giovedì 12 novembre 2009

L’ombra a rovescio del cielo

SALVATORE QUASIMODO

PRESSO L'ADDA

Striscia l'Adda al tuo fianco nel meriggio
e segui l'ombra a rovescio del cielo.
Qui, dove curve pecore risalgono
con il capo affondato dentro l'erba,
saltava l'acqua a taglio della ruota,
e s'udiva la mola del frantoio
e il tonfo dell'uliva nella vasca.
Tu solo ti sgomenti a un moto spento.
Riappare la corona del sambuco
dal fitto della siepe e agita la canna
nuove foglie sugli argini del fiume.
La vita che t'illuse è in questo segno
delle piante, saluto della terra
umana alle domande, alle violenze.
Il riaprirsi del legno in un colore
è certezza per te, come l'insidia
del tuo sangue e la mano che distesa
alzi alla fronte a schermo della luce.

(da "Giorno per giorno", 1947)

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A Imbersago, Brianza lecchese, nel piazzale dove ci si imbarca sul traghetto di disegno leonardesco che attraversa il fiume Adda, c’è una lapide sul muro con incisa questa poesia di Salvatore Quasimodo. Una scelta davvero azzeccata: ci si mette lì un po’ di profilo e, leggendola, si possono tradurre quelle parole in immagini, come se fosse un film. Ecco il cielo riflettersi nell’acqua e le nuvole che fanno a gara con i germani nello sguazzare; ecco i boschi della sponda dove ancora raramente capita di incontrare le greggi, soprattutto d’inverno, e di notare i loro bioccoli lanosi appesi a qualche spina di roveto. Se non c’è la mola del frantoio, è possibile trovare qualche manufatto per lo scolo delle acque; di certo per tutta la bella stagione c’è il sambuco, dapprima odoroso con i suoi fiori bianchi, poi adornato delle sue belle bacche scure; le canne palustri agitano al vento le loro chiome, riempiendo vasti tratti in prossimità della riva.

Adesso è normale apprezzare questa tranquillità, questo scenario di pace: quando Quasimodo scrisse questa poesia, inserita in “Giorno dopo giorno”, raccolta che comprende celebri liriche come “Alle fronde dei salici”, “Milano 1943” e “Uomo del mio tempo”, la guerra era ancora un freschissimo ricordo, probabilmente si era conclusa da poco. Il poeta siciliano iniziò in quel periodo ad usare una forma meno ermetica, per dire con più chiarezza il rifiuto della violenza, l’apertura all’umanità. È nelle due strofe finali che Quasimodo trova risposte alle sue domande: la vita a primavera riemerge, le piante rinverdiscono, porgono il loro saluto alla terra in un emblema della lotta dell’umano al disumano, così diverso dall’«erba maligna» che «tra tombe di macerie (…) solleva il suo fiore» in “19 gennaio 1944”. E in questa rigogliosa natura anche il poeta adesso ritrova la sua certezza, mentre con la mano fa schermo agli occhi, abbacinati dai riflessi dell’Adda.

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LA FRASE DEL GIORNO
E ora / che avete nascosto i cannoni fra le magnolie, / lasciateci un giorno senz’armi sopra l’erba / al rumore dell’acqua in movimento, / delle foglie di canna fresche tra i capelli / mentre abbracciamo la donna che ci ama.
SALVATORE QUASIMODO, La vita non è sogno, “Anno Domini MCMXLVII”

2 commenti:

don Luca Peyron ha detto...

Grazie perchè condividi pezzi di cielo...

DR ha detto...

Chi guarda il cielo - a parte restare colpito dalla sua bellezza - si pone piccolo davanti all'infinito, si pone domande, soprattutto la notte, sulla vita, sul mistero. A volte basta un piccolo pezzo di cielo riflesso nell'acqua, come quello visto da Quasimodo, come quello della fotografia, per stupirsi della bellezza e riprendere più sicuro il passo...

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