giovedì 19 novembre 2009

Lo strambotto e il rispetto

BENEDETTO CARITEO

ACCENDE IL MIO CANTAR FIAMMA D’AMORE…

Accende il mio cantar fiamma d'amore
nel crudo mare e ne le gelide onde;
cantando io nelle selve, esce di fuore
la fera, che cacciata si nasconde;
odono lagrimando il mio dolore
omini et animali, arbore e fronde;
ma riscaldar non posso il freddo core
di questa, che m’ascolta e non risponde.

Questa pena d’amore narrata da Benedetto Gareth Cariteo, poeta catalano di fine Quattrocento, vissuto a Napoli alla corte aragonese, ci consente di parlare di una composizione lirica particolare, lo strambotto: un’ottava di endecasillabi a rima alternata, che spesso veniva accompagnata da un liuto o da una viola. Il suo gusto popolare serviva a indicare un sentimento di amore caldo e irruente. Non è quindi un caso che lo strambotto, nato nel sud della Francia, si sia rapidamente diffuso nelle nostre regioni meridionali. Il Cariteo esprime il suo amore deluso con tinte cariche e accorate: alle sue parole di venerazione si riscaldano i mari gelidi, si sciolgono persino le belve della foresta, uomini e animali e persino le piante si commuovono; solo l’amata rimane impassibile e non ricambia il fuoco sacro del poeta…

Sempre nel Quattrocento lo strambotto si raffinò e passò in Romagna e in Toscana, dove assunse il nome di rispetto, mutando leggermente la sua forma – una quartina a rima alternata e una a rima baciata - e venne praticato dal Poliziano e da Lorenzo il Magnifico. Eccone un esempio anonimo che richiama alla mente la famosa ode sublime di Saffo:

ANONIMO

O DIO DEL CIELO, CHE PENA È LA MIA

O Dio del cielo, che pena è la mia
aver la lingua e non poter parlare!
Passo davanti a la ragazza mia
la veggo e non la posso salutare!
E la saluto con la mente e il core
giacché la lingua mia parlar non puole:
la saluto col core e con la mente
giacché la lingua mia non puol dir niente!


Van Eyck, “I coniugi Arnolfini”

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LA FRASE DEL GIORNO
L’amore produce molto miele e fiele.
PLAUTO, Cistellaria

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