domenica 25 ottobre 2009

L’imprenditore della carità

Don Carlo Gnocchi oggi sale agli onori degli altari: l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, lo proclama beato. Quello che in molti già facevano senza attendere l’approvazione ecclesiastica, come uno dei suoi mutilatini che il giorno dei funerali in Piazza del Duomo il 1° marzo 1956 lo salutò così: “Prima ti dicevo: «Ciao, don Carlo». oggi ti dico «Ciao, San Carlo». In quella stessa piazza, cinquantatré anni dopo gli alpini, i donatori d’organi, le associazioni che si occupano di volontariato, di malati terminali, di disabili si raccolgono per celebrare questo “imprenditore della carità”, questo “eroe della solidarietà” che, tornando dagli orrori della guerra, decise di realizzare un’opera per “servire per tutta la vita i poveri di Dio”.

Don Carlo, già nel 1943, prima di appoggiare la Resistenza trovando un rifugio sicuro per gli ebrei e aiutando i partigiani tanto da essere arrestato e rinchiuso a San Vittore, si recò dai familiari dei caduti, dai reduci di guerra e cominciò a raccogliere gli orfani e i bambini mutilati, avviando l’Opera che porta il suo nome: una riabilitazione che pone l’uomo al centro del processo terapeutico e segna un’avanguardia nelle cure con il “Centro pilota”, iniziato nel 1955, i cui lavori non riuscì a vedere terminati. Don Gnocchi infatti muore il 28 febbraio 1956, stroncato a 54 anni da un tumore.

Questo brano, tratto da “Cristo con gli alpini”, il memoriale della drammatica esperienza di cappellano in terra di Russia, è un lampante esempio dell’umanità e della dedizione agli altri di don Carlo Gnocchi:

“Quando venne alla Casa degli Orfani, fragile e incerto, pareva un uccellino sperduto nella bufera. Lo portava un'infermiera dell'ospedale e, consegnandocelo, disse: «Ha sei anni. Il papà deve essere stato fucilato dai tedeschi; a ogni modo era militare e, dopo l'8 settembre, non se ne seppe più nulla. La mamma, poveretta, è morta al sanatorio, e anche questo piccino (senta che cuore) deve averne patite delle privazioni». Aveva infatti un cuoricino singhiozzante che lo si vedeva sussultare anche di sotto la camicina stinta. Il dottore, quando lo vide, disse subito: «Tenetelo ben guardato. Se gli sopravviene una malattia non regge». E così fu difatti.

Povero Giorgino. Aveva una gran fame di tenerezza. L'implorava tacitamente con gli occhi, i suoi piccoli occhi di acqua dolce, illuminati da un chiarore fermo e vesperale. La mendicava da tutti. E se tu fossi venuto all'Istituto, te lo saresti trovato inavvertitamente daccanto a prenderti leggermente la mano per carezzarsene la guancia morbida e pallida. Teneramente. Ma venne l'urto tanto temuto e, dopo penosa resistenza, morì che era tutto un male. Fu soltanto sul letto di morte, piccola bambola di cera, che io lo riconobbi. Perché tocca alla morte rivelare profonde e arcane somiglianze.

Aveva la terrea nudità degli uccellini caduti dal tetto per fame o per la bufera. Quante volte l'avevo già incontrato nella mia vita di guerra. Nella ferale teoria dei fanciulli in attesa degli avanzi del rancio o randagi a cercarlo fra le immondizie; nei bambini febbricitanti e morenti sui miserabili giacigli delle isbe russe o dei tuguri albanesi; nei cadaveri stecchiti dei bimbi morti di fame o di pestilenza, sulle strade della Russia, della Croazia o della Grecia. In tutti i bambini insomma travolti dalla guerra. Esercito di piccole vittime innocenti, di cui Giorgio era la retroguardia.

Tanto più lacrimevole, in quanto la guerra era finita e per molti ormai lontana. La malattia l'aveva ridotto a un fragile scheletrino. Non doveva pesare più di una foglia. Eppure riempiva di sé tutta la casa. È vero che i morti sono tutti di piombo e tengono sempre un gran posto, così che, quando escono dalla stanza per la sepoltura, vi lasciano una gran piazza immensamente vuota e silenziosa. Ma Giorgio pesava quasi come il corpo di un misterioso reato. Non era stato abbattuto dalla cieca bufera, povero uccellino tremante, ma dal piombo degli uomini in lotta ...

E se non m'inganno, anche quelli che seguivano commossi il suo funerale pareva sentissero il peso di questa oscura e comune colpevolezza. Pareva dicessero: Ecco un'altra vittima, e la più innocente, dei nostri peccati. Che ne sapeva lui, povero piccino dolce e sognante, delle nostre ambizioni di grandi, dei nostri stupidi sogni di potenza, degli interessi e delle cose politiche che ci mettono gli uni contro gli altri così accanitamente? Eppure per tutto questo egli ha sofferto ed è morto... Perché continuiamo ancora a dilaniarci, a contenderci avidamente i pochi metri di questa lurida terra? Pazienza pagassimo soltanto noi, ma invece sono questi piccini, questi innocenti che pagano per le colpe di tutti...”


“Imprenditore della carità” è stato definito questo uomo che seppe costruire dal nulla una vasta rete che ora conta 28 Centri e quaranta ambulatori territoriali sparsi in nove regioni d’Italia, con 3700 posti letto e 5400 operatori. Come scrisse lui stesso in una lettera al cugino Mario Biassoni nel 1942, “Dio è tutto qui: nel fare del bene a quelli che soffrono ed hanno bisogno di un aiuto materiale o morale. Il cristianesimo, e il Vangelo, a quelli che lo capiscono veramente non comanda altro. Tutto il resto viene dopo e viene da sé”.

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo è un pellegrino malato di infinito, incamminato verso l'eternità.
DON CARLO GNOCCHI, Restaurazione della persona umana

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