE DEL GIORNO 
Ho smesso di credere all'utilità di una Storia scritta al di fuori di tutti i circuiti della politica e della cultura tradizionali. Anzi, ad essere sincero sino in fondo, ho smesso di credere all'Italia. Rimarremo quello che siamo: un conglomerato impegnato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a copertura di piccoli giochi di potere e d'interesse. L'Italia è finita.
INDRO MONTANELLI, Storia d'Italia

martedì 21 aprile 2009

Anselmo d’Aosta

Riconosco, o Signore, e te ne ringrazio, che hai creato in me questa tua immagine, affinché, memore, ti pensi e ti ami. Ma l'immagine è così cancellata dall'attrito dei vizi, è così offuscata dal fumo dei peccati, che non può fare ciò che dovrebbe, se Tu non la rinnovi e la riformi. Non tento, o Signore, di penetrare la tua profondità poiché in nessun modo posso metterle a pari il mio intelletto; ma desidero comprendere in qualche modo la tua verità, che il mio cuore crede ed ama. Non cerco infatti di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Poiché credo anche questo: che "se non avrò creduto non potrò comprendere" (Is., 7, 9)

Sono le parole di un grande filosofo, il più eminente personaggio dell’XI secolo: è uno dei primi paragrafi del Proslogion di Sant'Anselmo d'Aosta, del quale domani si celebra il novecentesimo anniversario della morte. Anselmo, noto anche come Anselmo di Bec, per essere stato monaco nell'abbazia di Notre-Dame du Bec, in Normandia, e come Anselmo di Canterbury, città di cui fu arcivescovo, nacque ad Aosta nel 1033 o 1034 e morì a Canterbury il 21 aprile del 1109. Siamo dunque in pieno Medioevo quando si interroga sull'esistenza e sulla natura di Dio, basandosi sull'assioma di Sant'Agostino credo ut intelligam, intelligo ut credam. Anselmo crede per comprendere e comprende per credere: ragione e fede non sono contrapposte, ma la prima è strumento essenziale dell'altra.

Di Anselmo d'Aosta sono celebri le quattro prove dell'esistenza di Dio:

1) Ognuno tende a impossessarsi delle cose che giudica buone. Ma se esistono cose buone, il loro principio dovrà essere unico. Dovrà esistere cioè una Bontà assoluta.
2) L'esistenza di varie grandezze determina l'esistenza di una grandezza somma che include tutte le
altre, di cui tutte le altre sono partecipazione.
3) Tutto ciò che esiste, o esiste in virtù di qualcosa, o esiste in virtù di nulla. Dunque, dato che ciò che esiste in virtù del nulla è il nulla stesso, e dato che qualcosa esiste, ciò esisterà grazie a un Essere supremo, l'essere in virtù (di qualche cosa).
4) Tratta dalla gerarchia degli esseri viventi. Dovrà esistere un essere a sommità della gerarchia che sia perfetto. Una perfezione prima e assoluta.

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LA FRASE DEL GIORNO
Non far passare la fede in primo luogo è presunzione; ma non far appello in seguito alla ragione è negligenza.
ANSELMO D'AOSTA

lunedì 20 aprile 2009

Omaggio a Billie Holiday





CANARINO

a Michael S. Harper

La voce bruciata di Billie Holiday
aveva tante ombre quante luci,
un candelabro triste contro un lucido piano,
la gardenia la sua firma sotto la faccia rovinata.

(Ora sì che vai bene, batterista e basso,
cucchiaio magico, magico ago.
Prenditi la giornata se ti serve
col tuo specchio e il braccialetto di canto).

Il fatto è, l'invenzione di donne sotto assedio
è stata affinare l'amore al servizio del mito.

Se non puoi essere libera, sii un mistero.


Che splendido omaggio questo della poetessa americana Rita Dove alla cantante Billie Holiday: c'è tutto l'amore per il jazz e l'amarezza per una vita buttata con l'alcol e le droghe. La Holiday, che fu prostituta-bambina prima di trovare la strada della musica, morì a 44 anni, stroncata da un'epatite. Tony Scott, uno dei suoi musicisti disse di lei: "Billie Holiday è stata e sempre sarà un simbolo della solitudine: una vittima dell'american way of life come donna, come nera e come cantante jazz. Per la società bianca tutto questo voleva dire essere l'ultima ruota del carro. Questo insieme di choc e traumi la spinse a cercare un qualcosa che l'aiutasse ad annebbiare il dolore spirituale e mentale. Appena si presentò l'opportunità, cominciò subito a far uso di stupefacenti".

Rita Dove, Premio Pulitzer per la poesia nel 1987, ne traccia un profilo preciso partendo dalla sua caratteristica principale, la voce di carta vetrata, calda e roca, piena di passione. Fulminea, come una stilettata, la sentenza che chiude la poesia: dalla prigionia della solitudine, dei pregiudizi razziali, delle categorie sessuali la fuga per Billy è arrivata attraverso il mistero.




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LA FRASE DEL GIORNO
Puoi strizzare i tuoi seni in raso bianco con gardenie nei capelli e nessuna canna da zucchero intorno per miglia. Ma sarai ancora a lavorare nella piantagione.
BILLIE HOLIDAY, La signora canta il blues

domenica 19 aprile 2009

19 aprile 1989


Consentitemi un ricordo personale: l'ultima notte di naja, vent'anni fa...

Il CAR: Merano, Caserma Rossi


Non potevamo dormire quella notte. Aspettavamo ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole avrebbe portato la libertà, una svolta nelle nostre vite dopo un anno trascorso lontano da casa. Ero arrivato il giorno prima alla caserma “Leone Bosin”, ritornatovi dopo nove mesi alla “Battisti”, distante meno di un chilometro, dove ero stato aggregato per prestare servizio come scritturale alla Delegazione Presidiaria. Non avevo un posto dove dormire, ma i compagni della mia vecchia camerata mi riservarono la branda di Grandi, che si congedava quel giorno. Anzi, fu lo stesso Grandi a cedermi il suo posto, io mi limitai a rifornirmi di lenzuola, cuscino e coperta al magazzino.

Quel giorno avevamo riconsegnato tutto: le divise, lo zaino, gli anfibi: eravamo dei civili in caserma, i “fantasmi”, come si definivano i congedanti, quelli che c’erano ma non si vedevano. Subito dopo pranzo qualcuno entrò in camerata sventolando una manciata di permessi: il comandante ci concedeva la libera uscita. Eravamo in panciolle sulle brande rifatte, sdraiati sulla rete, appoggiati al “cubo” come a un enorme cuscino di divano, con i nostri jeans e i nostri maglioncini. Prendemmo i giubbini ed uscimmo nel sole di Merano. Percorremmo la Marlingerstrasse soffermandoci a guardare gli enormi macchinari che piantavano dei giganteschi tronchi nel greto del Passirio, sostammo sulle panchine davanti alla Chiesa Evangelica, raggiungemmo il centro e ci fermammo in una gelateria di Corso della Libertà. Attaccammo il lucchetto dello zaino alla ringhiera verde del Ponte del Teatro, seguendo un’antica tradizione.

Vagabondammo a lungo, quasi volessimo salutare i luoghi. Parlammo di quello che era accaduto, ricordavamo e progettavamo il futuro. Cenammo al Gasthof Rainer, sotto i Portici, poi abbandonai la compagnia per un appuntamento con gli amici della Battisti, gli amici di tutti i giorni, che mi aspettavano alla Gelateria Rosy, ritrovo abituale di tutte le sere: c’erano Danilo Rossi e Fabrizio Ferrario, Donato Bettoni, Carlo Perego, Roberto Cantoni. Offrii loro una coppa, la signora Rosy volle offrire la mia. Ero felice perché tornavo a casa, ma dispiaciuto di perdere gli amici. Ci salutammo e rientrai in caserma. Cominciava “la notte”. Non potevamo dormire. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia consentivano solo brevi sonni intermittenti. E parlavamo, sottovoce.

Finalmente dalla grande finestra della camerata, che dava sul giardinetto interno, a Oriente, entrò la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» gridai anch’io entusiasta. Ci lavammo e ci vestimmo, c’era da aspettare le dieci, l’incontro con il comandante.

Facemmo colazione, pensando che per l’ultima volta avremmo avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. E poi fu l’adunata, l’ultima. Noi, vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. «Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino. «È finita!»

Il comandante ci aspettava per le dieci nel salone ricreativo, o meglio noi aspettammo lui e il maggiore Cornacchione. Vennero con i congedi, ed uno per uno firmammo e fummo salutati calorosamente. Il colonnello Dupadi, temutissimo, si rivelò cordiale - anche con me, che conosceva poco, essendo io rimasto alla “Leone Bosin” per soli quaranta giorni, comprendendo i dieci del campo estivo a Ponte di Legno. Il maggiore Cornacchione ci tenne un discorsetto sul futuro, su quello che ci aspettava fuori di lì, su quello che ci si aspettava da noi, e ci consigliò di iscriverci all’Associazione Nazionale Alpini.

Fummo liberi di andare con il nostro foglio arrotolato in mano. Corremmo in camerata a prendere le nostre borse e uscimmo con il cappello alpino in testa dal passo carraio un’ultima volta, guardando indietro le sentinelle che rimanevano al loro posto, i camion che viaggiavano per i viali della caserma, la corvée che ramazzava i marciapiedi, la vita che continuava immutabile in quel piccolo mondo. Il fiume gorgogliava oltre Marlingerstrasse, il sole scintillava. Erano da poco passate le dieci. Ed era «Finita!».


Merano, Delegazione Presidiaria




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LA FRASE DEL GIORNO
Si può essere felici della propria libertà perché quando diventa pericolosa si trova rifugio nei doveri.
ERNEST HEMINGWAY, Vero all'alba

sabato 18 aprile 2009

Tic linguistici

I tic linguistici sono caratteristica del linguaggio parlato: sono parole che non dicono nulla e infarciscono il discorso quotidiano come dei ritornelli, dei rassicuranti mantra. E ora sono oggetto di un pamphlet del critico letterario Filippo La Porta, edito da Gaffi, intitolato non a caso "È un problema tuo".
Partiamo proprio da qui: "è un problema tuo" penso che risuoni molto spesso in quei finti talk-show del pomeriggio dove c'è gente che si scanna o finge di scannarsi a parole dibattendo di un argomento (finto) che si basa su fondamenta d'argilla. Così come "non c'è problema" e una foresta di "un attimino". Diffusissimo, ma anch'esso di ambito televisivo è "esatto" usato invece di sì. Siamo tutti concorrenti dell'«Eredità» e di «Chi vuol essere milionario?». Anche "assolutamente" ha il suo largo bacino: ma "assolutamente sì" o "assolutamente no"?


"Niente..."
rende bene l'idea di cosa sia un tic linguistico, appare improvviso e quasi automatico all'inizio di una frase: "Niente... mi sono fratturato l'omero". È un minimizzare, un rassicurare che alla fine può avere l'effetto opposto. Ugualmente "in qualche modo" serve a esprimere una sospensione di giudizio, un incensamento del genio italico (Italia, terra del "malgrado" titolò "Time" negli Anni '90): capita spesso ai telecronisti di dire che un difensore "rinvia la palla in qualche modo", mentre in realtà non ha fatto altro che calciarla lontano in un solo modo, alla "vivailparroco".

Il gergo ci mette del suo: il romanesco "mi rimbalza" sembra un po' in disgrazia, resiste invece "non me ne può fregare di meno", "alla grande" va ancora... alla grande. Si registra la novità del "tuttaposto", frequente soprattutto nei social network e nei blog. "Tipo che..." congela una decisione in un'ipotesi, come se non si fosse tanto sicuri della proposta o si vivesse ancora nel mondo dorato dell'infanzia: "Facciamo che...". Così ora si dice "tipo che domani ci incontriamo alle cinque a Piazza Duomo..."


"Come dire?" è più subdolo, soppianta il già inutile "voglio dire" di molti film di Woody Allen e sembra lasciare intendere che la testa del parlante sia così piena di idee e di termini al punto da non riuscire a scegliere quale esporre. La Porta commenta: "Forse si è compiutamente realizzato quello che aveva predetto Flaiano quando osservò che il cretino è pieno di idee".


Immagine: Dario Frascoli


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LA FRASE DEL GIORNO
Infatti come si dice che ci sono delle donne disadorne, che da ciò ricavano pregio, così questa maniera del parlare tenue, sebbene disadorno, piace; e in entrambi i casi si attua un non so che per cui si determina una certa eleganza che però non dà nell'occhio.
CICERONE, Orator, LXXVIII

venerdì 17 aprile 2009

Cos'è la poesia? (X)


Riprendiamo il discorso sull'essenza della poesia: parliamo però del suo lato misterioso, profetico, della sua comprensione. Questa lirica del portoghese Eugénio De Andrade, nato nel 1923 e scomparso nel 2005, ci aiuta a capire che la poesia è luce: è un raggio di sole che fora il buio e illumina la realtà, una lama sottile che penetra nelle coscienze e le rischiara.

VEDERE CHIARO

Tutta la poesia è luminosa, persino
la più oscura.
È il lettore che ha talvolta,
al posto del sole, nebbia dentro di sé.
E la nebbia non permette mai di vedere chiaro.
Se ritornerà
un'altra volta e un'altra volta
e un'altra volta
a queste sillabe infiammate
rimarrà cieco da tanto chiarore.
Sia felice se arriverà.


Anche quando la poesia si veste di ermetismo o di nonsense, ha per il poeta questa funzione di luce: spetta al lettore comprendere, applicarsi come un investigatore nell'indagine, andare al di là dell'apparenza per scoprire il sottinteso, il non detto che si annida tra le righe e le analogie. Perché anche le parole, dice De Andrade in altri versi "Abbandonate, innocenti, / leggere. / Tessute sono di luce / e sono la notte. / E persino pallide / ricordano ancora verdi paradisi". 






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LA FRASE DEL GIORNO
Così io vorrei la poesia: / fremente di luce, aspra di terra, / rumoreggiante di acque e di vento.
EUGÉNIO DE ANDRADE

giovedì 16 aprile 2009

Sera di aprile


MOTTETTO DELLA SERA D'APRILE


Come la pioggia il cuore
scende in sé solo eterno
come in un lungo inverno
la neve dell'amore.

Tutta dolcezza e pianto
vorresti le parole
che chiudono da sole
la verità del canto.

Parole in cui la sera
si spenga a poco a poco
sola in quel fiume fioco
di cielo a primavera.

In questa calda serra
un palpito che sveli
le cose è già parola.
Cade la pioggia, sola.
Sei come i grandi cieli
che fuggono la terra.


(da "Poesie d'amore 1941-1949")


Per comprendere appieno il significato di questa poesia di Alfonso Gatto bisogna sapere che cos'è un "mottetto", ovvero il valore popolaresco che riveste questo genere di componimento poetico. Perché, come in altre poesie di Gatto, i versi sgorgano attorno al canto di una donna.

È una sera di aprile, dolce smorire di un crepuscolo in cui la pioggia cade sui fiori e sul verde nuovo, e una donna canta, forse su un balcone, in un'usanza che è andata perduta, sconfitta dal progresso e dalla tecnologia. La canzone è, come molti canti tradizionali, dolce e malinconica, proprio come una piovosa sera di aprile, e parla dell'amore e dei suoi tormenti. Gatto chiude con una metafora ermeticamente misteriosa ma molto efficace: la donna che canta, che insegue l'amore non solo in quella canzone ma nella vita, che cerca verità e certezze, è simile al cielo che sembra allontanarsi dalla terra.

Quell'incipit meraviglioso è invece una sentenza: "Come la pioggia il cuore scende in sé solo eterno come in un lungo inverno la neve dell'amore". Questa è la perla racchiusa in un mottetto, breve susseguirsi di strofe che nascondono un proverbio.



Derek Hare, "Close of day"


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LA FRASE DEL GIORNO
Non so se, in genere, sono capace di amare. So desiderare, so cercare me in altri esseri umani, tendere l'orecchio a un'eco, bramare uno specchio, so cercare il piacere e ciò può avere tutta l'aria di un amore.
HERMANN HESSE, L'ultima estate di Klingsor

mercoledì 15 aprile 2009

Sciacalli


Lo sciacallo, colui che approfitta delle disgrazie e del dolore della gente per il proprio tornaconto personale, è sicuramente l'essere più ignobile che esista. Le autorità comunicano di avere individuato in Abruzzo dei veri e propri professionisti dello sciacallaggio, giunti da ogni parte d'Italia: arrivano e asportano gioielli, computer, televisori, denaro dalle case pericolanti abbandonate in fretta e furia dagli abitanti.

Negli alberghi della costa dove hanno trovato riparo gli sfollati, la protezione civile ha scoperto dei rom che si mescolavano ai veri terremotati per scroccare l'alloggio in hotel: li hanno stanati e cacciati via. Altri sciacalli hanno tentato la via telematica, provando a spillare soldi in favore dei senzatetto su Facebook e su altri siti; altri ancora hanno semplicemente seminato il panico annunciando scosse sia attraverso Internet sia per le strade - è accaduto a Sora, nel Frusinate. L'Italia è indignata del fatto che sul suo territorio ci sia gente simile, il governo ha previsto l'introduzione sacrosanta del reato di sciacallaggio con pene molto elevate.

È una figura con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni: basta salire in metropolitana per essere assaliti da voci fintamente pietose che raccontano sempre la solita nenia: "Famiglia povera, senza casa, senza lavoro, per favore un piccolo aiuto" tendendo un lercio bicchierino di carta del Mac Donald's. Ricordiamoci tutti che le famiglie povere senza casa, senza lavoro, hanno altri referenti - come la Caritas o la Croce Rossa Italiana - e soprattutto una dignità che non le spinge a chiedere l'elemosina sui vagoni della metropolitana.

Molto meglio i cani: quelli che annusavano tra le macerie e quelli, fedeli, che vagavano cercando i padroni, quella salvata dopo otto giorni sotto i detriti che non finiva più di leccare il viso dei suoi "famigliari" ritrovati. Loro sì che sono più umani di certe persone...


Fotografia: TGcom


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LA FRASE DEL GIORNO
Spesso una goccia di male contamina la sostanza più pura.
WILLIAM SHAKESPEARE, Amleto, I, IV

martedì 14 aprile 2009

Adda, tra Leonardo e centrali


Approfittando della splendida giornata di sole che ha rallegrato il Lunedì dell'Angelo, ho seguito un buon tratto del medio corso dell'Adda, quello che forma  il Parco Adda Nord e che si estende da Lecco a Trezzo. Le auto, fortunatamente, non sono ammesse sull'alzaia del fiume, anche se occorre prestare attenzione ai ciclisti, spesso impegnati in corse a rotta di collo.

Il paesaggio offre scorci incantevoli, impreziositi da elementi architettonici di "archeologia industriale": le vecchie filande, i lavatoi, le centrali idroelettriche. A Brivio, lasciato il castello, ci si può avviare lungo l'Adda, costeggiando la palude di salici e sbucare, passando sotto il moderno ponte, in un tratto dove il fiume scorre placido. A Imbersago si può ammirare il traghetto detto "di Leonardo", in quanto il suo disegno è attribuito al genio di Vinci. Un uomo a forza di braccia lo trascina dolcemente lungo la catena da una sponda all'altra.

BRIVIO, Il ponte

IMBERSAGO, Il traghetto


Poco più su c'è il santuario della Madonna del Bosco, con la lunga scalinata che molti percorrono recitando un'Ave Maria per ogni gradino. Dal belvedere si può allungare lo sguardo sulle colline bergamasche; salendo lungo il bosco di castagni si può percorrere la Via Crucis.

IMBERSAGO, Madonna del Bosco, la scalinata

Paderno è nota per il ponte, coevo della Torre Eiffel e ugualmente ammirato: nella corsia superiore scorre il traffico, consentito solo alle auto e ai pedoni, in quella inferiore passa la ferrovia Bergamo-Carnate-Milano. L'opera di alta ingegneria fu realizzata in ferro nel 1889: il viadotto misura 266 metri, l'altezza dal pelo dell'acqua è di circa 80 metri. Ma a Paderno scorre anche il Naviglio e l'Adda si biforca prima di riunirsi più a valle: il tratto noto come "Adda vecchia" scorre tra scogli affioranti e rocce, generando un caratteristico paesaggio che si dice abbia suggerito a Leonardo lo sfondo della "Vergine delle rocce". Dell'antico sistema di navigazione, che dal 1777 consentiva il passaggio di imbarcazioni con il sistema di chiusura e apertura delle porte per superare il dislivello, restano solo le chiuse del Naviglio e un'incuria inconcepibile in un paese civile. Sempre a Paderno, lungo il fiume, nei pressi della centrale Edison è possibile visitare l'Ecomuseo Adda di Leonardo.

PADERNO D'ADDA, Il ponte

Qui l'archeologia industriale ha il suo santuario: tra Paderno e Trezzo, in rapida successione sono dislocate le centrali elettriche "Semenza" tra Robbiate e Paderno, "Bertini" a Porto d'Adda, "Esterle" a Cornate d'Adda e "Taccani" a Trezzo. A Trezzo si possono ammirare, proprio a ridosso del fiume, anche i ruderi dell'antico castello visconteo.

ROBBIATE, Centrale "Semenza"

CORNATE D'ADDA, "Centrale "Esterle"

Più avanti c'è il villaggio operaio di Crespi, di cui già si è parlato: è patrimonio dell'UNESCO e vale sicuramente una visita dettagliata, così come tutte le località citate in questo post.

CRESPI D'ADDA, Il palazzo padronale visto dall'Adda




COME RAGGIUNGERE LA ZONA:

Dalla Tangenziale Est di Milano: seguire la SP342 e poi le indicazioni per le singole località
Da Lecco: SP72 direzione Milano-Como-Bergamo
Da Bergamo: SP166, da Ponte San Pietro

In treno: FS Paderno-Robbiate (1 km dal fiume) sulla linea Milano-Carnate-Bergamo, Cernusco-Merate (5 km) sulla linea Milano-Lecco-Tirano - consentito trasporto biciclette





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LA FRASE DEL GIORNO
L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente.
LEONARDO DA VINCI, Aforismi, novelle e profezie

lunedì 13 aprile 2009

Aldo Capasso


Il 13 aprile di cento anni fa nasceva a Venezia il poeta e critico Aldo Capasso. La sua attività di commentatore lo portò a scrivere su "La Nazione" di Firenze e a dirigere "Realismo critico"; pubblicò saggi su Ungaretti, Tasso e Proust. 

La poesia di Capasso invece vive di una raffinata sensualità, di un'indagine sulla possibilità di andare oltre l'illusorio gioco dei sensi per vedere se è possibile trovare un ancoraggio che superi la rassegnata partecipazione al destino degli uomini. Questo disperato bisogno si avvale di immagini sicure e ben delineate, che cercano di vincere la tendenza discorsiva, aleggiando talora in echi leopardiani.

da "Il paese senza tempo", 1934

VELE

Due vele, a pena nate e di sorpresa,
sull'orizzonte, agli occhi chiari che apre
il mattino del mondo nel mio viso,
son l'evento che instaura un tempo albare.
E se il silenzio mi riduce a un lieve
giuoco come un vel d'acqua fra due pietre,
m'è bastato, perché mi sia la vita
candida, quella coppia aerea d'ali
apparsa d'improvviso fra due cieli.
Il passato s'esilia. Antichi lutti
del mio cuore si sciolgono nell'ora
come il sale nell'acqua che s'acciglia.



da "Per non morire", 1947

AMANTI LUNGO IL MARE

Lungo il mare, nel buio,
Sopra le rocce scabre
Tanti bisbigli, che udite, pur sono
Segno di breve oblio.
Siamo poveri, solamente questo
Ci è conceduto, modo
Di festa, e da noi stessi esilio.
Anche le nostre donne
Hanno soavi labbra.
(Nel buio non si vede,
Se misera è la veste).
Ma sognano, talora, luminosi
Mondi, come in romanzo, come in film, -
Memorabili gesta e gentilezza
D'eroi troppo diversi
Da questa nostra mal limata scorza.
(Nel buio non si vede
Se arrossiscono alquanto,
Per avere sognato
Un'altra bocca nella nostra bocca).
Prendiamo, pur con questa
Sua macchia mal taciuta, questo àttimo
Ch'è il solo nostro bene,
Sopra le rocce scabre.


Per non piegarci al vino che ci chiama
Promettendo una nube entro i pensieri».


1939



DEL MATTINO

Un vetro s'è fatto acciecante
Una ragazza lava i panni e canta
Uno stornello giovane sorge puro ed è un rito
Gridi d'uccelli sono nel mattino
Rinasci come l'erba senza ricordi.


1938


Aldo Capasso (Fotografia: pubblico dominio)


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LA FRASE DEL GIORNO
Abbiamo pudore di noi stessi, di ciò che sappiamo / Tutti del nostro destino, di ciò che ci è forza comprendere / E soffrire".
ALDO CAPASSO, Formiche d'autunno

domenica 12 aprile 2009

Una poesia per Pasqua


Per la Pasqua una poesia-preghiera di Mario Luzi, quella che conclude "La Passione", il testo che accompagnò la Via Crucis al Colosseo il Venerdì santo del 1999: è un'altissima meditazione sull'incarnazione, la morte e la resurrezione di Gesù, rivolta a laici e credenti.

CORO, PREGHIERA

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un'era nuova: l'uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L'offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.



Come scrive Enzo Bianchi, priore di Bose, sulla "Stampa" di ieri, associando la Passione di Cristo al dramma vissuto dall'Abruzzo: "Per quanti non sono credenti in Dio resta l’enigma del male, come resta per chi crede, ma il vedere la volontà di un amore reciproco tra gli uomini può dare senso anche a loro e può far balenare in loro una speranza più forte della morte. E questo, anche se i cristiani non sempre sanno farsi capire, è il messaggio della Pasqua di Cristo risorto: siccome Gesù ha amato fino all’estremo e per amore ha speso la vita fino ad accettare una morte violenta è risorto. Sì, perché l’amore vince la morte".

Buona Pasqua a tutti.


Nicolas Bertin, "Studio per la Resurrezione"



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LA FRASE DEL GIORNO
Com'è solo l'uomo. Come può esserlo! Tu sei dovunque ma dovunque non ti trova. Ci sono luoghi dove tu sembri assente e allora geme perché si sente deserto e abbandonato. Così sono io, comprendimi.
MARIO LUZI, La Passione

sabato 11 aprile 2009

La luce di Pasqua


Di Carlo Betocchi, poeta che la critica ha trascurato in vita per apprezzarne le opere dopo la sua scomparsa, "Il canto delle sirene" si è già occupato. Per dipingere questa Pasqua segnata dal dolore per il terremoto che ha devastato la provincia dell'Aquila e che viene in un tempo di crisi con la disoccupazione in crescita e il PIL in caduta libera, con i consumi ridotti all'osso e l'inflazione così bassa come non si vedeva da quarant'anni, ho scelto una sua poesia:

LA PASQUA DEI POVERI

Forse per noi che non abbiam pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.

Povero il cielo e povere le stanze,
Sabato Santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo, che ne abbraccia le speranze.


Semplice vita, alle nostre dimande
tu ci rispondi: Su, coraggio, andate!
Noi t'ubbidiamo; e questa povertà
non ha bisogno più d'altre vivande.

Noi siamo tanti quanti alla campagna
sono gli uccelli sulle mosse piante,
cui sembra ancor che le parole sante
giungan col vento e l'acqua che li bagna.

A noi non visti, nelle grige stanze,
miriadi in mezzo alla città che fuma,
Sabato Santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche.

A noi la pace che verrà, operosa
già dentro il cuore e sulla mano sta,
che ti prepara, o Pasqua, e che non ha
che il solo pane per farti festosa.


Semplicità e speranza, ci dice Betocchi con le sue quartine che spiegano un'accurata varietà di rime e di assonanze: semplicità e speranza da associare al coraggio perché la Pasqua, così come il Natale, non sta nelle pulsioni consumistiche ma in un'essenza, simboleggiata dal poeta in quella luce del Sabato Santo.


Fotografia: Maria Mosolova


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LA FRASE DEL GIORNO
Nessuna notte è così greve e così buio mai nessun andare che non vi giunga, dal mattino ormai imminente, di luce un dolcissimo sentore.
HERMANN HESSE, Poesie, "Presso Spezia"

venerdì 10 aprile 2009

Dopo il grande dolore




Giornata di lutto nazionale oggi per i funerali delle vittime del terremoto in Abruzzo. Coincide, per volontà del vescovo dell'Aquila, mons. Giuseppe Molinari, con il Venerdì Santo, giornata già di profonda riflessione per i cattolici. 

Alla meditazione affido una poesia di Emily Dickinson:

Dopo il grande dolore, viene un sentimento compito -
i nervi siedono cerimoniosi, come tombe -
il cuore rigido si interroga se fu lui che soffrì,
e fu ieri, o quanti secoli fa?

I piedi, meccanici, vanno in giro -
di terra, o aria, o altro -
una via di legno -
divenuti incuranti,
un appagamento di quarzo, come una pietra -

questa è l'ora di piombo -
ricordata, se si sopravvive,
come un congelato ricorda la neve -
prima il freddo - poi lo stupore - poi il lasciarsi andare -



Fotografia: AP/Sandro Perozzi


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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni dolore ha qualcosa di sacro.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, Il conte di Montecristo

giovedì 9 aprile 2009

Frenetica vita


Si vive di fretta, si mangia di fretta, si ama di fretta. Tutto di corsa, senza fermarsi a riflettere, senza gustare il silenzio e la lentezza. È quello che la società ci chiede: un quarantenne è già bruciato per il lavoro, se perde il posto non lo ritroverà. Le aziende vogliono trentenni con esperienza ventennale, giovani che siano già vecchi. L'Unione Europea non ha tempo di aspettare che maturino le arance, autorizza l'uso degli aromi per realizzare le aranciate. E dei trucioli di legno per invecchiare subito un vino, senza aspettare che gli anni facciano il loro dovere.

Questa frenesia ci condurrà allo sfacelo, questa accelerazione del vivere ci allontana dall'umanità, ci automatizza. 

"C'è un'eccitatissima perversione della vita ed è la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe". Sono parole di Ernest Hemingway, scritte in "Verdi colline d'Africa", romanzo del 1935, attraversato da aspre osservazioni letterarie e sociali.

Quello che era vero allora, lo diviene ancora di più adesso, in questi tempi tecnologici: tutto viene bruciato in un attimo, le canzoni alla radio, i programmi televisivi, i discorsi politici. Tutto viene sacrificato alla velocità, sembra che vivere sia diventato una gara in cui battere primati. Gli ostacoli che si pongono sul nostro cammino devono essere abbattuti, non ci si ferma a ragionare sul come farlo: si prende il bulldozer e li si spiana. Forse la crisi economica, frutto di questa rincorsa sfrenata al successo e alla ricchezza, potrebbe avere anche qualche lato positivo.


Fotografia: Jupiter


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LA FRASE DEL GIORNO
C’è un legame stretto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio.
MILAN KUNDERA, La lentezza

mercoledì 8 aprile 2009

Terremoti


Ci sono tragedie che ci colpiscono più di altre. I terremoti, certo. Chi sopravvive nella maggior parte dei casi perde tutto: famigliari, casa, auto. Si trova come una foglia in balia degli elementi, deve ricorrere alla solidarietà dello stato e della gente. Chi è rimasto sotto le macerie ha provato una delle peggiori paure ancestrali dell'uomo: quella di rimanere sepolto vivo. Le immagini di quel ragazzo in slip strappato ai ruderi della sua casa dell'Aquila hanno fatto il giro del mondo e ha destato commozione vederlo uscire barcollante, abbracciato e baciato da un parente.

Purtroppo in Italia ci siamo abituati: la nostra bellissima terra è geologicamente ad alto rischio sismico, tragedie simili si sono ripetute nei secoli, senza che si riuscisse a formulare una legge che obblighi alla rigida osservanza delle norme antisismiche nella costruzione degli edifici. Il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, peggior disastro naturale della storia d'Europa, è ormai storia. Ma ricordo con viva commozione i sismi che hanno demolito il Friuli il 6 maggio 1976 e l'Irpinia il 23 novembre 1980, e quello che nel 1997 devastò in diretta televisiva la Basilica di Assisi.





Fotografia: La Stampa



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LA FRASE DEL GIORNO

Il tempo cancella le date impresse dal tempo, ma quelle che il dolore ha scolpite nei cuori degli uomini non si cancellano mai.
IGINIO UGO TARCHETTI, Fosca

martedì 7 aprile 2009

Abbruzze mè


Abbruzze mè…
me sente de ‘mbazzì…
senza de te, me sente de murì.
Abbruzze mè…
t’uless ‘arabraccià
vulesse mò vulà dirett’a tte.

Ho un ricordo dolce dell'Abruzzo, di quella terra che digrada al mare dai monti del Gran Sasso, della Maiella e della Laga. È il ricordo di giorni d'estate avanzata, con il sole a picco sulle vecchie pietre di Penne e di Loreto Aprutino. Ricordo di ulivi e feste a base di arrosticini e carne di pecora, di Cerasuolo e di allegria, di un'ospitalità fraterna e schietta.

Mi addolora molto vedere devastata L'Aquila, la città della fontana delle 99 cannelle, sede della Caserma Rossi tanto cara agli alpini. E infatti la protezione civile dell'A.N.A. è giunta subito sul posto, apparsa di sfuggita al lavoro durante uno dei tanti servizi dei telegiornali. I cinofili sono arrivati all'alba, i mezzi con la cucina da campo partiti dal Veneto sono spuntati a Coppito verso mezzogiorno.

Generosa è la gente d'Abruzzo, generosissima, e sono convinto che tutta l'Italia farà a gara per soccorrerla e provvederla di ciò di cui ha bisogno. Anzi, tutto il mondo: sono migliaia e migliaia i discendenti di emigranti abruzzesi sparsi per l'America, l'Argentina, il Brasile, l'Australia. Amici abruzzesi, non siete soli davanti a questa immane tragedia.

Qualche parola doverosa è per le Cassandre del "lo avevo previsto": è assurdo che tutte le volte che succede una tragedia salti fuori un tizio che dica "Io l'avevo previsto!". Stavolta è un collaboratore esterno dell'INFN dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, Giampaolo Giuliani, che sostiene di poter predire gli eventi sismici in base all'emissione di gas radon dalla crosta terrestre. L'unica previsione che si poteva fare era quella in base allo sciame sismico che da tempo colpiva la regione: il fatto è che solitamente la scossa più forte è la prima, e non viceversa. L'unica seria possibilità di prevenzione è quella di costruire edifici antisismici, come accade in terre tradizionalmente soggette ai terremoti, sfruttando l'esperienza giapponese, ad esempio. È il tasto su cui spinge Mario Tozzi, che preferirebbe ritocchi edilizi ai centri storici invece di infrastrutture come il Ponte di Messina.

Invece no, qui a discorrere provocatoriamente su questioni di lana caprina, e già qualche avvisaglia di sciacallaggio politico si leva nell'aria. È lo sport d'eccellenza italiano, purtroppo: non si può essere uniti neanche davanti alle tragedie. Basta una Cassandra qualunque e tutti a stracciarsi le vesti, a battere la grancassa della polemica.

Un grande abbraccio agli amici abruzzesi, gente generosa e fiera, e un grosso plauso ai soccorritori, sul posto in maniera fulminea ed efficace: loro lavorano con le mani, non con la bocca...


Fotografia: AFP


La Croce Rossa Italiana lancia "un appello di emergenza a livello nazionale, chiedendo a tutta la popolazione di partecipare ad un grande sforzo di solidarietà per alleviare la sofferenza di tutte le vittime del terremoto che ha colpito la regione Abruzzo".


Per effettuare donazioni alla Croce Rossa Italiana si possono utilizzare: il Conto corrente bancario C/C n. 218020 presso Banca Nazionale del Lavoro-Filiale di Roma Bissolati - Tesoreria - via San Nicola da Tolentino 67 - Roma, intestato a Croce Rossa Italiana via Toscana 12 - 00187 Roma, codice Iban IT66 - C010 0503 3820 0000 0218020, causale pro terremoto Abruzzo; il Conto corrente postale n. 300004 intestato a Croce Rossa Italiana via Toscana 12 - 00187 Roma, codice Iban IT24 - X076 0103 2000 0000 0300 004, causale pro terremoto Abruzzo. E' anche possibile effettuare dei versamenti online, attraverso il sito web della Cri all'indirizzo: [www.cri.it]



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LA FRASE DEL GIORNO

È sempre molto difficile consolare un dolore che non si conosce.
ALEXANDRE DUMAS FIGLIO, La signora delle camelie

lunedì 6 aprile 2009

"Ho raggiunto il Polo Nord"


"Ho raggiunto il Polo il 6 aprile": questo era il messaggio ricevuto dal New York Times il 6 settembre 1909. Un altro telegramma era stato inviato all'Associated Press lo stesso giorno: "La bandiera a stelle e strisce sventola sul Polo". Il mittente si trovava a Indian Harbor, uno sperduto villaggio del Labrador e si firmava Robert Peary.

Il primo uomo a raggiungere il Polo Nord: che impresa, che onori! Invece il 9 settembre un altro americano, tale Frederick Cook, otteneva quegli onori che Peary riteneva dovessero essere riservati a lui: a Copenaghen, osannato dalla folla e dagli scienziati, raccontava di aver raggiunto il Polo il 21 aprile del 1908, solo una settimana prima era riuscito a inviare il telegramma della "conquista" dalle Isole Shetland.

Peary aveva tentato di realizzare l'impresa per ben 23 anni, organizzando otto spedizioni: era un esperto, un grande esperto, e lo batteva sul tempo uno qualunque, privo della sua esperienza e dei suoi meriti! La notizia delle feste per Cook lo gettarono in uno stato di profonda e amara delusione. Passato il primo travaso di bile, sorsero due fazioni: i sostenitori di Peary accusavano quelli di Cook di favorire le tesi di un millantatore, quelli di Cook rivendicavano al loro eroe i fasti della conquista. Partirono denunce e accuse che approdarono al Congresso degli Stati Uniti. Qui Robert Peary ebbe finalmente quanto gli spettava: fu stabilito che non fu Cook a raggiungere il Polo Nord, ma Peary.

Ora, trascorso un secolo, sappiamo che neanche Peary raggiunse il Polo, ma che vi arrivò molto vicino, a sole tre miglia. La sua storia è quella di un'ossessione, maturata in Nicaragua nel 1886, dove dirigeva dei lavori di scavo in vista della costruzione di un canale simile a quello di Panama: il sogno lo divorava, trascorse mesi in Groenlandia per acclimatarsi e per imparare a sopravvivere nel ghiaccio inospitale, a nutrirsi cacciando e pescando, a vestirsi e a viaggiare come gli Eschimesi. Non era solo, Peary: il suo compagno di avventure era un giovane uomo di colore del Maryland, Matthew Hanson, che lo avrebbe seguito fino al 1909. Era con lui anche nel 1892, quando Peary si ruppe una gamba e riuscì comunque a navigare fino al nord della Groenlandia, scoprendone la sua forma insulare.

Nella terza spedizione, durata a lungo, tra il 1893 e il 1895, con l'esploratore c'era anche la moglie, che partorì una bambina a Whale Sound, città sperduta nei ghiacci. Nel 1902 Peary pagò con l'amputazione di otto dita dei piedi l'avvicinamento alla latitudine di 87°17', nel 1905-1906, con il massiccio rompighiaccio "Roosevelt", arrivò a soli 322 km dal Polo Nord. Due anni dopo ci riprovò, sapendo che non avrebbe avuto altre occasioni: il 5 settembre del 1908, all'età di 52 anni, partì dall'isola di Ellesmere, nell'estremo nord del Canada. A marzo iniziò l'avanzata con le slitte: erano 24 uomini e 133 cani. Quando il cibo scarseggiò, decisero di avanzare in sei: Peary, Henson e i quattro inuit Ootah, Egiginqwah, Seegloo e Ooqueah. Era il primo aprile, sei giorni dopo arrivarono al Polo Nord e vi rimasero per trenta ore.

Non la gloria lo attendeva, ma quell'impostore di Frederick Cook. Il tempo seppe rendergli giustizia, fortunatamente mentre era ancora in vita. Forse neanche lui aveva davvero raggiunto il Polo, ma la sua tenacia era stata premiata.


Una vignetta dell'epoca da "Le Petit Journal"



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LA FRASE DEL GIORNO
La distanza fra scienza ed errore è breve.
TACITO, Annali, IV, 58
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