lunedì 26 ottobre 2009

Rebora e la natura


CLEMENTE REBORA

L'ORA INTIMA

Respira il lago un pàlpito sopito
e dàn le stelle mille bàttiti di ciglia
divini; appare il mito
dei monti limpido, e origlia.

Per ogni seno l'ora intima scende
dalla campana: e silenzio indi vive;
ogni cosa s'intende
tra foci errando e sorgive.

Sopra gli uomini, in vere leggi pure,
accomuna il mistero della sorte
allegrezze e sciagure;
del male il bene è più forte.

(da “Frammenti lirici”, 1913")

Quando scrive questa poesia, nel 1913, Clemente Rebora non ha ancora attraversato l’orrore della Grande Guerra, che per lui significò un grande trauma, ben lontano dall’esaltazione dei Futuristi: eppure le inquietudini, le urgenze morali ed esistenziali iniziano già a delinearsi su quel percorso che porterà il poeta a divenire sacerdote nel 1936.

Il paesaggio non si esaurisce nella descrizione puramente naturalistica, ma attraverso il discorso analogico assurge a simbolo di libertà e di pace in contrapposizione alle angosce e alle miserie della civiltà umana. Così il lago, le stelle e i monti diventano figure mitologiche in quell’atmosfera tranquilla nella quale il suono delle campane invita a raccogliersi, a meditare sulla realtà intima della natura e sulla propria esistenza, su quel mistero superiore che governa le cose: che siano le forze naturali o che sia la divinità. Rebora trova nella natura la garanzia della salvezza, un presagio della sua fede, e ottimisticamente si convince che, alla fine, il male, sarà sconfitto.

Gustav Klimt, “Schloss Unterrach oder Attersee”

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LA FRASE DEL GIORNO
Raccogliti - e il mondo diverrà apparenza. Raccogliti - e l'apparenza diverrà essere.
HERMANN HESSE, Poesie, “Giovane novizio in un convento zen”

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