lunedì 6 luglio 2009

Un notturno di Valeri

Più volte questo blog ha parlato di Diego Valeri: ho sottolineato quanto il poeta veneto sia sempre stato sottostimato dalla critica: forse non gli giovarono la leggerezza dei temi, gli interessi e i caratteri provinciali, l’uso di una musicalità espressiva in un periodo nel quale si estendeva la moda di correnti del tutto opposte alla sua grazia e al suo dire equilibrato.

Ora, mi è capitata sotto gli occhi una poesia che avvalora questa mia idea e consolida nella mia personale classifica la stima per Valeri come uno dei grandi del Novecento. È una lirica tarda, il poeta veneto ha già superato gli ottant’anni quando la scrive, ed è naturale che mediti sulla vita e sulla sua fine.


NOTTURNO

La testa sul cuscino, odo strisciare
nella tenebra grandi acque vicine,
più vicine, lontane.
È un suono dolce con lungo pedale,
è l’infinita musica del tempo
che mi rapisce fuor del tempo, poi
che la fuga dei giorni è già l’eterno
e la vita che muore è già la morte.
Ascolto il dolce suono;
né so se più m’attristi o più mi giovi
l’essere vivo ancora, nel mio chiuso
corpo di carne, nel fluire uguale
del mio sangue che fugge per la notte
con striscio d’acque vicine lontane.

da “Verità di uno”, 1970


Musicalità, ho detto, come caratteristica della poetica di Valeri, musicalità che qui entra nella poesia stessa con quel “suono dolce con lungo pedale”, tipico del pianoforte, al quale il poeta paragona lo scorrere dell’acqua di un canale – occorre ricordare che Valeri viveva a Venezia, in Calle del Vento – scorrere dell’acqua a sua volta paragonato al trascorrere del tempo.


© www.diegovaleri.it


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LA FRASE DEL GIORNO
Lo spazio è la prigionia del corpo, il tempo è quella dello spirito.
CARLO MARIA FRANZERO, Il fanciullo meraviglioso

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