sabato 28 febbraio 2009

Il Futurismo a Palazzo Reale


Milano è la città dove il Futurismo è nato: è dunque logico che ne festeggi in pompa magna il centenario, dedicandogli mostre, avvenimenti teatrali e mondani e persino il sabato di Carnevale.

Il fulcro delle celebrazioni è però la grande mostra di Palazzo Reale, "Futurismo 1909-2009 Velocità + Arte + Azione", che occupa - ed è un fatto eccezionale - tutto il piano terreno dell'area espositiva con circa cinquecento opere esaustive di tutti i settori dell'avanguardia: dipinti, sculture, disegni, progetti di architettura, scenografie, fotografie, oggetti di design, persino il libro imbullonato di Fortunato Depero.

La mostra risale ai prodromi del Futurismo, presentando i suoi primi sintomi attraverso dipinti di fine Ottocento: il Simbolismo di Alberto Martini, Romolo Romani, Luigi Russolo e Gaetano Previati, l'arte impegnata di Giovanni Pellizza da Volpedo, le sculture plastiche di Medardo Rosso. È da lì che nascono le idee di Umberto Boccioni Carlo Carrà, Giacomo Balla e Gino Severini. Sarà poi Filippo Tommaso Marinetti a codificarle e regolamentarle attraverso il famoso Manifesto del 20 febbraio 1909 su "Le Figaro".

Scendendo nel tempo, l'esposizione scandisce i decenni e le nuove mode artistiche innestatesi sul Futurismo: il Dinamismo plastico degli Anni Dieci introduce l'arte più rappresentativa del movimento, quella di Depero, Sironi, Soffici, Funi e Prampolini; l'Arte meccanica degli Anni Venti, sanciti dalla difficile rinascita dopo la guerra e dal sorgere di governi autoritari, sono esemplificati dai cultori dell'idolo-macchina con opere di Balla, Prampolini, Pannaggi e dei futuristi torinesi; l'Aeropittura degli Anni Trenta porta ancora più avanti il discorso della modernità con i voli alla Icaro premonitori dei bombardamenti e delle battaglie aeree della Seconda guerra mondiale.

Altre sezioni spaziano sull'eredità lasciata dal Futurismo: lo spazialismo di Lucio Fontana, il polimaterismo di Alberto Burri, le composizioni di Piero Dorazio e Mario Schifano. 

Molto interessante è la parte dedicata all'architettura, ai progetti della "città nuova" che delineano strutture modernissime, che non sfigurerebbero neppure ora, un secolo dopo, nelle nostre città: Antonio Sant'Elia naturalmente, Mario Chiattoni e Virgilio Marchi. C'è tutta la tensione verso la modernità - vero volgere al futuro - nell'uso di materiali inconsueti come il cartone e le fibre tessili associate ad un nuovo utilizzo del cemento armato, del vetro e del ferro, e nella innovativa scomposizione in livelli delle strade per i pedoni, per le auto e per i tram, generando un costante flusso di movimento.

Nessun aspetto è tralasciato in questa esauriente mostra: la grafica pubblicitaria con i celeberrimi manifesti di Depero, la scenografia teatrale di Balla per "Feu d'artifice" di Stravinskij con il balletto delle luci a tempo di musica, le "parole in libertà" dei poeti caratterizzate dall'uso di vari caratteri tipografici e di inchiostri colorati, il fotodinamismo con fotografie d'autore di Balla e Depero, il cinema futurista qui montato e proiettato.

Insomma, c'è tutto il Futurismo a Palazzo Reale: vi si può cogliere il senso di quell'utopia straordinaria.

Tato, "Sorvolando in spirale il Colosseo (Spiralata)", 1930




Palazzo Reale, Milano
Piazza Duomo, 12

dal 6 febbraio al 7 giugno 2009

Tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30
Lunedì 14.30 -19.30
Giovedì 9.30 - 22.30

Ingresso: Intero € 9,00 - Ridotto € 7,50 - Scuole € 4,50




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LA FRASE DEL GIORNO
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'impossibile?
FILIPPO TOMMASO MARINETTI, Manifesto del Futurismo

venerdì 27 febbraio 2009

La breva


La brezza che soffia dal centro del lago di Como viene chiamata "breva". È un vento leggero che si alza al pomeriggio e porta il bel tempo. Si leva da sud quando cala il "tivano" e non supera la velocità di 28 chilometri orari. Deve il suo nome, secondo alcuni, alla sua breve durata; altri fanno risalire l'etimologia al tedesco "brösen", che è una specie di vento, o alla radice sassone "briva", passaggio.

Edgar Faure, che fu primo ministro francese nel 1952 e nel biennio 1955-56, in un suo libro sui laghi italiani scrisse: "La Breva, il vento del sud che soffia sul lago dopo la calma del mezzodì, è talvolta così tiepido che passando sulla pelle dà l'illusione di tiepide labbra".

Descrizione migliore e più romantica non poteva essere scritta...


La breva "visibile" sull'acqua


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LA FRASE DEL GIORNO
Penso a volte che noi siamo come il vento che trascorre impalpabile. O come i sogni di chi dorme.
CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò

giovedì 26 febbraio 2009

Un secondo autoritratto di Leonardo?

Acerenza è un piccolo comune della provincia di Potenza. È lì che uno storico specialista del medioevo, Nicola Barbatelli, ha scoperto per serendipità, cercando invece notizie su una famiglia nobile legata all'Ordine Sovrano e Militare del Tempio di Gerusalemme, un presunto autoritratto di Leonardo da Vinci. A rivelarlo è un articolo del Times ripreso da tutti i giornali e da numerosi blog.

L'uomo ritratto ad olio sul pannello ha un naso aquilino, occhi chiari e una lunga barba grigia ed è simile all'altro famoso autoritratto leonardesco, il disegno del 1513 conservato alla Biblioteca Reale di Torino, noto anche per essere stato raffigurato sulle banconote italiane da 50.000 lire diffuse tra il 1967 e il 1974. Un cappello rinascimentale completa la figura.

In un primo tempo gli esperti hanno ritenuto fosse il ritratto di Galileo Galilei, ma Barbatelli è stato in grado di collegare l'opera ad un altro ritratto di Leonardo, quello esposto agli Uffizi di Firenze: "La postura, lo stile e la tecnica ricordano quel ritratto" dice lo specialista. A suffragare l'ipotesi che si tratti di un autoritratto sono le parole latine "Pinxit mea"; a suffragare che sia di Leonardo è il fatto che tali parole siano scritte al rovescio, nello stile del genio di Vinci. Inoltre, ad Acerenza viveva una famiglia fiorentina di cui Leonardo era amico.

Leonardo, "Autoritratto", Torino, Biblioteca Reale
.

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LA FRASE DEL GIORNO
Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile.
LEONARDO DA VINCI, Trattato della pittura

mercoledì 25 febbraio 2009

La poesia visiva di Govoni


Sono giorni di celebrazione del Futurismo, a cento anni dalla pubblicazione del Manifesto marinettiano su "Le Figaro". Un bell'esempio dell'avanguardia poetica sorta nella scia di quella corrente è "Il Palombaro", una poesia visiva di Corrado Govoni, che sposa la parola al disegno, elaborando in modo ancora differente lo sfruttamento dei caratteri tipografici di Marinetti e di Apollinaire.

da "Rarefazioni e parole in libertà" (1915)


È un caso rarissimo questo nella poesia italiana, che mette in scena veri e propri disegni con definizioni esasperatamente analogiche degli elementi raffigurati. Il sincretismo fonde parole, oggetti e immagini dando espressione figurale al significante. Così il palombaro diventa "Burattino per il teatro muto dei pesci, acrobata profondo, spauracchio, becchino mascherato che ruba cadaveri d'annegati, uomo pneumatico, assassino ermetico", armato di un'accetta che è un "boia sottomarino". Ed il cavo che lo lega alla superficie e gli fornisce aria e quindi vita, si trasforma sia in "cordone ombelicale" sia in "lenza" - con il palombaro allora "esca". La medusa è la "giostra fosforescente di cavallucci marini", le ostriche sono "cofani di sputi e di perle" e così via... Analogia dopo analogia Govoni, che già nelle sue poesie "normali" coltiva questa iperbole della similitudine, tratteggia tutto un quadro sottomarino.

Altre poesie visive sono inserite nella stessa raccolta: un "Autoritratto" e uno "Specchio", ma il poeta ferrarese si cimenta anche con il gioco dei caratteri tipografici, adornandoli in un suo stile personale con disegni, nel puro stile delle "Parole in libertà". Una prova isolata, certo, ma un esempio di ortodossia futurista, un esercizio di stile che mette in luce la forza del segno ma anche tutto quello che di inespresso in esso rimane. 



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LA FRASE DEL GIORNO
L'urgenza dell'arte si presenta sempre al poeta come una veemente ansia, come un incontenibile bisogno spirituale di veder chiaro e di approfondire il mondo delle cose reali e dei sentimenti
CORRADO GOVONI, Confessione davanti allo specchio

martedì 24 febbraio 2009

Consonno, Las Vegas fantasma


Adagiato tra le verdi colline della Brianza e l'Adda, nel territorio del comune di Olginate, a pochi chilometri da Lecco, sorge un paese fantasma, una follia a metà tra un'intuizione futurista e un sogno disneyano: è il villaggio di Consonno, che negli Anni '60 ebbe notorietà per un progetto fantastico e delirante: la trasformazione di un paesino in una città dei divertimenti, una piccola Las Vegas brianzola.

Fu all'inizio del 1962 che il conte Mario Bagno, un sessantenne nato a Vercelli si comprò tutte le case di Consonno, piccola frazione con radici nel medioevo, per la cifra di 22 milioni e mezzo di lire. L'esca appetibile che aveva usato per ottenerle fu la promessa di realizzare una strada che unisse il nuovo borgo con Olginate. In breve le ruspe e le gru si misero al lavoro con l'euforia e l'alacrità tipica degli Anni '60: il kitsch del conte Bagno, imprenditore edile che in un'intervista d'epoca a Camilla Cederna confessava di recuperare lì "tutto il materiale che ho in giro", era una ossessione pop. Sorsero un fortilizio marocchino, una balera a forma di Alhambra, un minareto che svettava sul palazzo orientale che fungeva da cimitero - in realtà era solo un sistema ingegnoso per nascondere il serbatoio dell'acqua - mischiati a una grotta con la Madonna, a pozzi medioevali, a colonne classiche e rocce finte, a una Venere dipinta di rosso, a macigni blu, a fioriere variopinte, a cascate policrome, paesaggi cinesi e giapponesi, scene da "Mille e una notte". Intanto gli abitanti del paese diventarono baraccati ed i primi turisti iniziarono a giungere, attratti da questo luna-park postmoderno non distante da Milano. Una distruzione ambientale e paesistica che oggi sarebbe inconcepibile.

Comunque, qualcosa non andò per il suo verso: arrivarono gli Anni '70 di crisi e di disagio. Una frana pose fine al progetto del conte Bagno, originata dalle colate di cemento riversate sulla collina: la strada che portava a Consonno fu interrotta, il paese dei divertimenti isolato. Bagno ormai era anziano, provò un'ultima carta negli Anni '80 per rilanciare l'idea e trasformare il parco del kitsch in una casa di riposo, prima di rinunciare e morire ultranoventenne. Qualche anno fa un "rave" portò ulteriore devastazione.

La frana fortunatamente ha risparmiato alla vista i nuovi progetti, rimasti sulla carta: un castello, un café chantant, un portico in stile tirolese. Ora qualcosa si muove, il comune di Olginate valuta come riqualificare il paesino, magari conservando qualche elemento del passato recente, aprendo ad una vocazione agrituristica. Una sfida per far dimenticare lo scempio ambientale e cancellare le rovine che fanno - al momento - della "Las Vegas brianzola" un paese fantasma. È da quello che è rimasto dell'antica frazione che Consonno dovrebbe rinascere: la chiesa di San Maurizio e la canonica, miracolosamente scampate al vanaglorioso programma del conte Bagno.


Il minareto di Consonno, oggi 
(Foto: ilcarota, da Panoramio)


UN SITO COMPLETO SU CONSONNO



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LA FRASE DEL GIORNO
C'è nei sogni, specialmente in quelli generosi, una qualità impulsiva e compromettente che spesso travolge anche coloro che vorrebbero mantenerli confinati nel limbo innocuo della più inerte fantasia.
ALBERTO MORAVIA, I racconti, L'avaro

lunedì 23 febbraio 2009

Il gatto di Flaiano


Scienza, filosofia e teologia sono mondi distinti che talora collimano e più spesso divergono. L'etica e la morale sono qua ristrette e là dilatate, il lecito schiacciato o allargato. 

Ennio Flaiano, in una delle sue rare poesie, tratta da "La valigia delle Indie", del 1959, descrive magnificamente le differenze tra queste branche dello scibile, tra questi modi di pensare e ragionare. C'è da concludere che gli esempi davvero valgono più di tante parole.

Lo Scienziato cerca un gatto,
un gatto nascosto
in una stanza buia.
Non lo trova ma...
ma ne deduce che è nero.

Il Filosofo cerca un gatto,
un gatto che non c'è
in una stanza buia.
Non lo trova ma...
ma continua a cercare.

Il Teologo, oh il Teologo
cerca lo stesso gatto.
Non lo trova ma dice
di averlo trovato.


Ecco allora il procedimento deduttivo e sperimentale dello scienziato, il ragionamento logico del filosofo, basato su procedimenti metafisici, e la fede incrollabile del teologo. Tutto per cercare un gatto...


Fotografia di David McEnery


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LA FRASE DEL GIORNO
Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l'errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un'altra verità, altrettanto valida, e l'errore un altro errore.
ENNIO FLAIANO, Diario degli errori

domenica 22 febbraio 2009

Luciano Folgore


Uno dei poeti più attivi e più battaglieri della generazione futurista, cui aderì già nel 1909, fu Luciano Folgore: già dallo pseudonimo - nato a Roma nel 1888, si chiamava all'anagrafe Omero Vecchi - sposò in pieno l'ansia del movimento marinettiano per la velocità, per il progresso, per la forza insita in quella "folgore" usata come cognome, esaltazione dell'«entusiastico fervore degli elementi primordiali» citato al punto 5 del celebre Manifesto dell'avanguardia.

Collaboratore della "Voce", di"Lacerba", della "Diana", di "Poesia e Arte", di '"Italia Futurista", di "Sic" e direttore della rivista romana "Avanscoperta", Folgore è un vero Futurista: abbandonato il sentimentalismo crepuscolare, aderisce ai dettami del totale contatto alla vita fisica, alla visione del mondo "con occhi nuovi", pronto a cogliere le immagini e le analogie. Riesce a esprimere pienamente e con schietta sicurezza il senso dinamico e luminoso della materia preso dal Futurismo come suo tema fondamentale: la sensualità, il colore, la vitalità.


DA "CITTÀ VELOCE" (1919)


TUTTA NUDA

Te, nuda dinanzi la lampada rosa,
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa.

Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d'odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l'anima.



*

PAUSE POMERIDIANE

Fine d'agosto. Tranquillità. Poche rose.
La terrazza. Lontananza. Una vestaglia,
la tua.
Vetture. Uomini. Fanciulli. Risate.
Rondini della domenica.
Domenica delle ultime rondini.

Sola. Lassù. Presa dal silenzio.
Diafana quasi contro luce.
Non salgo. Tutto è dolce. Tutto è giardino,
qui.
Campanellini dei cuori: din-din din-din din-din.
Marciapiedi con pagliuzze luminose.
Alberi mezzi gialli di sole.
Passeggiata verso il parco.
E questo andare con gli sconosciuti in vacanza
dagli abiti lustri e festivi.
Tu fuori vista. Senza desideri. Lassù.
io invece pieno di musica.
Goccia troppo pesante, ci dividiamo in due parti.
Tu per gli arcobaleni della nostalgia
sulla corda azzurra dell'aria.

Io per la marea lenta, che riempie
i mormoranti arcipelaghi
della grande domenica in ozio.
Domani, lontani, molto lontani.
Disuniti per sempre,
per altre goccie che ci prenderanno
nelle combinazioni fluviali del destino.



*

PORTA VERNICIATA DI FRESCO

Freschezza di una tinta verde
(E tu, porta, che la senti
con la resina dentro in pieno odore).
Primavera della vernice
(e potremmo anche avviarci
per un paese di pini
e d'altre aromatiche piante
con un bel mare a maggese
in fondo).

Ma c'è un sole che ci ferma
a mezza strada,
invischiando la maraviglia nostra
fra le pagliuche d'oro
del tuo colore fresco.
Porta lasciata sola
in questo muro di cinta.
perduta forse;
premuta forse
non so da quanti cespugli in amore:
Ronzano due calabroni
e una goccia più verde
cammina lungo la serratura,
lentissimamente.
Nella strada nessuno.
Soltanto un poco di senso d'infanzia
per cinque dita di bimbo
impresse nel fresco della vernice.
E la guarda strano il mandarino,
che si spenzola
pesantemente dal muro,
nel desiderio di gocciarsi
vicino alla porta.
Chissà?
Cerca una mano che colga
la sua maturità,
più che due stille di resina
sparpagliate
in una primavera di tinta.
Ma...






Fortunato Depero, "Rotazione di ballerina e pappagalli"



BIBLIOGRAFIA DI LUCIANO FOLGORE

Canto dei motori, Edizioni Futuriste di Poesia Milano, 1912
Ponti sull'Oceano, Edizioni Futuriste di Poesia, Milano, 1914
Baionette, Edizioni Futuriste di Poesia, Milano, 1915
Città veloce, La Voce, Roma, 1919
Nuda ma dipinta (novelle), Campitelli, Foligno, 1921
Poeti controluce (parodie), Campitelli, Foligno, 1922
Liriche, Campitelli, Foligno, 1930
Poesie scelte, Ceschina, Milano, 1940



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LA FRASE DEL GIORNO
(La poesia) libera dal nostro sguardo interno la pellicola di confidenza che ci vieta di scorgere la meraviglia del nostro essere. Ci obbliga a sentire ciò che percepiamo e ad immaginare ciò che conosciamo.
PERCY BYSSHE SHELLEY, Difesa della poesia

sabato 21 febbraio 2009

La triste sera di Saba


SERA DI FEBBRAIO


Spunta la luna.
                    Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
                              Ed è il pensiero
della morte che, infine, aiuta a vivere.



Questa tarda poesia di Umberto Saba, tratta da "Ultime cose", raccolta che include le poesie dal 1935 al 1943, esprime bene quell'atavica nozione del dolore e quel bisogno di introspezione che latitano sotto traccia in tutta l'opera del poeta triestino.

La cupa solitudine, la disperazione sono però accresciute adesso: sono anni in cui c'è la minaccia delle leggi razziali e Saba è ebreo. Ecco allora che la "serena disperazione" degli anni 1913-1915 ("E chi mi avrebbe detto la mia vita / così bella, con tanti dolci affanni, / e tanta beatitudine romita!" sono i versi finali di "Dopo la tristezza") perde quell'aggettivo di accettazione e diventa sconforto tout court: quello che appare un puro dato paesistico, il sorgere della luna in una sera fredda e ventosa di febbraio, il rapido declinare del giorno in una notte che è ancora d'inverno, in realtà è l'espressione dello stato d'animo di Saba, quel doloroso senso del vivere che pesa sul cuore.

E i giovani di allora, esattamente come quelli di oggi, si muovono allegri e sguaiati per la strada, in attesa di raggiungere i loro divertimenti - allora poteva essere il cinema, l'osteria o il bordello. Povere mete, obiettivi meschini e materiali che ai ragazzi dicono molto di più del fascino di quell'ora sospesa, delle suggestioni che invece fanno nascere nel poeta, delle malinconie che suggeriscono.

Amarissima è la conclusione di Saba, che si sente estraneo alle altre esistenze: la sua consolazione è che la vita un giorno avrà fine e la morte sarà come una liberazione. Un po' come l'ungarettiana "La morte / si sconta / vivendo".

Da segnalare che "Sera di febbraio" segna un accostamento di Saba all'Ermetismo, come egli stesso dichiarò: "Le parole saranno sempre più parole del linguaggio comune; ma al tempo stesso egli le isolerà così da dare ad ognuna il suo vero valore" (Storia e cronistoria del "Canzoniere", Einaudi, 1948).




Anonimo, "The Embankment"



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LA FRASE DEL GIORNO
La rima può essere ovvia come fiore amore, o creare impensati accostamenti. Ma solo allora è al suo luogo, quando, se volti in prosa il componimento, non puoi sostituire, senza danno del significato, le parole che rimano.
UMBERTO SABA, Scorciatoie e raccontini

venerdì 20 febbraio 2009

Cento anni di Futurismo


"Avevamo vegliato tutta la notte - i miei amici ed io - sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture".

È con queste parole che Filippo Tommaso Marinetti descrisse le discussioni che portarono alla nascita del movimento futurista: il culmine fu la pubblicazione del Manifesto Futurista, il 5 febbraio 1909, quasi una prova, sulla "Gazzetta di Modena" e il 20 febbraio, in grande stile, a Parigi su "Le Figaro". Attorno a Marinetti nasceva un movimento che organizzava e faceva germogliare dei semi già presenti nella letteratura e nelle arti di inizio Novecento: la rivoluzione era quella di guardare al futuro, al progresso, all'esaltazione delle macchine, abbandonando il "chiaro di luna nostalgico, sentimentale e lussurioso" e opponendogli "l'eroismo ingiusto e crudele che domina la febbre conquistatrice dei motori". Rompere con il passato e le tradizioni quindi, e gettarsi a capofitto nella modernità e nel dinamismo, nelle conquiste della tecnologia: "Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente".


Le Figaro del 20 febbraio 1909


Marinetti, poeta trentaduenne, capisce che i fermenti culturali che ha raccolto qua e là, ad esempio in Gian Pietro Lucini, in Boccioni, Balla e Carrà, vanno indirizzati: lo fa dal centro del mondo nel 1909, Parigi. E allora ne detta i principi fondamentali, che verranno poi dettagliatamente sviluppati nei singoli Manifesti Tecnici di ogni arte, da quello della letteratura a quello della scultura, da quello della cinematografia a quello della pittura. Per "liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquarii".

I punti principali del Manifesto sono poi quelli che porteranno i Futuristi ad entrare in guerra, a schierarsi per l'interventismo: amore del pericolo e dell'eroismo, audacia e ribellione, aggressività, fervore, lotta, violento assalto, guerra, rivoluzione - sono tutte parole che compaiono negli undici punti stilati da Marinetti. È già scritto lì dentro tutto quello che avverrà: la rivoluzione è delle parole, dei dipinti, della musica, della scultura. Il simbolo di tutto il movimento può essere riassunto nella celebre "Forme uniche della continuità nello spazio" di Umberto Boccioni, raffigurata sul retro delle monete italiane da 20 Eurocent: il classicismo viene accantonato, il mondo è osservato da un nuovo punto di vista, si distrugge e si ricostruisce. È così anche in poesia, dove si prende a picconate la sintassi e si dispongono i sostantivi a caso - prodromi del Dadaismo, dove si fa largo uso dell'analogia e si abolisce la punteggiatura per uscire dagli schemi, per essere davvero rivoluzionari. I futuristi troveranno nuovi modi di esprimersi, con le "Parole in libertà" e le poesie visive. Poi quei giovani invecchieranno e torneranno alla poesia classica, come Corrado Govoni, Luciano Folgore e Giovanni Papini. La bella illusione si è spenta con le atrocità della guerra...


BOMBARDAMENTO
Filippo Tommaso Marinetti


ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare
spazio con un accordo
tam-tuuumb
ammutinamento di 500 echi per azzannarlo
sminuzzarlo sparpagliarlo all’infinito
Nel centro di quei
tam-tuumb
spiaccicati (ampiezza 50 chilometri quadrati)
balzare scoppi tagli pungi batterie tiro
rapido Violenza ferocia regolarità questo
basso grave scandere gli strani folli agita-
tissimi acuti della battaglia Furia affanno
orecchie occhi
narici aperti attenti
forza che gioia vedere udire fiutare tutto
tutto
taratatatata delle mitragliatrici strillare
a perdifiato sotto morsi schiaffi
traak-
traack
frustare pic-pac-pum-tumb bizz-
zzarie salti altezza 200m. della fucileria
Giù giù in fondo all’orchestra stagni
diguazzare buoi bufali
pungoli carri
pluff plaff inpen-
impennarsi di cavalli flic flac
zing zing sciaaack
lari nitriti iiiiii….. scalpiccii tintinnii 3
battaglioni bulgari in marcia
croooc-craac
[LENTO DUE TEMPI] Sciumi Marita
o Karvavena
croooc craaac grida degli
ufficiali sbataccccchiare come piattttti d’otttttone
pan di qua paack di là cing buuum
cing ciack [PRESTO] ciaciaciaciaciaak
su giù là là in-torno in alto attenzione
sulla testa ciaack bello Vampe
vampe
vampe vampe
vampe vampe
vampe ribalta dei forti die-
vampe
vampe
tro quel fumo Sciukri Pascià comunica tele-
fonicamente con 27 forti in turco in te-
desco allò
Ibrahim Rudolf allô allô
attori ruoli echi suggeritori
scenari di fumo foreste
applausi odore di fieno fango sterco non
sento più i miei piedi gelati odore di sal-
nitro odore di marcio Timmmpani
flauti clarini dovunque basso alto uccelli
cinguettare beatitudine ombrie cip-cip-cip brezza
verde mandre don-dan-don-din-béèé
tam-tumb-
tumb tumb tumb-tumb-tumb
-tumb
Orchestra pazzi ba-
stonare professori d’orchestra questi bastonatissimi
suooooonare suooooonare Graaaaandi
fragori non cancellare precisare ritttttagliandoli
rumori più piccoli minutissssssimi rottami
di echi nel teatro ampiezza 300 chilometri
quadrati Fiumi Maritza
Tungia sdraiati Monti Rò-
dopi ritti alture palchi log-
gione 2000 shrapnels sbracciarsi ed esplodere
fazzoletti bianchissimi pieni d’oro
Tum-
tumb
2000 granate
protese strappare con schianti capigliature
tenebre
zang-tumb-zang-tuuum-
tuuumb
orchestra dei rumori di guerra
gonfiarsi sotto una nota di silenzio
tenuta nell’alto cielo pal -lone
sferico dorato sorvegliare tiri parco aerostatico Kadi-Keuy .



Umberto Boccioni, "Forme uniche della continuità dello spazio"


MOSTRE

Futurismo. Avanguardia avanguardie
Roma, Scuderie del Quirinale - Via XXVI Maggio, 16

dal 20 febbraio al 24 maggio 2009
dalle 10.00 alle 20.00 (Venerdì e sabato 10-22.30)
Ingresso: 10 Euro, 7,50 ridotto.


F.T. Marinetti = Futurismo
Fondazione Stelline - Sala del Collezionista
Corso Magenta, 61 - Milano

Dal 12 febbraio al 7 giugno 2009
da martedì a domenica 10.00 - 20.00
Ingresso: 8 Euro, ridotti 6 Euro, scuole 3 Euro


Futurismo 1909-2009
Velocità + Arte + Azione
Palazzo Reale
Piazza Duomo, 12 - Milano

Dal 6 febbraio al 7 giugno 2009
lunedì 14.30 - 19.30
martedì-domenica 9.30 - 19.30
giovedì 9.30 - 22.30
Ingresso: 9 Euro, ridotto 7 Euro (ultra65enni, disabili)
ridotto speciale 4,50 Euro


Futurismo 100 - Illuminazioni, Avanguardie a confronto
MART
Rovereto (TN) - Corso Bettini, 43

Dal 17 gennaio al 7 giugno 2009
da martedì a domenica 10.00-18.00 (Venerdì 21.00)
Ingresso: 10 Euro, ridotto 7 Euro


Manifesto di Depero



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LA FRASE DEL GIORNO
Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
FILIPPO TOMMASO MARINETTI, Manifesto del Futurismo, 20 febbraio 1909

giovedì 19 febbraio 2009

Il mattino di Luzi


LA NOTTE LAVA LA MENTE

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
file d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.



La notte, il riposo che ridona al mondo un nuovo giorno, che dà una nuova opportunità con l'alba e apre a nuove speranze, è passata. Mario Luzi coglie questo momento, l'inizio di un nuovo giorno, nella poesia "La notte lava la mente".

Ebbene, i pensieri sono rimasti nel giorno trascorso, la mente ha usato il sonno come un parziale reset per ritrovare vigore. E tutti sono pronti a ricominciare. Luzi ci presenta la gente come una folla da limbo dantesco: una "fila d'anime" che ha ancora i suoi slanci ed i suoi problemi, ed è stata lanciata nell'avventura di un'altra giornata - forse questa è la pena, vivere. Il poeta toscano, ancora una volta, sceglie di condividere la precarietà dell'esistenza, i messaggi negativi della condizione umana: anch'egli è parte di quel mondo, di quelle anime che vagano in una sofferenza che Bàrberi Squarotti, parlando della poetica di Luzi, definì "espiazione purgatoriale".

E allora si vive: "segni di vita" si palesano sul mare, che sia una vela o un peschereccio, che sia qualcuno che traccia segni con un bastoncino sulla sabbia bagnata o un isolato volo di gabbiani. Puntini nella piccola porzione di universo che il poeta può osservare. 


Edward Hopper, "Le rivage abrité"


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LA FRASE DEL GIORNO
E poiché non è possibile tenere sempre gli occhi chiusi, ecco che si manifesta il vero disturbo - la sofferenza del cuore - la sofferenza del mondo.
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

mercoledì 18 febbraio 2009

L'anacoluto


Talvolta anche un errore può diventare forma artistica. Quando un periodo viene iniziato con un costrutto sintattico e poi prosegue con un altro differente, si ha in grammatica l'anacoluto

Il termine, come per tutte le figure retoriche e grammaticali, deriva dal greco: in questo caso dall'unione del prefisso negativo αν e dall'aggettivo ακόλουθος, ovverosia "che non segue", "inconseguente". È un errore di sintassi, un parlare campato in aria, un accavallarsi di frasi che qualsiasi insegnante correggerebbe in un tema. Ma... 

"- O in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi..."

Chi oserebbe correggere Alessandro Manzoni, che fa parlare così Renzo Tramaglino nel capitolo XXXV dei "Promessi sposi"? Nessuno: è un artificio letterario, un'idea geniale per esprimere al meglio la passione violenta di Renzo, quell'odio sordo verso Don Rodrigo che lo ha tenuto lontano a lungo dall'amata Lucia e lo ha costretto a vivere dolori e peripezie. L'anacoluto "quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi" serve a rendere la foga, la poca lucidità di Renzo nel dire quelle frasi, nel far seguire al pronome "che" un nuovo soggetto con il suo predicato. 

E quell'errore sintattico è quanto di meglio si poteva fare: in questo caso non seguire le regole diventa potenza espressiva. Romanzi e racconti possono fornire esempi infiniti, non altrettanto la poesia, più meditata, più vicina all'emozione: lì la forza dell'espressione è affidata in gran parte alle immagini. Nonostante questo, c'è un verso di "Romagna" di Giovanni Pascoli che così recita: "Io, la mia patria or è dove si vive"...


Immagine da ASCAS



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LA FRASE DEL GIORNO
La passione ottunde la facoltà di discernere, e cede in tutta serietà a stimoli che a mente fredda giudicheremmo umoristici o respingeremmo con disgusto.
THOMAS MANN, La morte a Venezia

martedì 17 febbraio 2009

Meraviglie antiche


Abbiamo già visto con il meccanismo di Anticitera l'ossessione degli antichi di misurare l'universo ed il mondo, di applicare le proprietà della fisica alla vita quotidiana. Quell'oggetto misterioso non è un'intuizione isolata nelle meraviglie tecniche e scientifiche dell'antichità: grandi matematici quali Euclide, Archimede, Ctesibio ed Erone non si limitarono allo studio dei numeri e della geometria, ma si dedicarono anche all' applicazione pratica dei principi individuati.

Un ambito di attuazione abbastanza vasto fu quello dell'idraulica: i giochi d'acqua che ornavano le fontane usufruivano della pressione dell'acqua per generare suoni e movimenti; del 275 a.C. è l'organo idraulico, strumento musicale che si avvaleva del medesimo principio. La meccanica portò a sviluppare macchine per l'uso teatrale: con carrucole, ruote, pesi e contrappesi si realizzavano dei dispositivi che simulavano gli effetti speciali: è noto agli storici del teatro il girotondo delle Baccanti attorno al dio Dioniso nella famosa tragedia di Euripide. Con il vapore veniva invece alimentata la "Eolipila", una miniturbina la cui funzione rimane sconosciuta: la azionava l'acqua vaporizzata dal calore di un fuoco acceso sotto di essa.

La "Eolipila" di Erone (Fotografia da Pendulum)


È anche grazie a questi piccoli esperimenti che gli uomini di oltre duemila anni fa riuscirono a costruire quelle che ancora oggi sono definite "le sette meraviglie del mondo": tutti ci siamo chiesti come sia stato possibile erigere le Piramidi, quale sforzo sovrumano sia occorso, quali tecniche siano state ideate e adoperate. Così deve essere stato per le opere andate distrutte, in particolare il Faro di Alessandria, che illuminava la notte per miglia e miglia, e i giardini di Babilonia: nessuno è più riuscito da allora a portare la vegetazione lussureggiante nel cuore dell'Iraq.

E noi, che con le nostre macchine e i nostri computer, ci crediamo padroni del mondo...




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LA FRASE DEL GIORNO
Fino a quando la macchina sia presente, si ha l'obbligo di usarla. Nessuno attinge acqua dal pozzo, quando si può girare un rubinetto.
GEORGE ORWELL, La strada di Wigan Pier

lunedì 16 febbraio 2009

La foto dell'anno 2008


È dal 1995 che viene assegnato il Premio World Press per la fotografia giornalistica più significativa. Quest'anno il vincitore è Anthony Suau, autore di questo scatto in bianco e nero.


Il fotografo americano ha colto tutta la tragedia della crisi dei mutui "subprime" immortalando per "Time Magazine" un poliziotto che controlla circospetto una casa abbandonata dai suoi abitanti, non più in grado di rimborsare il loro debito immobiliare. Armato, in una stanza dove sono ammassati inutili averi, quasi una sentinella contro la crisi.

Ad Anthony Suau andrà un premio di 10.000 euro, che gli sarà consegnato il prossimo 3 maggio in una cerimonia ad Amsterdam.

Suau è il vincitore assoluto, ma vi sono altri 63 vincitori nelle varie categorie: consiglio di visitare il sito ufficiale di World Press per ammirare fotografie davvero straordinarie.


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LA FRASE DEL GIORNO
La fotografia non mostra la realtà, mostra l'idea che se ne ha.
NEIL LEIFER

domenica 15 febbraio 2009

Cos'è la poesia? (IX)


Proseguiamo la ricerca sull'essenza della poesia: diamo voce a Giorgio Vigolo, poeta romano nato nel 1894 che di Roma ha fatto il centro dei suoi versi con una tensione stilistica che esteriorizza l'esplorazione della memoria operandovi una trasfigurazione onirica. Vigolo ci spiega che cos'è la poesia partendo dal principio, ovvero dall'atto della scrittura, da quel momento in cui la poesia, quasi da sé, genera l'impulso di tradurre un'emozione - fili d'erba sul tetto di una chiesa, una luce che risalta tra gli alberi, un vicolo silenzioso nel pomeriggio di luglio - in versi.


SCRIVERE UNA POESIA

Scrivere una poesia
sempre è un colpo di mano sull'ignoto,
un penetrare svegli
nel mistero del sogno,
un prendere possesso della notte.

Aggiramento, azione di sorpresa
sulla nostra città profonda:
forzare la sua porta,
entrare fra le case addormentate,
scoprire il loro segreto.

Perciò una poesia
si scrive di soppiatto,
all'insaputa quasi di noi stessi;
è un contrabbando fatto sui confini
sorprendendo le scolte, è un furto sacro
in cui si rischia la dannazione
o il bacio divino.

Perciò poetando non si deve quasi
vedere ciò che si scrive
nel tenebrore, nel dormiveglia,
nei frastagli del confine
che sono come i fiordi della mente
ove si penetra nei mari interni
molto addentro nei seni
di una soprannaturale calma.


(da "Nuove poesie", 1966)


Dunque la poesia è un fuoco sacro, un mistero da penetrare per vincere l'ignoto, è il rischio che il poeta corre per andare oltre la realtà, per comprendere che il mondo non si esaurisce solo nel visibile, nel finito. È la lama di luce che permette di scorgere per un breve istante il segreto che si cela nell'oscurità. Il poeta dunque è simile al profeta, che rivela al mondo la verità.


Fotografia: John Lawrence



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LA FRASE DEL GIORNO
Sulle mura d'incubo
dove hai passato il giorno della vita,
dove hai graffito come un carcerato,
lì è scritta la tua vera poesia
che hai dimenticato,
che non sapresti più decifrare.

GIORGIO VIGOLO, Canto del destino

sabato 14 febbraio 2009

Una rosa rossa


ANONIMO

AH SE FOSSI UNA ROSA ROSSA!


Ah se fossi una rosa rossa! Allora
mi prenderesti fra le mani, offrendomi
come una grazia il tuo seno di neve.

(da Antologia Palatina, V-84)


Nulla si sa del poeta greco che scrisse questo distico, trasformato mirabilmente in tre endecasillabi dal traduttore d'eccezione, Salvatore Quasimodo. Tutto quello che ci resta sono questi versi delicati e passionali, il desiderio di trasformarsi in una rosa - rossa come il sangue e l'amore - per poter essere stretti al seno dall'amata.

Secoli e secoli sono passati, ma questa immagine ancora ci stupisce per l'amore che racchiude, per quella sottile vena di sensualità che la attraversa: l'umanità, che si è tanto evoluta sotto altri aspetti, si ritrova nell'amore ancora vicina a questi anonimi greci dei primi secoli dopo Cristo. Il sentimento è una costante...

A tutti gli innamorati, buon San Valentino!





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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è nulla di più dolce dell'amore. Quale dolcezza lo supera? Sputo anche il miele.
NOSSIDE, Antologia Palatina, V-170

venerdì 13 febbraio 2009

Il poeta come osservatore


Il poeta è colui che osserva, che guarda il mondo scorrergli davanti: anche quando entra nella scena, lo fa come se si guardasse da fuori o dall'alto, da un punto di vista privilegiato. Mi sovvengono i versi di Guido Gozzano, dai "Colloqui": "Non vivo. Solo, gelido, in disparte / sorrido e guardo vivere me stesso". E anche una sua frase da "Madre d'oltre alpe", racconto inserito in "L'ultima traccia": "Il destino offre anche in provincia figure e situazioni singolari, tragiche, striduli, interessanti per chi assiste alla vita con occhi saggi e contemplativi, come ad una cosa inventata".

Il poeta come osservatore, quindi. È quello che trovo in un sonetto del cubano Alexis Diaz Pimienta, nato all'Avana nel 1966: 


NELLA PISCINA DELL'HOTEL SIVIGLIA

Quella ragazza dalla pelle scura,
quella che bacia e abbraccia lo straniero,
con le sue trecce false, Cuba pura
che scola birra Hatuey e usa sincera

accento, gergo e arti di terra dura,
l'arrangiarsi di poveri quartieri;
quella ragazza con la vita tesa
come un violino in preda ai desideri;

quella ragazza con la notte accesa
su tutto il corpo, che tiene distesa
tutta quell'ombra sul sole d'Europa;

quella ragazza ignora che io esisto,
che le scrivo un sonetto e che la vesto
di versi in rima, mentre lui la spoglia.



Eccolo dunque, il poeta: immaginiamolo seduto a un tavolino di quell'Hotel Siviglia, a Cuba, con una birra e un taccuino davanti. Osserva, perché è questo che fanno i poeti: osserva e ha un'intuizione, la poesia gli si presenta sotto forma di emozione, di sentimento. È la dolcezza con la quale vuole rivestire una povera ragazza cubana che si prostituisce con gli europei per sfuggire alla povertà. È quel senso di non poter cambiare le cose, di dover semplicemente osservare e raccontare: è tutto quello che il poeta può fare, comunicare quell'emozione, dire a noi europei con una sottile indignazione che non possiamo cambiare la vita di quella ragazza in questo modo. Osservare e riferire...

La piscina dell'Hotel Siviglia all'Avana
(Fotografia: Magitel Voyages)


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LA FRASE DEL GIORNO
Io non vivo la vita, l'osservo.
GUIDO GOZZANO, L'altare del passato

giovedì 12 febbraio 2009

Nuove disposizioni di legge


L'uomo era in bilico sull'orlo esterno del ponte, con i piedi pericolosamente in equilibrio sulla sottile striscia di pietra. Aveva scavalcato la spalletta qualche secondo prima e si sera soffermato su quel limite esiguo. Sotto, il fiume scorreva nero e minaccioso nella sera, illuminato qua e là da radi fanali.

Ettore Delmas passava di lì per caso con la sua auto: aveva deviato dal solito percorso per fare visita ad un amico convalescente. Vide tutta la scena: scavalcamento, istante di indecisione sul bordo di selce, fermata sulla sporgenza. Fermò l'auto e scese verso l'uomo, senza correre per non allarmarlo, ma con una certa urgenza nel passo. "No, non lo faccia" gli disse quando riuscì a giungergli vicino "una soluzione si trova sempre". Vide lo sguardo stupito del suicida, un lampo attraversargli gli occhi spenti sulla faccia inespressiva. Pensò: "Oddio, ora si butta!". Invece l'uomo lasciò che Ettore Delmas lo blandisse, gli raccontasse di quante belle cose può offrire la vita, delle opportunità che uno neanche si immagina. Si sentiva come "l'angelo vestito da passante" nella canzone di Modugno: erano le stesse che si dicevano in quel brano le cose che ora stava elencando allo sconosciuto di là dalla spalletta.

Alla fine, dopo tanto parlamentare, riuscì a convincerlo. L'uomo rimise una gamba a cavalcioni del ponte, quando si fermò un'altra auto e dal sedile posteriore scese un tipo elegante. "No, non lo faccia" anche lui grido! "Gliel'ho appena detto anch'io" commentò Delmas. "No, no! È a lei che mi sto rivolgendo" disse l'uomo in ghingheri, "permetta che mi presenti: Dottor Edgardo Lupori, magistrato. Dicevo: non lo faccia! Non sa che lei sta commettendo un reato?". Delmas sbiancò e riuscì a farfugliare: "Un reato? Ma se gli sto impedendo di farla finita!" "Appunto questo è il problema", ribatté il magistrato "secondo le nuove disposizioni di legge, bisogna rispettare le volontà personali: non possiamo ordinare ai medici di curare la gente, né possiamo obbligare questa ad essere curata; non possiamo impedire a chicchessia di fumare, drogarsi, stordirsi di vino o di pasticche; non possiamo prescrivere terapie psicologiche alle ragazzine anoressiche né alle bulimiche. E soprattutto non possiamo - e ribadisco non possiamo - contrastare chi ha deciso di farla finita".

"Ma in che razza di stato viviamo?" stava per dire Delmas, ma si trattenne, pensando che, viste le nuove disposizioni, questo avrebbe potuto essere configurato come oltraggio o vilipendio. "Che devo fare?" si limitò a chiedere, sconsolato. "Nulla" gli rispose il dottor Lupori "risalga in macchina e se ne vada, torni a casa da sua moglie e dai suoi figli, se ne ha, oppure vada a bersi una birra. Lei è un uomo fortunato: se invece di incontrare una persona comprensiva e di vedute progressiste come me" e qui gli fece l'occhiolino "avrebbe potuto passare seri guai. Vada, vada..." "Ma con il signore qui, come facciamo?" osò chiedere Ettore Delmas, un poco rinfrancato. "Non si preoccupi" gli sussurrò il magistrato, mettendogli una mano sulla spalla, "ci penso io. Lei vada, e passi una buona serata..."

Ettore Delmas salutò poco convinto e si allontanò. Risalì in auto e riprese la strada pensando alle stranezze della legge. Nello specchietto retrovisore riuscì a vedere il resto della scena: il dottor Lupori chiese qualcosa al tentato suicida, probabilmente quale fosse la sua volontà; questi gli fece un cenno con il capo, a Delmas sembrò un assenso. Poi, l'uomo riscavalcò la spalletta e si lasciò andare nelle acque gelide del fiume. Il magistrato prese posto nella lussuosa berlina blu e fece segno all'autista di ripartire.


Alvin Langdon Coburn, "Regent's Canal, Camden Town, London"


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LA FRASE DEL GIORNO
Le cattive leggi sono la peggior sorta di tirannia.
EDMUND BURKE

mercoledì 11 febbraio 2009

Apologia dei portici


Sono stato a Busseto, ho camminato sotto i portici. Adoro camminare sotto i portici da sempre: credo che sia per quel senso di protezione che danno, per quel farti sentire in una casa.

La funzione dei portici non è altro che quella di porre in contatto lo spazio privato della casa con quello pubblico della strada: sono un luogo di incontro e di comunicazione, sicuro e ospitale. Non è un caso che i bar vi pongano i loro tavolini trasformandone ampi tratti in un salotto dove conversare.

Tutto il contrario di certi lunghi viali cittadini aperti al vento e agli elementi: lì si perde quella finalità, diventano solo vie di scorrimento, dove non si sosta, ma si percorre.

Ecco perché amo le città ed i paesi che conservano tratti porticati: mi vengono in mente Merano, Bolzano, San Pellegrino ma anche i portici più moderni di Lignano Pineta e di Corso Vittorio Emanuele a Milano. Tutto il fascino sta nel “tetto”, nelle colonne.


Merano, Via Portici / Laubenstrasse


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LA FRASE DEL GIORNO
Guardate cosa vuol dire l'arte! Sono quasi cinquant'anni che vedo tutti i santi giorni quel porticato, e soltanto adesso mi accorgo che è bello!
GIOVANNI GUARESCHI, Gente così

martedì 10 febbraio 2009

Il discorso mancato di Pio XI


Pochi giorni dopo aver celebrato il 17° anniversario di pontificato, il 10 febbraio 1939 moriva in Vaticano papa Pio XI: la salute del pontefice, quasi ottantaduenne, era malandata, e certo non gli giovò il periodo in cui si trovò ad essere a capo della Chiesa. Era preoccupato per le misure adottate dal regime fascista e per le infami leggi razziali che erano state appena adottate, era impensierito dalle incrinature diplomatiche tra Stato e Chiesa seguite al Concordato del 1929.

Fa luce sugli ultimi giorni di Pio XI il gesuita Giovanni Sale su Avvenire. Il redattore della "Civiltà Cattolica" spiega, sulla base di documenti consultati nell'Archivio Vaticano: «Un dossier della Segreteria di Stato, sistemato e accompagnato da opportuni commenti da monsignor Domenico Tardini, a quel tempo segretario della congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, contiene importanti documenti, relativi ad alcune questioni trattate dal Papa nelle ultime settimane di vita. Non mancano osservazioni sulla materia razziale o sui provvedimenti contro la dottrina cattolica che amareggiavano il cuore del papa. Preoccupazioni che gli provocavano delle vere e proprie crisi cardiache». 

A testimonianza il gesuita aggiunge una trascrizione datata 28 dicembre 1938, finora inedita, con la quale il nunzio apostolico in Italia Francesco Borgongini Duca riferiva il colloquio con Galeazzo Ciano: «In seguito al vulnus del Concordato, il decennale della Conciliazione si presenta piuttosto male: tutti i cattolici si sentono umiliati, senza nessuna nostra colpa; però è un fatto che da quando funziona l’asse Roma-Berlino, sono cominciati i nostri dolori e siete arrivati a vulnerare il Concordato. Voi potete comprendere come tutti i cattolici ne siano allarmatissimi. Di più, S. E. il Capo del Governo [Mussolini] ha trattato troppo male il Papa, ed una Sua augusta Lettera è stata lasciata senza esser presa in considerazione e senza risposta». 

In un discorso ai cardinali per il Natale 1938, lo stesso Pio XI aveva dimostrato tutta la sua tristezza: «Dobbiamo purtroppo dire che l’auspicato decennale, così come a Noi viene od è fatto venire, non può portare la serena letizia, alla quale sola vorremmo far luogo, ma piuttosto arreca vere e gravi preoccupazioni e amare tristezze. Tristezze amare davvero, quando si tratta di vere e molteplici vessazioni — non diciamo proprio generali — ma certo molto numerose e in luoghi parecchi, contro l’Azione Cattolica, questa risaputa pupilla degli occhi Nostri, la quale — lo si è dovuto riconoscere e confessare anche dalla manomissione delle diverse sedi e dei loro archivi — la quale Azione Cattolica non fa né politica né non desiderate concorrenze, ma unicamente intende a fare dei buoni cristiani viventi il loro cristianesimo, e perciò stesso elementi di primo ordine per il bene pubblico, massime in un paese cattolico come l’Italia, e come anche i fatti hanno dimostrato». 

La scomparsa di Pio XI impedì i festeggiamenti per il decennale del Concordato, che la Chiesa intendeva svolgere senza la partecipazione del governo: il discorso di Papa Ratti, visionato e lievemente ritoccato dal card. Pacelli, sarebbe stato molto duro con Mussolini e avrebbe toccato il nervo scoperto delle persecuzioni razziali. Purtroppo, rimase negli archivi vaticani, e solo nel 1959 sarebbe stato in parte pubblicato, con il consenso di Giovanni XXIII.

La storia fatta con i "se" avrebbe di che costruire ponti e castelli in aria su questo fantomatico discorso: sarebbe potuto cambiare il corso della Seconda Guerra Mondiale, almeno per l'Italia?


Fotografia: Lovio (GNU)



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LA FRASE DEL GIORNO
La verità e la giustizia sono anche le sole vere e solide basi del benessere degli individui e dei popoli ancora, mentre sta scritto nel libro divino: Miseros facit populos peccatum.
PIO XI, Allocuzione ai cardinali, 24 dicembre 1938




GIORNATA DEL RICORDO

lunedì 9 febbraio 2009

Ungaretti e l'immenso


Caratteristica dell'Ermetismo è la scarnificazione del verso e della poesia: un condensare l'espressività nelle parole, un ridurre al minimo - come i cuochi preparano certe salse a base di vino, lasciando bollire a lungo per avere un liquido molto denso: da una bottiglia di Bonarda non ricavano che pochi cucchiai di sugo.

La poesia più "ermetica" in questo senso è senza dubbio "Mattina" di Giuseppe Ungaretti, quella che tutti conoscono a memoria per la sua brevità:

MATTINA
M'illumino
D'immenso.


Scarna, essenziale. Un verbo e un sostantivo preceduti da un'unica lettera apostrofata: anche questa elisione serve a "ridurre". Eppure, ogni parola, lasciata decantare e purificata, è evocativa: il titolo "Mattina" ci guida ad immaginare un bel giorno soleggiato, davanti all'orizzonte di una marina, dove la luce viene a rappresentare l'essenza dell'immensità del cosmo.

"Cielo e mare" era in effetti il primo titolo di questa minuscola poesia dell'«Allegria», scritta il 26 gennaio 1917 a Santa Maria la Longa, in zona di guerra, in un paesaggio innevato. Ancora una volta dunque Ungaretti, come per "Nostalgia" e "Bosco Cappuccio" esulava attraverso la poesia dai campi di battaglia, dalle trincee, evadendo verso il ricordo di un luogo caro.





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LA FRASE DEL GIORNO
Trovata la via della logica, un ciottolino può diventare un macigno o viceversa, e tenersi sul filo in bilico, e può passargli sotto per godersi l'ombra, un uomo tranquillo, non più sgomento di un granellino di sabbia.
GIUSEPPE UNGARETTI, Ragioni d'una poesia

domenica 8 febbraio 2009

La legge di Eluana


Quella di Eluana Englaro è una vicenda che scuote le coscienze: non può lasciare insensibili i cattolici, che vedono messo in discussione il diritto della vita; e non può, del resto, non smuovere i laici, che si battono per la libertà di morire. È questione di delicatissimi diritti personali e di dignità. Ne è nata invece una spaccatura non solo nella già martoriata società italiana, ma anche nella gestione dei poteri dello stato, con il decreto del governo cui il presidente Napolitano non ha voluto apporre la firma dopo aver indebitamente tentato di influenzarne la stesura. Uno sfruttamento politico del caso era proprio quello che non ci serviva, adesso.

Tutta la vicenda è stata gestita male dal principio: i giudici non si possono arrogare i compiti legislativi che spettano al Parlamento, si devono limitare ad applicare la legge e ad interpretarne i punti oscuri. Il potere legislativo, dal canto suo, ha tardato ad analizzare gli eventi, a dibattere e a legiferare su questo campo molto sentito, che coinvolge anche il testamento biologico. Dopo la prima sentenza su Eluana, che risale a molto tempo fa, sarebbe stato doveroso.

Il risultato, come sempre in Italia, è questo muro contro muro, questo scendere in piazza di opposte fazioni che non si rispettano: il rigurgito anticlericale con tutti i suoi luoghi comuni da un lato, i rosari e le fiaccole dall'altro nel solito gioco in cui il dialogo è limitato all'urlo e all'insulto, alla malcelata ironia, al disprezzo puro. Ci si è messo pure il signor Englaro a parlare di sua figlia "violentata", e questo se lo poteva risparmiare: "violentata" dalle cure delle suore, delle infermiere, dei medici? Lo si può perdonare solo per il tormento che deve subire dai media, morbosi ed ossessivi come in ogni occasione, dalla casa del delitto di Cogne ai mocassini di Alberto Stasi, dal maglioncino verde di Raffaele Sollecito alla Bibbia di Olindo Romano.

Il fatto è che Eluana non ha scelto l'eutanasia: è in coma e non può descrivere quello che prova. La "sua" scelta è quella del padre e della tutrice, che si rifanno a frasi gettate là in un comune discorso. Questa morte programmata da altri fa inorridire: "Nessuno tocchi Caino", per carità, siamo contro la pena di morte. E questa cos'è? Ma davvero vogliamo che altri decidano per noi? Che i genitori, i figli, i giudici, il TAR, il governo abbiano l'ultima parola sulle nostre vite? Se è vero, non è più uno Stato, è un incubo!

Personalmente avrei preferito il silenzio, e - secondo le mie convinzioni - non sospenderei l'alimentazione ad Eluana, non avendo alcuna certezza su quello che proverà: neppure la scienza con tutte le sue pretenziose conoscenze è in grado di dirlo; anzi, secondo il medico che cura Eluana, "il tradizionale sentire medico ne è urtato" (intervista a Mente Critica). Eluana, il cui corpo vive e respira autonomamente, morirà di sete! Ma quello che penso non conta: quello che conta è l'assurdo vuoto legislativo che fa dell'Italia uno "stato di diritto" solo quando le sentenze fanno comodo.

Foto: Corriere.it


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LA FRASE DEL GIORNO
Le leggi sono come le ragnatele, le quali, se acchiappano le mosche, sono sfondate dai mosconi.
FRANCESCO BACONE



sabato 7 febbraio 2009

La malinconia di Hesse


HERMANN HESSE

ALLA MALINCONIA

Nel vino e negli amici ti ho sfuggita,
poiché dei tuoi occhi cupi avevo orrore,
io figlio tuo infedele ti obliai
in braccia amanti, nell'onda del fragore.

Ma tu mi accompagnavi silenziosa,
eri nel vino ch'io bevvi sconsolato,
eri nell'ansia delle mie notti d'amore,
perfino nello scherno con cui ti ho dileggiata.

Ora conforti tu le mie membra spossate,
hai accolto sul tuo grembo la mia testa
ora che dai miei viaggi son tornato:
giacché ogni mio vagare era un venire a te.


(Traduzione di Mario Specchio)


Questa è una delle mie poesie preferite in assoluto. Hermann Hesse testimonia l'inanità degli sforzi umani, l'impossibilità di sfuggire al proprio destino: così il bohemien rappresentato dallo scrittore tedesco prova in tutti i modi ad allontanarsi dalla malinconia; ma non serve a nulla stordirsi con il vino, riempirsi di ebbrezza, abbandonarsi alle braccia calde delle donne se quella malinconia è dentro di noi.

Hesse non era propriamente un poeta: le liriche sono la parte meno rilevante della sua opera. Tuttavia si può apprezzare il tentativo di trasformare il linguaggio creativo in simbolo del mondo e della vita: la sua non è una poetica originale, ma, come egli stesso sottolinea in "Bekenntnis des Dichters", l'intenzione è quella di "aprire sempre di nuovo il mondo delle immagini, il mondo dell'anima".


Munch

Edward Munch, "Malinconia"



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LA FRASE DEL GIORNO
Poeta è qualcosa che si può soltanto essere, ma non diventare.
HERMANN HESSE, Orme di sogni

venerdì 6 febbraio 2009

Corriere dei Piccoli in mostra


Cocco Bill, il cow-boy disegnato da Jacovitti, commenta: "Mondo cannone, che mostra esplosiva!": si tratta di "Corriere dei Piccoli - storie, fumetto e illustrazione per ragazzi", esposizione organizzata alla Rotonda di Via Besana a Milano da Comune e Fondazione Corriere della Sera.

Il settimanale "Corriere dei Piccoli", che fu popolarissimo tra i ragazzi di molte generazioni, uscì in edicola per la prima volta il 27 dicembre 1908, voluto dal direttore del "Corriere della Sera", Luigi Albertini. La rassegna ripercorre questa lunga avventura, durata quasi un secolo (l'ultimo numero fu stampato nel 1996), mettendo in mostra materiali grafici tratti dall'Archivio storico del celebre quotidiano di Via Solferino e fumetti, disegni, bozzetti e vignette prestati da artisti, eredi e collezionisti.



Il "Corriere dei Piccoli" divenne già dai primordi una fucina per disegnatori e scrittori che avrebbero lasciato il segno con i loro personaggi: Sergio Tofano nel 1917 vi lanciò il signor Bonaventura, divenuto il vero simbolo del "Corrierino"; Carlo Bisi si cimentò nelle storie del Sor Pampurio; Dino Buzzati affidò ai fumetti "La famosa invasione degli orsi in Sicilia"; Grazia Nidasio creò Violante, Valentina Mela Verde, il Dottor Oss e la Stefi; Dino Battaglia, Sergio Toppi, Benito Jacovitti, Hugo Pratt, Milo Manara, Bonvi, Tullio Altan e Bruno Bozzetto collaborarono con i loro personaggi: Cocco Bill e Trottalemme, il sergente Kirk, la Pimpa, il signor Rossi, Topo Gigio, il prof. Lambicchi e tanti altri raccontano le loro storie attraverso quelle tavole colorate.

L'allestimento è ampliato con balocchi d'epoca, giocattoli derivati dalle strisce americane e dalle storie del "Corriere dei Piccoli", con marionette dei fratelli Colla e pupazzi dei personaggi del settimanale, divenuti poi famosi anche in televisione. Ai bambini di oggi è dedicato uno spazio per familiarizzare con oggetti ed eroi dei loro coetanei passati attraverso un secolo.



CORRIERE DEI PICCOLI
storie, fumetto e illustrazione per ragazzi
Rotonda di Via Besana
MILANO

dal 22 gennaio al 17 maggio 2009
Tutti i giorni: 9.30-19.30
Lunedì: 14.30-19.30
Giovedì: 9.30-22.30

Ingresso: Euro 8,00 (gruppi 6,50; scuole 4,50)



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LA FRASE DEL GIORNO
I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, II, 43, 2
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