martedì 30 settembre 2008

Mantegna al Louvre


È in corso al Louvre di Parigi una straordinaria mostra su Andrea Mantegna: 190 dipinti dell'artista del Quattrocento italiano. Santi, martiri, esempi di virtù e trionfi eroici nella "modernità" rinascimentale dei cieli atmosferici, dei paesaggi rigorosi con contadini e artigiani indifferenti a quello che accade intorno a loro. La Madonna diventa una donna, Gesù un bambino: la realtà piomba improvvisa sui fondi dorati del gotico e li disintegra.

Nelle scene sacre compaiono colonne, rovine, sculture, tutto quanto il mito dell'Antichità classica, in un gioco di prospettive audaci ma perfette - l'affresco della Camera degli Sposi nel palazzo ducale di Mantova ne è la testimonianza più clamorosa. Naturalmente al Louvre non c'è, però si ricostruisce la vita di Mantegna, questo mantovano che ha appreso l'arte di Paolo Uccello, Andrea Del Castagno, Donatello e Filippo Lippi. Si avverte nelle opere in mostra l'influenza dei pittori fiamminghi su quell'Italia che allora era d'avanguardia: l'espressività dei volti, l'imitazione della natura, l'illuminazione dei paesaggi sono il sintomo di un nuovo modo di fare pittura. I dipinti sono piccoli universi dove accanto alla scena principale gravita un mondo dalla vita propria: il sacro si mischia con il profano. E il Medioevo è definitivamente archiviato.


Mantegna (1431-1506)

Museo del Louvre
34, quai du Louvre
Parigi

Dal 26 settembre 2008 al 5 gennaio 2009
Tutti i giorni escluso il martedì dalle 9.00
Ingresso: 13 € con il biglietto del museo
9,50 € ingresso alla sola mostra temporanea


Crocifissione (prestito di San Zeno a Verona)




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LA FRASE DEL GIORNO
In che modo un oggetto, che non mi dà nessun piacere a riconoscerlo nel vero, diventa, in pittura, l'origine d'un godimento estetico? E in che modo un oggetto, piacevole in natura, mi dà un piacere più e più intenso, a ritrovarlo in un'opera d'arte? La risposta, a mio vedere, dipende dal fatto che l'arte esalta ad insolita attività i comuni processi psichici, da cui derivano tutti, o quasi, i nostri piaceri; e li immunizza da sensazioni fisiche disturbatrici, che ingenerano stanchezza.
BERNARD BERENSON, I pittori italiani del Rinascimento

lunedì 29 settembre 2008

Machado de Assis


La fama di Joaquim Machado de Assis era confinata al natio Brasile, quando morì sessantanovenne a Rio il 29 settembre 1908. Ma negli ultimi anni, soprattutto negli ambienti culturali anglosassoni, Machado de Assis è diventato una figura di grido e critici e scrittori hanno paragonato il suo genio addirittura a quello di nomi inarrivabili come Dante, Shakespeare e Cervantes.

Susan Sontag, la scrittrice americana Premio Nobel, sta più con i piedi per terra, si limita a dire che fu "il più grande scrittore mai prodotto in America latina, superando anche Borges". Il critico Harold Bloom vola definendo questo nipote di schiavi "il maggiore artista della letteratura nera".

Più realisticamente, Machado de Assis è da considerare il maggiore scrittore in prosa della letteratura brasiliana, che ha attraversato la seconda parte dell'Ottocento bilanciandosi tra il Romanticismo ed il Realismo. Se si vogliono fare dei paragoni meno arditi, si potrebbero scomodare Flaubert ed Henry James ed arrivare a ravvisare anche toni kafkiani, come in "Memorie postume di Brás Cubas", autobiografia di un aristocratico decadente che rievoca la sua vita, le sue delusioni e i suoi fallimenti dall'interno della tomba.

L'umorismo di Machado de Assis si fonde con una buona analisi psicologica, costruita sull'acuta osservazione dei comportamenti umani. "Memorie postume" è considerato dai critici il suo capolavoro, ma i brasiliani preferiscono il malinconico "Don Casmurro", centrato sugli effetti della gelosia. I brasiliani, si sa, sono un popolo caldo ma incline alla nostalgia...


Joaquim Machado de Assis (Foto: Marc Ferrez)


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LA FRASE DEL GIORNO
La vita... è una enorme lotteria; i premi sono pochi, gli insuccessi numerosi, e sui sospiri di una generazione si ammassano le speranze dell'altra. Questa è la vita.
JOAQUIM MACHADO DE ASSIS, Carte avulse, "Teoria del medaglione"

domenica 28 settembre 2008

Giovanni Paolo I


«Nessuno è venuto a dirmi: "Tu diventerai Papa". Oh! se me lo avessero detto! Se me lo avessero detto, avrei studiato di più!»

Le parole di Giovanni Paolo I all'Angelus del 17 settembre 1978 rappresentano bene l'umanità del pontefice, la sua umiltà bonaria che sapeva accattivare con il sorriso. Trentatré giorni. Solo trentatré giorni durò il suo pontificato in quel 1978 passato alla storia come l'anno dei tre papi.

La notte del 28 settembre Giovanni Paolo I morì, probabilmente per un embolo: aveva 66 anni e l'emozione di essere diventato papa nell'elezione del 26 agosto, mettendo d'accordo le fazioni che volevano pontefice il cardinale Siri o il cardinal Benelli. Da Canale d'Agordo, dov'era viceparroco nel 1935, al soglio di Pietro!



Brevissimo fu quel pontificato, ma Albino Luciani, questo il nome secolare che aveva abbandonato per associare, primo nella storia, due nomi, quelli dei papi che lo avevano preceduto, con la sua umiltà impose modifiche al cerimoniale: in particolare l'abbandono del noi maiestatico ed il rifiuto della tiara e della sedia gestatoria, nonché del trono nella messa iniziale del ministero petrino. Umiltà. Quella che gli derivava da un'infanzia vissuta tra i sacrifici di una civiltà contadina - era nato nel 1912 - e che celava dietro quell'apparente tono dimesso la saggezza popolare: "Mia madre mi diceva quand'ero grandetto: da piccolo sei stato molto ammalato: ho dovuto portarti da un medico all'altro e vegliare notti intere; mi credi? Come avrei potuto dire: mamma non ti credo? Ma sì che credo, credo a quello che mi dici, ma credo specialmente a te. E così è nella fede" raccontava all'Udienza generale del 13 settembre.

Il 23 settembre, nell'omelia della Messa con cui si insediava come vescovo di Roma, professò ancora la sua umiltà: "È legge di Dio che non si possa fare del bene a qualcuno, se prima non gli si vuole bene. Per questo, S. Pio X, entrando patriarca a Venezia, aveva esclamato in S. Marco: « Cosa sarebbe di me, Veneziani, se non vi amassi? ». Io dico ai romani qualcosa di simile: posso assicurarvi che vi amo, che desidero solo entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti le mie povere forze, quel poco che ho e che sono."

"Un sorriso sul trono di Pietro" titolava un quotidiano il 27 agosto, all'indomani della sua rapidissima elezione (solo quattro votazioni, maggioranza di 101 su 110 cardinali): quel direttore di giornale aveva coniato la più bella definizione di Giovanni Paolo I.


(Foto: Pubblico Dominio)


IL SITO SU PAPA LUCIANI



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LA FRASE DEL GIORNO
Uno scrittore spagnolo ha scritto: «Il mondo va male perché ci sono più battaglie che preghiere». Cerchiamo che ci siano più preghiere e meno battaglie.
GIOVANNI PAOLO I, Angelus del 3 settembre 1978

sabato 27 settembre 2008

Cento anni alla catena


Cento anni fa, il 27 settembre 1908, fu un giorno rivoluzionario per l'industria: dallo stabilimento di Piquette, vicino a Detroit, usciva la prima Ford Model T. Di per sé già quell'automobile era un evento: progettata da Henry Ford e Charles Harolde Wills con gli ungheresi Jòsef Galamb e Jeno Farkas, la vettura presentava soluzioni innovative, dal cambio elicoidale ai freni a tamburo.

La vera rivoluzione però stava nella tecnica di produzione: la prima catena di montaggio e l'uso di parti intercambiabili. Dalla dimensione artigianale si passava a quella prettamente industriale: un complesso manufatto come un'automobile poteva essere razionalmente assemblato riducendo il tempo necessario per la sua produzione. All'epoca una vettura Ford era costruita in 12 ore, con la catena di montaggio del 1908 bastavano 93 minuti per realizzare la Model T.

Sì, c'erano i lati negativi, ma forse allora l'alienazione, la ripetitività dei gesti erano ancora lontani dai pensieri degli ingegneri. In breve infatti la fabbrica non risultò in grado di soddisfare la domanda e nel 1910, quando le unità prodotte erano ormai 12.000, lo stabilimento si trasferì ad Highland Park. Per velocizzare ulteriormente la catena, dal 1915 la Model T era disponibile in un solo colore, il nero. Nel corso del 1914 Ford produsse più vetture di tutti gli altri concorrenti insieme, e nel decennio 1914-1925 un'automobile su due nel mondo era una Ford. Grazie all'innovazione della catena di montaggio avviata nel piccolo stabilimento di Piquette...



Ford Model T (Foto: Muscle Car Club)



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LA FRASE DEL GIORNO
Gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso.
GIOVANNINO GUARESCHI, Don Camillo

venerdì 26 settembre 2008

L'anafora


I poeti amano l'anafora. Il termine, come in molte figure retoriche, deriva dal greco: αναφορά, dal verbo αναφέρω, significa non solo "risalita", ma anche "richiamo", "ripetizione", ed è in questa seconda accezione che diventa una figura cara ai poeti.

Infatti consiste nella ripetizione di una o più parole all'inizio di una serie di versi, o addirittura di un intero verso o di più versi all'inizio di una strofa. Detto così sembra arido, inutilmente tecnico. Gli esempi sono ancora una volta il migliore maestro:

"Voglio che tu non mi dimentichi
e mi ricordo appena io
di me, ieri!

Voglio che tu non mi dimentichi
e mi ricordo più di me
che tu di te!

Voglio che tu non mi dimentichi
e mi ricordo appena io
di te, domani!"


In questa poesia di Juan Ramón Jiménez (da "Eternità", 94) il primo verso si ripete all'inizio di ogni strofa, il secondo si ripete, sebbene mutato nella strofa di mezzo.

L'attacco del terzo canto dell'Inferno è un altro bell'esempio: il padre Dante efficacemente ci pone davanti alla porta che dà adito agli inferi con un'anafora, la ripetizione delle parole iniziali di ogni verso:

"Per me si va nella città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente".


Il suo scopo? Un artificio per puntualizzare, per ordinare, per sottolineare un concetto, per indirizzare semplicemente il lettore verso la lettura. "Una lungagnata" secondo un verso tardo di Montale, ma detto con benevolenza... I poeti amano l'anafora.


Louis Jean François Lagrenée, "Ispirazione poetica"



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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è una realtà che accusa il lettore e lo pone di fronte alla sua distrazione.
ALFONSO GATTO, Parole a un pubblico immaginario

giovedì 25 settembre 2008

Tra estate e autunno



PASSIFLORA


È nostro ancora questo fioco
lume della sera, un barbaglio
sulle cime dei lecci. Il fuoco
nella stanza si consuma;
(un sommesso
brusìo disperde la tua vigilanza)
e appena ti lambisce svampa
la veste: un ardore
ti difende dalla fiamma come la foglia
sempreverde. Tremi
ora che gli orti
devasta la tramontana
e ne patisce dietro i lividi vetri
la pigra passiflora.


da "Vidi le Muse" (1943)


Sono giorni che portano l'autunno nelle nostre case e nei nostri giardini. Ma l'estate ancora non vuole morire: resiste nelle sere con i suoi tramonti dorati, con il suo insistito rimanere. Però le foglie già cambiano colore, l'aria si è fatta più fresca e la sentiamo sulla pelle.

Leonardo Sinisgalli, poeta potentino di cui nel marzo di quest'anno si è celebrato il centenario della nascita, simboleggia questo tempo sospeso tra due stagioni con un fiore esotico, tipicamente estivo: la passiflora, nota anche come "fiore della Passione", per la somiglianza con una corona e per la presenza di tre grossi stami che richiamano i chiodi con cui fu crocifisso Gesù. È una pianta che resiste bene ai nostri climi, almeno fino ad altezze collinari, e si riempie di fiori rigogliosi da maggio fino a metà ottobre. Sinisgalli raffigura una donna in una stanza di sera, fuori il tramonto divampa, più fioco che il giorno prima; dentro arde il fuoco di un camino, le fiamme mandano riflessi che si accendono sulla veste. La donna ha un tremito di freddo, il poeta la paragona alla passiflora che nel giardino è esposta alle intemperie autunnali, al vento che soffia fresco.




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LA FRASE DEL GIORNO
I lunghi singhiozzi / dei violini d'autunno /mi feriscono il cuore / d'un monotono / languore.
PAUL VERLAINE, Canzone d'autunno, in "Poèmes Saturniens"

mercoledì 24 settembre 2008

Il dolore della giovinezza


"Il dolore della giovinezza": chiude così Mario Luzi la sua poesia "Giovinette". E la gioventù ha questa sofferenza spesso immotivata, questo "mal de vivre" che accompagna i suoi turbamenti. Forse è perché si cambia: crescere è un'esplorazione tormentata che genera dubbi e patimenti. L'incostanza, la volubilità sono sintomi di giovinezza: le lacrime improvvise si alternano a scoppi di ridarella, è vero quel che scrive Johann Wolfang Goethe in un epigramma: "La gioventù è ebbrezza senza vino", sarà l'esuberanza ormonale. E il bardo William Shakespeare nel "Mercante di Venezia" (Atto I, scena II) fa dire alla ricca ereditiera Porzia: "La pazzia giovanile è una lepre che scavalca le reti dello zoppicante buon consiglio".

Oddio, non è che poi si metta completamente la testa a posto: gli errori ed i tormenti continuano, ma non sono più ingiustificati, subentra un'incoscienza diversa, un farsi male che ha una base di consapevolezza. Dovrebbe essere quello che manca ai giovani a rendere più maturi, ovvero il timone dell'esperienza, a guidarci. Ed è allora che, come Hölderlin, ci rifugiamo "nei cari giorni della giovinezza", a ricordare, a rimpiangere...

Ma passare da bambini a giovani, e poi divenire adulti e quindi vecchi (anziani è un eufemismo ipocrita, come tutti gli eufemismi), è il naturale destino di ogni essere. Il giudizio su questa trasformazione è ben descritto da un uomo che non ha voluto invecchiare e si è ucciso con i sonniferi a 42 anni, Cesare Pavese. Nel "Mestiere di vivere" il giorno di Natale del 1937, non ancora trentenne, scrive: "C'è qualcosa di più triste che invecchiare, ed è rimanere bambini".




Egon Schiele, "Giovane donna seduta"


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LA FRASE DEL GIORNO
Alla gioventù si rimprovera spesso di credere sempre che il mondo cominci solo con essa. Ma la vecchiaia crede ancor più spesso che il mondo cessi con lei. Cos'è peggio?
CHRISTOPH FRIEDRICH HEBBEL, Diari, 1842

martedì 23 settembre 2008

Torna l'autunno


Che inizi la festa di colori, che rosse fiamme incendino i giardini, che gialle pozze d'oro si illuminino nel sole: ecco l'Autunno, la stagione che ci porterà dai filari gonfi di uva e dalle cantine ribollenti di mosto alla prima neve di dicembre attraverso le nebbie di novembre e i fumi legnosi delle caldarroste annaffiate da un vino rosso frizzante.


Il nome - suo - è "Autunno" -
Il colore - suo - è Sangue -
Un'Arteria - sulla Collina -
Una Vena - lungo la Strada -

Grandi Globuli - nei Viali -
E Oh, l'Acquazzone di Tinte -
Quando i Venti - rovesciano il Bacile -
E versano Pioggia Scarlatta -

Sparpaglia Berretti - laggiù -
Forma rubicondi Stagni -
Poi - avvolgendosi come una Rosa - se ne va -
Su Vermiglie Ruote
-

EMILY DICKINSON, Poesie (1862)


§


Quando torna l'autunno si fa tenera
La terra dei piazzali, la sera
Lunga al grido dei venditori
D'erba corallina,
Sulla collina si accendono i fuochi:
È l'ora propizia ai giochi.


LEONARDO SINISGALLI, da "Quando torna l'autunno si fa tenera", in "Vidi le Muse" (1943)


§


Il freddo autunno rade
le foglie, strema un fioco
riverbero di strade.


ALFONSO GATTO, da "Aria di settembre", in "Poesie 1929-1941"


§


Celestialmente belli i fiori crollano.
In ogni dove si protende l’umido muso della caducità.
Il cielo sputa gelido nell’aperto calice del tropeolo,
terge e lacera violentemente l’ultima rosa dell’estate.

HARRY MARTINSON, Poesia d'autunno, da "Le erbe nella Thule" (1975)


Olga Sergyeyeva, "Burst of colors"


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LA FRASE DEL GIORNO
Ma essere, essere è felicità. Essere: trasformarsi in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l’universo cade come una tiepida pioggia.
MILAN KUNDERA, L’immortalità

lunedì 22 settembre 2008

Alcmane


Alcmane, poeta del VII secolo avanti Cristo, è considerato tra i fondatori della melica corale, ovvero della poesia cantata con accompagnamento di cetre e flauti e con figure di danze, caratteristica delle genti doriche: la metrica doveva dunque armonizzarsi con i passi delle ballerine.

Era nato a Sardi ed era probabilmente uno schiavo affrancato. Trasferitosi a Sparta divenne precettore di musica, danza e poesia. Lì visse il suo amore con la bionda poetessa Megalòstrata e morì in tarda età, ottenendo l'onore di essere sepolto vicino ai templi di Elena e di Eracle.

Le opere che lo distinsero furono i partenii, composizioni che venivano cantate dalle ragazze in occasione delle feste sacre. Della sua opera sterminata, circa sei libri di carmi in lingua laconica, ricchi di invenzioni metriche come il verso alcmanio usato anche da Orazio, non restano che centoventi frammenti.

Il partenio metteva in scena un agone musicale, dove le fanciulle rivaleggiavano nella gara a colpi di balli e canti - certi reality show moderni non hanno dunque inventato niente di nuovo. Alcmane inserisce nei suoi carmi le osservazioni originate dalla natura, il canto degli uccelli, i loro voli, e vi pone al centro una Musa-Sirena, evocata molto spesso. A una vena popolare, quella dei gustosi banchetti, mischia l'eros anche lascivo e immagini fiabesche e di sogno come i cavalli alati, ma anche un'autocoscienza artistica che lo porta a inserire il proprio nome - quasi una firma - in certi suoi componimenti.

(NOTTURNO)

Dormono le cime dei monti, e le gole,
le balze e le forre;
la selva e gli animali che nutre la terra nera:
le fiere dei monti e la stirpe delle api,
e i pesci nelle profondità del mare agitato.
Dormono le stirpi degli uccelli, dalle ali distese.

§

(IL CERILO)

O fanciulle che il dolce suono seguite con soave
voce, non più le membra ho docili. Fossi il cerilo
che con le alcioni passa sereno sul fiore dell’onda,
uccello di primavera, colore delle conchiglie!


(Trad. Salvatore Quasimodo)

§

(PARTENIO DI AGESICORA)

Esiste una vendetta degli dei. Felice chi sereno
la giornata trascorre senza pianto. Ma io canto
la fiaccola di Àgido: la vedo come un sole; Àgido
ci attesta che il sole splende ancora; ma né in bene né in male la nobile maestra dei cori
mi consente che di lei si parli; eppure ci appare
eccezionale, come se in armento pascente si conducesse cavallo
gagliardo, vincitore di premi, che con lo zoccolo scalpita nell'ala del sogno.
Non la vedi? Quella è cavallo da corsa enètico. Qui la chioma
della mia compagna Agesìcora ha riflessi
di purissimo oro; argento pallido è il volto;
a chiare parole ti debbo parlare? È proprio Agesìcora,
seconda dopo Àgido, per bellezza,
galopperà come cavallo colassèo dietro un ibéno.


(Trad. Francesco Dalla Corte)




La Musa Euterpe (Immagine: Theoi.com)



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LA FRASE DEL GIORNO
Esperienza: principio di sapienza.
ALCMANE, Frammento 109 D

domenica 21 settembre 2008

Sono rimasti i luoghi


ABBANDONO

Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa là, verso oriente.
Ma son rimasti i luoghi che ti videro.
E l'ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.


È una poesia di Vincenzo Cardarelli, autore che praticava la purezza e l'esattezza dello stile, l'equilibrio prosastico della forma coniugato a un uso asciutto delle immagini su temi fondamentalmente malinconici, tanto che Montale lo definì "uno dei più grandi poeti morenti". Qui i protagonisti sono i luoghi, che videro l'amore del poeta con una donna ora lontana. Rivestono perciò una funzione consolatoria, sono diventati un tempio di quell'amore perduto e il poeta stesso diventa la Vestale di quel fuoco sacro che è il ricordo.



Georges Braque, "L'oiseau bleu et gris"


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LA FRASE DEL GIORNO
Aprire la poesia in cerca di questo e trovare quello, sempre un'altra cosa.
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

sabato 20 settembre 2008

Storia e opinioni


Anni fa un quotidiano vantava la sua imparzialità con lo slogan "I fatti separati dalle opinioni". Sembra dei nostri giorni questo dibattito sulla stampa schierata, con interpretazioni diverse a seconda della testata. Ma è un argomento antico: già nel V secolo avanti Cristo, Erodoto intendeva la storia come mera annotazione degli avvenimenti, "perché non vadano perduti per l'umanità", e così è nelle sue "Storie", che rappresentano un'inesauribile fonte di notizie ma anche di stranezze. Altri, come Tucidide, pur con un metodo lucidamente rigoroso ed analitico, preferivano una interpretazione politica degli eventi, in cui lo storico non è più il libero narratore, ma il megafono dei potenti.

Storiografia servile o obiettività? Con il passare dei secoli diventa sempre più arduo distinguere. Per Luciano di Samosata (II secolo avanti Cristo) "non un esiguo istmo divide la storia dall'encomio, ma c'è di mezzo un'enorme muraglia".
Il rischio è che un giorno qualcuno provveda a riscrivere il passato, come nel romanzo "1984" di George Orwell.


Immagine: Artyria



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LA FRASE DEL GIORNO
Dato che in storia tutto è causa di tutto, non c'è disciplina più difficile né più facile.
NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA, Tra poche parole

venerdì 19 settembre 2008

Kurt Tucholsky


Kurt Tucholsky, scrittore tedesco messo all'indice dal regime nazista per le sue origini ebraiche, le sue simpatie socialdemocratiche e le sue posizioni pacifiste, si rifugiò in Svezia e continuò a scrivere sotto pseudonimo le sue satire, le sue canzoni grottesche, i suoi elzeviri, le sue poesie ed i suoi saggi con uno stile brillante e raffinato che ricorda Karl Kraus, anche se Tucholsky era meno caustico dell'aforista austriaco.

Da ricordare alcune sue opere, miste di prosa e poesia: "Il risparmiatore di tempo" (1914), "Fantasticherie presso caminetti prussiani" (1920), "Il sorriso di Monna Lisa" (1929), "Impara a ridere senza piangere"(1931), ed il romanzo "Il castello di Gripsholm" (1931). Ma quando il successo iniziò ad arridergli, Tucholsky si isolò sempre di più nella sua casa-prigione di Hindas fino ad una fatale overdose di sonniferi alla fine del 1935.

da "Frammenti":

Il kitsch è l'eco dell'arte.

La prosa è un lavoro di mosaico.

La scrittura è, mi sembra, una specie di prova di forza.

La frontiera tra il giornalista, il narratore, il poeta e il saggista è a volte difficile da tracciare. Si potrebbe discutere a lungo su questo argomento. Senza dubbio si avverte una evidente falsità quando uno scrittore rinfaccia a un altro la sua appartenenza a un genere. Ci sono scrittori cattivi, scrittori mendaci, corruttibili e stupidi; ce ne sono di buoni e di molto buoni; ce ne sono di ogni tipo. Però non si può obiettare che siano scrittori.

L'arte è un eccesso.




Kurt Tucholsky (German-Maltese Circle)


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LA FRASE DEL GIORNO
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare; il tempo è stato il mio Democrito.
JORGE LUIS BORGES, Elogio dell'ombra

giovedì 18 settembre 2008

León Felipe


Il 18 settembre di quarant'anni fa, a Città del Messico, moriva il poeta spagnolo León Felipe. Impossibile catalogarlo nei movimenti letterari dell'epoca: era un ribelle che sfuggiva ad ogni tipo di classificazione. Quando dopo la guerra di Spagna sbocciò la poesia catalana di Jiménez e Antonio Machado, León Felipe si trovava esule in Messico. Il suo spirito inquieto lo aveva portato là, come era stato prima a Fernando Poo, in Guinea, e come sarà poi a New York, a Panama e in America Latina. Un viandante, insomma, come recitano del resto i titoli di due sue raccolte di poesie, "Versi e orazioni di un viandante". Un uomo in cammino che osserva il mondo con cui è a contatto (León Felipe svolse in Spagna la professione di farmacista e all'estero fu insegnante) e che ama percorrerne le strade polverose.

La sua poesia spoglia trasferisce nei versi il dramma dell'uomo e della sua religiosità contrastata con passione vibrante ma anche con un tono dimesso e colloquiale proprio mentre nel mondo strepitano il Dadaismo e il Surrealismo. Non è dimessa invece l'invettiva, la denuncia sociale che si riversa in un grido, come nel poema di guerra "L'insegna", letto al Coliseum di Barcellona nel 1937, o in satira sociale quando si trova in America a fronteggiare la nuova mentalità borghese all'avvento degli elettrodomestici e del consumismo.

Appassionato di teatro sin dall'adolescenza, trascorsa a Madrid ai tempi degli studi di farmacia, León Felipe è stato anche traduttore di "Amleto", "Macbeth" e "La dodicesima notte": "Amo Shakespeare come Cervantes e lo venero come la guardia permanente degli scholars che vigila scrupolosamente i suoi manoscritti".


PROLOGHETTI, 4

E voglio che il vestito,
il vestito dei miei versi,
sia tagliato
dello stesso panno rude,
dello stesso
panno eterno
del manto di Manrique,
- come quello di Amleto, nero -
adattato all'usanza di questo tempo
e, in più,
con un gesto
mio
nuovo.


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ORAZIONE

Signore,
io ti amo
perché giochi pulito:
Senza imbrogli - senza miracoli -;
perché lasci che esca
poco a poco,
senza trucchi - senza utopie -;
carta a carta,
senza scambi,
il tuo formidabile
solitario.


da "Versi e orazioni del viandante" (1920-1930)


LE SIRENE

Oggi ho il vino dolce e nel sangue
il ritmo vago e sordo di una canzone lontana e luminosa.
Chi canta dall'altra parte delle nubi?
Da dove giunge questa canzone?
Non erano morte le stelle?
Dopo aver bestemmiato
con la ragione furente,
si deve lasciar aperta la pazza finestra dei sogni,
perché ci sono giorni
in cui l'uomo desidera ingannarsi ed essere ingannato...
ed egli stesso s'imbarca sulla prima spiaggia
e sulla nave più leggera
in cerca di sirene.


da "Poesie sparse"



León Felipe




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LA FRASE DEL GIORNO
Non esiste un mestiere di poeta.
Esiste un lavoro oscuro e incessante di navigante.
Navighiamo...

LEÓN FELIPE, Chiamatemi pubblicano, "Poetica"

mercoledì 17 settembre 2008

Le miniere del critico


"A Siracusa, duemilacinquecento anni fa, un critico chiamato Filosseno si rifiutò di lodare un'opera scritta dal tiranno Dionisio. A causa della sua ostinazione fu inviato ai lavori forzati nella miniera locale. Due anni dopo fu liberato e gli venne chiesto se desiderava modificare il proprio giudizio. Filosseno replicò: "Torno alla miniera!".
Questa storia suggerisce l'antichità di una tradizione d'integrità di fronte a una terribile punizione e certa impertinenza, certa gioia nella testardaggine. Il critico necessita oggi di entrambe le qualità, anche solo per dedicare buona parte del suo tempo a offendere i suoi amici quando scrive di libri abbastanza buoni che dovrebbero essere migliori o su cattivi libri che hanno un enorme successo. il lavoro del critico è sempre consistito nel trattare di spiegarsi e di spiegare agli altri perché la maggior parte della gente chiede libri cattivi e perché solo uno scrittore di puro talento è in grado di produrre libri egregiamente terribili".

Questo apologo raccontato dallo scrittore argentino Guillermo Piro in "Guillermo Hotel" dovrebbe illuminarci sull'indipendenza della critica: chi giudica l'opera altrui non dovrebbe farsi condizionare dalle sue convinzioni politiche o sociali, non dovrebbe lasciare che campanilismi e sciovinismi intellettuali interferiscano nei suoi giudizi, ma le sue valutazioni dovrebbero esserne scevre, lontane dal potere e dall'importanza.
Ho usato moltissimi condizionali: questo è il segno che la critica letteraria ancora oggi non funziona secondo una logica oggettiva, ma deve sottostare ai ricatti delle imposizioni del Dionisio di turno, che sia esso un partito politico o una potente lobby editoriale. La libertà si paga ancora, sebbene il prezzo non siano più le miniere di Siracusa.


Siracusa, l'Orecchio di Dionisio



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LA FRASE DEL GIORNO
Le critiche illuminate sono d'insegnamento; le lodi immeritate alimentano dannose illusioni.
ANTONIO CANOVA

martedì 16 settembre 2008

Leggere


Sono sempre stato un assiduo lettore, almeno dai tempi del liceo: forse qualcosa lo devo anche ai professori che mi hanno saputo indirizzare e appassionare alla lettura, che fossero romanzi del Novecento italiano o i classici latini e greci. Ma è stata una passione scoccata in me come un fuoco improvviso, che mio padre ha incoraggiato regalandomi libri. C'è una poesia di Hermann Hesse che fotografa bene la situazione di chi legge:

LIBRI

Tutti i libri del mondo
non ti danno la felicità,
però in segreto
ti rinviano a te stesso.

Lì c'è tutto ciò di cui hai bisogno,
sole stelle luna.
Perché la luce che cercavi
vive dentro di te.

La saggezza che hai cercato
a lungo in biblioteca
ora brilla in ogni foglio,
perché adesso è tua.


da "La felicità, versi e pensieri"


Perché si legge? Per ritrovare nelle storie degli altri un'umanità che è interiore a noi? Per spaziare altri orizzonti, magari lontani, in altri remoti paesi, addirittura in lande che non esistono o che esistono solo dentro di noi? Anche. Ma si legge soprattutto per confrontarsi con se stessi, per illuminare i paesaggi della nostra anima. Chi si vanta di non avere mai letto un libro, come un famoso calciatore della Nazionale qualche anno fa, è più sciocco di quello che vuole apparire: è stolto perché denigra se stesso e limita il suo mondo, non è capace di sognare né di immaginare, è in pratica un ateo del sapere che non può fare altro che contemplare il vuoto. Non riesce a capire che, come scrisse Leonardo Sciascia, "Il libro è una cosa... lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e leggi diventa un mondo".



George Roth, "Portrait of Isaac Brodeau"



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LA FRASE DEL GIORNO
I libri seri non istruiscono, interrogano.
NICOLÁS GÓMEZ DAVÍLA, Tra poche parole

lunedì 15 settembre 2008

Un libro, una frase


Segnatevi questo nome: Mathias Énard. È uno scrittore francese ed ha pubblicato la sua terza prova, un romanzo di ventiquattro capitoli, "Zone". Ventiquattro capitoli, come l'Iliade, ed infatti Énard, trentaseienne insegnante di arabo all'Università di Barcellona, ha detto all'intervistatore di "Le Monde" di aver voluto scrivere un'epopea contemporanea.

Ma "Zone" è un romanzo da Guinness: 514 pagine ed un solo punto, quello a pagina 514. In pratica un record: l'incipit dura tutto quanto il libro. Ognuno dei ventiquattro capitoli è perciò costituito da un'unica frase, che non si interrompe alla fine, ma riprende nel capitolo successivo. Qualche virgola e qualche raro trattino permettono al lettore di riprendere un po' di fiato. Una cosa simile aveva fatto Giuseppe Berto con "Il male oscuro": però almeno i punti erano disseminati qua e là per il romanzo, a distanza di qualche pagina.

Leggere Énard all'inizio spiazza: soprattutto in questi tempi di slogan e di frasi brevi. Poi ci si fa l'abitudine e ci si lascia avvincere dalla trama: le piccole storie si incastrano, ben raccontate. Ci si chiede, e se l'è chiesto pure "Le Monde": la presenza di punti avrebbe potuto migliorare lo scorrere del romanzo, renderlo più accessibile? Oppure lo scopo fissato dall'autore è imprescindibile per la comprensione? Énard risponde: "Non mi sono lanciato una sfida. La forma è nata dal racconto. Avevo una massa enorme di documenti, di interviste, di cose da raccontare. Non sapevo come ordinarle. Ho finalmente trovato la voce del narratore: questa lunghissima frase, che dà unità al libro, mi ha guidato. Un modo di mantenere tutti i racconti in un solo momento, come il tempo medesimo".

Si diceva dell'Iliade: il romanzo ruota attorno al Mediterraneo, alle guerre del Libano e dell'ex-Jugoslavia: il narratore, spia dei servizi segreti francesi, viaggia in treno di notte tra Milano e Roma, alla volta del Vaticano, dove deve consegnare "una valigia piena di morti", ovvero testimonianze e foto terribili delle guerre cui ha assistito. Nel più grande disordine mentale, dovuto all'alcol, alla fatica e alle anfetamine, le idee e i pensieri gli si accavallano, così come si mischiano i personaggi e persino i secoli.

Non resta che attendere la traduzione italiana...

Immagine: Amazon.fr


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LA FRASE DEL GIORNO
La storia è un racconto di bestie feroci, un libro con lupi ad ogni pagina.
MATHIAS ÉNARD, Zone

domenica 14 settembre 2008

Ricette letterarie - 3

Latte fritto

MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN
Il centravanti è stato assassinato verso sera

Pepe Carvalho è un detective ma è anche un gourmet. Le sue avventure, che ci raccontava Manuel Vázquez Montalbán, sono intervallate da gustosi momenti di cucina, nei quali reinterpreta anche elaboratissime ricette, magari dopo aver bruciato uno dei libri della sua biblioteca nel caminetto. Il personaggio è talmente piaciuto ad Andrea Camilleri che ha voluto omaggiare lo scrittore catalano chiamando Montalbano il commissario dei suoi romanzi, anch'egli appassionato buongustaio, anche se non eccellente cuoco come Carvalho.

Una ricetta semplice è invece il "latte fritto", che appare in "Il centravanti è stato assassinato verso sera", dove Carvalho, ingaggiato per proteggere il nuovo asso del Barcellona in una città devastata dai preparativi per le Olimpiadi del 1992, si trova invece a seguire il caso dell'omicidio di un calciatore di una serie inferiore.

Una sera invita a cena il dirigente del Barcellona Camps O'Shea e l'amico e amministratore Fuster e ammannisce loro un menu con i fiocchi, chiuso appunto dal latte fritto:

"Camps , non mi costringa a darle la ricetta del latte fritto."
"Mi sembra un enunciato magico. Impossibile."

Allora:

100 grammi di zucchero
50 grammi di farina
4 tazzine di latte
burro
tuorlo d'uovo
zucchero a velo

"Mescoli circa cento grammi di zucchero con cinquanta di farina di frumento e vi versi quattro tazzine di latte. Continui a mescolare il tutto e vi aggiunga anche una noce di burro. Si cuoce a fuoco lento continuando a mescolare fino a quando si rapprende. Lo si versa su un vassoio e lo si lascia raffreddare e consolidare. Allora lo tagli in cubetti regolari, li passi in farina e uovo, li indori appena in burro molto caldo e li serva con una spolverata di zucchero a velo".


Anonimo, "Kittens in Paradise"


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LA FRASE DEL GIORNO
La scoperta di un piatto nuovo è più preziosa per il genere umano che la scoperta di una nuova stella.
ANTHELME BRILLAT-SAVARIN, Fisiologia del gusto

sabato 13 settembre 2008

Valéry inedito


Il prossimo 4 novembre l'editore francese Fallois pubblicherà con il titolo "Corona et Coronilla" molte poesie inedite di Paul Valéry: si tratta di arditi versi colmi di eros, di amore assoluto e di ossessione erotica, dedicati all'amante Jeanne Loviton, nota come Jean Voiler negli ambienti letterari. La relazione tra Valéry e Jeanne durò più di sette anni, dal 1938 al 1945: quando iniziò, il poeta aveva sessantasette anni, la sua musa trentacinque. Durante quel legame l'innamorato le inviò migliaia di lettere che contenevano, tra l'altro, circa 150 poesie. Valéry, con Jeanne era ritornato all'opera poetica abbandonata vent'anni prima: sonetti, odi, elegie, madrigali, canzoni, ballate costellano quelle lettere d'amore.

Era stata la famiglia ad opporsi alla pubblicazione di questi testi, di cui tuttavia si conosceva l'esistenza e che sono stati venduti all'asta nel 1979 e nel 1981: la figlia non voleva intaccare la memoria del padre, la nipote si è invece convinta ad acconsentire alla stampa. I critici parlano di versi che non possono sostenere il confronto con le grandi raccolte di Valéry, -"La giovane Parca", "Il cimitero marino" e "Charmes" - opere della maturità artistica: piuttosto grondano un erotismo senile, di cervello, vista l'avanzata età del poeta, scomparso nel 1945 all'età di 74 anni. Sono poesie erotiche e spesso crude, ma se non rivaleggiano con i capolavori, tuttavia rivelano la maestria di un grande poeta, la sua capacità di infondere nei versi la perfezione dello stile affinata con le opere in prosa.

In pratica, con questi versi, Valéry riuscì a smentire se stesso: considerava la poesia il prodotto di un calcolo e di un controllo mentale esercitati sui dati dell'esperienza e sulle possibilità combinatorie del linguaggio. Jeanne gli aveva invece dimostrato che la poesia non è speculazione o matematica, ma emozione...


“Jeanne, il tuo corpo mi segue. O mani piene di Jeanne
O pensiero dove ritornano il tuo silenzio e la tua voce
E questo mischiarsi dell'ombra all'estate che sfiorisce
Che beviamo al fondo morente dei boschi...
Appena ti lascio, una Jeanne sognata
Appoggia un tenero essere al tavolo dove scrivo;
Dove il mio cuore all'improvviso si figura la forma sdraiata
E la mia fatica si turba nel seno dei miei spiriti.
I nostri pensieri, i nostri dolori, i nostri doveri, le nostre opere
Non sono davanti all’amore che una felicità perduta.
O baci preziosi, o sagge carezze,
O JEANNE, incanto del lavoro sospeso”.


Paul Valéry in una foto di Gerhard Richter




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LA FRASE DEL GIORNO
La venerazione del passato conduce a un pessimismo ingiustificato sul presente e impedisce di capire che l'avvenire non è già più quello che era.
PAUL VALÉRY, Letterature

venerdì 12 settembre 2008

La vendetta di Buddha


Nel marzo 2001 il regime dei “talebani”, gli studenti di teologia alllora al potere in Afghanistan, abbatté le statue del Buddha in tutto il paese perché “recavano offesa all’Islam”. E respinsero anche l’offerta dell’India di smontare e spostare i monumenti a proprie spese. Tra le statue, quelle del II secolo a Bamyian, le più grandi del mondo.

Ricordo che allora parafrasai Goya: “Il sonno della religione genera mostri“. A distanza di anni Buddha, caduti i “talebani” e instaurato il nuovo governo Karzai, ha la sua vendetta: archeologi afghani guidati da Zamaryalai Tarzi, vicino alle rovine delle statue di Bamiyan, hanno ritrovato un Buddha disteso di ben 19 metri, risalente al III secolo d.C.

Con l’enorme statua sono tornati alla luce altri piccoli manufatti ed alcune monete del regno greco di Battria e del periodo islamico. Gli archeologi stanno però cercando una statua davvero gigantesca, lunga circa 300 metri, citata da un pellegrino cinese che visitò la zona molti secoli fa. I Buddha distrutti nel 2001, se le misure sono state valutate esattamente, sarebbero minuscoli al confronto: 55 e 38 metri...


Uno dei Buddha distrutti (Foto: Mark Humphrys)


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LA FRASE DEL GIORNO
La religione esige di per sé il rifiuto di ogni costituzione in materia religiosa.
TERTULLIANO, A Scapola, II, 2

giovedì 11 settembre 2008

Sette anni dopo


È innegabile: l'11 settembre 2001 il mondo è cambiato. L'Occidente che conoscevamo, con tutte le sue libertà e le sue certezze, è stato radicalmente mutato da quegli aerei infilatisi nelle Torri Gemelle di New York e nel Pentagono. Basta confrontare le trafile che servono per imbarcarsi su un aereo oggi con quelle che esistevano prima di quella data: ora si usano anche i raggi X che spogliano letteralmente un individuo.

Tutti ricordiamo esattamente quello che stavamo facendo quel giorno, che Giovanni Paolo II definì "il più buio nella storia dell'umanità". Io, ad esempio, ero a Malgrate per lavoro quel pomeriggio: sono salito in macchina, ho acceso la radio e tutto è cambiato. Ho capito subito la gravità di ciò che stava accadendo, ho guidato verso casa sgomento, in modo automatico, impressionato dalla serietà dei volti degli altri automobilisti che incrociavo ai semafori, dei pedoni lungo la statale. E le Torri ancora non erano crollate!
Tutto sembrava insignificante: il lago, la strada, il foehn caldo di settembre che soffiava dai giardini, tutto... Arrivai a casa alle cinque meno venti: mi misi a seguire i telegiornali e la CNN e EuroNews fino a mezzanotte! Poi lo sdegno è stato troppo, non ho resistito più.

Il male che ci hanno fatto è stato quello di svuotarci. Le nostre occupazioni, i nostri interessi, le nostre preoccupazioni sono improvvisamente diventati nulla in confronto alla tragedia. La guerra che sarebbe poi scoppiata era scritta in quelle pietre annerite, in quelle decorazioni di acciaio divelte. Difficile è stato anche per i poeti narrare quel giorno: come nel salmo 136 le cetre erano appese ai salici, mute. Il rischio era di rendere estetica la tragedia, l'orrore morale. Forse con il tempo si riuscirà ad avere una visione meno deformata.

Davanti a Ground Zero, Leon Wieseltier, editorialista di "The New Republic", ha osservato:

Non ero preparato per quello che ho visto. Non so come esprimere la qualità del mio shock, se non per dire che la cultura era completamente bandita dalla mia mente. Ero improvvisamente muto e istupidito come se non avessi mai letto un libro. Le mie osservazioni avevano cancellato i miei ricordi. Ero senza allusioni e senza metafore. Può essere nuda una mente? Quindi ero nudo, senza coperture. Tutto quello che potevo fare era cercare, e pregare di vedere.

Non dimentichiamo, non lasciamo agli strateghi dei complotti l'11 settembre: “Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo” scrisse George Santayana (“The Life of Reason”, I, 12). E incappano più volte nello stesso errore, non recepiscono la lezione della storia, sia quella particolare della loro vita, sia quella universale.


Immagine: September11victims.com



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LA FRASE DEL GIORNO
Pompieri, poliziotti, medici, infermieri. Costoro hanno donato la loro vita per estranei. Sono stati ispirati dal loro senso del dovere e dal loro amore per l'umanità. Quando si sono precipitati nelle Torri gemelle e negli altri edifici per salvare vite umane non si sono fermati a chiedere alle persone se erano ricche o povere, non hanno domandato a quale religione, razza e nazionalità appartenessero. Si sono solo gettati per salvare il loro prossimo.
RUDOLPH GIULIANI, Discorso allo Yankee Stadium, 23 settembre 2001

mercoledì 10 settembre 2008

Edipo re


La storia di Edipo è quella di un uomo che lotta invano per sfuggire al suo destino, condannato ancora prima della sua nascita, costretto a vagare con il fardello della sua colpa per il mondo.

”Edipo re” di Sofocle era considerato già nell’antichità un vero e proprio capolavoro: Aristotele nella “Poetica” lo giudicò capace di suscitare contemporaneamente terrore e pietà. Il tragediografo greco lo scrisse nel periodo della sua tarda maturità, già ottantenne, tra il 414 e il 411 a. C.

La trama è notissima: il re di Tebe Laio viene a sapere da un oracolo che il figlio che potrebbe nascergli dalla moglie Giocasta sarà il suo uccisore; quando l'erede infine nasce, per sventare il disegno degli dei, Laio lo fa abbandonare sul Monte Citerone con i piedi feriti - di lì viene il nome Edipo, "piedi gonfi". Il bambino viene affidato al re di Corinto, Polibo, che lo alleva a corte come un figlio; un altro oracolo predice a Edipo, ormai adulto, che ucciderà il padre e sposerà la madre, dalla quale avrà dei figli. Convinto di essere l'erede di Polibo, Edipo abbandona Corinto per raggiungere la Focide: sul cammino incontra Laio e in una futile lite per il passaggio lo uccide. A Tebe sconfigge la Sfinge rispondendo al suo famoso enigma, liberando la città ed ottenendo il premio per chi avesse eliminato il mostro: la mano di Giocasta. Edipo inconsapevolmente sposa la madre ed ha con lei quattro figli. Un terzo oracolo, allo scoppio di un'epidemia, rivela che la malattia è dovuta alla presenza in città dell'uccisore di Laio. L'indagine porta il nuovo re a scoprire di essere proprio lui l'assassino e l'autore dell'incesto: per punirsi si acceca e fugge a Colono, per condurvi il resto della sua sciagurata esistenza.

La fortuna dell'"Edipo re" sta nella sua attualità: il senso del destino, la ricerca delle proprie radici, l'infelicità umana sono temi comuni a tutte le epoche. Il modo di procedere di Sofocle nella ricerca del colpevole può poi ricordare anche la tecnica dei moderni gialli: il fatto che il detective sia l'assassino dà quel tocco inarrivabile di originalità. La conclusione, l'accecamento che Edipo si infligge, è un vero e proprio "coup de théatre": sta al lettore valutare se sia un modo per non vedere più la realtà o, al contrario, il solo modo per vedere, dall'interno e per sempre, tutto l'orrore. La figura di Edipo è poi duplice: è sì il colpevole, ma è anche la vittima innocente, in quanto tutto quello che compie deriva dal destino, dall'onnipotenza degli dei; egli è solo lo strumento di cui il fato si serve per portare a compimento i suoi disegni.

"Mai nessuno giudichi felice un uomo
prima del giorno della morte,
prima che la sua vita sia trascorsa priva di dolore".


Così commenta nelle ultime battute della tragedia il Corifeo, mentre Edipo, cieco, si avvia verso l'esilio a Colono in una scena epica: se fossimo al cinema, sarebbe l'eroe sconfitto che si staglia curvo e solitario in un rosso tramonto.


Jean Auguste Ingres, "Edipo e la Sfinge" (1808)



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LA FRASE DEL GIORNO
Ah! come il sapere è cosa tremenda, quando non può servire a chi conosce.
SOFOCLE, Edipo re

martedì 9 settembre 2008

Centenario di Pavese


"Ho imparato a scrivere, non a vivere". Queste parole descrivono bene la breve vita di Cesare Pavese, nato il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, nel cuore delle Langhe cuneesi. Scrivere per lui era l’unico modo di essere felice, di sfuggire ai tormenti della vita: "Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno".

La vita invece gli sembrava non potesse essere felice: il disagio esistenziale e amori infelici lo portarono al suicidio il 27 agosto 1950, all’albergo Roma di Torino. Mise in pratica quel pensiero che già trapelava nelle prime pagine del suo diario “Il mestiere di vivere”, risalenti al 1936. Quell’idea è un sogno tragico, un’allucinazione che non abbandona mai Pavese, fino a diventare l’unico gesto possibile a salvarlo dall’insincerità dell’arte e della vita.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo '50

Questa poesia, scritta cinque mesi prima del suicidio, esprime bene il disagio di Pavese. Eppure, lo scrittore era sicuro, forte della continua ricerca stilistica, dell’adesione costante ai temi prediletti, prima prefissati e poi egregiamente svolti, quasi con ossessività: il mito e la scoperta del selvaggio, l’infanzia, il ritorno al paese, il contrasto tra la città e la campagna, l’incomunicabilità tra esseri umani, la superiorità psicologica della donna sull’uomo, il confino politico. Pavese considerava l’attività di scrittore simile a quella di qualsiasi artigiano o professionista: si impara, ci si impegna e si riesce provando e riprovando, insistendo.

Leggendo il suo diario postumo, si può intuire cosa abbia spinto Pavese a bere sedici bustine di sonniferi: il 1949 e il 1950 sono una continua serie di riflessioni sulla fine della sperimentazione letteraria, tanto che il 18 agosto 1950, nove giorni prima del gesto finale, verga poche amare parole: “Tutto fa schifo... Non scriverò più”. L’impossibilità di una nuova letteratura e la disperazione per l’amore perduto di Constance Downing sono la chiave per capire: quello che aveva inseguito per tutta la vita, lo scrivere e l’amore, erano venuti meno e tutto gli doveva sembrare inevitabilmente vuoto. Nelle pagine del diario, anni prima, possiamo trovare la sua motivazione: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla“.

Oggi celebriamo il centenario della sua nascita. Un grande scrittore, un poeta, un uomo infelice. Il miglior ritratto di Pavese che abbia mai letto è stato scritto dal suo amico Italo Calvino, a proposito del “Mestiere di vivere”: “La figura di Pavese trae luce e forza dalle sue stesse contraddizioni, dall’impotenza e infelicità di fronte al tramonto di tutti i valori: si ha sul serio la sensazione che lì vi sia riposta e scritta una storia che non appartiene solo allo scrittore, ma alla collettività, a tutti quelli che sono infelici”.


Cesare Pavese (Foto: Pubblico Dominio)

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LA FRASE DEL GIORNO
Si resiste a star soli finché qualcuno soffre di non averci con sé, mentre la vera solitudine è una cella intollerabile.
CESARE PAVESE, Il carcere

lunedì 8 settembre 2008

Lucio, 10 anni fa


Il 9 settembre di dieci anni fa all'ospedale San Paolo di Milano moriva Lucio Battisti. In effetti quella fu solo la sua scomparsa fisica, poiché da diciotto anni non appariva più in pubblico e le sue poche immagini erano quelle rubate dai paparazzi: lo si era visto in una regata di barche a Fiumicino o nel parcheggio di un supermercato.

Quella sua "separazione" dal mondo non era andata giù allo star system: e più lo cercavano, più Lucio si isolava con moglie e figli nella villa di Molteno. Ma ai battistiani questo non importava: quello che è sempre interessato è stata la sua musica, dalle gemme inestimabili composte con Mogol negli Anni Settanta alle astruse elucubrazioni scritte per lui da Pasquale Panella.

Il giro di accordi La-Mi-Re-Mi della "Canzone del sole" è la prima cosa che prova a strimpellare chi impara a suonare la chitarra. Le serate tra amici sulla spiaggia non possono concludersi senza che sia stata cantata mentre il principiante o già esperto chitarrista li suona sullo strumento: "Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi, le sue calzette rosse..."

"La canzone del sole", "Emozioni", "Pensieri e parole", "Il giardino di marzo", "Il mio canto libero", "Mi ritorni in mente" sono pietre miliari della canzone italiana: sanno originare un'emozione, sanno trascinare l'anima nella condivisione di un sentimento. Ecco perché Lucio Battisti era un mito ancora prima della sua scomparsa. L'isolamento aveva aggiunto un tocco di mistero alla carriera di quel ragazzo di Poggio Bustone che da autodidatta aveva affinato il suo genio e lo aveva condotto con il talento del paroliere Mogol a cavalcare mode e tendenze, a precorrerle e a indirizzarle grazie alla capacità di cogliere le emozioni quotidiane e di saperle tradurre nei pochi minuti di una canzone.

C'è tutta una società in quei brani che parlano d'amore ma sottintendono anche i mutamenti del costume: dal sogno di una casa di "Dove arriva quel cespuglio" e del "Monolocale" all'emancipazione della donna di "Questo inferno rosa", dall'esclusione sociale di "Gente per bene, gente per male" all'invadenza della pubblicità di "Ma è un canto brasileiro".

Anche chi si era innamorato delle sue canzoni per un vezzo adolescenziale ha saputo traghettarle nell'età adulta e quando una di esse passa per radio o in un programma televisivo, si sorprende a canticchiare quei versi e si sente all'improvviso più giovane.


Lucio Battisti nel 1972 (Pubblico Dominio)

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LA FRASE DEL GIORNO
La musica è una delle vie per la quale l'anima ritorna al cielo.
TORQUATO TASSO, citato in "Musica, divina armonia" di Silvano Chiereghin

domenica 7 settembre 2008

Cos’è la poesia? (VI)


Poesia è anche metafora e similitudine. I versi vivono di immagini che “vestono” l’intuizione. È capitato a tutti sin da bambini di fermarsi ad osservare le nuvole e di indovinare nelle loro forme oggetti familiari. Anche quello era poesia: il cirro che sembrava un coniglietto o un volto di donna già erano l’embrione della poesia. Nel film francese “Il favoloso mondo di Amélie”, che alla suggestione poetica deve il suo successo, non poteva certo mancare questa citazione delle nuvole.

Una bella metafora è in questi versi della poetessa fiorentina Margherita Guidacci, nata nel 1921 e sfuggita all’ermetismo per approdare ai lidi di una poesia più europea, influenzata certamente dalla traduzioni di poeti inglesi e slavi.

IL TUO RICORDO

Il tuo ricordo, sul fondo
della mia solitudine,
ne rivela l’ampiezza
e tuttavia la limita.

Così un canto d’uccello
addolcisce l’immensità del cielo
e una singola vela
rende umano il mare.


Da “Il vuoto e le forme”, 1977


Sembra quasi nulla: il verso di un uccello che taglia il cielo e ne ridefinisce la sua smisurata grandezza; una piccola vela che solca la distesa immensa del mare e basta, con la sua umanità, a limitarlo, seppure di un nulla. Ebbene, a Margherita Guidacci, quelle piccole cose sperse in un insieme molto più grande, fanno pensare alla sua solitudine: il ricordo di una persona amata svolge la funzione che hanno il canto di un uccello e la vela isolata. Riescono a porre dei punti: se da un lato ne rivelano l’estensione sterminata, dall’altro pongono un confine, lasciano accesa la fiamma della speranza. E questa intuizione è la poesia.


Edward Hopper, "Ground Swell"


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LA FRASE DEL GIORNO
La solitudine matura l'originalità, la bellezza audace ed inquietante, la poesia. Ma anche l'opposto: l'abnorme, l'assurdo, l'illecito.
THOMAS MANN, La morte a Venezia

sabato 6 settembre 2008

La salvezza nel ricordo


A F-

O mia amata, fra i dolenti affanni
così folti sul mio terrestre sentiero -
triste, ahimè! - dove mai non cresce
un fiore, mai alcuna rosa solitaria -
trova sollievi almeno l' anima mia
in molti sogni di te: e conosce allora
un Eden di blando riposo.

Così, dal ricordo di te si distilla
in me un' isola d'incanto, lontana,
in mezzo a un tumultuante mare -
fremente oceano e immenso, esposto
ad ogni tempesta - nel mentre che, intanto,
i più sereni cieli, continuamente,
solo sorridono su quell' isola fulgente.



Edgar Allan Poe, noto per i racconti fantastici e del terrore, tuttavia nasce e rimane poeta: definisce la poesia "non un proposito, ma una passione". Diventa narratore solo dopo aver vinto il premio di 50 dollari al concorso del "Baltimore Saturday Visiter" con "Manoscritto trovato in una bottiglia".

Questa sua poesia può fornire lo spunto per una riflessione sul ricordo. In questi versi dedicati alla poetessa Frances Sargent Osgood, indicata solo con l'iniziale puntata F., con la quale Poe intratteneva un'affettuosa amicizia con reciproco scambio di versi, la fuga dentro il sogno all'inseguimento dell'amore è in grado di trasformare l'arida strada di un paesaggio desolato in un paradiso. L'altra metafora che Poe sceglie è quella dell'ancora di salvezza, l'isola luminosa apparsa tra i vasti flutti dell'Oceano al naufrago della solitudine.

Il ricordo, se non vivifica, comunque è consolatorio: in "Feria d'agosto" Cesare Pavese scrive che "Nel ricordo il tumulto si placa". E ancora: "Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno di isolarsi, di sfuggire al determinismo di tutte quelle palle di bigliardo. Così ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole eco di quell'altra) che dà valore, un valore assoluto,al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita".


Walter Dendy Sadler, "In memory's garden"



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LA FRASE DEL GIORNO
Religione o filosofia tutto indica all'uomo l'eterno culto dei ricordi.
GÉRARD DE NERVAL, Le figlie del fuoco, "Angelica"

venerdì 5 settembre 2008

Le mura di Gerusalemme


Le mura furono condotte a termine il venticinquesimo giorno di Elul, in cinquantadue giorni. Quando tutti i nostri nemici lo seppero, tutte le nazioni che stavano intorno a noi furono prese da timore e restarono molto sorprese alla vista e dovettero riconoscere che quest'opera si era compiuta per l'intervento del nostro Dio.
NEEMIA, 6,15-16


Dopo 18 mesi di scavi, l'Autorità per le Antichità di Israele (IAA) ha presentato i risultati del progetto che ha portato alla scoperta di una parte della cinta muraria che circondava Gerusalemme all'epoca del Secondo tempio, dal 518 a.C. al 70 d.C.

Gli archeologi, guidati da Yehiel Zelinger, hanno riportato alla luce sul Monte Sion le mura che proteggevano la città e sulla quale camminarono Gesù Cristo ed Erode. Le stesse mura dalle quali San Paolo fu calato in una cesta perché potesse sfuggire ai Giudei che lo volevano uccidere.

Gerusalemme in quei secoli viveva il suo periodo di maggior splendore. La costruzione ha un'altezza di oltre tre metri e si trovava sotto un altro muro, di epoca bizantina: secondo gli esperti, ciò è successo seguendo una linea topografica a protezione del centro della città; vi sono perciò speranze di trovare sotto le "mura di Gesù" anche i resti di quelle anteriori, esistenti all'epoca del Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C.

Gli studiosi israeliani si sono avvalsi delle mappe stilate dalla spedizione di 120 anni fa dell'archeologo britannico Frederick Jones Bliss: i tunnel scavati avevano ritrovato porzioni del muro già allora, ma con il passare del tempo si erano riempiti di terra. Incrociando i dati di Bliss con la planimetria della Gerusalemme attuale, gli archeologi dell'Autorità sono riusciti a determinare l'esatta posizione delle gallerie e hanno iniziato gli scavi. Hanno capito subito di essere sulla strada giusta: dalla terra sono usciti i vuoti di bottiglie di birra vecchi di oltre cento anni...


Foto: IAA



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LA FRASE DEL GIORNO
Ha più forza il tempo per disfare e mutare le cose che non la volontà degli uomini.
MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte, I, XLIV

giovedì 4 settembre 2008

Sull'Italia (II)


Come ci vedono gli altri:

"Giunsi alle Alpi: l'anima mia ardeva, Italia, mia Italia, al tuo nome".
OSCAR WILDE, Sonetto: avvicinandomi all'Italia

"L'Italia è un'espressione geografica".
KLEMENS W. L. METTERNICH

"Ah, gli italiani, gli italiani..."
CHARLES DE GAULLE

"La terra spaghettara ti entra nel cuore e poi ti rovina per qualsiasi altra cosa".
ERNEST HEMINGWAY, Lettera a Grace Quinlan, 8 agosto 1920

"Mi sembra che dall'Impero Romano a oggi le cose non siano cambiate troppo: l'Italia è sempre stata così.
GABRIEL GARCIA MARQUEZ


E come ci vediamo noi:

"In italiano tutto sembra meglio".
MARCO BUTICCHI, Menorah

"Gli italiani hanno sempre avuto la religione delle ricorrenze".
INDRO MONTANELLI, Storia del Regno d'Italia

"L'italiano è profondamente realista (biologicamente) cioè profondamente naturale. Può apparire vile, è soltanto troppo inserito nella natura".
ENNIO FLAIANO, Diario degli errori

"Sono un triste italiano
precipita l'allegria
come mogano.
Sono un cane italiano
che s'innamora ed è geloso,
un ladro, un ciarlatano".
MARIO TOBINO

"Gli anni passano, ma con tutto quel sole, quel cielo azzurro, quella musica, quel buon vino che ci sono laggiù pare di essere sempre giovani. Il nostro è un paese benedetto da Dio".
GIOVANNINO GUARESCHI, Il compagno don Camillo


Foto: Alex Gott-Cumbers


Vedi anche "Sull'Italia"



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LA FRASE DEL GIORNO
I privilegi della bellezza sono enormi. Essa agisce anche su coloro che non la constatano.
JEAN COCTEAU, I ragazzi terribili

mercoledì 3 settembre 2008

Risveglio d'amore


IO CHE COME UN SONNAMBULO CAMMINO

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch'è come una sapiente musica.
E possibilità d'amore e gloria
mi s'affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d'una nuca
per l'ala d'un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un'attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

da "Versi a Dina"


Nel 1931 la rivista "Circoli", diretta da Adriano Grande, ospita i "Versi a Dina" di Camillo Sbarbaro. Il poeta ligure esprime in un gruppo di poche poesie che formano un canzoniere amoroso tutto lo stupore e la forza dell'innamoramento e, in seguito, le ansie e le attese.

"Io che come un sonnambulo cammino" racconta la prima parte, quella del "colpo di fulmine", della sorpresa che viene manifestandosi. E notevole è il climax usato dal poeta: sonnambulo - trasalgo - destato - dormiveglia. L'uomo che cammina apatico, all'apparire della donna, forse una sconosciuta, forse una ragazza già nota, trasale come chi sia svegliato di scatto ed è subito desto, attento. L'apparizione che cammina sui tacchi suona come una musica sul selciato, in quella strada di cui lei stessa è la padrona incontrastata agli occhi del poeta.

Ecco che il "dormiente", in senso figurato, della vita diventa l'innamorato che si abbandona alla speranza e ritiene di poter cacciare la malinconia e la tristezza del vivere quotidiano. La bellezza è il grimaldello che scardina l'abulia e riporta la luce in quel dormiveglia, in quel vivere che è simile al sonnecchiare pastoso che precede il risveglio completo. La gioventù del poeta è essa stessa parte di questo progetto di salvezza dovuta all'amore: le follie dell'età possono consentire di innamorarsi perdutamente. E la gioia si nutre di quell'attesa, di quel momento in cui il ragazzo segue la giovane donna che cammina e sente che il suo cuore batte all'unisono con la vita di lei.


Joaquin Sorolla y Bastida, "women walking on the beach, 1909"




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LA FRASE DEL GIORNO
E la vita - chi non lo sa? - è congiunzione amorosa.
MAURIZIO CUCCHI, Versi giovanili

martedì 2 settembre 2008

Una statua di Marco Aurelio



Una colossale statua dell'imperatore filosofo Marco Aurelio è stata riportata alla luce la scorsa settimana da una squadra archeologica dell'Università Cattolica di Lovanio, diretta dal professor Marc Wealkens. Gli studiosi belgi l'hanno rinvenuta nell'antica città romana di Sagalassos, sulla cordigliera del Monte Tauro, in Turchia, dove i lavori erano iniziati negli Anni Novanta.
La sola testa dell'opera ha un diametro di ottanta centimetri e pesa 350 chili: gli esperti sono rimasti colpiti dalla perfezione tecnica con cui la statua fu tagliata dagli artisti dell'epoca, ovvero nel II secolo dopo Cristo. Nel luglio del 2007, dagli stessi scavi era uscito un enorme busto di Adriano, ora in mostra al British Museum nell'ambito della mostra dedicata all'imperatore. A detta degli archeologi, la statua di Marco Aurelio è ancora più grande. Nel corso dell'estate è stata rinvenuta anche una testa di Faustina, moglie di Antonino Pio. Gli studiosi belgi ritengono di avere trovato anche parti di altre figure: Vibia Sabina, moglie-bambina di Adriano, e Antinoo, il ragazzo amante dello stesso imperatore.
Secondo gli storici, le statue, che erano alte tra i quattro e i cinque metri ed erano inserite nel complesso termale, furono abbattute da un terremoto intorno al IV secolo: il sisma causò la rovina della città, che fu abbandonata dagli abitanti e venne poi nascosta dal tempo. Solo nel XVIII secolo l'esploratore francese Paul Lucas ne scoprì l'esistenza.
Sagalassos, che era capoluogo della Pisidia, era una città fiorente e godeva anche di uno status di autonomia. Adriano l'aveva nominata centro del "culto dell'imperatore": questo spiega la presenza del gruppo scultoreo.

Marco Aurelio, nato nel 121 d. C, discendeva dalla dinastia spagnola degli Antonini e guidò l'Impero dal 161 al 180, anno in cui morì a Sirmio, in Pannonia. Fu uno dei massimi esponenti della filosofia stoica ed è considerato l'ultimo dei cinque "buoni imperatori" romani. La sua opera, scritta in greco, i "Ricordi", è una raccolta di massime sulla saggezza e sull'esistenza.



Busto di Marco Aurelio (Foto: Nova Roma)


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LA FRASE DEL GIORNO
Gli uomini esistono gli uni per gli altri: quindi insegna loro o sopportali.
MARCO AURELIO, Ricordi, VIII, 59

lunedì 1 settembre 2008

Settembre, dolce e propizio


Settembre chiude l’estate, ci riporta alle consuete occupazioni ritemprati e rinnovati. Ci ricompensa degli ozi perduti con giornate dolcissime, splendenti e luminose, tiepide, mai troppo calde o troppo fredde. Ci dona la dolcezza dei suoi frutti: uva, fichi, pere, mele, le prime castagne sfuggite ai ricci. E la dolcezza contiene in sé anche la malinconia: le ore di luce diminuiscono, le foglie cominciano a ingiallire, qualche folata di vento già le stacca. Settembre è mese di una felicità sommessa.


"Nonno, l'argento della tua canizie
rifulge nella luce dei sentieri
passi tra i fichi, i susini e i peri
con nelle mani un cesto di primizie:

«Le piogge di Settembre già propizie
gonfian sul ramo i fichi bianchi e neri,
susine claudie... A chi lavori e speri
Gesù concede tutte le delizie»”
.

GUIDO GOZZANO, da “I sonetti del ritorno”, La via del rifugio


“Chiaro cielo di settembre
Illuminatore paziente
Sugli alberi frondosi,
Sulle tegole rosse”.


ATTILIO BERTOLUCCI, da “Settembre”, Sirio, 1929


"La sera spoglia il vento
dell’ultimo colore
e spera che il suo lento
declino sia l’amore
nostalgico del fuoco".


ALFONSO GATTO, da “Aria di settembre”, Poesie 1929-1941


"Settembre, dolce come un fanciullo malato,
si stende pigro su la proda del fosso,
tra l’erba secca fiorita di pallido rosso,
a guardare nell’acqua, tristemente beato”.


DIEGO VALERI, da “Settembre”, Poesie, 1962


Doris Allison, "Italian Harvest - Figs"




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LA FRASE DEL GIORNO
Riuscire a dimenticare la propria infelicità è già meta fortuna, come ben sanno nella poesia i tragici (soprattutto Euripide) e i poeti erotici (soprattutto Alceo).
HARALD WEINRICH, Lete. Arte e critica dell'oblio
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