sabato 31 gennaio 2009

Un libro un po' ripetitivo


Credo che tutti abbiamo visto "Shining", il capolavoro di Stanley Kubrick tratto da un racconto inquietante di Stephen King: il protagonista Jack Torrence interpretato magistralmente da Jack Nicholson è uno scrittore che scivola in una follia ossessiva all'interno di un hotel isolato, l'Overlook.

Ebbene, Torrence lavora febbrilmente e maniacalmente al suo capolavoro mentre la mente vaga tra gli spettri della follia che lo porteranno a minacciare la sua famiglia. Ora, un accanito fan newyorkese di Stephen King, tale Phil Buehler, ha pensato di pubblicare quel libro scritto da Torrence nell'hotel maledetto. Che c'è di male? Un'opera di fantasia... come pubblicare il seguito di "Via col vento", è stato fatto altre volte... Peccato che il libro di Jack non sia altro, dalla copertina all'ultimo risguardo, che un'unica frase ripetuta, e per giunta neppure originale, il proverbio "All work and no play makes Jack a dull boy" (letteralmente "Lavorare soltanto e non giocare fa di Jack un ragazzo annoiato", ma nell'edizione italiana del film inspiegabilmente tradotto con "Il mattino ha l'oro in bocca").

Che senso ha? È un'operazione certamente non letteraria: un'assurdità che ha trovato, secondo l'autore - che tra l'altro si firma Jack Torrence - già un migliaio di possibili acquirenti alla bella somma di 8,95 dollari nell'edizione economica e di 22,95 dollari in quella rilegata. Una furbata per fare soldi facili: ottanta pagine di una sola frase ossessivamente ripetuta: annoiato non è solo Jack, anche il lettore...



Jack Nicholson in "Shining" di Stanley Kubrick



EDIT

Ho scoperto che l'idea originale di Phil Buehler è "rubata" o perlomeno è "ispirata" dall'analoga intuizione di un blogger italiano: GW Willo: questo è il link al suo "libro impossibile", uscito nel novembre 2008. La prefazione spiega in modo esauriente lo scopo dell'iniziativa: onore al merito...






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LA FRASE DEL GIORNO
Perché voler definire la pazzia? Che cos'è se non essere pazzi?
WILLIAM SHAKESPEARE, Amleto, II, II

venerdì 30 gennaio 2009

Il bimbo e la mela


"Ci sono due tragedie nella vita. Una non ottenere ciò che si desidera ardentemente, l'altra ottenerlo". Sotto la veste del paradosso, questa frase di George Bernard Shaw, tratta da "Uomo e superuomo", rivela una grande verità. Vi si può affiancare un pensiero dello scrittore statunitense Logan Pearsall Smith: "Ci sono due scopi nella vita: il primo è di ottenere ciò che vogliamo; il secondo di godercelo. Solo gli uomini più saggi riescono a compiere il secondo".

L'appagamento del desiderio è già uno sminuirlo: si è toccato l'apice, da quel punto in avanti, nel grafico, non è possibile arrivare più in alto. Tutto questo è meglio espresso da un sonetto di Guido Gozzano, apparso nel 1905 sul giornale "Il Piemonte" con il titolo "Il bimbo e la mela" e poi definitivamente intitolato "Parabola":

Il bimbo guarda fra le dieci dita
la bella mela che vi tiene stretta;
e indugia - tanto è lucida è perfetta -
a dar coi denti quella gran ferita.

Ma dato il primo morso ecco s'affretta:
e quel che morde par cosa scipita
per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
E già la mela è per metà finita.

Il bimbo morde ancora - ad ogni morso
sempre è lo sguardo che precede il dente -
fin che s'arresta al torso che già tocca.

«Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!»
Pensa il bambino... Le pupille intente
ogni piacere tolsero alla bocca.


(da "La via del rifugio", 1907)


La mela che il bambino mangia perde di sapore ad ogni morso, il desiderio raggiunge il picco quando i denti mordono la buccia la prima volta, poi scema lentamente, non resta che il torsolo, il frutto del ricordo. La mela che rappresenta il desiderio da sempre, da quando Eva la porse ad Adamo nel giardino dell'Eden perché la addentasse...

C'è un bel racconto di Milan Kundera, in "Amori ridicoli": Martin è un quarantenne sposato che ha la capacità di fermare qualsiasi donna per la strada, secondo l'io narrante, Ondricek, un suo amico; viene presentato mentre abborda al caffè un'infermiera, fissa un appuntamento con lei per il sabato successivo in un'altra città, vi si reca con l'amico, attacca discorso con altre ragazze e alla fine non combina nulla: rimane sospeso in questo suo gioco di seduzione senza cattura, che dura ormai da tempo e che si esaurisce nell'attesa, nel vagheggiare, raffigurazione della gioventù di Martin. Il racconto si intitola, con una bella intuizione, "La mela d'oro dell'eterno desiderio".



Fotografia: Lockstocb




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LA FRASE DEL GIORNO

Riponi in uno stipetto un desiderio: aprilo; vi troverai un disinganno.

LUIGI PIRANDELLO, Novelle per un anno, La vita nuda

giovedì 29 gennaio 2009

John Updike


Il 27 gennaio, nella sua casa di Beverly Farms, in Massachusetts, si è spento lo scrittore americano John Updike, notissimo per "Corri, Coniglio", romanzo del 1960, che gli valse il Premio Pulitzer, così come uno dei tre seguiti dell'opera, "Sei ricco, Coniglio", del 1982.

Updike, più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura, era nato a Shillington, in Pennsylvania, nel 1932, e attraverso quella terra aveva raccontato, mediante un frequente ricorso ai temi autobiografici dell'infanzia, la crisi dovuta al passaggio da una civiltà agricola a una società tecnologica nel mondo americano. "Corri, Coniglio" ne è la denuncia perfetta: il protagonista è un commesso ventiseienne ex campione di pallacanestro, soprannominato Coniglio; attraverso le sue avventure con una moglie che uccide per errore la figlioletta e l'amante che rimane incinta e pensa all'aborto, Updike dipinge la borghesia americana in quel momento di passaggio, miscelando il mito e la realtà. Così il sesso, uno dei temi prediletti dallo scrittore, non è soltanto un problema, ma diventa spesso un elemento risolutivo, una specie di deus ex machina per scardinare la porta del reale. La corsa di Coniglio diventa una fuga alla ricerca di una nuova vita, di un'altra dimensione: l'uomo medio che prova a ribellarsi e a spezzare le catene della tradizione.

Il corpus letterario di John Updike contiene una cinquantina di opere, soprattutto romanzi, racconti e saggi, ma vi fa capolino anche la poesia ("I pali del telefono", 1963). Uno dei suoi romanzi più noti deve la fama al cinema: "Le streghe di Eastwick", del 1984, venne portato sul grande schermo in un'edizione che però non piacque al romanziere, che così si espresse sulla vera essenza del romanzo, che il film non riuscì ad esprimere: "Nelle streghe c'è più magia bianca che nera, si tratta di forze della psiche nell'esistenza che ho conosciuto da piccolo nella Pennsylvania orientale e nelle quali credo". Qui sotto un esempio dell'Updike poeta:


IRRITAZIONE COSMICA

I neutrini sono molto piccoli
Non hanno carica e non hanno massa
e non interagiscono affatto.
La terra è solo una stupida palla
per loro, attraverso la quale passano semplicemente.
Come cameriere in un corridoio freddo
O fotoni attraverso una lastra di vetro
Snobbano il gas più squisito
Ignorano il muro più interessante
Trattano con freddezza l'acciaio ed il bronzo sonoro
Insultano lo stallone nella stalla,
E disprezzandole barriere sociali
Infiltrano te e me! Come alte
E innocue gihigliottine, cadono
Dall'alto sulle nostre testa fino all'erba.
La notte, entrano nel Nepal
E penetrano l'amante e la sua donna
Da sotto il letto - chiamali
Meravigliosi; io dico: grossolani.

John Updike (1932-2009)

Fotografia: Midland College Foundation


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LA FRASE DEL GIORNO
Io sono diventato famoso perché altri, nel frattempo, erano morti. Un po' come il vice-presidente che diventa presidente. Io cerco di resistere. Alla fine, però, si resta quasi soli, a sapere come si tiene in mano una penna...
JOHN UPDIKE

mercoledì 28 gennaio 2009

Il destino dei poeti


“È il poeta che la gente ignora nella sua vita
E che non è riconosciuto se non dopo che ha detto addio
Al mondo terrestre ed è ritornato al suo albero nei cieli.
È il poeta che non domanda altro
All'umanità che un sorriso.
È il poeta il cui spirito si eleva e
Riempie il firmamento con le sue belle parole;
Malgrado questo, la gente rifiuta i suoi ragionamenti.
Fino a quando la gente resterà addormentata?
Fino a quando continuerà a glorificare quelli
Che attirano la gloria al momento opportuno?
Quanto tempo ancora ignorerà quelli che sono capaci
Di vedere la bellezza della loro anima,
Simbolo di pace e di amore?
Fino a quando gli esseri umani onoreranno i morti
E dimenticheranno i vivi che passano la vita
Nella miseria, e che si consumano
Come candele che brillano per illuminare la via
Agli ignoranti e condurli sulla strada della luce?
Poeta, sei la vita di questa vita ed hai
Trionfato sulle generazioni malgrado la loro severità.
Poeta, un giorno governerai i cuori.
Perciò, il tuo regno non ha fine.
Poeta, guarda bene la tua corona di spine: tu
Vi troverai dissimulata una ghirlanda d'alloro che germoglia".


KHALIL GIBRAN, Sabbia e spuma


A leggere questi versi del poeta libanese-americano Khalil Gibran si rimane colpiti: l'opera da cui sono tratti, "Sabbia e spuma", venne pubblicata nel 1926. Sono attualissimi. Basta guardare lo spazio che viene dedicato alla poesia sui giornali e nelle televisioni: dire che sfiora lo zero non è un'eresia. Non c'è posto per la poesia nel mondo: c'è spazio per la violenza, la volgarità, il futile, l'inutile, ma non per la poesia. Le è preferito il vano cicaleccio dei salotti, il vacuo e morboso convivere prigionieri di uno studio televisivo. L'altro giorno sulla "Stampa", Massimo Gramellini suggeriva di dare un libro ai concorrenti del "Grande Fratello" per "elevarne" il livello: "è una provocazione" dice il giornalista torinese, consapevole del fatto che il libro da lui consigliato, "Il grande Gatsby", non farebbe audience.

Gibran non si sa spiegare questa incapacità della "gente comune" a valutare l'importanza della poesia, non riesce a comprendere come possa vivere intontita - e allora la televisione ancora non c'era - come possa rimanere nel buio, nel piattume di un'esistenza che non sa riconoscere la bellezza e l'emozione. Neanch'io, nel mio piccolo, ci riesco: quando capito in una libreria, mi intristisco nel vedere quanto piccolo sia il settore dedicato alla poesia e quanto poco frequentato. I banchi dei gialli sono almeno dieci volte più grandi, quelli della letteratura rosa forse il triplo, persino la saggistica e il bricolage hanno più spazio...
Il poeta è obbligato a diventare una mosca bianca, uno snob: ma ha dalla sua la consapevolezza di saper cogliere la bellezza e trasformarla in parole. E questo è davvero una grande cosa.



Il busto di Gibran ad Erevan, Armenia (da Armeniapedia)

Vedi anche: Il destino della poesia


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LA FRASE DEL GIORNO

La poesia non è l'espressione di un'opinione. È canto che si leva da una ferita sanguinante o da una bocca sorridente.

KHALIL GIBRAN, Sabbia e spuma

martedì 27 gennaio 2009

Alle vittime di Mauthausen


27 gennaio, il giorno in cui Auschwitz venne liberata dalle truppe dell'Armata Rossa, mentre l'esercito americano incontrava l'orrore in analoghi lager. È la "Giornata della memoria", scelta per ricordare le vittime di quell'abominio ideato dal terzo Reich. Come se per il resto dell'anno fosse lecito dimenticarsene...

Lo scorso anno avevo scelto la dura poesia posta da Primo Levi come prologo di "Se questo è un uomo". Una visione dall'interno dei campi. Quest'anno ho voluto una visione dall'esterno, quella di Maria Luisa Spaziani, allieva di Montale, che eleva la sua preghiera alle vittime dell'Olocausto nella raccolta del 1996 "I fasti dell'ortica":


ALLE VITTIME DI MAUTHAUSEN

Troverò in paradiso le parole non dette,
capitelli di colonne rimaste a metà.
Scaglie di stelle esplose, private di ogni luce,
antiche fontane secche che ritrovano il canto.

Troverò in paradiso quel macilento tralcio rosa
che a Mauthausen fiorì dietro la baracca quattordici.
Avrà i suoi occhi ogni cosa capace di durare,
miracolata, innocente, ostinata e radiosa.

Troverò in paradiso la tua e la mia pazienza.
Ne faremo un collage con rendez-vous mancanti ,
e velieri arenati, e brandelli di scienza,
bandiere intrise di pianto, ostinate a sventolare.


da "i fasti dell'ortica" - Mondadori - Lo specchio - 1996.


Ancora una volta per non dimenticare. E per ricordare che si comincia con il bruciare le bandiere in piazza per poi bruciare anche gli uomini, le donne e i bambini nei forni crematori...


Sopravvissuti a Mauthausen (Fotografia: Alinteri)


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LA FRASE DEL GIORNO
Una volta o l'altra bisognerà pure che il popolo cominci a sentirsi responsabile delle proprie azioni e delle proprie sofferenze.
HERMANN HESSE, Lettera a Paula Philippson, luglio 1945

lunedì 26 gennaio 2009

L'ultima notte


"L'ultima battaglia della nostra ritirata di Russia, la battaglia della disperazione e della salvezza per sfondare lo sbarramento sovietico a Nikolajewka, iniziò all'una di notte del 26 gennaio 1943".
NUTO REVELLI, La Stampa, 23 gennaio 1963

Il 26 gennaio 1943 è una data sacra per gli Alpini: è il lunghissimo giorno in cui, dopo dieci giorni di marcia nel gelo della steppa ucraina, riuscirono a sfondare la linea nemica al ponte della ferrovia di Nikolajewka e a uscire dalla sacca in cui si erano trovati rinchiusi. È una battaglia di un'epica antica, rivestita di follia e di coraggio.

Ne avevo già parlato lo scorso anno, in occasione del 65° anniversario. Ora voglio inquadrare quell'evento partendo da un diverso punto di vista, un canto. Si tratta di un brano del repertorio dei Crodaioli, scritto da Carlo Geminiani sulla base dei testi di Giulio Bedeschi e musicato dal maestro Bepi De Marzi:


L'ULTIMA NOTTE

Era la notte bianca di Natale
ed era l’ultima notte degli alpini;
silenzioso come frullo d’ale
c’era il fuoco grande nei camini.

Nella pianura grande e sconfinata
e lungo il fiume - parea come un lamento -
una nenia triste e desolata
che piangeva sull’alito del vento.

Cammina cammina
la casa è lontana
la morte è vicina
e c’è una campana
che suona, che suona:
Din don, dan...
Che suona, che suona:
Din don, dan...

(Recitato)
Mormorando, stremata, centomila
voci stanche di un coro che si perde
fino al cielo, avanzava in lunga fila
la marcia dei fantasmi in grigioverde.
Non è il sole che illumina gli stanchi
gigli di neve sulla terra rossa.
Gli alpini vanno come angeli bianchi
e ad ogni passo coprono una fossa.

(Cantato)
Tutto ora tace. A illuminar la neve
neppure s’alza l’ombra di una voce
lo zaino è divenuto un peso greve;
ora l’arma s’è mutata in croce.

Lungo le piste sporche e insanguinate
son mille e mille croci degli alpini,
cantate piano, non li disturbate,
ora dormono il sonno dei bambini.

Cammina cammina
la guerra è lontana
la casa è vicina
e c’è una campana
che suona, ma piano:
Din, don, dan...
Che suona, ma piano:
Din, don, dan...



Esecuzione: Coro Monte Pasubio


Ci sono periodi come questo, nel quale la ascolto abbastanza spesso: non riesco a non pensare alle enormi sofferenze che patirono quei giovani italiani, acuite dalla sprovvedutezza del governo fascista. Non erano equipaggiati, non erano adatti a quel terreno pianeggiante, non era colpa loro se l'Italia era alleata della Germania e Mussolini non perdeva occasione di compiacere Hitler, trovatosi impantanato nell'inverno russo come già Napoleone. Dalle trincee scavate nel ghiaccio ma riscaldate in riva al Don, dove si trovavano il 16 gennaio - a Novo Kalitva, a Kulakovka, a Pavlovsk, a Belogorie, a Karabut - questa massa di soldati in ritirata nell'inferno bianco percorse centinaia e centinaia di chilometri, un passo dopo l'altro nella tormenta a - 30 gradi, "le barbe lunghe incrostate di ghiaccio, gli occhi cisposi", come racconta Egisto Corradi.


Ascolto "L'ultima notte" e cammino anch'io con quei soldati, con i sergenti e i capitani che ancora incitano a resistere, con chi ha perso il suo plotone ed è sbandato, con la coperta troppo leggera sulle spalle e un bastone in mano, con il fucile che sega il braccio. Cammino e guardo chi si è fermato per sempre bocconi nella neve sognando l'Italia lontana, chi dà fuori di matto e gioca con la rivoltella, chi butta via tutte le scartoffie della fureria che portava sulla slitta e ci mette i feriti, li copre come può e li trasporta aiutato dal mulo fedele. Centomila, forse più, in marcia nel deserto bianco, tra un giorno e l'altro, tra una notte e l'altra, un po' di riposo in un'isba affollata, a litigare con i tedeschi che vogliono per loro i posti migliori. E poi gli scontri con i partigiani russi, il parabellum e la stufa, il grasso dei mitragliatori.

Nella testa un pensiero solo: casa. La casa, l'Italia, le valli di montagna, i paesi di campagna, le città. La mamma, la moglie, la fidanzata. Casa. Per andare avanti, per non fermarsi e diventare un'altra croce che poi i girasoli copriranno nell'estate russa.

E alla fine, dopo l'ultimo combattimento a Nikolajewka, che oggi è un misero villaggio chiamato Livenka, ecco la meta: C'è il generale Reverberi in piedi su un cingolato tedesco a salutare gli eroici superstiti. Eroici perché sono rimasti vivi: il bollettino delle autorità russe lo conferma: "Il Corpo d'Armato Alpina deve considerarsi imbattuto in terra di Russia". Erano partiti in 60.000, ne sono tornati solo 12.000. Ma ce n'è di strada da percorrere: prima a piedi nella campagna Ucraina, poi sui camion, infine sui treni, per poter arrivare in Italia, a Bolzano, e non essere neanche ringraziati...




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LA FRASE DEL GIORNO
Ma, in una dura giornata di guerra, io credo fermamente di averti intravisto o Signore. Era un ferito grave e già presso a morire. Quando gli tolsero adagio, devotamente, la giubba lacera e sporca apparve la veste atroce e gioconda del sangue che, come un velo liquido e vivo, gli fasciava e rendeva brillanti le membra vigorose e straziate.
Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile. Al fondo vi tremava, attenuandosi, la luce di visioni beate e lontane. Come di bimbo che si addormenta poco a poco. Non altrimenti dovette guardare Gesù dall'altro della croce.

DON CARLO GNOCCHI, Penna nera delle Grigne 140-141, aprile-maggio 1966

domenica 25 gennaio 2009

Uomo del mio tempo


Passano gli anni, i secoli, i millenni, ma l'umanità sembra non essere in grado di redimersi, di superare la sua natura aggressiva e di evolversi in una utopica società capace di vincere con slancio solidale la precarietà della violenza.

Salvatore Quasimodo affronta questo tema in una delle sue poesie più significative, "Uomo del mio tempo", che chiude la raccolta "Giorno dopo giorno":

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.


E davvero questa natura umana appare immutabile a Quasimodo, che scrive nel 1935, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: il passare del tempo non fa altro che affinare quegli strumenti di morte, passando dalle armi preistoriche alle più raffinate macchine da guerra, quegli aerei che avrebbero bombardato navi e città, quei carri armati che avrebbero seminato distruzione in mezza Europa, quelle forche lugubremente innalzate ad Auschwitz, quelle nuove forme di tortura praticate dai nazisti nei lager.

Il denominatore comune è l'uomo, la mano che armava la fionda e che ora manovra la cloche di un cacciabombardiere. L'uomo che ciecamente si affida alla scienza, capace sì di vincere terribili malattie e di migliorare la vita, ma anche di ideare la bomba atomica. "Senza amore, senza Cristo", perché che cos'altro è l'insegnamento cristiano se non puro amore? "Ama il prossimo tuo come te stesso". Se questo assunto viene ignorato, allora tutto è consentito, anche lo sterminio. Quasimodo ci dice espressamente che c'è stato un tempo senza Cristo, rievoca l'episodio della Genesi, il primo omicidio perpetrato da Caino. Senza Cristo l'uomo è come gli animali, la sua natura è bestiale, quelle parole sussurrate ad Abele, "Andiamo nei campi" riecheggiano ogni volta che l'uomo alza la mano contro un proprio simile, un proprio fratello. Bisognerebbe vergognarsi di questo retaggio, avere il coraggio di abbandonare Caino per abbracciare il precetto dell'amore.

"Enola Gay", l'aereo che sganciò l'atomica su Hiroshima
in una fotografia di Paul Tibbets


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LA FRASE DEL GIORNO
Il rifiuto totale della religione conduce alla dimenticanza dei doveri umani.
JEAN-JACQUES ROUSSEAU, Emilio

sabato 24 gennaio 2009

Quello che ci salva


Dopo "Polvere" propongo un'altra poesia dell'americana Dorianne Laux:

TROPPA MUSICA

Talvolta, quando siamo nel mezzo di un lungo viaggio
e abbiamo parlato troppo e ascoltato
troppa musica e ci siamo fermati due volte,
una per pranzare e l'altra per osservare il panorama,
cadiamo nel ritmo del silenzio.
Oscilla avanti e indietro tra di noi
come una corda sul lago.
Forse è quello che non sappiamo
che ci salva.


(da "What we carry", 1994)


Le parole, la musica, il silenzio... Quei lunghi viaggi in auto per andare al mare o a sciare in montagna, per raggiungere una città lontana dove vedere una mostra o un museo. Il tempo passa e le parole si consumano, gli argomenti di conversazione sono tutti esauriti e allora cade il silenzio, buono e dolce.

Dorianne Laux ci racconta questo suo viaggio in auto con il marito per le strade americane: immaginiamo quella riga di mezzeria gialla, ogni tanto i tipici cartelli stradali statunitensi, il grande numero nero inserito in una sagoma bianca su sfondo nero; pensiamo a quelle due soste: un tipico locale sulla strada come quelli che vediamo in tanti film e telefilm, un pranzo a base di bistecca e patatine fritte, le bottigliette delle salse sul tavolo. E poi un'altra fermata dove magari la strada curva e all'improvviso si apre una veduta mozzafiato. Magari uno dei tanti laghi e laghetti disseminati qua e là nel continente nordamericano. È da lì che la Laux coglie l'immagine su cui è costruita la poesia: una corda che oscilla avanti e indietro in balia della corrente, forse una gomena da ormeggio di una piccola barca. Così è quel silenzio che si è venuto a creare nell'abitacolo, leggero, mollemente adagiato sullo scorrere del tempo, come la corda sull'acqua. Ed è fulminea la conclusione: in quel non detto, in quel vuoto di parole, può esservi la salvezza, l'ignorare quello che ci potrebbe ferire.



Edward Hopper, "Gas point"


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LA FRASE DEL GIORNO
Basta un po' di silenzio e ogni cosa si ferma nel suo luogo reale.
CESARE PAVESE, Lavorare stanca

venerdì 23 gennaio 2009

In viaggio con Chatwin


Sono trascorsi vent'anni dalla scomparsa di Bruce Chatwin: lo scrittore inglese morì di AIDS a Nizza il 18 gennaio 1989, alla soglia dei cinquant'anni.

C'è un pensiero di Pascal - "La nostra natura consiste nel movimento. La quiete assoluta è morte" - inserito come prima tra tante citazioni nelle "Vie dei Canti", che descrive esattamente la sua indole di viaggiatore solitario. "Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?" è la domanda posta nel 1969 dallo scrittore inglese a Tom Maschler: Chatwin provò per tutta la vita a darvi una risposta.

In una bella intervista rilasciata su Tuttolibri a Umberto Rondi, la vedova Elizabeth Chanler, rimasta con lui per 23 anni, rivela quello che tutti i lettori di Chatwin sanno: la sua eredità è in ciò che ha insegnato attraverso i suoi libri. Chi ha letto "In Patagonia", ad esempio, la sua prima opera, ha subìto il fascino di quella terra lontana, ha avuto almeno per un istante il desiderio di viaggiare come Chatwin, di andare all'avventura per conoscere quei mondi e quelle persone diverse, per impossessarsi almeno qualche giorno di quegli usi e di quei costumi, dei loro miti e delle loro tradizioni.

Viaggiare soli, naturalmente, senza l'ingombro di compagnie, guide, organizzatori, gente da aspettare e da ascoltare: "Lui diceva che se fai un viaggio con più di una persona vicino non puoi davvero incontrare e scoprire la gente sul tuo cammino. Quindi era solo, o al massimo con un amico, o un'amica" spiega la signora Chanler. Viaggiare documentati, sapere quello che si può trovare, ma essere anche capaci di mutare idea sul posto, aprirsi alla nuova cultura: "Scrupolosamente si documentava su un numero infinito di libri; cercava in seguito di confrontare tutto quello che aveva appreso con ciò che incontrava durante il viaggio, integrando ed evolvendo di continuo quello che aveva studiato".


Eccola l'eredità di Bruce Chatwin, quello che possiamo imparare da lui: "Lasciarci incuriosire da tutto quello che si incontra in un viaggio: le persone, il Paese, quel che si mangia, persino gli imprevisti... Non come chi arriva in un posto e non è mai contento, comincia a sbuffare e a lamentarsi che la gente è brutta o antipatica, il posto non comodo, i cibi non abbastanza buoni: a Bruce non importavano queste cose".

Ricordiamoci di Chatwin nel nostro prossimo viaggio: guardiamo quel luogo con gli occhi del viaggiatore, non con quelli del turista.



Un celebre ritratto fotografico di Bruce Chatwin


BIBLIOGRAFIA DI BRUCE CHATWIN
In Patagonia, 1977
Il vicerè di Ouidah, 1980
Sulla collina nera, 1982
Ritorno in Patagonia, 1985 - con Paul Theroux
Le Vie dei Canti, 1987
Utz, 1988
Che ci faccio qui?, 1990
L'occhio assoluto, 1993
Anatomia dell'irrequietezza, 1997
Sentieri tortuosi, 1998



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LA FRASE DEL GIORNO
Discutemmo fino a tardi sulla possibilità di avere anche noi un itinerario di viaggi tracciato sul nostro sistema nervoso centrale: sarebbe l'unica spiegazione della nostra folle irrequietezza.
BRUCE CHATWIN, In Patagonia, 44

giovedì 22 gennaio 2009

Le letture di Obama


Il New York Times è andato a ricercare le preferenze letterarie del nuovo e osannato presidente americano, Barack Obama, considerando che dietro la sua eloquenza dovevano esserci solide letture: la sua capacità di persuadere e l'affabulatorio modo di intrattenere l'uditorio, conosciuto in oltre un anno di campagna elettorale, trovano radici in una vasta serie di autori e sono sfociate nel primo libro scritto dal 44° presidente degli Stati Uniti, "I sogni di mio padre".

Naturalmente ci sono i discorsi di Martin Luther King, ma anche i romanzi dell'afroamericano Ralph Ellison e le poesie del grande Langston Hughes e le opere di James Baldwin, Richard Wright e W.E.B. Du Bois: il giovane Obama era adolescente e andava alla ricerca della sua identità razziale. Poi venne il periodo della ricerca spirituale, e Barack si immerse nei testi di Nietzsche e di Sant'Agostino.

Dopo l'entrata in politica, Obama si dedicò a opere che gli illuminassero la nuova strada: in particolare "Team of Rivals", il libro che la storica Doris Kearns Goodwin dedicò alla decisione di Abraham Lincoln di includere membri dell'opposizione nel suo governo: è forse nata qui l'idea di chiamare Robert Gates, scelto dall'amministrazione Bush e rivestito di una tale fiducia da averlo scelto come "presidente provvisiorio" in caso di "catastrofe" durante la cerimonia di inaugurazione. E gli deve molto anche Hillary Clinton, la rivale chiamata a essere segretario di stato. Lincoln è la sua passione: legge tutto quello che viene scritto sul 16° presidente. Il viaggio che lo ha portato da Philadelphia a Washington in treno sulle tracce di Lincoln ha dunque il suo perché. Altri testi: un libro sui primi cento giorni di Franklin Delano Roosevelt e "Ghost wars" di Steve Coll sui rapporti tra Afghanistan e CIA.

Quanto alla vera e propria letteratura, il nuovo presidente, secondo quanto ha scritto egli stesso nella sua pagina di Facebook , ama "Moby Dick", il capolavoro di Hermann Melville, “Gilead” di Marilynne Robinson, “Self Reliance” di Ralph Waldo Emerson, “Il grande Gatsby“ di Francis Scott Fitzgerald, epopea del sogno americano. “Canto di Salomone” di Toni Morrison , “Il taccuino d’oro” di Doris Lessing e le poesie del Premio Nobel caraibico Derek Walcott gli sono servite per scrivere “I sogni di mio padre”.

Ora è il mondo a sognare...


Fotografia da Wikipedia

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LA FRASE DEL GIORNO
Determiniamo che una cosa può e deve essere fatta, e poi troveremo il modo.
ABRAHAM LINCOLN, Discorso del 20 giugno 1848

mercoledì 21 gennaio 2009

Cos'è la poesia? (VIII)


COS'È LA POESIA

Poesia è notizie dalla frontiera della coscienza,
Poesia è religione religione poesia,
Sia poesia emozione ritrovata in emozione,
Ogni poesia una temporanea follia
e l’irreale è il più realistico,
Dice l’indicibile
Pronuncia l’impronunciabile sospiro del cuore,
Una poesia… sta in una pagina sola
ma può riempire un mondo
e sta bene nella tasca di un cuore,
Poesia è lotta continua
contro silenzio,
esilio inganno,
Lasciate che un nuovo lirismo salvi il mondo da sé
sia in sfide per giovani poeti
Siate poeti, non affaristi…,
Mettete in discussione tutto e tutti…,
Date alla vostra poesia ali per volare sulle cime degli alberi,
Evitate la provincia, mirate all’universo,
Cercate di raggiungere l’irraggiungibile,
Resistete molto, obbedite meno.



In questi versi il poeta americano della beat generation Lawrence Ferlinghetti esprime il suo concetto di poesia. Vi sono alcune parole che saltano all'occhio: emozione, follia, discussione, non affaristi, universo. La poesia alla fine è un condensato di tutte queste cose: se è chiaro, come sostenuto ormai da mesi nei post dedicati a questo tema, che è emozione, vale la pena aggiungere anche le altre. Ovvero, il poeta è un visionario, perché riesce a catturare le immagini e a estrinsecarle in versi; è una persona che ragiona, che dubita, valuta, mette in discussione tutto, anche le sue certezze; e lo fa non certo per denaro, semmai per la gloria, visto che la poesia è snobbata in questo mondo contemporaneo, relegata alla periferia delle librerie in angusti scaffali; è un idealista che tende all'universo, del quale scruta tutti gli angoli, anche quelli remoti insiti all'interno di ognuno di noi.

E tutto questo, secondo Ferlinghetti, dovrebbe essere la molla per andare controcorrente, per avere la forza di lottare contro le ingiustizie. Quando la poesia però si impegna politicamente rischia di cadere nell'opposto di tutti quegli ideali espressi: il poeta allora può diventare cieco e fazioso e perdere di vista quel senso universale, diventare "affarista", pagato non in denaro ma in facile consenso...



Lawrence Ferlinghetti  (Fotografia: VoxTheory via Flickr)




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LA FRASE DEL GIORNO
Io comincio a far poesie quando la partita è perduta. Non si è mai visto che una poesia abbia cambiato le cose.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

martedì 20 gennaio 2009

L'assedio di Doura Europos


Doura Europos era una città romana nella provincia della Siria: l'aveva conquistata il generale Lucio Vero nel 165, ai tempi di Traiano. Nel 256 però era assediata dai Persiani Sassanidi di Shapur I, che ebbero un'idea formidabile: minare una delle torri della cinta muraria, esattamente quella nota agli archeologi come Torre 19, e penetrare in città vincendo la resistenza romana. Quando i Romani vennero a conoscenza del progetto, corsero ai ripari e scavarono una serie di tunnel sotto le fondamenta cittadine per incontrare i Persiani impegnati nel loro lavoro di scavo e coglierli di sorpresa.

I Persiani però subodorarono il tranello e riuscirono a dileguarsi prima di far crollare le gallerie seppellendo i nemici con l'effetto collaterale di distruggere però completamente Doura Europos, salvando in tal modo inconsapevolmente le sue preziose opere d'arte: una domus ecclesiae e una sinagoga.

Ora gli studiosi dell'Università di Leicester hanno scoperto nel sito, rinvenuto negli Anni Venti presso il villaggio di Salhieh, nell'odierna Siria, tracce di primordiali armi chimiche: le truppe sassanidi avrebbero usato una miscela di zolfo e bitume per "gassare" i legionari romani a difesa dei tunnel.

I Persiani, precursori di Ypres...


Sul tema vedi anche "Antiche armi biologiche"





Doura Europos oggi (Fotografia di Heretiq)



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LA FRASE DEL GIORNO
Che ben fu il più crudele e il più di quanti mai furo al mondo ingegni empi e maligni, ch'imaginò sì abominosi ordigni.
LUDOVICO ARIOSTO, Orlando furioso, XI, XXVII

lunedì 19 gennaio 2009

Ma, quella volta, qualcosa


C'è una bellissima poesia di Robert Frost, poeta americano del Novecento, che a noi lettori italiani ricorda subito una nota lirica di Montale, "Cigola la carrucola nel pozzo". È inserita nella raccolta "New Hampshire" del 1923, mentre "Ossi di seppia" è del 1925: impressionante è questa convergenza tra due poeti lontani, l'intuizione che li porta a sviluppare quasi contemporaneamente un identico tema, inconsapevoli l'uno dell'altro. La poesia di Frost:


MA, QUELLA VOLTA, QUALCOSA

Gli altri mi accusano di essermi chinato sui pozzi
In controluce sempre, senza perciò vedere
Nel pozzo a fondo più che dove l'acqua
Mi rimanda una tersa immagine di specchio
Del mio me stesso, dio da un cielo estivo
Affacciato in un serto di nuvolette e felci.
Solo una volta, tentando col mento al parapetto
Scorsi, mi parve, al di là dell'immagine,
Attraverso l'immagine, un che di bianco e incerto,
Qualcosa più del profondo, e poi lo persi.
Fu acqua a castigare quell'acqua troppo chiara.
Bastò a incresparla una goccia da una felce
Che scompigliò quel qualcosa che stava posato là in fondo,
Lo cancellò, lo confuse. Cosa era quel biancore?
La verità? Un ciottolo di quarzo? Ma, quella volta, qualcosa.


(Traduzione di Giovanni Giudici)


"Cosa era quel biancore?": è tutto qui il senso della poesia, in questa domanda che si pone Frost, affacciato allo specchio di un pozzo che gli rimanda il suo volto che assomiglia a quello di una divinità greca, così incorniciato dai tralci della vegetazione. Montale vide in quell'acqua, che aveva raccolto in un secchio, l'immagine di un ridente viso femminile, il ricordo che appariva fulmineo e iridescente e gli riportava il volto del passato. Frost invece si interroga, rimane nell'incertezza: cos'era quel biancore? Tenta qualche risposta poco convinta, rimane nel dubbio: la soluzione materialista della pietra brillante e quella più spirituale della verità non lo lasciano soddisfatto.

"Cosa era quel biancore?" E chi lo sa? Qualcosa che ci rimane nel cuore, che vive in noi: forse la magia, forse la memoria come in Montale, forse una rivelazione, forse Dio... Qualcosa che si manifesta solo di rado, come un miracolo, un meraviglioso portento. Sicuramente qualcosa che ha la stoffa leggera e inafferrabile della poesia.

Una nota tecnica: l'originale inglese di Frost, poeta molto legato, soprattutto agli inizi, a una prosodia metrica rigorosamente classica, è in endecasillabi faleci sul modello di Catullo: lo riporto così da far comprendere la musicalità tipica del suo stile. Frost nel 1913 aveva detto di sé: "Io solo fra gli scrittori inglesi mi sono consciamente proposto di ricavare musica da quello che potrei chiamare il suono del senso". Un altro punto di contatto con Montale.


FOR ONCE, THEN, SOMETHING

Others taunt me with having knelt at well-curbs
Always wrong to the light, so never seeing
Deeper down in the well than where the water
Gives me back in a shining surface picture
Me myself in the summer heaven godlike
Looking out of a wreath of fern and cloud puffs.
Once, when trying with chin against a well-curb,
I discerned, as I thought, beyond the picture,
Through the picture, a something white, uncertain,
Something more of the dephts - and then I lost it.
Water came to rebuke the too clear water.
One drop fell from a fern, and lo, a ripple
Shook whatever it was lay there at bottom,
Blurred it, blotted it out. What was that whiteness?
Truth? A pebble of quartz? For once, then, something.






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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia offre il solo modo ammissibile di dire una cosa e intenderne un'altra.
ROBERT FROST, Educazione attraverso la poesia

domenica 18 gennaio 2009

Nulla dies sine linea


"Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l'animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più patetiche e ridicole nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse.)"

Eccola qui "la salvezza" - così si intitola questo breve appunto di Dino Buzzati, inserito in "Siamo spiacenti di" (Mondadori, 1975): scrivere. Un modo di scampare non solo all'oblio lasciando forse una minuscola traccia di sé, ma anche di sopravvivere a se stessi quasi analizzandosi, affidando alle parole il compito di valvola di sfogo. Buzzati ne era intimamente convinto, tanto da aver lasciato una serie di quaderni cartonati pieni di note, aforismi, paradossi, raccontini, apologhi, riflessioni, banalità... Anno dopo anno, quaderno dopo quaderno, secondo l'antica massima "Nulla dies sine linea".

Come Juan Ramón Jiménez, che pose ad epigrafe della raccolta "Eternità" il motto "Amore e poesia ogni giorno". Come quello che molti di noi provano a fare con i diari o con il loro corrispettivo del XXI secolo, i blog...






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LA FRASE DEL GIORNO
È molto meglio scrivere sciocchezze o qualsiasi altra cosa che non scrivere affatto.
KATHERINE MANSFIELD, Diario

sabato 17 gennaio 2009

I falò di Sant'Antonio


In molte località è tradizione per Sant'Antonio accendere un enorme falò. Come per gli analoghi fuochi estivi di San Giovanni e del Corpus Domini, l'accensione del falò ripete una antichissima usanza legata ai riti della fertilità e ai sacrifici delle feste pagane.

Bruciare rami secchi significa infatti eliminare le scorie, cancellare il passato e ricominciare, invocando la benedizione sulla nascita della nuova natura - non è un caso che i falò si accendano a Sant'Antonio, quando l'anno è appena iniziato. Un tempo, secondo quanto riporta la "Guida ai misteri e ai segreti della Brianza", a Ello nel Lecchese, si "bruciava gennaio" e si cantava: "Toni, Toni, Sant'Antoni, ciribibì ciribibò, dèm i legn de fà el falò; el falò l'è giamò faa cunt i legn de l'an passaa..." (datemi legna per fare il falò; il falò è già fatto con la legna dell'anno scorso). A Cantù, con lo stesso spirito propiziatorio, l'ultimo giovedì di gennaio si brucia la Giubiana, un fantoccio vestito da donna.

Molti paesi conservano la tradizione e per Sant'Antonio, generalmente la sera del 16, accendono il falò: Limosano in Molise, Filattiera in Lunigiana, vari comuni nell'area centrale della Sardegna, dove il santo è chiamato per l'appunto "Sant'Antoni de su fogu". Il santo, l'abate Antonio, eremita vissuto in Egitto nel IV secolo, è associato al fuoco in virtù di un'antica leggenda: avrebbe infatti sfidato le fiamme dell'inferno per salvare le anime dei peccatori. Gli è posto vicino anche il maiale, animale poi allevato nei conventi antoniani per l'uso di curare con il suo grasso l'Herpes Zoster, il temibile "fuoco di Sant'Antonio". In tempi ormai lontani, essendo Sant'Antonio abate protettore degli animali di fattoria, il 17 gennaio si benedicevano le stalle e in quella notte magica gli animali - si diceva - parlavano tra loro...


Sant'Antonio Abate. Olio su tela di scuola siciliana, secolo XVIII.
Santa Maria di Licodia (CT)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo è sconfinato e in pari tempo come la propria casa, perché il fuoco che arde nell'anima partecipa all'essenza delle stelle; come la luce del fuoco, così il mondo è nettamente separato dall'io, epperò mai si fanno per sempre estranei l'uno all'altro. 
GYÖRGY LUKÁCS, Teoria del romanzo

venerdì 16 gennaio 2009

Rebora e la guerra disumana


È disumana la guerra, anche se praticata dai primordi dell'umanità, quando orde di cavernicoli si affrontavano nelle brughiere armati di clave. Con il passare dei secoli ha affinato i suoi strumenti di morte: le lance, le alabarde, le catapulte romane, gli archibugi, i cannoni, i carri armati, la bomba atomica...

È disumana perché aliena, allontana gli uomini dalle loro occupazioni quotidiane, li spinge ad addentrarsi in un mondo che non appartiene al loro vissuto. Significativo è questo passo da una lettera di Clemente Rebora, scritta in zona di guerra il 7 dicembre del 1915:

"Ma non chiedermi notizie - la vita (sono come un Ugolino anonimo, fra lezzo di vivi e morti, imbestiato e paralizzato per la colpa e la pietà, e l'orrendezza degli uomini - di fronte a Gorizia) ch'io lordo nella gora del tempo, è quella di un troglodita che chiude un cuore. Non il pericolo continuo - diviene una triviale monotona abitudine, il macello perpetuo a cui siamo esposti; non tanto nemmeno il patimento fisico (fango e gelo, barbuto e baffuto e rasato in capo come un galeotto - «menzogna», e sofferenza d'ogni intorno, indicibilmente), ma l'interiore è terribile - e voi non potete farvene idea; «per questo» la guerra continua..."

(Lettera ad Antonio Banfi, da "Tra melma e sangue", Interlinea, 2008)

Rebora era entrato in guerra da interventista poco convinto. Ma, catapultato negli orrori del Carso e del Podgora, aveva saputo rendere l'umanità superstite in tanta bestialità, in tanto "macello", come già si è visto parlando di "Voce di vedetta morta", una delle sue poesie più accorate e più crude. Per lui la guerra finì subito: la vigilia di Natale del 1915, ormai prossimo ad una attesa licenza,fu vittima di shell-shock quando gli esplose vicino un colpo di obice da 305. Quel proiettile lo lasciò vivo ma scioccato, pellegrino tra i nosocomi militari, costretto a guardare l'orrore dentro di sé. Quel tiro da 305 cambiò anche la sua vita, che, attraverso un lungo e travagliato percorso mistico, è poi sfociata nel sacerdozio cattolico.

È disumana la guerra: ci spossessa della nostra umanità. Scrive Rebora in un'altra lettera, indirizzata a Lavinia Mazzucchetti il 3 dicembre 1915: "Cento mila Poe, con la mentalità però tra macellaio e routinier, condensati in una sola espressione, potrebbero dar vagamente l'idea dello stato d'animo di qui. Si vive e si muore come uno sputerebbe".


Fotografia: Department of Defense



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LA FRASE DEL GIORNO
Nessuno infatti, è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.

ERODOTO, Storie, I, 87

giovedì 15 gennaio 2009

Il falso Neruda


"Lentamente muore" (Muere lentamente) è una poesia che da anni circola sui siti Internet e sui blog con l'attribuzione a Pablo Neruda. È un mistero come questa "catena di Sant'Antonio" sia iniziata, ma è certo che la poesia non è di Neruda.

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle
che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza
per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette
almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto
prima di iniziarlo,
chi non fa domande
sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde
quando gli chiedono
qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo
di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà
al raggiungimento
di una splendida felicità.



Sono dei bei versi, molto profondi, molto buonisti, adatti ad infondere coraggio e forza di vivere, ma chiaramente non fanno parte del repertorio del poeta cileno, come afferma anche Adriana Valenzuela, bibliotecaria della Fondazione Pablo Neruda: "Questa poesia e altre ancora si incontrano navigando in Internet da un po' di tempo e non sappiamo chi le abbia attribuite a Neruda, ma gli esperti che abbiamo consultato non le conoscono". Gli altri "apocrifi" indicati dalla curatrice sono in particolare "È vietato" (Queda prohibido) molto simile a "Lentamente muore", che è stata scritta dal giornalista spagnolo Alfredo Cuervo, e "Non lamentarti mai" (Nunca te quejes), di cui non si è ancora scoperto l'autore.

Di "Lentamente muore" si sa invece: è stata la stampa italiana a svelare l'arcano quando Clemente Mastella citò la "poesia di Neruda" nel suo discorso in cui negava la fiducia al governo Prodi nel gennaio del 2008. La poesia è di Martha Medeiros (Porto Alegre, 1961), scrittrice e giornalista brasiliana: lei stessa ha dichiarato alla Fondazione di averla composta e pubblicata il 1° novembre del 2000, in occasione della Commemorazione dei Defunti, sul quotidiano di Porto Alegre "Zero Hora". "Lentamente muore", il cui vero titolo è "A morte devagar", è anche inserita nella sua raccolta "Non Stop. Cronache del quotidiano". Certo, Martha Medeiros è una fan di Neruda e si può comprendere che la poesia ne subisca l'influenza. Quello che preoccupa è che un'attribuzione così arbitraria e infondata si diffonda capillarmente lungo la Rete diventando una "verità": questo ci dovrebbe far ragionare su quello che leggiamo e che troviamo su Internet, su quanto ormai la gente creda che ciò che si trova sul web o su Wikipedia sia una verità inappellabile.

E non è l'unico caso questo di Neruda: circolano anche "Istanti", attribuita a Jorge Luis Borges, ma in realtà opera dell'americana Nadine Stair, e un testo di Gabriel Garcia Marquez, "La marionetta" che il Premio Nobel non ha mai scritto. E chissà quanti altri "falsi": basta cercare...



Martha Medeiros, l'autrice di "Lentamente muore"




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LA FRASE DEL GIORNO
La verità è sempre stupida, banale, e non convince mai.GIOVANNI GUARESCHI, Don Camillo e i giovani d'oggi

mercoledì 14 gennaio 2009

L'angoscia di Eliot


PRIMO PRELUDIO

La sera d'inverno si posa
Con odore di bistecche nelle strade.
Le sei.
Lucignoli consunti di giorni fumosi.
E ora un tempestoso scroscio avvolge
Gli avanzi sudici
Delle foglie appassite attorno ai vostri piedi
E giornali da lotti da vendere;
Gli scrosci battono
Sulle persiane rotte e sui fumignoli,
E all'angolo della strada
Un solitario cavallo da vettura fuma e scalpita.

E poi l'accensione dei fanali.



I quattro preludi posti da Thomas Stearns Eliot tra le prime poesie di "Prufrock e altre osservazioni", raccolta del 1917, apparvero due anni prima sulla rivista "Blast". Sono già dal titolo dei frammenti staccati, che vanno a comporsi come tessere di puzzle in una unica poesia. Ma sono di per sé componimenti compiuti ed espressivi.

Nei versi di questo primo "Preludio", per esempio, la realtà è nominata solo nei suoi aspetti più squallidi e decadenti: non è difficile ravvisare nella descrizione una metropoli industriale dell'inizio del XX secolo, la Boston che Eliot frequentava ai tempi di Harvard o la Londra in cui si trasferì per il dottorato. Le immagini di questa sera invernale in un grigiore dato dallo smog, la pioggia che scroscia violenta, le foglie secche che si attaccano alle scarpe, i giornali vecchi portati dal vento, esprimono al meglio lo stato d'animo del poeta, la paralisi dell'uomo contemporaneo, congelato in uno stato di solitudine e di angoscia.

Sono tempi duri per Eliot quelli che precedono la pubblicazione di "Prufrock": ha ventisette anni e non ama Oxford né l'Inghilterra, ma neppure vuole tornare ad Harvard, come scrive all'amico poeta Conrad Aiken. È preoccupato per la salute fisica e mentale della moglie Vivienne, appena sposata, che forse lo tradisce con l filosofo Bertrand Russell, loro padrone di casa, e non ha un lavoro.

Nessuna via d'uscita in questo "Primo preludio", nessuna speranza, soltanto una stasi, un susseguirsi di giorni uguali e anonimi nella loro bruttezza, scanditi solo dallo scorrere del tempo. Il secondo "Preludio" infatti comincia così: "Il mattino si svela alla coscienza / Con lievi odori acidi di birra". Ci vorrà del tempo prima che Eliot, ottenuto un impiego al Colonial and Foreign Department della Lloyd Bank, ricoveratosi in sanatorio e ricoverata la moglie in una clinica per disturbi nervosi, veda dapprima baluginare la speranza, pur rifiutandola, sotto forma di intervento religioso, e poi trovi la salvezza nella lungamente meditata conversione alla Chiesa d'Inghilterra. È il 27 giugno 1927 quando viene battezzato come William Force Stead: dai "Preludi" sono trascorsi dodici anni.



Piccadilly Circus at night, 1949 (Fotografia di William Sumits)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo che distrugge è il tempo che conserva.
THOMAS STEARNS ELIOT, Quattro quartetti

martedì 13 gennaio 2009

Le Sirene


"Avvicinati dunque, glorioso Odisseo, grande vanto dei Danai, ferma la nave, ascolta la nostra voce. Nessuno mai è passato di qui con la sua nave nera senza ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato più lieto e più saggio. Noi tutto sappiamo, quello che nella vasta terra troiana patirono Argivi e Troiani per volere dei numi. Tutto sappiamo quello che avviene sulla terra feconda."

Odissea, Canto XII



Così, dopo l'avventura con Circe e la discesa nell'Ade, Odisseo è tentato nel bel mezzo del Mediterraneo da un canto femminile. Le creature dalla voce melodiosa sono però temibilissime: allettano i marinai e li attirano a schiantarsi contro gli scogli. Sono le Sirene.

Contrariamente all'iconografia che è andata diffondendosi a partire dal Medioevo, non si trattava di splendide donne dalla coda di pesce, ma di esseri mostruosi con testa e petto di donna e corpo di uccello, dotati di un canto dolcissimo. "Le sirene lo stregano con il loro canto soave, sedute sul prato; intorno hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi, dalla carne disfatta": così spiega Circe a Odisseo quello che accade agli sventurati.



La tradizione mitologica considera loro padre Forco, divinità marina, o Acheloo, divinità fluviale, e loro madre una Musa (Calliope, Melpomene o Tersicore) o la Terra. In origine sarebbero state fanciulle compagne di Core (Proserpina), trasformate dopo il rapimento di questa in mostri dalla dea Demetra. Le Sirene erano tre: Partenope, Leucosia e Ligeia, note anche come Aglaofeme, Molpe e Telsiepea, e vivevano su un'isola tra Scilla e Cariddi, nello Stretto di Messina. Secondo altri miti, invece, si trovavano al largo delle Isole Sirenuse, davanti alla costa della Campania. Secondo Apollodoro erano una specie di trio canoro: una suonava la lira, l'altra il flauto, la terza cantava.

Tutte le fonti coincidono invece sul loro scopo, quello di indurre i marinai a raggiungere la loro isola e perirvi. Si uccisero quando Odisseo, turate le orecchie ai compagni con la cera e fattosi legare all'albero maestro, riuscì a passare indenne ascoltando il loro canto.


Illustrazione di G. Mossa


Appare evidente una correlazione con altri miti antichi: le Sirene non sarebbero che le anime dei morti che invitano i vivi a seguirle. Analoga è nell'Antico Egitto la figura di Ba, rappresentata come una grande cicogna detta Jabiru o come un uccello dalla testa umana.

Le prime raffigurazioni risalgono alla pittura vascolare e a sigilli dell'VIII secolo avanti Cristo, più avanti la loro iconografia si lega con il mito di Odisseo, ma appaiono anche come cantanti o suonatrici in lamentazioni funebri su specchi, rilievi, sarcofagi e mosaici. Dal Medioevo cambiano genere, passando dagli uccelli ai pesci: Rubens le raffigura così nello "Sbarco a Marsiglia di Maria de' Medici", esposto al Louvre.

Rubens, "Sbarco a marsiglia di Maria de' Medici", part.

Qualche scienziato poco romantico ha creduto bene di identificarle con il dugongo, mammifero marino dell'ordine dei Sirenidi, simpatico ma francamente bruttino e dalla voce sgraziata, parente del tricheco e del lamantino.

Ah, per quelli che giungono a questo blog indicando come chiave di ricerca "esistenza sirene" o "scoperta di una sirena vera" naturalmente le Sirene, non esistono... O no?


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LA FRASE DEL GIORNO
Crudele è la bellezza.
PLATONE, Cratilo

lunedì 12 gennaio 2009

Cinquant'anni Motown


C'è uno stile musicale che è chiamato "Motown": designa un genere soul caratterizzato dall'uso del basso, da una struttura melodica e da un arrangiamento particolare subito riconoscibili. È legato a una casa discografica, la Motown Records, Inc., che venne fondata a Detroit, nel Michigan, la capitale americana dell'automobile. Il nome dell'etichetta viene da lì, da quel settore motoristico che dava lavoro a un'intera città e che ora segna il passo, travolto dalla peggiore crisi del dopoguerra.

Era il 12 gennaio del 1959 quando Berry Gordy fondò la Tamla Records - questo il primo nome della casa discografica. Nessuno poteva pronosticare il successo cinquantennale che diede fama e notorietà a stelle del rhythm & blues e del soul: i Jackson Five, i Commodores, Marvin Gaye, Diana Ross, Martha Reeves & The Vandellas, Stevie Wonder, The Four Tops.


Fotografia: Jake Howlett


Con il trascorrere degli anni sono cambiate molte cose: nel 1972 la Motown abbandonò Detroit per Los Angeles, nel 1988 venne incorporata dalla MCA. Oggi ha sede a New York ed è una società indipendente della Universal Music.

Ma lo stile Motown resta inconfondibile...



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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo gente da blues. E il blues non lascia che mai la tragedia abbia l'ultima parola.
WYNTON MARSALIS, Smithsonian Magazine, Novembre 2005 (dopo Katrina)

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UNA PICCOLA NOTA: "Il canto delle sirene" oggi compie un anno. Dal primo post, "Tanto per cominciare", pubblicato il 12 gennaio 2008, si è evoluto e ha assunto una sua fisionomia ben definita, lasciando le poesie amatoriali ad un blog appositamente dedicato, "Assolo di poesia".

A chi è capitato qui per caso, a chi frequenta o ha frequentato queste pagine, ai lettori del "Canto delle sirene" insomma, voglio esprimere il mio grande grazie.

Daniele

domenica 11 gennaio 2009

Parole nella notte


POLVERE

Qualcuno mi ha parlato la notte scorsa,
mi ha raccontato la verità. Solo poche parole
ma le ho comprese.
So che avrei dovuto alzarmi
e scriverle, ma era tardi,
ed ero esausta per aver lavorato
tutto il giorno in giardino a spostare pietre.
Ora ne ricordo solo il sapore -
non come di un cibo, dolce o aspro.
Più come una polvere fine, come polvere.
E non ero agitata o spaventata
ma soltanto rapita, consapevole.
È come succede talvolta -
Dio si affaccia alla tua finestra,
tutto luce brillante e ali nere
e tu sei troppo stanca per aprirgli.


da "What We Carry", 1994


È una poesia dell'americana Dorianne Laux, nata nel Maine cinquantasette anni fa, autrice di quattro libri di poesie e premiata nel 2006 con il Lenore Marshall Poetry Prize. La Laux, capace di questa bella intuizione, al confine con il soprannaturale e lo spirituale, prima di ottenere il successo letterario, ha svolto i lavori più svariati, nel solco del più puro sogno americano: cuoca in un ospedale, benzinaia e cameriera. Poi la laurea in Lettere al Mills College e l'insegnamento ai corsi di scrittura creativa all'Università statale del North Carolina e alla Pacific University.

Dorianne Laux ci racconta l'imponderabile, il risveglio improvviso della coscienza, questo soprassalto nella notte che non sappiamo da dove sia uscito e ci sgomenta nel dormiveglia per poi svanire nel nuovo sonno. Sogniamo tutte le notti e non ne ricordiamo che rari e vaghi brandelli. Chissà cos'era quella cosa importante che nel buio della stanza e dell'animo ci desta per un attimo. Ci penseremo domattina...


Frederick Leighton, "Flaming June"



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LA FRASE DEL GIORNO
Il sogno è la valvola attraverso cui tutto ciò evapora con bollori febbrili, con un vapore da fornace e con immagini fluttuanti subito dileguantisi. Da codeste visioni alcuni escono raggianti, altri, storditi, sconcertati di ritrovarsi nella realtà di tutti i giorni.
ALPHONSE DAUDET, Il nababbo

sabato 10 gennaio 2009

Un inverno lontano


Una storia per voi:
il cervo bramisce,
neve in inverno
l'estate è finita.
Il vento è gelato,
basso sta il sole,
breve il suo corso;
il mare in tempesta.
Si arrossa la felce,
perdute le forme;
l'oca selvatica
riprende il suo grido.
Il gelo ha stretto
le ali degli uccelli,
regno di ghiaccio.
Questa è la mia storia.


Viene dal cuore del Medioevo questa poesia celtica di autore anonimo: risale all'VIII-IX secolo. È una descrizione naturale, quindi il tempo trascorso non sembra neppure passato. Un inverno che potrebbe essere quello attuale, così ricco di neve e di freddo, magari lontano dalle metropoli, sulle colline, sulle Alpi. Un inverno alla Rigoni Stern: "Quella notte un silenzio fondo e malinconico avvolgeva tutte le cose; si sentiva la neve sul bosco, sui prati, sul tetto della casa, nelle stesse stanze tiepide e una cosa dolce e intima arrivava sin dentro il cuore. (...) E incominciò il lungo inverno. In questa stagione un odore buono e sano impregna la casa e i suoi abitatori; in una stanza attigua alla cucina s'accumulano trucioli d'abete e mastelli di legno che gli uomini lavorano" (dal racconto "Alba e Franco", Il libro degli animali, 1991).

Eppure, pensandoci bene, quanto difficile doveva essere la vita in quei secoli bui, senza le comodità del mondo moderno. Basterebbe considerare il timore che provoca all'Europa la possibilità del taglio del gas russo nel contenzioso tra Mosca e Kiev: l'eventualità è remota, ma provate a immaginare di rimanere senza gas e riscaldamento. Ecco, nel Medioevo era così, e la Gazprom neanche esisteva...

David Lorenz Winston, "Quiet woods"



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LA FRASE DEL GIORNO
E in lontananza l'Inverno bisbigliò: «È bene
Che l'Estate rovente muoia. Guardate, l'aiuto è vicino,
Poiché quando il bisogno degli uomini s'inasprisce, allora arrivo io».

RUDYARD KIPLING, Poesie

venerdì 9 gennaio 2009

Vivere domani


Ho notato, rileggendo vecchi post, che molte delle poesie da me proposte in questo blog tendono ad avere come tema il passato, il presente e il futuro, ovvero la memoria e la nostalgia, l'attualità del vivere, la speranza e il desiderio. Naturalmente sono temi che ho scelto, che mi sono consoni, ma che si sono spesso imposti casualmente alle mie letture. Casualmente, dico, ma è indubbio che le mie preferenze di poeta amatoriale vanno a cercare quello che di più simile c'è alle mie tematiche, a sviluppare e a costruire attorno alla memoria, al ricordo, al rimpianto.

A chi mi dice - come talora capita - che è nel presente e nel futuro che si vive, rispondo che siamo non per quello che si farà ma per quello che si è fatto. È quello che in fondo dice con parole molto più poetiche e la mordacità che gli è propria il poeta satirico latino Marziale, negli Epigrammi (libro V, 58):

Cras te victurum, cras dicis, Postume, semper.
Dic mihi, cras istud, Postume, quando venit?
Quam longe cras istud, ubi est? Aut unde petendum?
Numquid apud Parthos Armeniosque latet?
Iam cras istud habet Priami vel Nestoris annos.
Cras istud quanti, dic mihi, posset emi?
Cras vives? Hodie iam vivere, Postume, serum est;
Ille sapit quisquis Postume, vixit heri.


Postumo, dici sempre che vivrai domani.
Dimmi, quando arriva questo domani, Postumo?
Quanto dura, dov’è? E dove lo devi chiedere?
Forse si nasconde presso i Parti e gli Armeni?
Questo domani ha già gli anni di Priamo o di Nestore?
A quanto può essere comprato, dimmi, questo domani?
Vivrai domani? E’ già tardi vivere oggi:
E’ sapiente chi è vissuto ieri, Postumo.


Domani, l'incertezza. Oggi, l'immanenza. Ieri, la saggezza. Semplicissimo il teorema di Marziale, che invita Postumo ad abbandonare le illusioni e a tuffarsi nella concretezza del presente. Più o meno quello che afferma Baltasar Graciàn nel suo "Oracolo Manuale": "Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato". È nel qui e ora che si vive, non nel futuro ed il nome scelto da Marziale per individuare il suo interlocutore, Postumo, di lui dice già tutto.


Susan Cunningham, "Past present future perfect 2007"


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LA FRASE DEL GIORNO
Il passato, è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato.
ANATOLE FRANCE, Il giglio rosso

giovedì 8 gennaio 2009

Neve


Neve, tanta neve, circa mezzo metro. Una coltre bianca che ha ricoperto ogni cosa stravolgendo le forme, disegnando un nuovo paesaggio sulle consuete cose. La neve che riporta alla mente la nevicata del gennaio 1985, che seppellì il Nord Italia e causò notevoli disagi, tanto che quando a Torino si giocò la partita di Supercoppa Europea tra Juventus e Liverpool, la "Gazzetta dello Sport" titolò "La neve ferma i treni ma non la Juve". Neve, quella che i meteorologi catastrofisti dell'effetto serra dicevano sarebbe scomparsa dalle nostre regioni. La neve cadrà con abbondanza anche nei prossimi anni, visto che il Polo Nord vede di nuovo formarsi i suoi ghiacci e la "Niña" raffredda le correnti del Golfo, smentendo gli allarmisti.

Questa neve che ci crea problemi, che non ci consente di uscire in auto, che rallenta i treni e sconvolge i loro orari peraltro già ballerini, questa neve che blocca le tangenziali e rende arduo viaggiare in autostrada, che cancella piste ciclabili e marciapiedi e ci costringe a camminare sul ciglio della strada su un manto battuto, però al contempo ci riempie di gioia e di allegria: la guardiamo cadere larga, depositarsi strato dopo strato, cominciare a formare falde sugli alberi e sui tetti; camminiamo sotto i suoi fiocchi quasi leggeri, dimentichi delle contingenze avverse, del fatto che magari non abbiamo potuto raggiungere l'ufficio, che un appuntamento importante è saltato. Perché risveglia il bambino che è in noi, quello che scendeva con lo slittino da una piccola discesa, che con guanti, berretto e sciarpa usciva in giardino a costruire un pupazzo di neve e cercava rametti e bottoni per simularne le braccia e gli occhi, che chiedeva alla mamma una carota per il naso. Questa è la piccola gioia della neve, che scende copiosa e trasforma le cose, che ci fa armare di pala e ci costringe a liberare il vialetto di casa: nevica, e torniamo bambini.





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LA FRASE DEL GIORNO
Sui campi e sulle strade | silenziosa e lieve | volteggiando, la neve cade. | Danza la falda bianca | nell'ampio ciel scherzosa, | poi sul terren si posa stanca
ADA NEGRI, Neve

mercoledì 7 gennaio 2009

In Via Francesco Crispi


Risalgo i miei ricordi oggi, ripercorrendo questa strada che dalla stazione porta alla scuola dove in anni ormai lontani frequentai il liceo. È un viaggio nello spazio, su questa strada lastricata in modo differente da allora, tra alberi che non sono gli alti ippocastani, tra negozi che non potevano neppure esistere. Ed è un viaggio nel tempo, un retrocedere nella memoria: quella ragazza che attende al semaforo di Piazza Guglielmo Marconi potrebbe essere Marta, che studiava alle Magistrali e prendeva il mio stesso treno.

Così ogni vetrina, ogni portone, mi dice qualche cosa di nuovo, ogni chiesa immutata, ogni palazzo, come quello che ora è stato violentato dall'insegna ad archi gialli di Mac Donald's. Il tempo è passato. Tanto tempo, tanta acqua sulle pietre di questa città, tanti giorni di sole. Ma il presepio da cartolina rimane appollaiato dietro Porta Nuova con le sue cupole e le sue case di stile veneziano.

La signora dell'edicola all'incrocio con Via Paleocapa non c'è più: a darmi il resto c'è un ragazzo. E pizzerie da asporto e gelaterie hanno preso il posto delle librerie. La mia memoria sa ricostruire ancora questo puzzle: sembra prendere maggiore confidenza con la città ad ogni passo. Sa dirmi cose che neanche credevo di ricordare, lo scherzo di Carnevale alla "Boutique del pane", la neve che cadeva nei giorni in cui si consumava il colpo di stato polacco e la compagna di Wroclaw pensava agli amici lontani e mi parlava accorata camminando per Viale Papa Giovanni XXIII dalle parti di Santa Maria delle Grazie.

Questi mutamenti intervenuti, l'edicola scomparsa nel passaggio tra Porta Nuova e il Sentierone, il parco giochi sorto dove una ruspa chissà quando ha demolito vecchi muri, il palazzo comunale lucidato a nuovo, mi dicono con una sorta di dolcezza, con un lieve pudore, che se il mondo è cambiato, se la città è cambiata, anch'io naturalmente non sono più il ragazzo che ero, quello che camminava con la borsa piena di libri e molti più capelli sulla testa. Senza astio, mi pongono davanti agli occhi tutte le speranze e le illusioni che coltivavo allora, i sogni che mi accompagnavano mentre percorrevo questa stessa via. Non mi dicono "Confronta", non esigono un'analisi: mi dicono soltanto che tutto passa, che il tempo scorre inesorabile come un fiume.

Ma non lo sanno che li ho fregati, perché, quasi arrivato alla Rotonda dei Mille, in Via Francesco Crispi, come allora, adesso io sto pensando a lei.



Fotografia: kweedado2 (licenza GNU)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il colore è un caso della memoria. La sostanza della memoria è in bianco e nero, bicolore la materia di quella realtà interiorizzata. Senza memoria non esistiamo o almeno io non riesco a esistere. Nella mia memoria si compiono i miei desideri e quando ho desideri cerco che diventino quanto prima memoria, perché nessuno me li frustri, né me li levi, né me li cambi con i desideri convenzionali. La memoria è la sostanza del senso cartesiano: ciò che esiste in modo tale da non avere bisogno di null'altro per esistere.
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Lo strangolatore

martedì 6 gennaio 2009

Il quarto mago


Tradizionalmente i re Magi sono tre: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. La storia è nota, la racconta Matteo nel suo Vangelo (2, 1-12):

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo". All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: "Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo". Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Si trattava di sacerdoti zoroastriani, che in Gesù videro realizzarsi la profezia sulla nascita del Saoshyant, il Salvatore. Ma accanto a loro nella tradizione cristiano ortodossa c'è un quarto mago, Artabano: alla comparsa del segno, la stella cometa, vende la casa e si mette in viaggio dalla natia Ecbatana, città della Persia, per raggiungere gli altri magi. Sulla strada, dalle parti del monte Orontes, quando ormai sta per arrivare all'appuntamento, incontra un ebreo ferito e si ferma a soccorrerlo, aspettandone la guarigione: l'uomo lo ringrazia e gli dice che il Messia è nato a Betlemme. Ormai troppo tempo è passato ed è tardi per recare il suo dono: tre pietre preziose. Artabano vende lo zaffiro e allestisce una nuova carovana per Betlemme: vi arriva mentre su ordine di Erode si compie la strage degli innocenti. Con il rubino salva la vita a un bambino corrompendo il soldato che sta per trafiggerlo con la lancia sotto gli occhi della madre. Adesso, dei doni che aveva per Gesù, gli resta solo una rarissima perla, che conserva gelosamente per tanti anni. Quando gli giunge notizia che il Cristo sta per essere crocifisso, corre al Golgota per salvarlo comperando i centurioni con la perla; ma, sul Calvario, un ragazzo lo implora di liberarlo dalla schiavitù romana: Artabano sacrifica il suo prezioso bene. È solo allora che il quarto mago comprende di essere stato ammesso alla presenza del vero re atteso e invano inseguito per trentatré anni: quel Gesù che muore sulla croce. Il suo dono è il più prezioso, ancora più della mirra, dell'incenso e dell'oro: è l'umiltà, è la solidarietà, l'aiuto ai bisognosi che ha soccorso nel suo lungo peregrinare. Il vero messaggio cristiano.

Luminose sono le strade della sapienza e del mistero, anche quando ci appaiono oscure: molto spesso, anche noi, come Artabano, viaggiamo alla ricerca di qualcosa che abbiamo davanti agli occhi, dentro di noi.



Benozzo Gozzoli, "La cavalcata dei Magi", part., Palazzo Medici Riccardi, Firenze 1459-1460


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LA FRASE DEL GIORNO
La bontà è l'unico investimento che non fallisce mai.

HENRY DAVID THOREAU

lunedì 5 gennaio 2009

Proverbi di gennaio


Dalla saggezza contadina che si basava sull'esperienza della vita nei campi e che ormai va scomparendo, sommersa dal terziario e dalla tecnologia, qualche proverbio brianzolo sul mese di gennaio:

Ginê pulverènt, póca paja e tant furmènt.
(Gennaio polveroso, poca paglia e tanto frumento)

È attestato anche in Veneto: "Fredo secco de zenaro, sachi pieni nel granaro", in Calabria, in Sicilia e in Sardegna: "Gennaiu siccu, messaiu arriccu" (gennaio secco, contadino ricco).


Se vöret un bell ajê, pianta l'aj de ginê.
(Se vuoi un bel campo d'aglio, pianta l'aglio a gennaio)

Riecheggia il toscano "Chi vole un bell' agliaio lo semini di gennaio" e un analogo proverbio veneto. Ovvero: se vi piace, affrettatevi a piantare l'aglio - è il primo prodotto dell'orto.


La néf de ginê la piendés el granê.
(La neve di gennaio riempie il granaio)

Quest'ultimo proverbio sembra contraddire l'italiano "Gennaio acquaio poco granaio" e il romanesco "Gennaio piovoso, anno micragnoso": in realtà la neve non è la pioggia ed il suo manto favorisce le tenere piantine di frumento, tenendole al riparo sotto la sua coperta. Il proverbio romanesco infatti prosegue: "Gennaio nevoso, estate gioiosa". Nel bellunese è attestato l'analogo detto "Gran fredo de genaro colma el granaro".




Fotografia: Jupiter

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LA FRASE DEL GIORNO
Il proverbio è l'ingegno di un uomo e la saggezza di tutti.
BERTRAND RUSSELL

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