martedì 31 marzo 2009

Risate latine

 
Il “Philogelos”, letteralmente “l’amante della risata” è una raccolta di 265 freddure. La sua caratteristica è quella di essere stato scritto nel IV-V secolo dopo Cristo: rappresenta dunque uno spaccato di vita del tardo impero romano, un trattato di antropologia sociale storica della barzelletta. Secondo alcuni manoscritti i loro autori sarebbero Hierocles e Philagrios, noti anche come compilatori di altre simili antologie. Non era una novità, per l’epoca: già Plauto, nel secondo secolo prima di Cristo, riferiva per ben due volte nelle sue commedie dell’esistenza di tali libretti.
 
Allora, come si rideva negli ultimi secoli dell’Impero romano, quando la decadenza della società che aveva governato sul mondo intero si mescolava al sorgere inarrestabile della religione cristiana? Con un umorismo cinico e talora surreale, un “sense of humour” che anticipa quello britannico e che porta in sé i germi delle storielle moderne. Qualche esempio? Eccolo:
 
  • Un uomo compra uno schiavo, ma poco dopo questi muore. Il tale allora va a lamentarsi con il venditore di schiavi. Che gli risponde: «Be’, non è morto quando ce l’avevo io».
  • Un astrologo incompetente fa l’oroscopo a un uomo e gli dice: «Tu non puoi generare figli». Quando l’uomo gli obietta di averne già sette, l’astrologo ribatte: «Allora guardali bene».
  • Un astrologo fa l’oroscopo a un bambino malato. E dopo aver detto alla madre che il piccolo ha davanti a sé molti anni, chiede di essere pagato. «Torna domani e avrai i tuoi soldi», risponde allora la donna. «Certo», dice l’astrologo, «e che facciamo se il ragazzo muore e io perdo la mia parcella?».
  • Un abitante di Abdera vede un eunuco che parla con una donna e gli chiede se sia sua moglie. Quando costui gli risponde che gli eunuchi non possono avere moglie, l’abitante di Abdera chiede: «Allora è tua figlia?»
  • Un intellettuale, caduto ammalato, ha promesso di pagare il dottore una volta guarito. Quando la moglie lo rimprovera perché beve vino mentre ha la febbre, le dice: «Vuoi che guarisca e che sia costretto a pagare il dottore?»
  • Un intellettuale mette incinta una schiava. Suo padre, alla nascita del bambino, gli suggerisce di ucciderlo. L’intellettuale replica: «Prima uccidi il tuo di figlio, poi io ucciderò il mio».
  • A un maestro incompetente chiedono qual è il nome della madre di Priamo. Non sapendo la risposta, dice: «È educato chiamarla “Signora”»
  • Un giovane sposo chiede alla moglie libidinosa: «Mangiamo o facciamo l’amore?». «Scegli», dice lei, «ma in casa non c’è una briciola».

I soggetti principali di tali arguzie, i bersagli preferiti sono gli intellettuali, gli incompetenti, gli astrologi incpaci o imbroglioni, i misogini, le donne eccitate, e naturalmente, come accade in tutti i gruppi, un particolare gruppo etnico, preso in giro per una sua eccentrica ingenuità: gli abitanti di Abdera sono l'equivalente dei polacchi nelle barzellette statunitensi.
 

 
IMMAGINE © CULTURAL EMULTY
 


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LA FRASE DEL GIORNO
L'umorismo (la trovata forse più singolare e più geniale dell'umanità).
HERMANN HESSE, Il lupo della steppa

lunedì 30 marzo 2009

Ricchezza della poesia


"Finché si ha a che fare con la poesia non si rischia il vuoto interiore..."

Parole sante queste della saggista francese Sylvie Jaudeau, in "Conversazioni con Cioran", 1990. Perché la poesia non consente di chiudere gli occhi e guardare da un'altra parte, non ci permette di fare finta di nulla: chi legge una poesia entra in quel mondo e cerca di capire, raccoglie quel messaggio lanciato in una bottiglia nella notte dei secoli o della Rete. "Il vuoto interiore" è di quelli che si abbandonano supinamente alla televisione o allo stordimento, che danno in ostaggio la loro sensibilità per non pensare, per ignorare che qualcosa d'altro esiste al mondo. Ma chi legge una poesia dentro di sé è pieno di fiori e di spine, di gioie e di dolori: la sua anima è un immenso magazzino dove stipa domande e risposte, dove ha dubbi e certezze. In altre parole, vive.


Immagine da Photobucket


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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è uno strumento importantissimo di educazione: più è portata dalle persone, meglio queste stanno. E più diventano riflessive.
JOSIF BRODSKIJ, da un'intervista

domenica 29 marzo 2009

Lo smemorato di Collegno


Quello dello "smemorato di Collegno" è un caso degno di un'opera di Pirandello e ha molto colpito gli italiani, tanto da essere divenuto in certo modo proverbiale: è una questione che prima appassionò, poi divise, ed infine è diventato un interessante caso di cronaca tramandato di generazione in generazione. L'ultima apparizione è la "fiction" dedicatagli dalla RAI, con Gabriella Pession e Lucrezia Lante Della Rovere. Altri film erano stati realizzati, anche una divertente commedia del 1962 con Totò, e molti libri scritti, in particolare "Il teatro della memoria" di Leonardo Sciascia, uscito nel 1981. 

I fatti: il mattino del 10 marzo 1926 il custode del cimitero israelitico di Torino sorprese un uomo che fuggiva con un vaso di bronzo rubato. Lo consegnò alla polizia. Il ladro non ricordava - o fingeva di essere in preda ad amnesia. In breve il giudice lo fece ricoverare nel manicomio di Collegno, dove venne indicato con il numero 44170. Lì l'uomo rimase dimenticato per quasi un anno, quando qualcuno ebbe la bella pensata di pubblicare la sua fotografia nella rubrica "Chi l'ha visto?", ribattezzata per l'occasione "Chi lo conosce?", della "Domenica del Corriere" del 6 febbraio 1927.

La guerra era finita da neanche dieci anni e i dispersi erano numerosi, di tanto in tanto qualche reduce ancora ritornava da sperdute località europee. In molti riconobbero nello smemorato un loro congiunto. In particolare i cugini veronesi Renzo e Giulia Canella videro nell'uomo il loro rispettivo fratello e marito, il professor Giulio, scomparso nella battaglia di Nitzopole, in Macedonia, a Natale del 1916.

Quando sembrava andare tutto per il verso giusto e la coppia riunita dopo dieci anni viveva assieme e si svagava in luoghi di vileggiatura, un'altra donna riconobbe in 44170 il marito separato, il tipografo Mario Bruneri, latitante per alcune pendenze giudiziarie. La polizia rinvenne nei casellari giudiziari le impronte digitali del Bruneri e le confrontò con l'uomo di Collegno: era lui. Ma all'epoca su tali mezzi non si faceva ancora pieno affidamento. E la polizia tra l'altro aveva commesso troppi errori e leggerezze, compreso un doppio faldone sul Bruneri, che risultava ora non solo un altro o nessuno, ma addirittura sdoppiato.

Ne nacque un processo che appassionò le masse e le divise in "canelliani" e "bruneriani" - si era nel pieno del Ventennio fascista e ogni distrazione era benvenuta - con avvocati di grido, come Roberto Farinacci, pezzo grosso del regime, legale di parte Canella. A intorbidare le acque e a gettare una manciata di morbosità vi fu la nascita di una bambina, frutto della relazione tra Giulia Canella e lo smemorato. Il 5 novembre 1928 il Tribunale di Torino riconobbe che l'individuo 44170 era Mario Bruneri.

Un nuovo ricorso della famiglia Canella portò a una dichiarazione pilatesca della Corte d'appello di Torino: non si poteva stabilire con certezza - nonostante le impronte digitali! - che l'uomo fosse Bruneri. Vi fu un nuovo processo, a Firenze, che il 1° maggio 1931 stabilì definitivamente l'identità dello smemorato di Collegno: era il tipografo pregiudicato Mario Bruneri.

Ma tante cose erano cambiate: un altro bambino era nato alla coppia, le fila dei "canelliani" si erano assottigliate, c'era stata la crisi del 1929. Lo smemorato tipografo Bruneri che ormai credeva di essere l'esimio professor Canella fuggì in Brasile con la moglie, dove visse i suoi giorni pirandelliani e morì, cambiato il suo nome in Julio, nel 1941.

Ecco a cosa ci riferiamo quando, discorrendo, amichevolmente ci rivolgiamo a qualcuno come "lo smemorato di Collegno".


La fiction RAI del 2009 (Immagine da Televisionando)



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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch'io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? È forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo. Eppure, non c'è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. 
LUIGI PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila

sabato 28 marzo 2009

Three Mile Island


Sette anni prima di Chernobyl, un incidente nucleare scosse il mondo, quello avvenuto nella centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania, nella moderna e tecnologica America che aveva superato la grave crisi petrolifera dei primi Anni Settanta con il ricorso a nuove forme di energia.

Era il 28 marzo del 1979 quando nell'impianto, che sorge nei pressi di Harrisburg, si verificò una serie di problemi: il refrigerante dell'Unità 2 subì un aumento di pressione che innescò l'arresto di emergenza del reattore; purtroppo una valvola di rilascio non segnata sui progetti non funzionò a dovere e provocò gravi danni al nocciolo radioattivo, che si fuse parzialmente. Le autorità attribuirono poi le cause dell'incidente alla carenza di strumentazione nella sala di controllo e alla non adeguata preparazione degli operatori. L'Unità 2, a distanza di trent'anni, è ancora chiusa, in attesa di smantellamento.

Dalla centrale di Three Mile Island si verificò un rilascio di radiazioni, in particolare di gas nobili e di iodio 131. Non vi furono vittime né tra i lavoratori né tra la popolazione, almeno direttamente.
L'incidente si era verificato alle 4 del mattino, la stampa fu avvertita alle 9: non si parlava di fuga radioattiva, ma la CBS scatenò il panico con un annuncio, risultato poi infondato, di una radioattività intensa all'interno dell'impianto e misurabile nel raggio di un miglio.
Il giorno dopo furono chiuse le scuole; altro panico si diffuse quando le sirene di allarme di Harrisburg, due giorni dopo, suonarono accidentalmente: il governatore suggerì di trasportare lontano dall'area le donne incinte, le autostrade in uscita dalla città si riempirono di migliaia di auto e si verificarono molti incidenti...

Il mondo si divise tra detrattori e sostenitori dell'atomo, fu da lì che iniziarono a comparire le spillette con il sole e la scritta "Nuclear no thanks". In sostanza, è sempre sbagliato decidere qualcosa sull'onda emotiva - lo fu in Italia per il referendum sul nucleare dopo il disastro di Chernobyl. Però dall'incidente di Three Mile Island nacque una maggiore attenzione all'uso dell'energia atomica, una maggiore ricerca sulla sicurezza degli impianti e su un minore impatto ambientale - almeno in Occidente. Dietro la "cortina di ferro", che ancora era solida e impermeabile, no: e i risultati si videro il 26 aprile del 1986.


Il presidente Carter visita Three Mile Island il 1° aprile 1979
(Fotografia: National Archives and Records Administration)


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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è malvagità nell'atomo: solo nelle anime degli uomini.
ADLAI STEVENSON

venerdì 27 marzo 2009

Anna Achmatova


La figura della poetessa russa Anna Achmatova - nata a Odessa nel 1889 e morta a Mosca nel 1966 - è quella di un'artista europea nello stile eppure profondamente legata alla sua patria nei contenuti. Non aveva legami o debiti con la tradizione russa né con il decadentismo che allora dominava la scena letteraria: era libera nella sua gioventù luminosa che presto gli avvenimenti avrebbero amaramente colpito con la persecuzione staliniana, l'uccisione del primo marito, la traumatica esperienza dell'unico figlio incarcerato dal regime sovietico, gli ostacoli posti alla sua opera, bollata come "pessimismo nevrotico" e "erotismo malato" dalla nomenklatura ligia al partito.

"Negli anni terribili della ežóvšcina [periodo in cui commissario del popolo agli Interni fu Nikolaj Ivanovic Ežov, 1936-1938] ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi «riconobbe». Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
- Ma questo lei può descriverlo?
E io dissi:
- Posso.
Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto.

(da "Requiem", 1957)

Così la Achmatova propone il suo testo spesso scarno, liberato dalle analogie simboliche, lo rende nudo ed evidente, scolpito fino all'osso. E lo veste di un'ironia e di una malinconia che sconfinano nel disincanto. L'impressionismo diventa realismo. Bastano un accenno di paesaggio, un profumo, un gesto a fare poesia. E anche l'amore è ben di là dell'ideale romantico: è sofferenza, è un peso sul cuore, è un tormento che spalanca però le porte dello spirito.


Strinsi le mani sotto il velo oscuro...
«Perché oggi sei pallida?»
Perché d'agra tristezza
l'ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore...
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.


Soffocando, gridai: «È stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai».
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: «Non startene al vento».


1911


*

Fosti la mia beata culla,
cupa città sul fiume minaccioso,
e il maestoso letto nuziale
su cui libravano corone
i tuoi giovani serafini,
città amata di un amore amaro.

Tu, severa, tranquilla, brumosa,
eri il soglio delle mie preghiere,
qui per primo comparve l'amato
a mostrarmi una via luminosa,
e qui la mia Musa dolorosa
mi conduceva, come una cieca.


1914

*

ULTIMO BRINDISI

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all'inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.


1934

*

Settemilatre chilometri...
non puoi sentire la madre chiamare,
nel fischio tremendo del vento polare,
nella stretta delle intemperie,
inselvatichisci, inferocisci: tu, adorato,
tu, ultimo e primo, tu, nostro.
Indifferente la primavera vaga
sulla mia tomba di leningradese.


1957

(Traduzioni di Michele Colucci)





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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo tutti per poco ospiti della vita, / vivere è solo un’abitudine.
ANNA ACHMATOVA, Noi quattro (Schizzi di Komarovo)

giovedì 26 marzo 2009

I racconti di Kawabata


Yasunari Kawabata
, scrittore giapponese che ha attraversato il Novecento ottenendo il Premio Nobel per la Letteratura nel 1968, anche nei suoi romanzi, ha uno stile che si riconosce come prettamente nipponico: gli episodi che formano l'intera struttura sono come delle piccole tessere perfettamente compiute che vanno a incastrarsi l'una nell'altra. Ricorda le pennellate degli ideogrammi, i segni precisi e decisi, le capacità suggestive delle storielle zen.

Ora, con la traduzione di Ornella Civardi, sono usciti per le Edizioni Marsilio i "Racconti in un palmo di mano" (Tenohira no shosetsu), scritti nel 1968: minime storielle intervallate a racconti più lunghi, che bene rappresentano lo stile di Kawabata, come si può apprezzare da una di queste:


LA FOTOGRAFIA

Dire «un brutto» è da maleducati, ma non c'è dubbio ch'era stato per conseguenza di questa sua bruttezza se era diventato poeta. Mi raccontava il poeta:

«Io le fotografie le detesto, di rado mi vien voglia di farmene fare. Le ultime le ho fatte quattro o cinque anni fa insieme con la mia ragazza per l'anniversario del fidanzamento. Lei per me è una fidanzata importante. Se non altro perché ho poche speranze di poter avere ancora nella vita una donna così. E certo oggi quelle fotografie sono tra i miei ricordi più belli.

«Senonché l'anno scorso una certa rivista mi ha chiesto un ritratto da pubblicare. Da una foto dov'ero con la mia fidanzata e sua sorella mi sono ritagliato via, io solo, e spedito alla rivista. Di recente, anche un quotidiano è venuto a prendere una mia fotografia. Certo che ci ho pensato un po' su, però alla fine ne ho tagliata a metà una dove stavo con la mia fidanzata e l'ho consegnata al giornalista. Avevo esplicitamente espresso il desiderio che mi venisse restituita senza fallo, invece a quanto pare non mi verrà resa affatto. Ma lasciamo perdere.

«Sì, lasciamo pure perdere. Ma rimane il fatto che guardare quella mezza foto, la foto dov'era ormai solo la mia fidanzata, è stata una vera rivelazione per me. Che fosse la stessa ragazza? Mi permetto di farti notare che la fidanzata della foto è davvero dolce, davvero bella. Anche perché a quell'epoca ha diciassette anni. Ed è innamorata. Eppure, guardandola da sola nel ritaglio di foto che m'era rimasto, dopo che n'ero stato rimosso io, mi è venuto da pensare – ci crederesti? – ch'era una ragazza così banale. E dire che fino a un secondo prima, nella stessa fotografia, m'era sembrata tanto bella. E stato un lento e doloroso risveglio da un sogno di lunghi anni. Il tesoro che tenevo tanto caro è finito in frantumi così.

«Forse... – e il poeta abbassò ancor più la voce – se ora guarda la mia foto sul giornale pure lei di sicuro penserà: "Sono stata stupida ad amare, seppur per poco, un uomo del genere". E questo è tutto.

«Però mettiamo, congetturo io, mettiamo che la foto di noi due venisse pubblicata dal quotidiano così com'era, uno a fianco all'altro. Magari lei, da chissà dove, sarebbe tornata di volata da me dicendosi: "Ah, non mi ero accorta che fosse così..."»


Si rimane con questa sensazione di sospeso, di non detto, di quello che in arte è chiamato "non-finito", con l'idea che la percezione espressa dalle parole non è in grado di ricoprire tutto, ma che solo indica una traccia verso una strada che il pensiero è invitato a percorrere.






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LA FRASE DEL GIORNO
Un fiore solo ha più risalto che cento fiori.
YASUNARI KAWABATA, Discorso per il Premio Nobel, 1968

mercoledì 25 marzo 2009

Giuseppe Bonaviri


Lo scrittore e poeta siciliano Giuseppe Bonaviri è morto la scorsa domenica a Frosinone. Cardiologo, era nato a Mineo, nel Catanese, l'11 luglio 1924, e aveva fatto della Sicilia il punto di partenza di tutta la sua opera, piccolo microcosmo che si è espanso nelle pagine con la sua aura popolare e arcaica, con le sue formule, le sue filastrocche, il suo dialetto e i suoi neologismi. Da quei mondi che sono visibili in superficie, Bonaviri scendeva negli anfratti, alla ricerca del magico e dell'arcano, delle suggestioni, dell'essenza divina.

Bonaviri (Fotografia: Massimiliano Perrotta)

L'opera più nota di Giuseppe Bonaviri è senz'altro "Il sarto della Stradalunga", romanzo del 1954 che dipinge la storia di un sarto e della sua famiglia in un arcadico scenario dei monti Erei, che fece dire ad Elio Vittorini: "Il valore poetico del romanzo è però in qualcosa di più profondo: nel senso delicatamente cosmico col quale l'autore rappresenta il piccolo mondo paesano su cui c'intrattiene, trovando anche nelle erbe e negli animali, nei sassi nella polvere, nella luce della luna o del sole, un moto o un grido di partecipazione alle povere peripezie del sarto e dei suoi".

La descrizione di Vittorini ben si attaglia anche alle poesie di Bonaviri: la grazia poetica si nutre di arcaismi, di scene arcadiche, di rappresentazioni dei pupi, di antichi miti religiosi, di terra e di polvere; la memoria si vela di un rimpianto affettuoso dove anche la natura si erge a protagonista, in una "carnalizzazione dei processi meteorologici", come rilevato da Giacinto Spagnoletti.



da "O corpo sospiroso", 1982

RACCOLTA DI CHIOCCIOLE

Dopo che piovve abbondantissimamente
sull'altopiano in sassi crisopazi
e cantò la civetta dall'albero millicucco,
i due ragazzi e le tre bambine
andarono in cerca - con lumelli
di luna nel paniere -
di chiocciole, lumachelle e grilli.
Orlando giovane paladino errante
addormentato nella casa
per la finestrella mandava fortissimo
lo scintillio delle armi. La madre
dei ragazzi per l'aperta campagna
già in sera pregava la terra
e l'onnipotente Dio Macone.


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PICCOLA SINFONIA

Chitarra suonava fanciullo
nel paese in meriggio addormentato;
in eco, zufolo sul monte.
In ghirlanda di roselle
e giacinto girava l'equatore;
senza gas e idrogeno era
piano piano in espansione il mondo..

(Tra la galassia d'Andromeda e quella del Granchio
si sentano, in sottofondo, suono, e suonelli, di violino,
tromba, piatti, arco e viola.)



da "I cavalli lunari", 2004

CHI SONO NEL POMERIGGIO?

Nel pomeriggio son fogliolina
tremula di carrubo,
ma del carrubo di Camuti
dove dolce risuona il vento.

Vi si posano colombi infreddoliti
becchettandone le foglie gialle
morenti, ed io prego l’Infinito
Iddio fogliuto perché mi reinnervi.

Sul noce crescono dentro le galle
formicolanti piccole larve,
io risucchio linfa dalle zolle, e, o Dio!,
ritrémulo in ispavento nel carrubo.



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IL BIANCHISSIMO VENTO


dal documentario "Bonaviri ritratto" di Massimiliano Perrotta





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LA FRASE DEL GIORNO
L'enigma è ciò di cui non scorgiamo né principio né fine, ciò che dura oltre la vita.
GIUSEPPE BONAVIRI, La Beffarìa

martedì 24 marzo 2009

Tutto il dolore del mondo


Il 24 marzo 1944, nelle cave di arenaria sulla Via Ardeatina, alla periferia di Roma, le SS comandate dal maggiore Kappler compivano l'eccidio di 335 ostaggi, per rappresaglia contro l'attentato partigiano del giorno precedente a Via Rasella, dove restarono uccisi 32 soldati tedeschi.

In quell'orribile strage, passata alla storia con il nome di Fosse Ardeatine, venne trucidato anche Aladino, figlio del poeta Corrado Govoni, che nel 1946 gli dedicò un'accorata raccolta, molto diversa da tutta la sua produzione poetica. Non c'è qui il crepuscolare, il futurista, il pre-ermetico Govoni: c'è solo il padre straziato che riuscì a scrivere di quel dolore immenso, di quella ferita mai rimarginata inferta "dalla seconda maledetta guerra mondiale che insanguinò atrocemente e quasi distrusse la mia povera famiglia".


QUANTO POTÉ DURARE...

Quanto poté durare il tuo martirio
nelle sinistre Fosse Ardeatine
per mano del carnefice tedesco
ubriaco di ferocia e di viltà?
Come il lungo calvario di Gesù
seviziato, deriso e sputacchiato
nel suo ansante sudor di sangue e d'anima
fosse durato, o un'ora o un sol minuto;
fu un tale peso pel tuo cuore umano,
che avrai sofferto, o figlio, e conosciuto
tutto il dolor del mondo in quel minuto.


(da "Aladino, lamento su mio figlio morto", 1946)


La tragedia genera una poesia diversa, rivestita di un linguaggio chiaro e prosastico, spoglia e disperata, lontana dall'allegra malinconia del Govoni crepuscolare e dallo sperimentalismo visivo del Govoni futurista: c'è un tratto spoglio e disperato ma vivo, spigoloso, carico di una tensione emotiva inconsolabile. La sofferenza di Aladino non è solo la sua, quella durata "un'ora o un sol minuto", ma quella di tutto il mondo, della gente che ne condivide la sorte, di quella che resta e compiange, è una sofferenza che va oltre il puro lato fisico e diventa dolore spirituale.



Fosse Ardeatine (Fotografia: Langley Creations)


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LA FRASE DEL GIORNO
In pace i figli seppelliscono i padri, mentre in guerra sono i padri a seppellire i figli.
ERODOTO, Storie, I, 87

lunedì 23 marzo 2009

La camera affrescata di Djehuty


Archeologi spagnoli del Consiglio Superiore di Investigazioni Scientifiche hanno scoperto a Luxor una camera sepolcrale con affreschi decorativi risalenti a 3500 anni fa. Gli studiosi, che lavorano al progetto dal 2004, hanno definito ciò che hanno trovato nella necropoli di Dra Abu el-Naga, nella antica Tebe, "la Cappella Sistina dell'Antico Egitto". La tomba, scavata nella roccia, è alta più di due metri e si espande per una ventina di metri. Nella sala più interna si apre un pozzo funerario profondo otto metri, al termine del quale c'è l'accesso a un'altra camera, abbastanza larga, misurando 5,50 metri per 3,50, con un'altezza di 1,60. Le sorprese per gli archeologi non sono finite qui: in questa camera si apre un altro pozzo di tre metri che conduce alla vera e propria camera sepolcrale.

La cappella sepolcrale apparteneva a Djehuty, un alto dignitario, scriba della regina Hatshepsut, ed è interamente dipinta con geroglifici tratti dal Libro dei Morti, scene e descrizioni in rilievo. Lo scopo della costruzione era di aiutare il defunto a superare gli ostacoli nel suo cammino verso l'aldilà. Il professor José Manuel Galán, direttore della squadra che ha lavorato agli scavi in condizioni non troppo agevoli, ha dichiarato che questo ritrovamento è «il sogno di ogni egittologo: oltre il suo indubbio valore estetico, la sua importanza sta nel fatto che in questo periodo, agli inizi della XVIII dinastia, ancora non si decoravano le camere sepolcrali. Si conoscono solo altre quattro tombe con la camera decorata». Per questo motivo la figura di Djehuty assume molta importanza: doveva essere davvero influente, un intellettuale molto creativo.

Gli scavi a Dra Abu el-Naga (Fotografia: El Mundo)




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LA FRASE DEL GIORNO
Sulla carta, l'Egitto è una pietra funeraria.
JEAN COCTEAU, Il mio primo viaggio

domenica 22 marzo 2009

La verde primavera di Cardarelli


MARZO

Oggi la primavera
è un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi
ove il germe già cade
come diffusa pioggia.
Tra i rami onusti e prodighi
un cardellino becca.
Verdi persiane squillano
su rosse facciate
che il chiaro allegro vento
di marzo pulisce.
Tutto è color di prato.
Anche l'edera è illusa,
la borraccina è più verde
sui vecchi tronchi immemori
che non hanno stagione,
lungo i ruderi ombrosi e macilenti
cui pur rinnova marzo il greve manto.
Scossa da un fiato immenso
la città vive un giorno
di umori campestri.
Ebbra la primavera corre nel sangue.


Vincenzo Cardarelli scrisse questa poesia il primo giorno di primavera del 1942: è una percezione che ci trasmette, quel rigoglio primaverile che non è solo della natura, ma anche delle cose, se risaltano le case e le persiane, gli antichi tronchi morti e le rovine; se ne viene travolta pure la città, che sembra quasi trasformarsi in campagna. Due cose da notare: i verbi e gli aggettivi "forti" che descrivono il risveglio della natura - effervescente, spumeggia, squillano, allegro, scossa - e quel colore verde diffuso lungo i versi: citato tre volte e altre evocato.

Tutto con la chiarezza stilistica che era caratteristica del poeta etrusco, proprio per questo molto legato al Leopardi: una misura semplice e delicata ma al contempo raffinata ed elegante, come appare anche dai limpidi versi di "Marzo".


Fotografia: Jupiter


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LA FRASE DEL GIORNO
Primavera odorata, inspiri e tenti
Questo gelido cor, questo ch'amara
Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?

GIACOMO LEOPARDI, Canti, Alla primavera

sabato 21 marzo 2009

Giornata Mondiale della Poesia


Dal 1999, il 21 marzo, primo giorno di primavera, in tutti gli stati membri dell'UNESCO si celebra la Giornata Mondiale della Poesia. Lo scopo di questa iniziativa è di promuovere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l'insegnamento della poesia nel mondo intero per "dare un fresco riconoscimento e slancio ai movimenti poetici nazionali, regionali e internazionali".

È bene che esista una giornata per ricordare la poesia, che passa sempre più inosservata in questo mondo che va di fretta e non si ferma a pensare, che si crogiola nel lerciume dei reality show credendo che il loro vuoto possa riempire tutto quanto. Ma, bando alle polemiche: ora è il momento di festeggiare. E come farlo al meglio se non con qualche poesia che parla proprio di poesia?

Eugenio Montale
LA POESIA
II

Con orrore
la poesia rifiuta
le glosse degli scoliasti.
Ma non è certo che la troppo muta
basti a se stessa
o al trovarobe che in lei è inciampato
senza sapere di esserne 
l'autore.


(da "Satura", 1970)


*

Antonio Porta
PREGO CHE LA POESIA

                                                        per Andrea Zanzotto
Prego che la poesia
forte e pietrificata
in passato e futuro
voglia sgorgare adesso liquida
musica su da un pozzo inesauribile
(fin che l'uomo abiti la terra)
e questo scorrere sorgivo e antico
passa dal filtro mio
ma è poi di tutti,
insieme ci mettiamo in ascolto.

(da "Yellow", 2002)

*

Giuseppe Ungaretti
IL PORTO SEPOLTO

Vi arriva il poeta 
e poi torna alla luce con i suoi canti 
e li disperde 
Di questa poesia 
mi resta 
quel nulla 
d'inesauribile segreto.


(da "Il porto sepolto", 1916)


Pierre Puvys de Chavanne, "Le Muse della poesia"




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LA FRASE DEL GIORNO
Creare quello che non vedremo mai, questa è la poesia.
GERARDO DIEGO

venerdì 20 marzo 2009

Primavera nell'aria


Oggi alle 12,42, in anticipo di un giorno sulla data tradizionale, secondo l'astronomia arriva ufficialmente la primavera. Le gemme, i fiori nei giardini ce lo confermano: per quanto un po' ritardata rispetto ad anni recenti, smentendo i teorici dell'effetto serra, la primavera è qui... Messaggio di bellezza, come dice Tagore, pedaggio da pagare al pieno manifestarsi della bella stagione. E ancora tempo di passaggio, che varia lentamente e avanza inesorabile giorno dopo giorno, come rilevano Villaroel e Cardarelli.


"Il messaggio della primavera
è prigioniero nel boccio:
la bellezza pone
questo ostacolo
alla bellezza del manifestarsi".


RABINDRANATH TAGORE, da "Il boccio del gelsomino"


"Stanotte s'è messa in cammino
la Primavera nell'aria.
D'intorno, sul capo, le svaria
un velo di stelle turchino".


GIUSEPPE VILLAROEL, da "Primavera", Ombre sullo schermo


"Fra tuoni allegri e raffiche puerili
la primavera mette i suoi colori
e spiega la sua bandiera
come una cerimonia militare
che si svolge con qualsiasi tempo.
Di giorno in giorno avanza
l'irrompente stagione".


VINCENZO CARDARELLI, da "Primavera cittadina"


Felix Mas, "Primavera"


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LA FRASE DEL GIORNO
E già si sente l'odore vero della primavera che è quello della terra che si sgela e va in amore.
MARIO RIGONI STERN, Tra due guerre e altre storie, "La neve della rondine"

giovedì 19 marzo 2009

Auguri, papà


PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso, egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella, mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando.
(la caparbia avea fatto non so che)
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura, ti mancava il cuore:
chè avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata,
tu vacillante l'attiravi al petto
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch'era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.


CAMILLO SBARBARO, "Pianissimo", 1914


Auguri, papà. Perché adesso sei l'amico e non più il "rivale" con cui scontrarsi per le più piccole cose. Perché con il passare degli anni si cresce e ho capito di somigliarti più di quanto forse tu non creda. Auguri, papà...


Carol Walklin, "New baby, Essen"


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LA FRASE DEL GIORNO
Un padre vale più di cento maestri.
GEORGE HERBERT, Jacula Prudentum, 686

mercoledì 18 marzo 2009

Vive la différence!


L'ansia regolamentatrice dell'Unione Europea sta per colpire ancora: dopo la misura minima per cui una zucchina o una banana possano chiamarsi tali, dopo i colori delle bandiere, ora tocca alle lingue. Quella che sembra una guerra al maschilismo idiomatico, ma che in realtà è un altro ridicolo esercizio dei burocrati di Bruxelles, esce dall'opuscolo "Gender-Neutral Language".

Secondo questa bella pensata, che vorrebbe togliere al linguaggio la patina che lo definisce nei generi maschile e femminile, alle deputate europee inviti, lettere, missive, plichi devono essere inviati senza l'indicazione pertinente Miss, Mrs., Frau, Fraulein, Madame, Mademoiselle, Signora, Signorina, Señora, Señorita. E la cortesia? Quella certamente a Bruxelles e a Strasburgo non risiede. Dai tempi dei Romani, in quelle terre sono barbari.

Ma non finisce qui: gli anglosassoni sono furibondi. Nella trovata del "Gender-Neutral Language" vengono aboliti anche vocaboli di uso comune, da sostituire spesso con lunghe perifrasi: non si possono più chiamare gli sportivi "sportsmen", sono genericamente "athletes"; gli statisti - "statesmen" - diventano "political leaders"; l'aggettivo "man-made", fatto dall'uomo, diventa "artificial" o "synthetic", che poi non lo rispecchia fedelmente. Gli inglesi vanno a perdere anche gli amati "firemen", i pompieri, e i "male nurses", gli infermieri. Di riflesso sono privati delle "hostess", delle "manageress" e delle "usherettes", le maschere dei cinema.

Come per l'italianizzazione tentata dal fascismo si scade in effetti di una comicità dirompente. Il linguista Gianluigi Beccaria commenta: "Ogni lingua è una convenzione e una tradizione e va accettata così com'è senza tentare di razionalizzarla. Se si cominciasse a mettere mano a qualche lingua, la si dovrebbe riformare non solo su questo piano, ma anche su quello morfologico. Ma la lingua non è un computer".

E allora viva la sentinella, che sia un soldato o una soldatessa. E viva Miss Marple e Madame Bovary. Viva Mr. Hyde e il Signor Rossi. Vive la différence!



Immagine: Sealed with a kiss


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LA FRASE DEL GIORNO
Le lingue, come le religioni, vivono di eresie.
MIGUEL DE UNAMUNO

martedì 17 marzo 2009

La filosofia di Ungaretti


ALLEGRIA DI NAUFRAGI


E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.


Versa il 14 febbraio 1917


Che ostinazione, che attaccamento alla vita in Giuseppe Ungaretti: questa breve poesia che ha poi dato il titolo alla raccolta del 1919, "L'allegria", riporta dritti a un'altra lirica scritta durante la Prima guerra mondiale, "Veglia", nella quale il poeta, rimasto tutta la notte accanto a un compagno caduto, dice "Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita". Tutto il contrario di Cesare Pavese, nella cui opera traspare quella tendenza autodistruttiva che poi lo scrittore torinese metterà in pratica.

Ungaretti invece, che altrove si definisce "uomo di pena", non si lascia deprimere dalla sofferenza, ma riparte dopo ogni fallimento e dopo ogni sconfitta: c'è in lui la volontà fortissima di ricominciare da capo, di riprendere il viaggio del vivere. "Allegria di naufragi" sintetizza la filosofia ungarettiana, il non abbandonarsi agli eventi ma il passarli, il resistervi. Ed è significativo che la poesia risalga al febbraio del 1917, quando il conflitto era ancora incertissimo e la crisi non era solo quella personale di ogni uomo, ma anche quella di una intera civiltà. L'allegria non è uno scherno, un'irrisione, ma uno stato d'animo, una consapevolezza che si può continuare, alla stregua dell'uomo di mare che riprende il largo su una nuova barca dopo l'ultimo naufragio. Che sia illusione o speranza la molla che spinge a ripartire, non importa: quello che conta è che serva a dare la prima coraggiosa spinta.

Nella prefazione a "L'Allegria" Ungaretti ammette: "Non sono il poeta dell'abbandono alle delizie del sentimento: sono abituato a lottare, e devo confessarlo - gli anni vi hanno portato qualche rimedio - sono un violento: sdegno e coraggio di vivere sono stati la traccia della mia vita. Volontà di vivere nonostante tutto, stringendo i pugni, nonostante il tempo, nonostante la morte". L'allegria allora diventa un attimo strappato alle grinfie del tempo, l'esultanza per aver consapevolmente saputo proseguire il cammino.


Ivan K. Aivazovsky, "Il sopravvissuto", 1881




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LA FRASE DEL GIORNO
Soltanto la poesia - l'ho imparato terribilmente, lo so - la poesia sola può recuperare l'uomo, persino quando ogni occhio s'accorge, per l'accumularsi delle disgrazie, che la natura domina la ragione e che l'uomo è molto meno regolato dalla propria opera che non sia alla mercè dell'Elemento.
GIUSEPPE UNGARETTI, Ragioni d'una poesia

lunedì 16 marzo 2009

Emily, è primavera!


Emily Dickinson ci invita ad abbandonarci al risveglio di primavera, ad assecondare quel rigoglio che erompe dalla terra e si manifesta attraverso le foglie nuove, i fiori, i profumi che invadono l'aria. C'è un tempo per ogni cosa, come recita anche l'Ecclesiaste: ora è il tempo dell'amore e della forza, della vitalità e dell'esuberanza.

Abbandoniamo i grigi giorni d'inverno e quelle occupazioni che ci hanno costretti in casa, respiriamo a pieni polmoni quest'aria nuova e pulita - anche il cielo si è fatto azzurro e terso, il vento si è portato via lo smog. Riprendiamo a vivere dopo il letargo dell'inverno, gustiamo con tutti i nostri sensi questo allegro "esperimento di verde".


Un po' di Follia in Primavera
È salutare persino per un Re,
Ma Dio sia con il Clown -
Che considera questa formidabile scena -
Questo totale Esperimento di Verde -
Come se fosse suo!


(1875)

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Caro Marzo - Entra -
Come sono felice -
Ti aspettavo da tanto -
Posa il Cappello -
Devi aver camminato -
Come sei Affannato -
Caro Marzo, come stai tu, e gli Altri -
Hai lasciato bene la Natura -
Oh Marzo, Vieni di sopra con me -
Ho così tanto da raccontare -
(...)


(1874)

*

Che appartamenti di Trifoglio
Si preparano per l'Ape
Che edifici d'azzurro
Per le Farfalle e me
Che residenze leste
Sorgono e svaniscono
Senza un ritmico preannuncio
O un'ipotesi che assale.


(1875)

Lene Alston Casey, "Spring woods"


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LA FRASE DEL GIORNO
La Primavera è il periodo espresso da Dio.
EMILY DICKINSON, Poesie

domenica 15 marzo 2009

Amore e guerra


"À l'amour comme à la guerre", in amore come in guerra recita un vecchio motto francese. Quella tra amore e guerra è un'analogia che spesso viene usata da poeti e scrittori: la lotta tra amanti evidentemente risale i secoli e suscita quella sensazione. Amare è come una partita a scacchi e quel gioco è appunto nato come simulazione di una battaglia.

Ovidio, negli «Amori», coglie benissimo la metafora: "Ogni amante è un soldato: anche Cupido ha i suoi accampamenti". 

Properzio, altro poeta latino, nelle «Elegie» spiega: "Amore è dio di pace; noi amanti veneriamo la pace; / a me, per me, bastan le guerre con la mia donna". In effetti, questi due versi scritti nel I secolo a.C. precedono di duemila anni il famoso slogan "Fate l'amore, non fate la guerra".

Terenzio commenta esaurientemente questo meccanismo nella prima scena del primo atto dell'«Eunuco»: "Nell'amore ci sono tutti questi inconvenienti: affronti, sospetti, inimicizie, tregue, guerra poi di nuovo pace; se a questi incerti tu pretendessi di imporre una regola sicura e ragionevole, sarebbe né più né meno come se tu volessi fare delle pazzie con la testa a posto".

E se l'amore è guerra, anche la sua espressione fisica lo sarà ed avrà un adeguato campo di battaglia: "A battaglie d'amor, campo di piume" è un celebre verso tratto dai «Sonetti» del poeta spagnolo Luis de Gongora y Argote.

Inoltre in guerra non vi sono che pochi diritti, esistono pochissime norme dettate solo in tempi recenti. Tutto vi è consentito. San Girolamo, padre della Chiesa, nelle sue lettere chiosa: "L'amore non conosce regole". Elias Canetti, scrittore austriaco del Novecento e Premio Nobel, nella «Tortura delle mosche» precisa: "La grandezza dell'amore sta soprattutto nel fatto che in esso tutti i diritti sono sospesi".


Roy Lichtenstein, "In the car"


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LA FRASE DEL GIORNO
Quel che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male".
FRIEDRICH NIETZSCHE, Al di là del bene e del male

sabato 14 marzo 2009

Camillo Sbarbaro


Nelle sue poesie e prose Camillo Sbarbaro (1888-1967) seppe coniugare un’osservazione della natura e un’analisi anche introspettiva della psicologia umana con uno stile secco e acuto, come la ventosa costa ligure in cui visse.
La sua poetica interagisce con il mondo da un piano esterno, anche quando guarda, come succede sovente, dentro di sé: Sbarbaro è l’osservatore - e in questo forse un poeta può davvero dirsi completo - è chi si pone davanti alle cose e ne coglie l’intimo fremito, con semplicità ma anche con una precisione che non conosce alcuna forzatura.
Il suo stile è piano ma non monocorde, cortese anche se non estroverso; è antimelodico, dimesso, venato da una malinconica tristezza di fondo paragonabile a quella di Leopardi.

Ecco una breve antologia di sue poesie:

IO CHE COME UN SONNAMBULO CAMMINO

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedentoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch'è come una sapiente musica.
E possibilità d'amore e gloria
mi s'affacciano nel cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d'una nuca
per l'ala d'un cappello io posso ancora
alleggerirmi dalla mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un'attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del mio passo.

da “Rimanenze”, 1955

*

IL MIO CUORE SI GONFIA PER TE, TERRA

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,
come la zolla a primavera.
Io torno.
I miei occhi con nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m'intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un'acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
Io non sono più io, io sono un altro.
Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d'esser nato.

Io mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l'erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.



*


TALOR, MENTRE CAMMINO SOLO AL SOLE


Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m'appar come fraterno,
l'aria la luce il fil d'erba l'insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.
Un cieco mi par d'essere, seduto
sopra la sponda d'un immenso fiume.
Scorrono sotto l'acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d'acque, lo crede
ronzio d'orecchi illusi.
Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un'altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.
Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l'erba. 

da “Pianissimo”, 1914

*

DONNA CIELO

Non fosse la donna
il giorno sarebbe senz’albore;
non stella avrebbe
e rugiada la notte; non acqua
o fil d’erba la terra.
Senza cielo sul capo si andrebbe.

2 ottobre 1941


Camillo Sbarbaro (Fotografia: La poesia e lo spirito)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio di un poeta, l'amore di una donna - è sempre qualcosa che succede per la prima volta.
KARL KRAUS, Di notte

venerdì 13 marzo 2009

Attualità del "Fu Mattia Pascal"


Non è un caso che Luigi Pirandello scriva "Il fu Mattia Pascal" nel 1904: le introspezioni di Sigmund Freud sono state formulate pochi anni prima, la psicanalisi è una scienza in evoluzione. L'indagine al centro del romanzo è quella che perlustra il sentimento dell'assurdo insito come una larva all'interno dell'uomo contemporaneo, di fronte allo sconcerto del caos universale. Mattia Pascal quindi rappresenta un'esplorazione dell'identità: approfittando del fatto che è creduto morto, vaga per gli oscuri viali della sua esistenza, rimanendo però beffato dal suo privilegio. 

Il contrasto tra la realtà e l'apparenza, la categorizzazione degli uomini e delle donne in ruoli dai quali non si possono più assurdamente distaccare sono i temi che il Nobel siciliano prediligeva. "Il fu Mattia Pascal" non sfugge a questa condizione: il protagonista, che lascia la casa dopo un litigio con la moglie e per una serie di circostanze - è creduto morto, si trasferisce a Roma sotto le mentite spoglie di Adriano Meis, vince al gioco a Montecarlo - si trova impossibilitato sia a percorrere la strada della nuova vita, privo di documenti, sia a riprendere la vecchia, in quanto la moglie si è risposata. "L'ombra di un morto, questo era la mia vita" dice Mattia Pascal sintetizzando i due anni trascorsi con un altro nome: e infatti l'esclusione - tema anche di un altro romanzo, "L'esclusa", cacciata di casa perché creduta a torto adultera - è il corollario delle convenzioni sociali, del loro ruolo vincolante, dell'impossibilità di uscirvi.

Emblematico è l'incipit del romanzo: 

Una delle poche, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno fino al punto di venire, da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
– Grazie, caro. Questo lo so.
– E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all'occorrenza:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
Qualcuno vorrà bene compiangermi costa così poco, immaginando l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt'a un tratto che... sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de' vizii, e della tristezza dei tempi, che si tanto male possono esser cagione a un povero innocente. 

Non c'è nulla se non le maschere, secondo Pirandello: si è "uno,nessuno e centomila", è impossibile realizzarsi pienamente, interagire con gli altri, anche le verità non sono uniche, ma sfaccettate a seconda degli interlocutori, dei singoli che vivono nelle loro unità: "Fuori della legge e fuori di quelle particolarità liete o tristi che siano per cui noi siamo noi, non è possibile vivere". Questo individualismo si inserisce nell'assurdità della vita, si dispiega nell'incapacità di comunicare con gli altri. E il relativismo così scettico e pessimistico di Pirandello, portato avanti in tutta la sua opera, rimane attuale in questo inizio secolo così povero di valori: discriminare bene e male, vero e falso, realtà e illusione diventa sempre meno facile.


René Magritte, "Le fils de l'homme", 1964


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LA FRASE DEL GIORNO
Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.
LUIGI PIRANDELLO, Novelle per un anno, L'Avemaria di Bobbio

giovedì 12 marzo 2009

L'anno che la primavera non arrivò


Fu nel 2049. Lo ricordo come se fosse ieri e invece interi anni sono passati. Allora ero uno studente di liceo e ora sono un anziano e azzimato professore. I miei capelli si sono diradati e si sono fatti bianchi, il mio corpo è raddoppiato di peso e ha perso l'agilità che aveva. Ma la memoria, quella è viva anche più di allora.

Fu nel 2049 dunque che la primavera non arrivò. Dopo il Natale del 2048, magro e di crisi, festeggiato ormai da uno sparuto gruppo di credenti, e il Capodanno, finito un gennaio tra i più freddi che si ricordi, aspettammo la primavera, annunciata di solito da piccoli segnali: le gemme che erompono dai rami, i primi fiori che sbucano dal terreno, le primule, l'elleboro, gli amenti dorati dei noccioli... Ma venne febbraio e nulla di tutto questo apparve. "Sarà per via del freddo intenso di questo inverno" dicevano tutti, i soloni del meteo pontificavano di effetto serra, dell'abuso di carbone dopo l'esaurimento del petrolio.

Passò anche il mese breve con il suo Carnevale e le sfilate di carri. Niente, non succedeva niente: né gemme, né primule, né bucaneve. Il sole era sì più alto nel cielo ma non scaldava. A marzo ci sentimmo tutti sfiduciati, giorno su giorno passava e si rimaneva nell'inverno: rami nudi, nevicate, brinate, nebbie fitte. Il 18 aprile ci fu la Pasqua e fu triste non vedere i peschi fioriti né i petali dei ciliegi cadere lievi e ricoprire la terra - fu bianca comunque, ma per il gelo.

Si cominciò ad essere tutti preoccupati: qualcuno era riuscito a fare l'equazione primavera=cibo, quindi senza fiori non ci sarebbero stati neppure i frutti. Iniziò la corsa all'accaparramento selvaggio di provviste. Il governo di centrodestra-centrosinistra guidato dalla signora Barbara Berlusconi istituì il razionamento. Vi fu un riflusso di cristianesimo (si sa, come dice il vecchio adagio, che "quando non ce la fai più, ti attacchi al buon Gesù") e le chiese si riempirono di fedeli in preghiera. Le messe di Pasqua erano stipate all'inverosimile, oltre un milione di persone in Piazza San Pietro presero parte alla funzione celebrata da Papa Clemente XV: il Santo Padre, che si proteggeva dal freddo con il camauro e il manto bordato d'ermellino, tenne un'omelia storica, quella divenuta poi famosa come il "Nuovo discorso della Montagna", invitò alla speranza e alla redenzione con parole dure come macigni che incidevano rughe profonde sulla sua faccia africana.

Ma nulla accadde. Né a maggio fiorirono le rose, solo rami nudi. I più fiduciosi avevano anche provveduto alle potature, ma non si verificò nessuna crescita: dalle viti tagliate non stillavano le lacrime, dai fichi non scendeva la goccia di latte. Nulla. Il freddo continuò a imperversare con bufere e tormente, i camini fumavano, i termosifoni scottavano - i soliti pensatori da salotto spiegavano che così facendo avremmo peggiorato le cose innescando una spirale, però loro stavano in maniche di camicia negli studi televisivi e non pensavano certo di abbassare i riscaldamenti.

Venne anche giugno: le novene nelle chiese si moltiplicavano, il settore turistico marino e lacustre, che sarebbe dovuto andare a gonfie vele, languiva. In compenso le località sciistiche facevano affari d'oro da ormai nove mesi e la Coppa del mondo di sci era stata replicata. Gli animali in letargo si svegliarono affamati e iniziarono a scendere verso le prime case nei paesi delle valli. E tutti eravamo tristi e piangenti, grigi nel grigio.

La notte tra il 20 e il 21 giugno avvenne il miracolo: andammo a letto tutti ben coperti con i pigiami di flanella e il piumone. Fuori c'era la nebbia e la temperatura si aggirava intorno ai quattro-cinque gradi. Prima dell'alba però le coperte furono insopportabili, tutti ci svegliammo in un bagno di sudore. Quel mattino, saranno state le quattro, mi alzai e spensi i caloriferi. Mentre bevevo un sorso d'acqua in cucina per poco non lasciai cadere il bicchiere: fuori era arrivata l'estate: ai fanali della piazza potevo chiaramente scorgere le foglie dei platani, non gemme o foglioline, ma proprio foglie ben formate. Gettai in un angolo il pigiama di flanella e recuperai dall'armadio i bermuda e una maglietta. Corsi in strada: si stava benissimo, ci saranno stati un diciotto-venti gradi e le piante avevano le foglie e i fiori, alcuni pruni del viale addirittura i frutti. Altra gente scese in strada, arrivò anche mio padre e mi abbracciò forte. Anche gente che non avevo mai visto si abbracciava e mi abbracciava, ci si stringeva le mani, ci si baciava come a Capodanno. L'estate era arrivata!

Certo, ci chiedemmo perché avevamo perso un'intera stagione, ma nessuno riuscì a dare una risposta. I fondamentalisti parlarono di punizione divina e fu in effetti la teoria più sostenuta. L'ultraottantenne geologo Mario Tozzi disse invece che l'effetto serra ne era la causa. Altri diedero la colpa a qualche nuova arma sperimentale degli Stati Uniti o della Nuova Russia o a effetti della recente guerra a tre tra India, Pakistan e Cina.

Fatto sta che quel giorno stesso, il 21 giugno del 2049 - era un lunedì, caricammo i bagagli in macchina e corremmo al mare, a scottarci la pelle bianca sulla spiaggia e a fare lunghissimi bagni nell'acqua salata.






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LA FRASE DEL GIORNO
Se la primavera venisse una volta ogni cento anni invece di una volta all'anno, o sopraggiungesse con il boato di un terremoto, con quanta meraviglia gli uomini assisterebbero a un tale mutamento! Il silenzioso susseguirsi delle stagioni, invece, fa ormai pensare soltanto a una necessità.
HENRY WADSWORTH LONGFELLOW

mercoledì 11 marzo 2009

Böll in cenere


Il crollo dei sei piani dell'Archivio cittadino di Colonia il 3 marzo scorso, dovuto, a quanto pare, agli scavi per la metropolitana, è stato una tragedia che è costata la vita a tredici persone. 

La più grande opera d'arte non vale la più misera delle vite, però ora, sepolte le sfortunate vittime, gli studiosi tedeschi si trovano a dover fare i conti anche con il disastro culturale che questa tragedia rappresenta: le immagini delle macerie rammentano alla memoria dei tedeschi le fotografie dei bombardamenti alleati, quelle dei libri lacerati e sparsi tra la polvere rievocano il fantasma dei libri bruciati dai nazisti.

Ridotti in cenere, consumati, danneggiati dall'acqua, distrutti dal crollo sono mille anni di storia della città e migliaia e migliaia di documenti: lettere di Marx e di Hegel, manoscritti di Jacques Offenbach e di Napoleone e, addirittura, un'«opera omnia», quella dello scrittore Heinrich Böll, autore di "Opinioni di un clown", "L'onore perduto di Katharina Blum", "Foto di gruppo con signora", premiato con il Nobel per la Letteratura nel 1972. Tutta la sua vita di scrittore non esiste più: le sue carte, centinaia di scatole che contenevano anche manoscritti inediti e ottantamila lettere, erano state acquistate dall'Archivio di Colonia neanche un mese fa per 800.000 euro. La digitalizzazione e il riversamento su microfilm non erano ancora iniziati. L'unica consolazione è il fatto che l'edizione delle sue opere complete in 27 volumi, prevista per il 2010, è stata condotta sugli originali ora distrutti per sempre.


Quel che resta dell'Archivio - Fotografia: Le Monde


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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte è pagata o troppo o troppo poco.
HEINRICH BÖLL, Opinioni di un clown

martedì 10 marzo 2009

Il rimpianto di Yeats


WILLIAM BUTLER YEATS

LÀ NEI GIARDINI DEI SALICI

Fu là nei giardini dei salici che la mia amata ed io ci incontrammo;
Ella passava là per i giardini con i suoi piccoli piedi di neve.
M’invitò a prendere amore così come veniva, come le foglie
crescono sull’albero;

Ma io, giovane e sciocco, non volli ubbidire al suo invito.

Fu in un campo sui bordi del fiume che la mia amata ed io ci arrestammo,
E lei posò la sua mano di neve sulla mia spalla inclinata.
M’invitò a prendere la vita così come veniva, come l’erba cresce sugli argini;
Ma io ero giovane e sciocco, e ora son pieno di lacrime.
    

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DOWN BY THE SALLEY GARDENS

Down by the salley gardens my love and I did meet;
She passed the salley gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;
But I, being young and foolish, with her would not agree.

In a field by the river my love and I did stand,
And on my leaning shoulder she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy, as the grass grows on the weirs;
But I was young and foolish, and now am full of tears...



Questa bella poesia dell'irlandese William Butler Yeats, Premio Nobel nel 1923, può essere letta come un monito ai giovani e come un inno al rimpianto. Monito ai giovani, certamente, perché non lascino sfuggire le occasioni, ma colgano gli attimi che la vita quasi con noncuranza getta sul loro cammino. Se si fermano a riflettere, quando si chinano a raccoglierli è troppo tardi: se ne sono andati come su un tapis roulant. E inno al rimpianto perché alla fine è tutto quello che rimane a chi giorno dopo giorno ha lasciato fluire la vita ed ora, anziano, medita - un po' come Gozzano - su "ciò che poteva essere e non è stato".

"Là nei giardini dei salici" venne pubblicata nel 1889, inserita in "The wandering of Oisin and other poems". Lo stesso Yeats indicò in una nota che si trattava di "un tentativo di ricostruire una vecchia canzone da tre righe ricordate da una vecchia contadina nel villaggio di Ballysodare, a Sligo che spesso le cantavano". E, trattandosi di una canzone, venne musicata: da Herbert Hughes nel 1909, da Rebecca Clarke nel 1920 e dal nostro Angelo Branduardi nel 1986.


Claude Monet, "Armonia verde", 1899



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LA FRASE DEL GIORNO

Lo vedo perfettamente: ci sono due possibili soluzioni - fare questo o quello. La mia onesta opinione e il mio amichevole consiglio è: fai o non fai, tu rimpiangerai.
SOREN KIERKEGAARD
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