giovedì 10 settembre 2009

Pavese, nord e sud


CESARE PAVESE
TERRE BRUCIATE

Parla il giovane smilzo che è stato a Torino.
Il gran mare si stende, nascosto da rocce,
e dà in cielo un azzurro slavato. Rilucono gli occhi
di ciascuno che ascolta.
A Torino si arriva di sera
e si vedono subito per la strada le donne
maliziose, vestite per gli occhi, che camminano sole.
Là, ciascuna lavora per la veste che indossa,
ma l'adatta a ogni luce. Ci sono colori
da mattino, colori per uscire nei viali,
per piacere di notte. Le donne, che aspettano
e si sentono sole, conoscono a fondo la vita.
Sono libere. A loro non rifiutano nulla.


Sento il mare che batte e ribatte spossato alla riva.
Vedo gli occhi profondi di questi ragazzi
lampeggiare. A due passi il filare di fichi
disperato s'annoia sulla roccia rossastra.


Ce ne sono di libere che fumano sole. 
Ci si trova la sera e abbandona il mattino
al caffè, come amici. Sono giovani sempre. 

Voglion occhi e prontezza nell'uomo e che scherzi
e che sia sempre fine. Basta uscire in collina
e che piova: si piegano come bambine,
ma si sanno godere l'amore. Più esperte di un uomo.
Sono vive e slanciate e, anche nude, discorrono
con quel brio che hanno sempre.


Lo ascolto.
Ho fissato le occhiaie del giovane smilzo
tutte intente. Han veduto anche loro una volta quel verde.
Fumerò a notte buia, ignorando anche il mare.


(da Lavorare stanca, Einaudi, 1936)


Cesare Pavese nel 1935 ha ventisette anni ed è al confino a Brancaleone, in Calabria. Ascolta un ragazzo del posto che è stato a Torino magnificare la libertà delle donne del Nord. Erano tempi in cui le differenze erano molto più marcate di oggi tra Nord e Sud: l’integrazione dovuta all’emigrazione nelle grandi fabbriche settentrionali ancora non c’era stata, la rivoluzione sessuale era ben lontana. Gli ascoltatori, con gli occhi luccicanti, accesi da una favolosa eccitazione, si immaginano quelle donne torinesi nell’ozio languido di un caldo pomeriggio d’estate. Davvero un altro mondo.

L’esule Pavese ritrova in quelle parole il mondo da cui è stato allontanato, confronta a sua volta quelle “terre bruciate” dove i fichidindia si allargano sull’arida campagna vicina al mare con il “verde” delle colline sopra Torino. Rammenta la libertà delle donne cittadine, quelle che fumano, vanno per i caffè, si vestono per piacere e non rifiutano nulla, quelle che impudiche, nude nel letto, non si vergognano di parlare. E le parole del giovane smilzo gli hanno acceso ricordi e nostalgie: la notte si troverà ancora a pensarvi, assorto e insonne, fumando…




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LA FRASE DEL GIORNO 

 -  Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
 - Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino. osato.
CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò

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