venerdì 31 ottobre 2008

Halloween, festa pagana


E dunque anche quest'anno è arrivata la famigerata "festa" di Halloween. Festa di importazione americana, che sull'onda di film e telefilm, ha travolto la nostra tranquilla festa di Ognissanti e la silenziosa ricorrenza della Commemorazione dei Defunti, trasformando in una carnevalata kitsch un momento di riflessione e di ricordo.

I cattolici dibattono, discutono: è meglio non chiudersi in difesa, dice qualcuno, accorpare Halloween che, del resto, dalla tradizione cristiana alla fine deriva, già dal suo nome, storpiatura di "All Hallows Eve", vigilia di Tutti i Santi. E poi è una festa innocua, che fa divertire i bambini con la storia di "Dolcetto o scherzetto", al massimo può incarnare una nuova deriva consumistica come la Festa della Mamma, quella del Papà, l'8 marzo e - perché no? - anche Natale.

Altri invece parlano di irrisione di quel culto sacro e tradizionale, di quel commemorare le persone care andando a portare un fiore sulle loro tombe e a lasciarvi - si spera - almeno una preghiera. In fondo anche in chi non si professa credente permane questo senso di fronte alla morte, il tentativo di far rivivere un'immagine almeno nella memoria, almeno in questi giorni d'autunno.

Quanto al carnascialesco, non stupisce più di tanto: è da sempre il modo migliore di esorcizzare la paura, e già nei cimiteri antichi erano spesso dipinte le "danses macabres" con scheletri impegnati in vorticosi balli. Quello che stupisce, o meglio, quello che dà fastidio è la nuova moda del travestimento, della trasformazione in stupido gioco, in obbligo sociale di quello che dovrebbe essere invece un intimo momento di riflessione. Halloween, così com'è, diventa uno svuotare la festa del suo senso spirituale, uno scherno del senso della vita e della morte, un 'offesa in buona fede che ci travolge tutti.


una "Danza macabra"



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LA FRASE DEL GIORNO
L'esperienza di fede è esperienza di bellezza, di un incontro tanto reale quanto indicibile, di una presenza più intima a noi del nostro stesso intimo. Ed è esperienza che investe anche il corpo e i sensi. In Oriente il santo è l'uomo con il volto luminoso, il cui corpo esala profumo, la cui somaticità è ormai evento di bellezza e di comunione. Certo, guai a confondere lo psicologico e l'emozionale con lo spirituale, ma lo spirituale traversa lo psichico e investe i sensi del corpo.
ENZO BIANCHI, Lessico della vita interiore

giovedì 30 ottobre 2008

Le miniere di re Salomone


Le mitiche miniere di re Salomone, ricercate da tempo e oggetto di tanti film di avventura, sarebbero state ritrovate: la scoperta è stata annunciata sulla rivista dell'Accademia americana delle Scienze da un gruppo archeologico internazionale sotto la guida di Thomas Levy dell'Università della California di San Diego.

Si troverebbero a sud del Mar Morto, a Faynan, in territorio giordano, dove l'equipe ha compiuto gli scavi dal 2002 al 2006 in un antico centro di estrazione del rame, Khirbat en-Nahas. Lo studio pubblicato rileva che l'attività mineraria ha avuto il suo picco intorno al X secolo avanti Cristo, periodo esattamente pertinente ai racconti biblici sul re Salomone. Alcuni oggetti di fattura egiziana, un amuleto e uno scarabeo proverebbero la storia narrata dalla Bibbia: l'attacco di Sesac, re d'Egitto, portato contro Gerusalemme nel quinto anno di regno del successore di Salomone, Roboamo, avvenuto intorno al 925 avanti Cristo.

Salomone, che successe a Davide, inaugurò una vera e propria età dell'oro per Israele: "Tutti mangiavano e bevevano e trascorrevano giorni felici" (Primo libro dei Re, 4,20). Questo grazie alla sua saggezza, certo, ma anche alle sue ricchezze, che gli consentirono la costruzione del Tempio e della reggia con arredi preziosi, realizzati da un abile artigiano di Tiro, Hiram, "esperto in ogni genere di lavoro in bronzo" che fece fruttare il rame estratto dalle leggendarie miniere.



Re Salomone in una Bibbia della Providence Litograph Company



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LA FRASE DEL GIORNO
Non chiamar felice chi possiede molte ricchezze; si addice di più quel termine a chi sa curare da saggio i doni degli dei e sa sopportare la dura povertà; a chi teme di più il disonore che la morte, e non esita a perder la vita per i cari amici o per la patria.
ORAZIO, Odi, IV,9

mercoledì 29 ottobre 2008

I cani e la chimera


Questa mattina ho sentito una pubblicità alla radio che mi ha fatto sobbalzare. È la peraltro lodevolissima campagna del Comune di Milano per diffondere l'anagrafe canina attraverso l'inserimento di un microchip innocuo e indolore sottopelle: la tecnologia consente di ritrovare gli animali smarriti o fuggiti e anche quelli ignobilmente abbandonati da bestie che vorrebbero essere chiamate uomini.

Ma lo slogan finale "...e poi costa ancora meno far chippare il tuo cane" mi ha fatto prima sbellicare dalle risate, perché qui al Nord nell'italiano dialettale "cippare" (così si legge) significa "cinguettare", e allora mi sono immaginato decine di cani al parco che cantavano come canarini, e poi che chiacchieravano fitti e a voce bassa, ovvero "spettegolavano", secondo l'accezione traslata del termine derivato da "cipà".

Poi però, come ogni volta che assisto ad un atto di violenza contro la lingua italiana, all'ilarità è subentrato lo sdegno per questa orrenda chimera che si spera lo Zingarelli non accolga come neologismo nell'edizione 2010 del vocabolario. Una chimera, un mostro composto da elementi di lingue diverse, come "scannerizzare", usato invece di scansionare, e altri tecnicismi legati al mondo informatico: loggare, linkare, cyberterrorismo, hackeraggio. Un altro ibrido orribile è diffuso nel mondo del commercio - ma io giurerei che c'entrino ancora quelli dei computer, in quanto la prima volta l'ho sentito quando ho comprato una scheda grafica - è "Ivato" nel senso di "comprensivo di IVA".

Nel caso di "chippare" vi è poi l'ambiguità della "ch" dura: si dovrebbe leggere come se fosse "kippare". Era certamente meglio servirsi di una perifrasi: "il chip per il tuo cane costa ancora meno". Ma la pubblicità, si sa, vive dei suoi slogan brevi e ad effetto e i creativi hanno molto spesso manie di grandezza quanto ai neologismi: basti ricordare l'«amaricante» e il «digestimola» degli Anni '70.

Comunque, ero lì che mi facevo la barba e ridevo come un matto pensando a cani che cinguettavano, tutti in fila sul loro trespolo dentro un'enorme gabbia...


Thierry Poncelet, "The Troubadour"



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LA FRASE DEL GIORNO
Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile.
ITALO CALVINO, Lezioni americane

martedì 28 ottobre 2008

L'elezione di Giovanni XXIII


Il 28 ottobre 1958 il cardinale Angelo Roncalli, Patriarca di Venezia, veniva eletto papa con il nome di Giovanni XXIII.

Nato da famiglia contadina a Sotto il Monte, una manciata di chilometri da Bergamo, interpretò il ruolo di Pontefice con l'intento di dialogare - cristianamente - e di provare la conciliazione. Erano i tempi della Guerra Fredda, della cortina di ferro, della dura opposizione tra Est e Ovest.

Giovanni XXIII valutò che anche per la Chiesa fosse giunto il tempo del progresso e volle perciò il Concilio Vaticano II, dando vita a una nuova epoca per il mondo cattolico, improntata all'ecumenismo e all'innovazione.

Rimarrà celebre, di lui, quella notte romana in cui, dalla finestra del suo appartamento, salutò la folla sotto la luna con queste parole: "Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola ma riassume la voce del mondo intero. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona. Il Papa è con noi". Una bonarietà che portò Giovanni XXIII a entrare nei cuori di molti e ad essere beatificato il 3 settembre 2000 da Giovanni Paolo II.




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LA FRASE DEL GIORNO
La nostra epoca è percorsa e penetrata da errori radicali, è straziata e sconvolta da disordini profondi: però è pure un’epoca nella quale si aprono allo slancio della Chiesa possibilità immense di bene.
GIOVANNI XXIII, Mater et Magistra

lunedì 27 ottobre 2008

I cachi di Loi


Diòspirus cachi sü büttér de nev,
'me pomm d'aranz ch' un'aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess durâ de Cina disen plàgass
nel tòrbed de la vasca presuné,
e 'l Bobi, negher bòtul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen 'rent a tí cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la tèra,
i fiur del paradis, l'urtensia, i spûs,
che lívren fâ d'argent al brüsch de l'üga
lung a la müra inamurâ del sû,
e Meri, urizunt fâ de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarràvet la s'genada
di stell de sass süj cachi slünascent, tí, Meri,
d'una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch'aj cancell,
cuj öcc de sû, tra i glícin la slisava,
e l'umbra del giardin pareva lé, niascín,
che dai ramas'g te s'inveggiava
trí méter fâ de níul, culmègn penser,
la frunt che, nel sugnàss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjö süj strâ de nev, Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arlía d'amur, ch'al curr di desdòtt ann,
cuj tò silensi e la sapiensa ghiba,
d'un tumb, ansius murí, te ghé lassâ,
nüm fàtuv, nüm strigòzz, strafúj 'me tí,
che sül catràm luntan d'una quaj strada
el ciel l'era un linsö de névur fint.



TRADUZIONE

Diospyrus cachi su pani di burro di neve,
come mele d'arancio che un'aria di pensieri
vetrata li penzola alla nuvolaglia che minaccia dai tetti,
e i pesci dorati della Cina si dicono parole vane
nel torbido d'acqua della vasca prigionieri,
e il Bobi, botolo negro, cane schifoso
che lecca merda e va, come quei ciechi
che passano accanto a te col gelo dei morti,
e, da pigraccia, di soppiatto, la corazzata tartaruga
cerca, nel raspare che fa alla terra,
la serenella del paradiso, l'ortensia, le libellule,
che finiscono volando la loro vita fatte d'argento
al brusco dell'uva
lungo la mura innamorate del sole,
e Meri, orizzonte fatto di tristezza,
signora dei cani, ragazzina che del cielo
gelosa rubavi furtiva il gelare del gennaio
delle stelle di sasso sui cachi illuminati dalla luna,
tu, Meri,
di una serva sgravata
passerotto da nascondere, vestina che ai cancelli,
cogli occhi di sole, tra le glicini scivolava,
e l'ombra del giardino sembrava lei,
uccelletto da cova,
che dalle glacce sui vetri vedevi invecchiare
tre metri fatti di nuvole, pensieri di tetti e comignoli,
e ti s'invecchiava la fronte che, nel sognarsi,
dimenticava i richiami,
il frottare dei ragazzi sulle strade di neve,
Meri dei fiori,
maestra di ragazzaglia,
visione d'amore, che al correre dei diciotto anni,
coi tuoi silenzi e la sapienza gelida,
d'un improvviso, rovinoso, ansioso morire,
tu ci hai lasciati,
noi fatui, noi spavaldi e miserelli, malcresciuti come te,
che sul catrame lontano di una qualche strada
il cielo era diventato un lenzuolo di nuvole finte.


Singolare figura quella del poeta Franco Loi: nato a Genova nel 1930, scrive nel dialetto della sua città d'adozione, Milano, dove arrivò a sette anni. La sua prima raccolta, "I cart", uscì nel 1973, due anni prima di "Stròlegh", dalla quale è tratta questa poesia che sa d'autunno.

Partendo dai cachi che pendono dai rami in attesa che maturino - e ben maturi devono essere per poterli mangiare, altrimenti allegano i denti - Loi rappresenta un paesaggio che va lentamente verso la decomposizione, che passa dalla maturità dell'estate alla stasi dell'inverno in attesa di rifiorire a primavera. Come la tartaruga che cerca il posto adatto per il letargo e le libellule che si immolano dopo aver portato a termine il compito della loro specie.

Questo addormentarsi della natura, questa lunga decadenza, sofferta e malinconica, questo morire nelle nebbie d'autunno, porta a Loi il ricordo di una compagna d'infanzia scomparsa: erano i tempi della guerra ed i ragazzi si aggiravano per le campagne che circondavano anche Milano, anzi erano dentro Milano, non ancora soffocante metropoli. Il poeta traccia il ritratto di Meri, figlia di una serva nubile, ancora più derelitta degli altri poveri ragazzi, e lo fa con la dolcezza di quando si ricorda il tempo perduto: una dolcezza che lascia la bocca amara.





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LA FRASE DEL GIORNO
La gente dice cose straordinarie senza magari rendersene conto: a volte dolcissime, altre feroci, e le dice in un modo, il dialetto, che è impossibile rendere in italiano con la stessa efficacia.
FRANCO LOI, su "Il Giornale", 19 maggio 2007

domenica 26 ottobre 2008

Ricette letterarie - 4

La caldeirada

MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN
Tatuaggio

"Tatuaggio", il primo romanzo di Manuel Vázquez Montalbán con il detective-gourmet Pepe Carvalho risale al 1975 ed è stato scritto, secondo l'ammissione dello stesso scrittore catalano, "per scommessa etilica". E benedetta sia dunque questa sbronza che ha partorito uno dei personaggi più interessanti del giallo mondiale.

Già è apparso nelle "Ricette letterarie" il latte fritto, tratto da "Il centravanti è stato assassinato verso sera". Oggi Carvalho ci cucina la "caldeirada", ovvero una "padellata" di pesce, direttamente da "Tatuaggio". Il detective, che indaga su un cadavere senza volto ripescato in mare, segue l'unico indizio, un tatuaggio inquietante, "Sono nato per rivoluzionare l'inferno". Dopo aver incontrato il cliente che lo ha assoldato, Carvalho cerca un informatore e lo fa in un ristorante: gli propinano una "insalata castigliana" che in realtà si rivela essere "qualche patata à la vinaigrette con rimasugli di tonno marinato, strategicamente piazzati in primo piano sull'acciottolato di patate".

Allora, per rifarsi la bocca, ma anche per riflettere vuole "cenare bene": questo significa che deve cucinare, il modo migliore che ha per meditare. Fa i suoi acquisti al mercato della Boquería: coda di rospo e merluzzo freschi, gamberoni, un pugno di vongole e peoci. Finalmente torna nella sua villa di Vallvidrera, accende un fuoco nel caminetto usando un vecchio volume, apre una bottiglia di Fefiñanes e comincia:

"Pulì il pesce [coda di rospo e merluzzo] dalle spine e sgusciò i gamberoni. Bollì le spine e le corazze rosse insieme a una cipolla, un pomodoro, aglio, un peperoncino rosso piccante, un rametto di sedano e un po' di porro. (...) mentre il brodo bolliva a fuoco lento, Carvalho preparò un soffritto di pomodoro, cipolla e peperoncino. Quando il soffritto ebbe raggiunto la consistenza necessaria, vi stufò delle patate. poi mise i gamberoni nella pentola, la coda di rospo e infine il merluzzo. I pesci si indorarono, buttarono acqua che si mescolò al soffritto. Fu allora che Carvalho aggiunse un mestolo di brodo ristretto di pesce . In dieci minuti la caldeirada fu pronta".



IMMAGINE: Infoidiomas




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LA FRASE DEL GIORNO
Detesto l'uomo che manda giù il suo cibo non sapendo che cosa mangia. Dubito del suo gusto in cose più importanti.
CHARLES LAMB

sabato 25 ottobre 2008

La villa


Ora che lentamente gli alberi si spogliano disegnando tappeti dorati sul terreno, dalle finestre di casa esposte a meridione posso scorgere l'altana di una villa signorile costruita agli inizi del Novecento o forse sul finire del secolo prima: i decori in stile liberty ne sono testimonianza.

È un'apparizione che ogni autunno mi sorprende, per poi svanire nel rigoglio di aprile, quando le foglie ornano tigli, carpini e noccioli formando una coltre verde che fa piombare nel dimenticatoio la villa. Se mi ricordo della sua esistenza, è quando vi passo davanti sulla stradina ombrosa e fresca e ne intravedo i vecchi muri oltre la cancellata arrugginita ed il lungo viale immerso nel folto giardino quasi come una cicatrice tra le piante.

Guardo quella grande casa in queste giornate d'autunno e ricordo un'altra villa signorile dove andavo a ripetizione di greco dalla giovane figlia di un medico che era stato un elemento locale di spicco del regime fascista. Mi ero sempre meravigliato di quanto giovane fosse la figlia e quanto anziano il padre: allora lei non era neppure trentenne, il genitore era sull'ottantina.

Arrivavo con la mia bicicletta, suonavo con timore al campanello ed aspettavo che mi aprissero il largo cancello, poi entravo nel piccolo giardino all'italiana, sempre ben curato: in attesa che la ragazza scendesse mi sedevo su una panchina di granito consunta dal tempo e annerita dai muschi e dai licheni, osservavo le siepi di martellina e gli altissimi pini, le magnolie che profumavano con i loro fiori bianchi e carnosi quell'ombra che sapeva di muffa.

Mi sentivo catapultato in una poesia di Gozzano: quel posto poteva essere Villa Amarena, dove la Signorina Felicita conduceva la sua esistenza nel sogno di un'attesa vana o la romantica scena dove Carlotta e Speranza a metà Ottocento parlavano rapite dei loro amori. Poteva essere la casa dove Totò Merumeni si chiudeva a lasciarsi vivere, a meditare sull'arte e a scrivere poesie...

Poi la ragazza che mi doveva dare lezioni di greco arrivava con la sua gonna svolazzante o con un vestito estivo a fiori e mi conduceva nel regno segreto, in quelle stanze che odoravano sorprendentemente di cera e di lavanda, ci accomodavamo al grande tavolo dello studio e iniziavamo a tradurre in quella lingua ostica e affascinante, soffermandoci a valutare un aoristo o un ottativo.

Adesso guardo quell'altra villa dalla finestra, una tazza di caffè nella mano e tutti i miei ricordi aggrovigliati nel cuore. Cerco di rammentare il nome di quella ragazza, ma ne rivedo solo le fattezze, il viso bello e rotondo; ne risento la voce correggermi con dolcezza, salutarmi quando inforcavo la bicicletta per ritornare a casa. Mi sento come un altro personaggio di Gozzano, il sopravvissuto che "fissa a lungo la fotografia / di quel sé stesso già così lontano: / «Sì, mi ricordo... Frivolo... mondano... / vent'anni appena... Che malinconia!...»"




John Singer Sargent, "Villa di Marlia: The balaustrade"


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LA FRASE DEL GIORNO
Ricordi: soluzione simbiotica tra allora e adesso.
JAMES ELLROY, Corpi da reato

venerdì 24 ottobre 2008

L'autunno di Verlaine


CANZONE D'AUTUNNO

I lunghi singulti
dei violini
d'autunno
mi lacerano il cuore
d'un languore
monotono.

Pieno d'affanno
e stanco, quando
l'ora batte
io mi rammento
remoti giorni
e piango.

E mi abbandono
al triste vento
che mi trasporta
di qua e di là
simile ad una
foglia morta.


Il fascino malinconico dell'autunno tocca il cuore dei poeti. Anche Paul Verlaine ne fu ispirato e compose questa bellissima lirica, leggera e musicale, sfumata come da una nebbia. Tuttavia la facilità del ritmo, la dolcezza della sonorità non nascondono i rimpianti, le sofferenze fisiche e morali, la coscienza dell'umano errare e della precarietà dell'esistenza.

Verlaine evoca la malinconia dell'autunno rappresentandola con quel verbo "lacerano" (nell'originale francese "blessent", feriscono), introducendo subito il tema della tristezza già dall'incipit, da quei "singulti" tipici di chi piange sconsolato. E spiega perché: l'autunno, tempo di riflessione, lo trova psichicamente e fisicamente abbattuto; il passare del tempo, il ricordo dei felici giorni perduti sono dolorosi pensieri. "Quando l'ora batte" fa sospettare che sia il tramonto, che una chiesa lontana rintocchi i vespri, ma richiama anche l'ultima ora, la sera pascoliana del declino della vita. C'è la memoria di un tempo che si presume spensierato, ma diversamente dal Gozzano di "Salvezza" questa non è salvifica.

Così il poeta francese conclude con una meditazione sull'impotenza degli esseri umani, abbandonati al vento del destino, e per sottolinearne la caducità si affida ad una similitudine spesso usata, quella delle foglie: possiamo pensare alla celeberrima "Soldati" di Ungaretti ("Si sta / Come d'autunno / Sugli alberi / Le foglie"), alla "Imitazione" di Leopardi ("Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, /dove vai tu?"), agli antichi versi di Mimnermo ("Al modo delle foglie che nel tempo / fiorito della primavera nascono / e ai raggi del sole rapide crescono, / noi simili a quelle per un attimo / abbiamo diletto del fiore dell’età, / ignorando il bene e il male per dono dei Celesti").

Eccolo allora, il povero Paul, sorpreso a camminare nella sera ventosa d'autunno, mentre il vento suona come violino: vacilla sotto il peso degli affanni, trasportato dal destino come una foglia. Come un uomo...





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LA FRASE DEL GIORNO
Nessun essere, eccetto l'uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è una cosa che si intuisce per se stessa, nessuno vi fa caso.
ARTHUR SCHOPENHAUER, Il mondo come volontà e rappresentazione

giovedì 23 ottobre 2008

Il legame dell'arte


19 dicembre

A Jean-Luc Foreur

In qualche punto sotto la pelle, dove la carne diventa fluida, vedo il suo quadro Sans titre 2,22 x 2 come era esposto nella Galerie Y a Parigi.

O forse: i colori, le linee, le sfumature mi sono entrati nel corpo.

Anche se non lo possiedo, quel quadro mi appartiene.

Grazie

Delphine Hav

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Delphine Hav,

mi ha dato un'immensa gioia ricevere la sua cartolina, perché conosco bene quella sensazione. A me succede lo stesso con una certa poesia di Walt Whitman e alcune delle ultime sonate di Beethoven. Di più: nel momento in cui mi sembra di possederle - anche se nessuno le può davvero possedere - ho la sensazione che quella musica o quella poesia siano state composte solo per me.

Mi ha quindi colpito il fatto che una sconosciuta, lontano da qui, abbia provato la stessa sensazione davanti a un mio quadro: allora - penso - ciò che faccio non è inutile.

Di solito non rispondo alle lettere degli ammiratori (il tempo, ahimè, non me lo consente), e anche se non usa ringraziare per una lettera di ringraziamento, nel suo caso ho avuto voglia di farlo, spinto anche dal fatto che sulla cartolina era apposto il suo timbro con nome e indirizzo.

Jean-Luc Foreur



Questo scambio di corrispondenza apre il romanzo "Per lettera" della scrittrice danese Iselin C. Hermann, edito in Italia nel 1999. Leggendolo, mi è tornato alla mente il post che ha dato vita alle riflessioni su cosa sia la poesia, nell'aprile scorso. Là si citava Octavio Paz e si definiva come anche il lettore di una poesia divenisse a sua volta poeta.

Ebbene, in questo romanzo epistolare danese succede qualcosa di simile: è l'arte a creare il legame, la donna che scrive arriva a dire di avere "incarnato" l'opera pittorica e l'artista, in risposta, descrive proprio quella sensazione di cui si era parlato, ovvero l'appropriarsi di un'opera scritta da un'altra persona attraverso l'emozione.

In breve, nel romanzo Delphine porta all'estremo questa sensazione, avviando il rapporto epistolare con Jean-Luc che si scioglierà in un finale disperato e insospettabile dopo un appassionante scambio di ricordi, descrizioni, fantasie e viaggi immaginari.

Più normalmente chi fruisce di un'opera altrui, che sia un dipinto, una scultura, un romanzo, una poesia, una sinfonia o una canzone, inserisce in essa il suo bagaglio di esperienze, se ne serve per valutare, per confrontare il comune sentire. Non è un caso che sentiamo delle opere più vicine: sono quelle in cui mettiamo una maggiore parte di noi...


Ditz, "Writing home 1984"


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LA FRASE DEL GIORNO
Il legame che gli esseri umani hanno in comune è molto più grande e importante della sfera che ciascuno ha per sé solo e per cui si distingue dagli altri.
HERMANN HESSE, Gertrud

mercoledì 22 ottobre 2008

Lo strazio di Ungaretti


SAN MARTINO DEL CARSO

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro


Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto


Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato



La poesia nasce anche dalla simmetria, dalla similitudine. È il caso di questa lirica di guerra di Giuseppe Ungaretti, scritta in zona bellica il 27 agosto 1916. Le prime due quartine sono uno specchio: la prima esprime lo strazio provocato sul mondo immateriale, mostrando le rovine delle case di San Martino del Carso bombardate o devastate dalle granate - significativo quel "brandello" che è un pezzo strappato, che sia carta, stoffa o carne, rende perfettamente l'idea della violenza. La seconda quartina descrive invece gli effetti sugli esseri umani, sui tanti che parlavano e vivevano con il poeta, che dividevano il rancio e i momenti di attesa, che si lanciavano con lui all'assalto e provavano le sue stesse emozioni, soffrivano i medesimi dolori e coltivavano le identiche speranze. Di loro neanche quei ruderi visibili sono rimasti, conclude amaramente Ungaretti.

Nei versi finali, due endecasillabi spezzati, c'è un nuovo confronto: al mondo esteriore presentato finora il poeta paragona il mondo interiore, ovvero il suo animo. In esso ritrova i volti e le parole di coloro che sono caduti e in quel cimitero che è la sua memoria li rivede tutti: il suo cuore è allora il paese più devastato dalla guerra, perché non di forme inanimate, per quanto utili e preziose come le case, è composta, ma dai sentimenti per degli esseri umani che non esistono più. Spiegava egli stesso nelle note al Porto Sepolto: "Nella mia poesia non c'è traccia d'odio per il nemico, né per nessuno: c'è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell'estrema precarietà della loro condizione".

Per valutare quanto un poeta debba limare e tagliare e sfrondare, è utile qui riportare il finale della prima versione, pubblicata a Udine nel 1916 dallo Stabilimento Tipografico Friulano: al posto degli ultimi due versi si legge: "Innalzata / di sentinella / a che? // Sono morti / cuore malato // Perché io guardi al mio cuore / come a uno straziato paese / qualche volta". La sintesi compiuta in seguito da Ungaretti è un vero capolavoro.


Foto tratta da "Studi di caso"


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LA FRASE DEL GIORNO
Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un'altra cosa.
EMILIO LUSSU, Un anno sull'Altipiano

martedì 21 ottobre 2008

La fame



"Io conosco la fame, l’ho provata. Bambino, alla fine della guerra, sono con quelli che corrono sulla strada accanto ai camion degli americani, io allungo le mani per acchiappare le barrette di chewingum, il cioccolato, i pacchetti di pane che i soldati lanciano al volo. Bambino, ho una fame tale di grasso che bevo l’olio dalle scatole di sardine, lecco con golosità il cucchiaio d’olio di fegato di merluzzo che mia nonna mi dà per rafforzarmi. Ho talmente bisogno di sale che inghiotto i cristalli di sale grigio preso a piene mani dal barattolo in cucina".
[...]

"Questa fame è in me. Non posso dimenticarla. Accende una luce acuta che mi impedisce di dimenticare la mia infanzia. Senza di essa, io non avrei conservato la memoria di quel tempo, di quegli anni così lunghi, quando mancava tutto. Essere felice è non rammentarsi di quei momenti. Sono stato infelice? Non so. Semplicemente ricordo d’essermi svegliato un giorno, di aver conosciuto infine lo stupore per la sensazione dei bisogni appagati. Questo pane troppo bianco, troppo dolce, che ha un profumo troppo buono, quest’olio di pesce che mi scende in gola, questi grossi cristalli di sale, questi cucchiai di latte in polvere che lasciano una pasta al fondo della bocca, contro la lingua, sono il momento in cui ho cominciato a vivere. Esco dagli anni grigi, entro nella luce. Sono libero. Esisto".

È uno stralcio da "Ritournelle de la faim", ultimo libro di Jean-Marie Le Clézio, Premio Nobel per la Letteratura 2008. La fame, quella che le nostre generazioni nel pasciuto occidente consumista non hanno mai provato, ma che i nostri nonni e i nostri padri, allora bambini come Le Clézio, nato nel 1940, hanno conosciuto benissimo. Come il prozio che ha combattuto in Grecia e Montenegro e che mi raccontava delle patate strappate ai campi ghiacciati, delle rane rincorse negli stagni. Una fame atavica che scendeva dagli anni di carestia delle civiltà contadine e attraversava due guerre mondiali e le sanzioni economiche.

Noi abbiamo dimenticato, noi avevamo il latte e gli omogeneizzati, avevamo la carne e il pesce, l'opulenza degli sprechi. Ma abbiamo imparato con il tempo da gente di buonsenso: alla mensa delle medie non si poteva lasciare nulla nel piatto e il pane andava diviso con gli altri se ne volevamo mangiare solo un pezzetto.

La fame che attanaglia l'Africa, endemica, irrisolvibile, che spinge a facili moralismi senza trovare soluzioni adeguate riecheggia nelle parole dello scrittore francese, si fa ricordo e suona come un monito a non adagiarci nel nostro appagamento, ci grida di rammentare che se ora siamo così, circondati addirittura dal superfluo tanto da avere avuto per mesi il problema dello smaltimento dei troppi rifiuti, lo dobbiamo anche ai sacrifici sofferti dalla sua generazione e da quelle che le hanno precedute.


(C) MirrorPix



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LA FRASE DEL GIORNO

Signore, dona pane agli afamati ed affamati a coloro che hanno pane.
CATHERINE DOHERTY, Cercando Dio nel cuore dell'uomo: il piccolo mandato

lunedì 20 ottobre 2008

Vitali torna in libreria


Andrea Vitali, medico e scrittore di Bellano, ha saputo conquistare i suoi lettori anche lontano dalle acque del Lario. ne sono testimonianza i successi di romanzi come "La figlia del podestà" e "La modista".

Il 1° novembre l'editore Garzanti manda in libreria l'ultima fatica di Vitali, "Dopo lunga e penosa malattia": non si tratta in effetti di un'opera inedita - quella è attesa per la primavera 2009 e avrà al centro il corpo musicale di Bellano - ma della rielaborazione di un racconto inserito in "L'aria del lago".

Al quotidiano "La Provincia di Lecco", Vitali racconta: "Ho voluto riprendere quella storia che mi piace sempre molto, l’ho sottoposta ad un robusto processo di riscrittura e ampliamento e l’ho trasformata nel romanzo che sta per essere pubblicato". Lo scrittore bellanese confessa: "Quando scrivevo attraversavo un momento difficile e soprattutto una fase di insofferenza verso questo nostro lago, un po’ troppo umido, bagnato, ventoso. È così che l’ho descritto nel romanzo, utilizzando la parola come una terapia per riconciliarmi con il paesaggio a me familiare".

La storia porta Vitali quasi a misurarsi con il giallo: la morte improvvisa del notaio locale, stroncato da un infarto, lascia interdetti perché sui manifesti funebri è riportata la dicitura del titolo, "dopo lunga e penosa malattia". Il medico curante avvierà quindi una meticolosa indagine. Così la interpreta l'autore: "Il protagonista pone in atto un’indagine fatta di osservazione, perizia medica ma anche analisi psicologica che lo porterà a riflettere sulla cattiveria sottile ma non meno pungente, di tante persone lì intorno".

Dunque dobbiamo aspettarci un Camilleri del lago? Vitali, che pure al Premio Boccaccio ha assicurato di amare gli scrittori di provincia citando lo stesso Camilleri e Fois, assicura di no: "Non è proprio un cambiamento di stile da parte mia. Come sempre oriento le mie scelte alla qualità delle storie e questa che racconto in «Dopo lunga e penosa malattia» mi è sembrata subito una storia bellissima, degna di essere raccontata. Un regalo che mi sono fatto. Non per questo mi trasformerò in un giallista".


Bellano in una vecchia foto (da velabellano.it)


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LA FRASE DEL GIORNO
Ritengo che la letteratura italiana sia così grande perché in buona parte viene dalla provincia.
ANDREA VITALI, Dibattito al Premio Boccaccio, Certaldo, 13 settembre 2008

domenica 19 ottobre 2008

Neologismi 2009


Come ogni ottobre, le agenzie di stampa annunciano le nuove edizioni dei vocabolari andando a spulciare i neologismi. Qui si parla dello Zingarelli 2009.

È sempre più imbarazzante notare quanto la nuova lingua italiana non conti più su se stessa per formare le nuove parole ma si affidi quasi totalmente all'inglese, e quando non lo fa scivola nel becero o nel mondo televisivo, che molto spesso purtroppo coincidono.
Se di vocaboli come "Adsl" non si può ormai più fare a meno, non si vede il motivo di infilare nel linguaggio quotidiano orrende parole come "gossipparo" e "paparazzare", legate al mondo inutile delle riviste da parrucchiera, o vani termini televisivi quali "tronista" e "belloccio", dei quali francamente e per fortuna ignoro il significato.

Sembra invece ormai datato "Tafazzi", il personaggio simbolo dell'autolesionismo creato dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo: ma, si sa, gli italiani sono sempre disporsi a farsi del male da soli, quando possibile. Il "cinepanettone", ovvero il film di Natale, prelude probabilmente al "cinegelato", non ancora inserito, ma che ricordo di aver letto quest'estate all'uscita di una pellicola estiva.

Le dolenti note arrivano dall'ormai intraducibile inglese - o finto inglese: provate a parlarlo a Londra come lo si parla a Milano, e capirete. Nello Zingarelli 2009 entrano i "subprime" che tanto hanno fatto penare l'economia americana prima e quella mondiale poi: sono i creditori ad elevato rischio di solvibilità. Ci sono poi i tecnicismi "prequel" e "newquel" a proposito di film o libri che propongono un prima o un diverso punto di vista rispetto a un film o a un libro noti. Il seguito, ovvero "sequel", è già di uso comune. I famigerati "black bloc" che accompagnano i cortei e spaccano tutto sono stati degnati di citazione. Di "bodyguard", "babyparking", "gate", "smartphone", "webmail" e "phone center" potremmo fare benissimo a meno. "Tomtom" lo si può sostituire con "navigatore", "ecopass" si potrebbe abolire, così come il "photored", semaforo automatico con telecamera inventato con il solo scopo di appioppare quante più multe possibile.

La politica continua con i suoi assurdi e incomprensibili ibridi: da "indecisionismo" all'orribile "indultare" - orribile almeno quanto l'esito dell'operazione proposta. Dalla Germania arriva "ostalgia", che poi sarebbe la nostalgia per quello che era l'Est europeo comunista e che nessuno sano di mente potrebbe rimpiangere.
Tra le sigle entrano nel vocabolario la notissima "Onlus" e le abusate e giovanilistiche (già negli anni '70 e '80) "dj" e "vj". Dal calcio giunge la "rabona", tiro che si effettua incrociando le gambe per velocizzare l'azione e disorientare l'avversario. Nel 2010 scommetto su "trivela" che i telecronisti urlano tutte le volte che Quaresma svirgola un tiro. Il dialetto porta la locazione romanesca "de noantri" per dire casereccio, ma ai padani non fatelo sapere.

Alla fine di veri e propri vocaboli se ne contano pochissimi: "incriccarsi", "lettóne", "pisciasotto" e "circolettare". Più che una lingua viva, l'italiano sembra una lingua in via di colonizzazione.



Foto: Christian Fusi



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LA FRASE DEL GIORNO
Dice un proverbio arabo che ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte. Sull'arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: " È vera?" Sulla seconda campeggiare la domanda: " È necessaria?" Sulla terza essere scolpita l'ultima richiesta: "È gentile?" Una parola giusta può superare le tre barriere e raggiungere il destinatario con il suo significato piccolo o grande. Nel mondo di oggi, dove le parole inutili si sprecano, occorrerebbero cento porte, molte delle quali rimarrebbero sicuramente chiuse.
ROMANO BATTAGLIA, Silenzio

sabato 18 ottobre 2008

I lettori in Italia


È da un bel pezzo ormai che ho smesso di meravigliarmi di quanto scarsa sia la cultura degli italiani. Non mi sorprendono più gli strafalcioni negli scritti, anche di giornalisti affermati, né l'ignoranza della storia e della geografia, né le risposte balzane alle più semplici domande dei quiz. Lo so che a scuola non si insegna ormai più niente. Anche nelle statistiche di ricerca su questo blog compaiono inenarrabili orrori sui quali è meglio sorvolare.

Non mi sbalordiscono neppure i politici che si lasciano cogliere impreparati fuori dal Parlamento dagli intervistatori. Non mi stupisce che il software di composizione automatica dei messaggi SMS, il famigerato T9, sia zeppo di errori di ortografia e che ormai quasi più nessuno ci faccia caso. Mi lascia indifferente che il congiuntivo sia diventato una bestia rara, anche perché così assume il valore di crivello per vagliare chi lo usa e chi pensa sia solo un inutile impiccio. Accolgo solo con un certo fastidio chi usa "piuttosto che" invece della semplice disgiuntiva "o".

Per questo non ho appreso con sgomento i dati sul numero di lettori in Italia, rilasciato alla Buchmesse di Francoforte da Federico Motta, presidente dell'Associazione Italiana Editori: se nel 2007 ci sono stati 24 milioni di italiani, ovvero intorno al 43% della popolazione, che hanno letto almeno un libro in un anno, il 57% evidentemente non ha letto nemmeno quello! Per la cronaca, quelli che hanno letto almeno un libro al mese, e che probabilmente la quasi totalità degli italiani considera masochisti o dannatamente scemi a preferire Dostoevskij e Houellebecq a Maria De Filippi e Raffaella Carrà, sono solo 3,2 milioni, un italiano ogni diciotto.


Frederick Spencer, "Old books to read"



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LA FRASE DEL GIORNO
Libro, ansia di stare, ovunque, in solitudine.
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Eternità

venerdì 17 ottobre 2008

Klimt a Vienna


Il Museo del Belvedere di Vienna, in occasione dei cento anni del "Bacio" di Gustav Klimt, ricostruisce la mostra del 1908 nel corso della quale la celeberrima opera fu esposta per la prima volta.

In quella "Kunstschau" al Palazzo del Belvedere, Klimt e altri 160 giovani artisti svelarono al mondo le loro opere rivoluzionarie che rompevano i ponti con l'arte del vecchio secolo per aprire a un modernismo globale. Il "Bacio" è la gemma in questa esposizione di autori meno noti - soltanto un sesto della mostra del 1908 - ma altrettanto lontani dallo stile floreale e Belle Époque che allora dominava.

"Il bacio" non era neppure terminato e il Ministero della Cultura lo aveva acquistato per una cifra pari a 175.000 € odierni: il potere imperiale credeva in Klimt e nell'arte, tanto da essere il mecenate dell'esposizione.

Sulla sinistra un'altra formidabile opera di Klimt, riprodotta su calendari e segnalibri, la "Danae" fecondata da una pioggia letteralmente d'oro. Poi "Le tre età della donna", eloquente e realistico. Ed il "Ritratto di Fritza Riedler", su un fondo decorato alla maniera dell'artista austriaco.

Alcune opere nel corso del tempo sono andate perdute: è il caso delle "Mele d'oro", bruciato durante la Seconda Guerra Mondiale. Una riproduzione in bianco e nero la rappresenta, così come per il "Ritratto di Adele Bloch-Bauer", appartenente al collezionista americano Ronald Lauder, che si è rifiutato di concederne il prestito. L'opera, confiscata nel 1938 dai nazisti, fu al centro di una lunga battaglia legale vinta dalla nipote di Adele, che la vendette nel 2006.

Gustav Klimt und die Kunstschau 1908
Fino al 18 gennaio 2009
Belvedere Inferiore (Unteres Belvedere)
Rennweg 6
Vienna
(www.belvedere.at)

Ingresso: 12,50 €



Gustav Klimt, "Il bacio", particolare


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LA FRASE DEL GIORNO
Un quadro è una cosa che richiede tanta furberia, malizia e vizio, come l'esecuzione di un crimine; bisogna falsificare e aggiungervi un tocco di natura...
EDGAR DEGAS, Lettere

giovedì 16 ottobre 2008

L'elezione di Wojtyla


La sera del 16 ottobre 1978, poco dopo le sei, il mondo intero era davanti ai televisori per un'occasione rara che però quell'anno si verificava per la seconda volta nel giro di tre mesi: la fumata bianca. Il nuovo papa, che succedeva a Giovanni Paolo I, morto il 29 settembre, era stato eletto e si attendeva che ne venisse proclamato il nome con rito antico.

Quando il cardinale Pericle Felici pronunciò: "Adnuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam, eminentissimum ac reverendissum Dominum Dominum Carlum Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalem Wojtyla" la folla di Piazza San Pietro e quasi tutti quelli davanti ai teleschermi rimasero sbigottiti: dal nome sembrava un papa africano, un cardinale di colore assurto al trono di Pietro... La Chiesa era pronta per questo? Poi il cardinale Felici dopo quella lunga pausa, quasi studiata per lasciar decantare la sorpresa della folla, aggiunse: "Qui sibi nomen imposuit Johannis Pauli". L'applauso scoppiò fragoroso: quel nome, Giovanni Paolo, era un segno di continuità con il "sorriso" di Papa Luciani.

Un papa non italiano, polacco si scoprì subito, il primo 455 anni dopo l'olandese Adriano VI. Se vi era qualche preoccupazione, ci pensò lui stesso a spazzarla via, quando, qualche minuto dopo, si affacciò alla loggia della Basilica di San Pietro per impartire la prima benedizione urbi et orbi: "Se sbaglio, mi corriggerete!" disse alla Piazza gremita conquistando il primo fragoroso applauso di un pontificato molto lungo, durato ventisette anni.

Quel cinquantottenne di Wadowice che amava sciare, nuotare e camminare avrebbe contribuito a cambiare il mondo e sarebbe stato devastante per i regimi comunisti, dando un apporto determinante al loro crollo, a partire da quella Polonia che nel 1981 si ribellò ai diktat e portò in prima linea i lavoratori cattolici dei cantieri navali. Forse avevano provato pure ad eliminarlo il 13 maggio di quell'anno: dietro la mano armata di Ali Agca che attentò alla vita di Giovanni Paolo II c'erano il KGB e la Stasi?

Ma quel 16 ottobre 1978 eravamo tutti rivolti a quel balcone: "Se sbaglio mi corriggerete!". Come si fa a correggere un uomo capace di dire, il 22 ottobre, nella messa di inaugurazione: "Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo lui lo sa"?


Giovanni Paolo II, la sera del 16 ottobre 1978



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LA FRASE DEL GIORNO
E quella frase che Giovanni Paolo II ha ripetuto per tutto il suo pontificato – «il mondo può cambiare!» – è stata forse l'eredità più preziosa che potesse lasciare agli uomini del XXI secolo.
GIAN FRANCO SVIDERCOSCHI, Una vita con Karol

mercoledì 15 ottobre 2008

Segnalibri


"Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra".

Chi non ha riconosciuto la passeggiata di Don Abbondio all'inizio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni? Ebbene, questo stralcio mi serve a introdurre l'argomento di questo post: un oggetto di uso pratico e comune che il povero curato di campagna non aveva, tanto che usava l'indice della mano destra per non perdere il segno nella lettura del breviario.

I primi segnalibri , come è universalmente testimoniato, apparvero sul finire del Cinquecento: uno dei primissimi fu il colpo di genio del legatore inglese Christopher Baker, che pensò di agevolare la lettura della regina Elisabetta I inserendo in una raccolta di testi sacri e di statuti del regno un nastro di seta incollato alla legatura.
Ma in un dipinto del 1470 di Carlo Crivelli, il Polittico di San Giorgio, conservato alla National Gallery di Londra, già appare un segnalibro, da un testo sacro tra le mani di San Paolo. Probabilmente anche prima di allora si infilava qualcosa tra le pagine per non perdere il segno. A me disgustano le "orecchie", ovvero il ripiegare l'angolo della pagina, che vedo fare da molti...

Quel piccolo nastro ideato da Christopher Baker divenne in breve un accessorio indispensabile e si trasformò: si staccò dal libro, diventando indipendente e quindi utilizzabile in più volumi, e poi, attorno al 1850, illustrato e decorato. Vi furono pezzi unici nei più svariati materiali e nelle più diverse tecniche, dal cartoncino ad acquarello alla stoffa ricamata, dal cuoio sbalzato alla lamina dorata.

Da lì si aprì la vasta possibilità dei multipli a stampa e infine del segnalibro pubblicitario. Il passo alla riproduzione di opere famose era già fatto. La funzione è divenuta così estetica.



Fotografia © Robin K. Bloom



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LA FRASE DEL GIORNO
La lettura è solitudine.
ITALO CALVINO, Se una notte d'inverno un viaggiatore

martedì 14 ottobre 2008

Il canto delle Sirene


SIRENE

Funesto spirito
Che accendi e turbi amore
Affine io torni senza requie all'alto
Con impazienza le apparenze muti,
E già, prima ch'io giunga a qualche meta,
Non ancora deluso
M'avvicini ad altro sogno.
Uguale a un mare che irrequieto e blando
Da lungi porga e celi
Un'isola fatale,
Con varietà d'inganni
Accompagni chi non dispera, a morte.


«È l'ispirazione, che è sempre ambigua, che in sé contiene uno stimolo e una verità illusoria, l'inquietudine di cui si diceva prima; è la musa sotto forma di sirena, e nella poesia è presente, appunto, l'isola fatale, l'isola delle sirene incontrata da Ulisse nel suo viaggio».

Sono le parole usate da Giuseppe Ungaretti per delineare il significato di "Sirene", poesia del 1923 inserita in "Sentimento del Tempo", raccolta ricca di figure mitologiche cui il poeta ricorre per rappresentare i suoi stati d'animo.

E le Sirene passano a incarnare l'ispirazione, la musa poetica che si palesa ancora in abbozzo, la materia informe simile al blocco di marmo dello scultore, alla tela bianca dove il pittore intravede già qualcosa ma non ancora tutto. Così ascoltare quel canto di Sirena può portare ad una poesia oppure perdersi in altri rivoli, negare i versi come il mare nasconde alla vista del marinaio l'isola quando solleva onde di tempesta per poi farla riapparire nelle bonacce. Il poeta è quindi questo navigante, Ulisse appunto, come lo stesso Ungaretti precisa nella nota: è l'uomo che segue l'ispirazione e si lascia condurre nell'avventuroso viaggio tra bellezze inestimabili e pericoli orribili, tra verità che sono forse false e menzogne che sono forse vere, senza accorgersi che tutto quanto è un'illusione.

In alcuni versi appartenenti ad una lunga strofa tagliata, presente nell'edizione Solaria del 1928, Ungaretti scrive: "Crudele, tu nudi le idee. // Mente funesta. / So che turbi amore, e non t'amo. // Ma non ho requie, / Rinnuovo la salita". Il poeta quindi non ha scampo: la Musa/Sirena lo seguirà per tutta la vita.

Non ho mai spiegato compiutamente perché questo blog si intitoli "Il canto delle Sirene": oggi può risultare chiaro. Le Sirene sono le voci della poesia e della letteratura, sono i canti che si levano ad ammaliare il nostro udito.

Edward John Poynter, "The Siren", 1864



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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è l'espressione, mediante il linguaggio umano ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso degli aspetti dell'esistenza.
STÉPHANE MALLARMÉ

lunedì 13 ottobre 2008

Rispetto e dignità


“Da una scala di legno annerito pende una bandiera francese: è l’unica, e la stacco con cura, la ripiego e la metto nel tascone della giubba. (La ritroverò a casa mia questa bandiera, tra vecchie carte, lettere e oggetti strani agli altri. Un giorno i ragazzi giocavano, e la diedi a loro perché la riportassero a sventolare sopra una collina di prati fioriti)”.

Cos’è il rispetto? Cos’è la considerazione che anche gli “altri” hanno le loro ragioni? Mario Rigoni Stern ne aveva gerle nella sua vita di montanaro. Certo, chi va in montagna sa quanto dura è la vita lassù: conosce il valore delle cose, sa che un aiuto dato non sarà mai sprecato e che al momento buono sarà ripagato. Sa che, se anche non sarà ripagato, questo non è importante.

Rigoni Stern nel 1971 scrive “Quota Albania” e ricorda quell’episodio della bandiera francese raccolta dalle parti di Séez. L’Italia aveva invaso la Francia pochi giorni prima e già era stato stipulato l’armistizio. Ma in quei giorni al caporale Rigoni Stern capitò di entrare affamato in una casa di legno abbandonata dagli abitanti: mangiò del formaggio e del pane e lasciò un biglietto di scuse in un cassetto della credenza. Anche la sua ad Asiago era una casa di legno, una casa di montagna, ricostruita dal nonno, profugo anch’egli con tutta la sua famiglia, proprio come quei francesi, nel 1916.

Rispetto, pietà, umanità: non per questo Rigoni Stern fu un soldato peggiore, anzi riuscì a riportare a casa dalla Russia gran parte della sua squadra. Nel “Sergente nella neve” non poteva perciò non notare la differenza con i soldati tedeschi e rumeni, e ancor più con le SS. La cattiveria, il disprezzo, la crudeltà non erano nei cuori degli italiani, che i russi aiutavano, quando potevano, e lo testimonia lo stesso scrittore di Asiago: gli diedero patate e pane, lo sfamarono in un’isba dove c’erano anche soldati russi.

Rispetto, allora, condivisione e dignità: ancora in “Quota Albania” racconta del trasferimento di prigionieri greci: “Quel mattino mi trovavo anch’io da quelle parti, e con altri feci da scorta a quaranta prigionieri che accompagnammo giù al comando. Anche loro erano magri, malridotti nelle divise, carichi di pidocchi e con le barbe lunghe e ispide. Ma dentro i loro occhi scuri e profondi e nel loro silenzio, avevano dignità”.

Foto: Pavoisement


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LA FRASE DEL GIORNO
Lo splendore delle azioni degli uomini, intrepidi o sciocchi che siano, vive per sempre.
BANANA YOSHIMOTO, Sly

domenica 12 ottobre 2008

La Torre di Babele a Dubai


Lunedì scorso le autorità di Dubai, perla degli Emirati Arabi Uniti, hanno annunciato la costruzione di una torre alta più di un chilometro. L'edificio, appartenente alla compagnia immobiliare governativa Nakheel, dalla quale prenderà il nome, costerà qualcosa come 38 miliardi di dollari (circa 28 milioni di euro).

Inutile dire che la Nakheel Tower sarà l'edificio più alto del mondo, battendo il record già detenuto dalla stessa città, la Burj Dubai, attualmente in costruzione, alta "solamente" 694 metri, ma che forse potrebbe superare gli 800. Ma il suo record potrebbe essere effimero: già si vocifera del progetto di un grattacielo di ben 2.400 metri!

Evidentemente le autorità di Dubai non temono quello che successe a Babele, come riporta la Genesi, al capitolo 11: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese del Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco, essi sono un popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.»

Dev'essere comunque un'ansia tutta asiatica questa di elevarsi con le proprie case fino al cielo: se Babele si trovava nell'odierno Iraq, nella classifica dei grattacieli più alti del mondo ben diciannove dei primi venticinque si trovano in Cina, Malesia ed Emirati Arabi, venti con la Nakheel; e i primi sette in assoluto, davanti alle Sears Towers di Chicago. L'Europa non ha di queste ambizioni, poggia sulle sue solide radici ed il suo edificio più elevato è la Torre della Commerzbank a Francoforte, 299 metri. L'Italia si ferma alla Torre Telecom di Napoli, 129 metri, che nel 1995 ha sottratto per soli due metri il primato nazionale al vecchio Grattacielo Pirelli, che svetta in Piazza Duca d'Aosta a Milano dal 1965.

Le autorità di Dubai comunque non si fermano qui: oltre all'autodromo per la Formula 1 e alle isole artificiali che riproducono il planisfero mondiale, sorgerà anche una nuova città, Jumeira Gardens, caratterizzata - ma guarda un po' - da torri, delle quali tre di 600 metri, che saranno collegate da passerelle. Intanto, nel mondo, l'economia va a rotoli e i brokers provano un altro tipo di vertigini...



Il progetto della Nakheel Tower (Foto AP)



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LA FRASE DEL GIORNO
Lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 2 agosto 1942

sabato 11 ottobre 2008

Bosco Cappuccio


ONCE UPON A TIME

In Cappuccio Forest
there's a slope
of green velvet
like a lovely
overstuffed chair

My dozing off there
alone
in a far-off cafe
with a faint light
like this one
this moon is shedding


Navigando nel mare magno della Rete mi sono imbattuto in questa poesia. Mi sembrava familiare, man mano che la mente traduceva in italiano le parole inglesi. Poi la memoria è riuscita ad associare il titolo italiano, "C'era una volta" e l'autore, Giuseppe Ungaretti. Le note relative al testo sono state la conferma definitiva: mi mancava di sapere solo il nome del traduttore, Andrew Frisardi.

Ecco, il bello della conoscenza è questo, scoprire in un remoto blog statunitense la poesia di un autore italiano, tradotta ed apprezzata. E rivalutarla, trovare qualche cosa di nuovo in quelle parole lette e rilette tante volte nella lingua originale. Come vedere un oggetto noto da un diverso punto di vista.

Bosco Cappuccio è una località, un paesino strappato dagli italiani agli austroungarici nel primo anno di guerra. Ha un nome da favola, ma non erano che poche case perse in un ammasso di rovine. Eppure Giuseppe Ungaretti, il primo agosto del 1916 proprio di quel borgo sognava, dalle postazioni di Quota Centoquarantuno, dove la guerra di posizione e di trincea infuriava. Un'oasi di tranquillità per il poeta, il desiderio di una normalità che non può avere, ben simboleggiata da quel termine "poltrona" a indicare un pendio erboso come se ne trovano nei paesi di montagna e di collina - e Bosco Cappuccio è sulle pendici del San Michele. Ed un caffè dove rintanarsi, quasi nascondersi alla luce fievole, rannicchiarsi come un bambino nel ventre materno.

C'ERA UNA VOLTA

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona

Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna


Paul Cézanne, "Il fumatore"

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LA FRASE DEL GIORNO
La casa della poesia non avrà mai porte.
ALDA MERINI, Aforismi e magie

venerdì 10 ottobre 2008

Nobel a Le Clézio


Il Nobel per la Letteratura 2008 è stato assegnato ieri a Stoccolma allo scrittore francese Jean-Marie Le Clézio, "autore di nuove partenze, avventura poetica e estasi sensuale, esploratore di un'umanità al di là e al di sotto della civiltà regnante" secondo la motivazione dei giurati.

Le Clézio, che da alcuni anni era dato tra i favoriti, ha prevalso tra candidati di spicco quali il poeta siriano Adonis, il giapponese Murasaki, l'israeliano Amos Oz e l'italiano Claudio Magris, preferito dai bookmakers. Per loro ci saranno altre speranze nei prossimi anni. Niente da fare invece per gli americani, accusati dalla giuria di essere troppo isolazionisti, come se la letteratura dovesse essere per forza globale: Don DeLillo e Philip Roth si devono rassegnare.

Quello di Le Clézio è un nome non notissimo in Italia: nato a Nizza da famiglia bretone nel 1940, iniziò a scrivere da bambino, a sette anni e ottiene il successo a ventitré anni con "Il verbale", cui seguiranno una trentina di opere, saggi novelle, romanzi e anche fiabe. Narratore con un occhio di riguardo all'emarginazione e all'adolescenza, ha prediletto nei primi romanzi i temi della follia, della scrittura e del linguaggio. Con la maturità ha prevalso in lui la passione per il viaggio e per l'infanzia. Nel romanzo "L'Africano" spiega la sua visione del mondo e della letteratura: "Non è soltanto quella memoria di bambino, quel ricordo straordinariamente preciso di tutte le sensazioni, gli odori, i sapori, l'impressione di pieno o di vuoto, il sentimento della durata. Adesso che scrivo riesco a capirlo: questa non è soltanto la mia memoria, ma anche quella del tempo che ha preceduto la mia nascita, quando i miei genitori camminavano insieme per le strade degli altipiani, nei regni del Camerun Occidentale. È la memoria delle speranze e delle angosce di mio padre, della sua solitudine, del suo sconforto a Ogoja. La memoria dei momenti felici, quando mio padre e mia madre erano uniti in quell'amore che credevano eterno".


Le Clézio in una fotografia di Aurélie Raynal del 2005




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LA FRASE DEL GIORNO
Ci sono giorni che non sono come gli altri, i giorni di festa, ed è un po' per questi giorni che si vive e che si spera.
JEAN-MARIE LE CLÉZIO, "Deserto"

giovedì 9 ottobre 2008

Pio XII


Il 9 ottobre 1958 moriva Pio XII, il papa che aveva condotto la Chiesa attraverso la Seconda Guerra mondiale e del quale passerà alla storia l'immagine del 14 luglio 1943, quando scese per le strade di Roma e parlò alla popolazione dopo il bombardamento alleato. "Un angelo con gli occhiali" lo descrive Francesco De Gregori in "San Lorenzo", la canzone dedicata a quell'evento. Vestito di bianco, con la tonaca sporcatasi di fango e sangue, a braccia larghe come un Cristo in croce sembra volersi assumere tutta la sofferenza di Roma.


Ma Eugenio Pacelli è figura controversa: c'è chi lo accusa di non aver fatto nulla per salvare gli ebrei, per denunciare l'orrore dei campi di sterminio. C'è chi dice che quello che si poteva fare è stato fatto, come l'asilo concesso agli ebrei in Vaticano, e che del resto neppure americani e russi erano a conoscenza di quanto fossero vasti i lager e di quello che vi avrebbero trovato alla liberazione.

Pio XII, che era segretario di Stato vaticano negli Anni Trenta, tentò invano di intervenire per salvare la pace. Eletto papa in un rapidissimo conclave di cui fu anche camerlengo il 2 marzo del 1939, si trovò subito a dover affrontare il conflitto: nel primo messaggio papale, il "Dum Gravissimum", affidato alla radio il giorno successivo all'elezione chiese di intervenire per la pace: "E in queste ore trepide, mentre tante difficoltà sembrano opporsi al raggiungimento della vera pace, che è l’aspirazione più profonda di tutti, Noi leviamo supplichevoli a Dio una speciale preghiera per tutti coloro cui incombe l’altissimo onore e il peso gravissimo di guidare i popoli nella via della prosperità e del progresso civile."

Poco dopo l'avvio delle operazioni belliche istituì la Pontificia Commissione di assistenza per aiutare quanti erano profughi o perseguitati a causa della guerra e cercò in seguito di frenare le persecuzioni nazifasciste. Di più, affermò la superiorità dei sistemi democratici sugli altri sistemi politici e nei messaggi natalizi delineò il progetto di una "nuova cristianità" da mettere in atto al termine del conflitto.

Passata la guerra, ebbe un nuovo nemico: il comunismo insidiava le dottrine cristiane ed erigeva un muro attorno all'ideologia - non solo figurato, presto sarebbe sorta la "cortina di ferro", anni dopo il Muro di Berlino... Pio XII nel 1949 scomunicò chi ne praticava gli ideali. La sua energica concezione del ruolo di Pastore della Chiesa lo portò poi a un progressivo isolamento che non appannò l'immagine, ritenuta molto positiva per il cattolicesimo, del suo ventennale pontificato. Paolo VI nel 1967 ne propose la beatificazione: l'iter è tuttora in corso.


Foto: Pubblico dominio



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LA FRASE DEL GIORNO
Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra.
PIO XII, Radiomessaggio noto come "Un'ora grave", 24 agosto 1939

mercoledì 8 ottobre 2008

Gustavo Adolfo Bécquer


"Sobre el volcán la flor". C'è questa epigrafe ad aprire i "Mottetti" di Eugenio Montale, seconda parte delle "Occasioni". È un verso di un poeta spagnolo dell'Ottocento, Gustavo Adolfo Bécquer.

L'opera di Bécquer, sivigliano trasferitosi a Madrid, vissuto tra il 1836 e il 1870, è stata pubblicata postuma dagli amici, ma concordata con il poeta malato di tisi, che sentiva prossima la fine. Forse la malattia, ma soprattutto una burrascosa storia d'amore e la passione per la musica popolare andalusa, per le seguidillas e i fandangos, generano nei suoi versi una dolce malinconia, una tristezza profonda. Il tempo della sua poesia è il passato: il sentimento, l'amore, è chiuso nei cassetti della memoria: "Quando torno a rivivere immaginariamente quel che mi è accaduto, scrivo; scrivo come colui che copia da una pagina già scritta, come il pittore che riproduce il paesaggio che si dilata davanti ai suoi occhi e si perde fra la bruma degli orizzonti."

L'amore idealizzato ma non romantico, l'innamorarsi, la bellezza della donna, il tradimento, il dolore, la solitudine, la morte sono i temi che Bécquer predilige. Le sue immagini sono spesso fulminanti, come quella scelta da Montale: un fiore su un vulcano, la rosa e la donna.

La donna, la musa di Bécquer è Julia Espin, figlia del direttore dell'Orchestra Real di Madrid: lo coinvolge in una relazione avventurosa, che durerà tre anni e sarà minata dai continui tradimenti di lei. Quando, per dimenticare, dopo un periodo trascorso in convento, sposerà un'altra donna, Carla Esteban, dalla quale avrà due figli, scoprirà che nel suo matrimonio non trova quell'amore che provava per Julia e si separerà.

La sfortuna si accanisce sul poeta: il manoscritto delle sue "Rimas" brucia nell'incendio della casa dell'amico González Bravo, messa a fuoco dai rivoltosi nel 1868 durante i moti di piazza contro la regina Isabella. L'anno seguente, su un quaderno ora conservato alla Biblioteca Nazionale di Madrid, Bécquer, dando prova di una memoria prodigiosa, riscrive parte dell'opera perduta: le 79 "Rimas" giunte fino a noi. Nell'introduzione confessa: "Nei tenebrosi angoli del mio cervello, rannicchiati e nudi, dormono i bizzarri figli della mia fantasia, aspettando in silenzio che l'Arte doni loro la veste della parola per potersi presentare in modo decoroso sulla scena del mondo".

da "Rimas", 1871


X.

Gl'invisibili atomi dell'aria
palpitano e s'infiammano intorno;
la terra sussulta rallegrata;
il cielo si dissolve in raggi d'oro.
Odo, fluttuando in onde d'armonia,
suoni di baci e battere un'ala;
le mie palpebre si chiudono... Che succede?
Dimmi...? Silenzio!
- È l'amore che passa!


XX.

Sappi - se qualche volta le tue rosse labra
brucia invisibile atmosfera arroventata -
che l'anima che con gli occhi può parlare
anche con lo sguardo può baciare.


XXII.

Come vive quella rosa che hai appuntato
sul tuo cuore?
Mai prima d'ora contemplai sulla terra
nel vulcano un fiore.


LXXIX.

Fingendo realtà
con apparenza vana,
prima del Desiderio
va la Speranza;
e le sue bugie
rinascono dalle sue ceneri,
come la Fenice.



Casado del Alisal, "Ritratto di Bécquer"


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LA FRASE DEL GIORNO
Succede in amore come in tutto il resto. Quel che abbiamo avuto è niente, è quello che non abbiamo che conta.PAUL LÉAUTAUD, Passatempi

martedì 7 ottobre 2008

Cos'è la poesia? (VII)


PROLOGHETTI, 12

Disfate questo verso.
Toglietegli le frange della rima,
il metro, la cadenza
e persino l'idea stessa...
Gettate al vento le parole...
e se dopo resta ancora qualcosa,
quello
sarà la poesia.
Che
importa
che la stella
sia remota
e disfatta
la rosa?...
Avremo ancora
la luce e l'aroma.


da "Versi e orazioni del viandante" (1920-1930)


León Felipe, di cui si è già parlato in questo blog qualche tempo fa, era un poeta spagnolo piuttosto anomalo, ribelle alle mode e alle convenzioni. Viandante, pellegrino, senza riuscire a porre le sue radici in un angolo di mondo... se non nella poesia. E della poesia ci dà questa fulminante definizione. La poesia dunque è un qualcosa che va oltre - l'emozione si era detto - è uno spirito che aleggia tra le parole, un'anima che giace sottopelle sul foglio bianco, tra l'inchiostro. Non consiste nei versi, nelle rime, nelle gabbie della metrica, non è nelle terzine dantesche o negli endecasillabi dei sonetti: è una vitalità che nasce da tutte queste cose ma che le travalica.

Come la luce delle stelle che giunge a noi molti anni dopo ed è indipendente dall'astro, che potrebbe anche essere esploso dopo averci inviato quella luce o essere stato inghiottito da un buco nero. Come il profumo della rosa ormai appassita ma che ancora è vivo. La poesia è... la poesia, quella magia che avvolge parole normali di luce e di profumo regalando loro un tocco divino.


Erin Rafferty, "Rose III"


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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è una sorta di gomma che trasuda di là dove essa trova il suo cibo.
WILLIAM SHAKESPEARE, Timone d'Atene, Atto I, Scena I

lunedì 6 ottobre 2008

Carvalho gastronomo


Come già visto su questo blog in "Ricette letterarie" , Pepe Carvalho, il detective creato da Manuel Vázquez Montalbán, è un buongustaio e appassionato di cucina. Con il suo alter ego, lo scrittore barcellonese scomparso a Bangkok nel 2003 ha portato il giallo nei piani alti della letteratura.

Ora in Spagna esce un’edizione speciale in cinque volumi - sui dieci scritti - di “Carvalho gastronomico”, opera enciclopedica con la quale Vázquez Montalbán rivisita con humour e con una profonda analisi la cultura gastronomica iberica, ricca di sapori forti e di accostamenti bizzarri. “Sapere o non sapere”, “Bere o non bere”, “La cucina dei mediterranei”, “La cucina del finisterre”, “La cucina del mestizaje” sono i titoli dei cinque libri. Nei primi lo scrittore catalano parla di argomenti teorici, nei tre regionali divide la Spagna in modo concettuale: Catalogna, Valencia e Baleari; Murcia, Andalusia e Estremadura; Galizia, Asturie, Cantabria e Paese Basco.

A parlare è però Carvalho, il detective: tratta di cuochi come Ferran Adrià, il mago del sifone, Juan Mari Arzak e Santi Santamaria, di ricette, di alimenti, di prodotti Doc, di cocktail.

Lo scrittore Andreu Martin ha ricordato l'amico e maestro in una serata di presentazione: "Con Montalbán sappiamo che mangiare è pura sopravvivenza, mangiare bene è cultura". Ovvero c'è chi si nutre per dovere e chi per piacere. Domandatevi chi di questi sa davvero vivere...


La cucina di Pepe Carvalho (Foto di Hado Lyria)



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LA FRASE DEL GIORNO
I veri piaceri risiedono sempre nella memoria.
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Tatuaggio

domenica 5 ottobre 2008

Occhi e anima


"Il volto è l'immagine dell'anima, gli occhi ne sono lo specchio": proverbiale è divenuta questa frase di Marco Tullio Cicerone, dal "De oratore". C'è un legame tra questi organi gemelli ed unitari che costituiscono il senso della vista e l'anima, la parte più intima di noi, indefinibile perché definibile in troppi modi.

Sono dunque una porta verso il mondo interiore? Sono un'espressione esterna di quel che c'è dentro? Gli antichi ne erano convinti. L'evangelista Matteo (6,22-23) scrive: "L'occhio è la lucerna del corpo. Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato. Ma se il tuo occhio è torbido, tutto il tuo corpo sarà tenebroso". Quella luce non è altro che l'anima: se è corrotta, uscirà tremola e fumosa, se è pura sarà un bagliore accecante.

Publilio Siro ne determina la connessione, dando però all'anima il compito di governare, di amministrare: "Gli occhi sono ciechi, quando l'anima si occupa di altre cose". Sembra di vederla quella persona svagata, magari innamorata, persa nei suoi pensieri, nelle sue elucubrazioni, smarrita nella rincorsa dei sogni: gli occhi sono aperti, ma nulla vedono, come un cieco.

Perché, ancora secondo Cicerone, "L'anima vede e sente". Certamente devono essere gli occhi il tramite con cui essa vede, e si ritorna così all'assioma del "De oratore". Va oltre Cicerone invece Francesco Petrarca: "Anima che diverse cose tante / vedi, odi, leggi e... pensi". Ecco che l'anima assume il suo ruolo di motore del corpo, di guida, come se il corpo fosse uno di quei robot dei cartoni animati giapponesi degli Anni '80 e l'anima il ragazzo seduto nella cabina dei comandi...



Vincent Abbey, "Pale face"



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LA FRASE DEL GIORNO
Gli occhi sono gli interpreti del cuore.
BLAISE PASCAL, Pensieri

sabato 4 ottobre 2008

La sfogliatrice di Pascoli


ULTIMO CANTO

Solo quel campo, dove io volga lento
l'occhio, biondeggia di pannocchie ancora,
e il solicello vi si trascolora.

Fragile passa fra' cartocci il vento:
uno stormo di passeri s'invola:
nel cielo è un gran pallore di viola.

Canta una sfogliatrice a piena gola:
amor comincia con canti e con suoni
e poi finisce con lacrime al cuore.



È un'Italia antica quella che Giovanni Pascoli rappresenta in "Ultimo canto", poesia che come tanti componimenti in "Myricae", esprime impressioni della vita contadina a cavallo tra Ottocento e Novecento. È un'Italia che non esiste più, è il prezzo che si è dovuto pagare all'industrializzazione e al progresso. Ma raccontarla, allora, era uno schema di rottura nella poesia italiana, era un versare nell'apparente verismo una dimensione psicologica, un caricare di significati interiori le cose esteriori: Pascoli ne evidenzia gli elementi per formulare il suo senso della vita. L'ansia e l'inquietudine si proiettano su quei bozzetti campagnoli. Ma se altrove ("Novembre", "Lavandare") sono lo smarrimento e i dubbi a risaltare, qui invece la scena è quasi idilliaca, la tristezza si muta in malinconia, con una dolcezza di fondo che placa l'animo.

L'inizio dell'autunno è certamente tempo propizio a questo genere di riflessioni: Pascoli le fa davanti a un campo di granoturco, con le piante ormai secche da cui pendono le pannocchie. Una donna è intenta a raccoglierle, a levarle dai cartocci accarezzati da un vento leggero. Tutto il bozzetto è tenue: il poeta racconta quei colori resi soffusi da un pallido sole autunnale, quel cielo sbiadito che le nuvole rendono viola, quel volo di uccelli improvviso.

La "sfogliatrice", come le mondine nei campi di riso, rende meno monotono il lavoro ripetitivo cantando: e la canzone racconta le sofferenze d'amore, nota triste che ben si attaglia al paesaggio. Il suo canto è l'ultimo a risuonare nelle campagne, presto comincerà il riposo dei terreni in attesa di una nuova primavera.

Oggi invece nei campi elefantiaci macchinari raccolgono il granturco, lo sfogliano, separano automaticamente le pannocchie dagli scarti. E non è un canto che si ode, ma il rombo dei motori nell'aria che puzza di gasolio bruciato...


Immagine: Fab



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LA FRASE DEL GIORNO
Autunno, stagione sleale.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

venerdì 3 ottobre 2008

Il granturco


Le parole hanno talvolta in sé un oscuro segreto che si perde nel corso dei secoli. Prendiamo il "granturco" o "granoturco", come è comunemente chiamato il mais. Ma, se viene dalle Americhe, importato dagli Spagnoli giunti dopo Colombo nelle terre degli Aztechi, dei Toltechi e dei Maya, perché si chiama "turco"?

Vi sono almeno tre versioni dell'etimologia. La prima, quella ufficiale, assegna all'aggettivo "turco" l'accezione usata anticamente di "esotico, forestiero", come ogni cosa che proveniva dai paesi ottomani attraverso i mercati levantini.
La seconda, molto più fantasiosa, è il frutto di un errore: il nome dato dagli inglesi al mais, "Wheat of Turkey" ovvero "grano del tacchino", con ovvio riferimento al mangime per i volatili, sarebbe stato tradotto per un malinteso con l'altro significato di "Turkey" "grano di Turchia".
Una terza, più romantica, usa la similitudine: le pannocchie hanno una barba rossiccia, usata anche per insaporire la grappa, identica a quella che erano soliti portare i turchi.

Il mais ha anche altri nomi: meliga, melgone, sorgo turco, grano siciliano, formentone e frumentone. Ma il suo nome originario, nella lingua Nahuatl, era centli. Qui in Brianza lo chiamiamo "melgòt" e "furmentón". E voi, come lo chiamate?



(Immagine: Christie's Images)


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LA FRASE DEL GIORNO
Gli alberi, gli arbusti, le piante, sono gli ornamenti, la veste della terra.
JEAN-JACQUES ROUSSEAU, Le passeggiate solitarie

giovedì 2 ottobre 2008

Braccobaldo, vecchio amico...


Il 2 ottobre 1958 andava in onda negli Stati Uniti la prima puntata del cartone animato "The Huckleberry Hound Show". Presto sarebbe arrivato anche in Italia, tradotto come "Braccobaldo Show". I bambini italiani che sono cresciuti con quei personaggi ora sono adulti, anzi qualcosina di più... ma ricordano con la dolcezza dell'infanzia il cane blu Braccobaldo Bau dalla lenta parlata che riproduceva in italiano l'accento degli stati del Sud americani, gli orsi Yoghi e Bubu affamati di cestini da picnic, i topini Pixie e Dixie con il gatto Mr. Jinks.

I disegni animati, opera della premiata coppia Hanna & Barbera, così come i personaggi di Walt Disney, hanno probabilmente ricoperto per le nostre generazioni la funzione che nelle società antiche avevano i miti. Se i greci si appassionavano ai racconti di Achille Pièveloce noi eravamo avvinti (e lo siamo tuttora) da Beep Beep e da Wil Coyote. Poi sono venuti gli Animaniacs, i Pokémon e le Winx...


Disegno di Hanna & Barbera (da Animation Archive)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il mito è una serie coerente di fantasie che gli uomini creano per rassicurare se stessi e placare le proprie paure.
ASCOTT ROBERT HOPE MONCRIEFF, Guida illustrata alla mitologia classica

mercoledì 1 ottobre 2008

Ottobre, arcano e piovoso


Ottobre è il cuore dell'autunno: pulsa dei rossi, dei gialli che accendono i giardini, infila caldarroste nei sacchettini di carta e le offre alle dita freddolose che le sbucciano con cura. Accende i filari di uve bianche e rosse, gonfia le ceste dei vendemmiatori e riempie i tini nelle cantine. La terra si prepara al lungo riposo invernale e si veste di piogge monotone e di nebbie argentate che trascolorano il mondo.


"Nella nebbia d'ottobre
tutto il rosso è rosa".


JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Pietra e cielo, 82 (1918)

§

"E il piovoso ottobre
argentiere di nebbie".

RAFFAELE CARRIERI, da "Battiloro è settembre", in "Io che sono cicala" (1967

§

“Ottobre. Per i vetri Autunno inonda
la bella stanza delle luci estreme:
vanno i bifolchi cospargendo il seme
su per la china con canzon gioconda.”


GUIDO GOZZANO, da “La falce”, Poesie sparse

§

"Questo mese arcano
che il colore dell'uva si diffonde
e l'autunno ci spinge a viva forza
fino ai
Cessati Spiriti o al Domine quo vadis?".


MARIO LUZI, da "Versi d'ottobre", in "Onore del vero"


Peggy Turner Zablotny, "Nine days in October"



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LA FRASE DEL GIORNO
La bellezza è prendere qualcosa nelle mani e poi lasciarlo andare. Non si possono afferrare con forza il mare e il sorriso degli amici che se ne vanno lontano.
BANANA YOSHIMOTO, Amrita

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