domenica 6 dicembre 2009

Il dormiveglia di Sant’Agostino

“Così il bagaglio del secolo mi opprimeva piacevolmente, come capita nei sogni. I miei pensieri, le riflessioni su di te somigliavano agli sforzi di un uomo, che malgrado l’intenzione di svegliarsi viene di nuovo sopraffatto dal gorgo profondo del sopore. E come nessuno vuole dormire sempre e tutti ragionevolmente preferiscono al sonno la veglia, eppure spesso, quando un torpore greve pervade le membra, si ritarda il momento di scuotersi il sonno di dosso e, per quanto già dispiaccia, lo si assapora più volentieri, benché sia giunta l’ora di alzarsi; così ero io sì persuaso dalla convenienza di concedermi al tuo amore, anziché cedere alla mia passione; ma se l’uno mi piaceva e vinceva, l’altro mi attraeva e avvinceva”.

Ho trovato meravigliosa questa metafora di Sant’Agostino, tratta dalle “Confessioni” (VIII, 12): il filosofo di Ippona descrive il suo tormentato passaggio alla vita cristiana, al battesimo che riceverà a Milano da Sant’Ambrogio il 24 aprile del 387, notte di Pasqua. Giunto ormai vicino alla decisione, Agostino ancora è trattenuto dal pensiero del matrimonio, dall’attitudine al piacere, e questa sua esitazione è ben raffigurata dallo stato di una persona che resta nel dormiveglia, che non decide di alzarsi, ben sapendo che quella è l’unica soluzione e che naturalmente si dovrà risvegliare e cominciare la giornata.

Agostino era un santo e filosofo e molto travagliata fu la sua via verso la fede: meditata attraverso i vizi e l’adesione al manicheismo, con progetti di matrimonio e addirittura di una “comune”. Ma anche ognuno di noi, e non parlo necessariamente del cammino religioso, spesso rimane in questo dormiveglia, in questo limbo in cui non si decide ma si rimane avvolti nelle coperte, nel comodo e piacevole torpore dell’ultimo sonno, si dice “Ancora un attimo”, si sussurra “Sì, tra poco mi alzo” e intanto, temporeggiando, la vita scorre e le occasioni fuggono…

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Susie Lipman, “Hung-over”

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LA FRASE DEL GIORNO
Più oscena di tutto è l'inerzia. Più blasfema della peggior bestemmia è la paralisi.
HENRY MILLER, Tropico del Cancro

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