domenica 31 agosto 2008

Nuovo romanzo di Grass


A due anni di distanza dal discusso "Sbucciando la cipolla", in cui rivelava il suo passato da SS, il Premio Nobel tedesco Günter Grass pubblica un nuovo libro, "Die Box" (La camera): il personaggio principale è uno scrittore le cui opere hanno i medesimi titoli delle opere di Grass; i suoi figli, che raccontano la storia, hanno nomi diversi da quelli dei figli di Grass ma svolgono le stesse professioni di quelli veri. È evidente che il lettore in tal modo sarà tentato di vedere nel libro una sorta di autobiografia, quasi un seguito ideale di "Sbucciando la cipolla", oppure una storia di famiglia. A sviare in un certo modo questa idea subentra però l'elemento fantastico: la camera fotografica del titolo che può vedere cose che non sono lì, ma che sono avvenute prima o che avverranno oppure sono soltanto desiderate dai personaggi fotografati.

La fotografia è al centro del romanzo, che è dedicato alla fotografa Maria Rama, presunta proprietaria della camera magica, che rivelò i suoi poteri dopo essere uscita intatta da un bombardamento. La Rama collaborò con Gunter Grass fornendo fotografie per consentire allo scrittore la stesura di "Il rombo" nel 1977.
Da segnalare il passaggio in cui uno dei figli rileva che il padre nella sua opera narrativa ha la tendenza a mescolare le epoche, come fa la stessa camera magica: la chiave di lettura del libro prende spunto da qui, dal fatto di non sapere mai separare quello che è verità da quello che non lo è.

Le aspettative per le vendite del nuovo romanzo di Günter Grass sono molto elevate in Germania: la prima edizione, uscita il 29 agosto, è stata tirata in 150.000 copie. Gli unici delusi, dopo la lettura di "Die Box" sono i giornali: "Die Welt" e "Der Spiegel" speravano di fare polemica come per "Sbucciando la cipolla", ma l'opera si sviluppa solo su un piano domestico e non lascia spazio a scandali da sparare in prima pagina. Il solo gossip possibile è quello sui due matrimoni del Premio Nobel tedesco e di altri suoi amori visti con gli occhi dei suoi otto figli. Se nel romanzo precedente Grass aveva rivelato la colpa di essere stato nazista, qui il suo peccato sono le separazioni e i dolori causati dai divorzi ai figli. Insomma, un romanzo dai toni intimi, che mostra tutta la versatilità dell'autore ottantenne.




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LA FRASE DEL GIORNO
Lo scrittore è un uomo la cui intelligenza non basta per smettere di scrivere.
GUNTER GRASS

sabato 30 agosto 2008

La crudeltà dei sogni


I sogni sanno giocare strani scherzi: ti fanno credere che esistano dei posti che in realtà non ci sono - mi è capitato di sognare una libreria di Bergamo, quasi una Biblioteca di Babele o quella del monastero del “Nome della rosa”; ma naturalmente da sveglio so benissimo che dove sorgeva quella biblioteca fantastica in realtà c’è il vecchio tribunale.

Oppure ti fanno pensare di conoscere donne che non esistono o ti fanno ritenere come non sei, o ancora ti fanno credere di poter compiere azioni straordinarie come volare. Sono una seconda vita, un’altra dimensione.

“Nella notte ingannevole si prendono gioco di noi”, insomma, come rilevò il poeta latino Albio Tibullo, e qui sta la loro crudeltà: ti portano dove vorresti essere, ti fanno restare con chi più ami, e poi, all’improvviso, ti svegliano.


Tamara de Lempicka, "Dormeuse 1931-1932"



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LA FRASE DEL GIORNO
Tutta la vita dell'anima umana è un movimento nella penombra.
FERNANDO PESSOA, Il libro dell'inquietudine

venerdì 29 agosto 2008

L’inquieto Cardarelli


GABBIANI

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca
.


È una delle più belle poesie di Vincenzo Cardarelli. Nella sua brevità racchiude una confessione che prende spunto da una profonda meditazione. Osservare i gabbiani, vederli volare apparentemente liberi, in continuo movimento, vederli sostare sulle bitte, sui pali, con quella loro eleganza, porta Cardarelli a paragonare la propria esistenza a quella dei volatili. Così per traslato, il volo dei gabbiani è inquieto, un vagare senza meta, senza altro motivo che l’irrequietudine. Nessuno sa dove abbiano il nido, dove si riposino.

Li si vede soltanto volare e sfiorare l’acqua per cogliere con il becco qualche pesce: Cardarelli giudica così anche la sua vita: non piena, non felice - la sua malinconia era leggendaria nei caffè letterari romani tanto che Montale lo aveva definito “il massimo poeta italiano morente”. Gli sembra solo di sfiorare i giorni, come testimonia in un’altra poesia, “Ottobre”, dove paragona il tempo d‘autunno alla sua esistenza, ormai al tramonto: “E di queste incredibili giornate / vai componendo la tua stagione / ch'è tutta una dolcissima agonia“.

Cardarelli si trova quindi a sognare un destino diverso, una “quiete” che riecheggi quella “pace” indicata al secondo verso: la tranquillità di un mare calmo, liscio come l’olio. Invece, gli tocca questa esistenza incerta, tempestosa: la sua vita è un mare mosso, in burrasca, dove comunque il poeta risplende come un lampo.




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LA FRASE DEL GIORNO
Forse quello che chiamiamo con pathos, «il senso della vita», è semplicemente resistere.
ENZO FERRIERI, Fuori dal gioco

giovedì 28 agosto 2008

Nuovo romanzo di Saramago


"Por muito incongruente que possa parecer..."

"Per quanto possa sembrare incongruente..." comincia così il nuovo romanzo del Premio Nobel portoghese José Saramago, intitolato "Il viaggio dell’elefante". Racconta l’epico viaggio di un elefante di nome Salomone da Lisbona a Vienna nel XVI secolo, una storia che affonda le radici in un avvenimento realmente accaduto.

L’autore lusitano, che abita a Lanzarote, nelle Canarie, ha da poco terminato il libro, dopo aver superato una malattia respiratoria che ha fatto addirittura temere per la sua vita. “Questo racconto è quello che ho sempre pensato che doveva essere. La malattia non ha cambiato nulla” scrive Saramago, senza enfatizzare “la situazione dell’autore frustrato dal dolore più forte della sua volontà”. Aggiunge ancora: “Ho scritto i miei tre ultimi libri in una precaria condizione di salute, non certo propizia per sentimenti di allegria. Preferisco dire: se hai qualcosa da scrivere, scrivilo”.

“Il viaggio dell’elefante” uscirà in autunno per i lettori di lingua portoghese, spagnola e catalana e probabilmente nella primavera 2009 in Italia. L’idea del libro, 240 pagine, è venuta a Saramago a Salisburgo, in Austria, quando entrò in un ristorante chiamato appunto “L’elefante”. Sua moglie Pilar del Río, traduttrice per l’edizione spagnola, lo descrive come un libro corale che mescola personaggi che figurano nei libri di storia e figure anonime, gente con la quale i membri della carovana vanno incontrandosi, dividendo con loro dubbi, perplessità, sforzi, e l’armoniosa allegria di un tetto sopra la testa. Una compassionevole solidarietà attraversa l’opera e la contraddistingue, così come l’ironia, il sarcasmo e l’umorismo che lo scrittore usa per salvare se stesso e per far attraversare al lettore il labirinto di umanità in conflitto.

Nel blog di Josè Saramago è possibile leggere un frammento della nuova opera in portoghese, spagnolo e inglese.


Rembrandt, "Studio per un elefante"



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LA FRASE DEL GIORNO
In fondo un segreto è più o meno come la combinazione di una cassaforte, per quanto numerose siano le sequenze, non sono infinite.
JOSÉ SARAMAGO, La caverna

mercoledì 27 agosto 2008

Mezzo secolo di bossanova


Era un giorno d’inverno a San Paolo quando, nell’agosto di cinquant’anni fa, nacque la bossanova. La canzone che lanciò il nuovo genere era “Chega de suadade”, scritta dal poeta Vincicius de Moraes e da Antonio Carlos Jobim e cantata da Joao Gilberto. Alcuni “addetti ai lavori“ provenienti da Rio de Janeiro la presentarono su un 78 giri ad Alvaro Ramos, direttore delle vendite di Lojas Assumpçao, principale distributore musicale all’epoca in Brasile.

Ramos non apprezza il tono intimista e minimale di Gilberto, si lamenta, crede addirittura che il cantante sia raffreddato. I produttori insistono: perché un pezzo abbia successo, deve sfondare nella capitale economica del paese. E poi quel brano di un minuto e cinquantanove secondi è costato sforzi tecnici notevoli: Joao Gilberto ha preteso due microfoni, uno per la voce e uno per la chitarra, cosa all’epoca assolutamente straordinaria. È una ventata di novità nel mondo della musica e bossanova significa appunto "stile nuovo".

Alla fine la Lojas Assumpçao decide di produrre il disco ed è un successo incredibile: in soli cinque mesi vende 15.000 esemplari, diventeranno 35.000 in otto mesi, cifra considerevole per la fine degli Anni Cinquanta.

In pochi anni la bossanova invade il mondo, trasformando sconosciuti musicisti in stelle di prima grandezza nella musica: oltre i tre precursori Jobim, De Moraes e Gilberto, sfondano Sergio Mendes, Carlos Lyra, Baden Powell e Luiz Bonfa. Il film "Orfeu Negro", girato nelle favelas di Rio dal francese Marcel Camus vince la Palma d'oro a Cannes e un Oscar, grazie anche alla colonna sonora, che comprende la suggestiva "Felicidade".

Dalle spiagge chic di Rio de Janeiro il ritmo sincopato della bossanova si insinua nel jazz americano: nel 1963 il grande sassofonista Stan Getz incide con Joao e Astrud Gilberto "Garota de Ipanema", che diventa un successo mondiale. In Brasile però la bossanova resta confinata nei quartieri bianchi della classe media: Ipanema, Leblon, Copacabana. Per gli altri c'è il samba del carnevale oppure il nuovo funk delle favelas.

La spiaggia di Ipanema, a Rio de Janeiro



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LA FRASE DEL GIORNO
La musica spazza via dall'animo la polvere della vita quotidiana.
RICHARD WAGNER

martedì 26 agosto 2008

Nell'attraversare il ponte


Aspettavo la sera per passare il ponte, quando il fiume mulinava verde di giada e i sassi del greto erano indeterminate forme chiare. Nell'ultima luce la corona dei monti vicini appariva nera, le cime aguzze più lontane invece erano chiare, come se fossero coperte di neve. Si accendevano le stelle, il disco o la falce della luna.

Attraversavo il ponte più lontano, solitario, non il ponte grande che usavano tutti, pieno di traffico e di automobili tanto che c'era anche un semaforo a regolarne il transito. Quel ponte aveva un che di plebeo, di sciatto, con la ringhiera lavorata verde e gli ampi marciapiedi dove si poteva sostare e guardare l'acqua correre via tra le rocce. E poi c'erano troppe luci: i fanali, i fari delle auto, l'illuminato imbocco della Piazza del Teatro.

Non attraversavo neppure il ponte delle Poste, vicino all'antica chiesa di Santo Spirito, dove si aprivano la zona ricca, le colline, il Grand Hotel, con i bandieroni bianchi e rossi svolazzanti sui pennoni i giorni delle feste e lo stemma civico a mosaico sulla spalletta. Da lì la città appariva in tutto il suo barocco ridondare: le costruzioni in stile Liberty, le cupole tondeggianti, il Duomo con l'orologio, la Porta, il lusso della fontana e della Banca subito dopo il ponte.

No: amavo attraversare nel buio il ponte pedonale, largo due metri, illuminato da pochi lampioni dalla luce fioca. Lì lentamente finiva il viale alberato per far posto ai negozi dei turisti e una via altrettanto oscura riconduceva al centro della città sotto la chioma di immensi ippocastani.

Non so perché prediligessi quel ponte, al quale si arrivava con un cammino un poco tortuoso, deviando dalla strada principale e passando dietro i campi da tennis e il supermercato: passavo di lì perché nell’attraversare il ponte, guardando l'acqua, i monti e le stelle, provavo un'emozione.





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LA FRASE DEL GIORNO
I turisti vogliono solo accarezzare la pelle di un posto, un esploratore ne vuole conquistare il cuore.
THOMAS PYNCHON, V.

lunedì 25 agosto 2008

Cos’è la poesia? (V)


DIVINA LA COMMEDIA

In qualche luogo
dell'immane edifizio
forse in un sottoscala
o in un altro più recondito, non proprio
non sempre nel WC può nascere e attecchire
certo fiore talora maleodorante
che troveremo poi nelle antologie
sotto la voce Poesia e che lascia
interdetti e dubbiosi su quelle origini
che non diremmo gentilizie ma
alquanto bordellesche?
Domani
sarà diverso o peggio. Se le Muse
hanno tanto di barba più nessuno
dirà superflua l'opera del tonsore
.

(apparsa in "Nuovi poeti in Liguria", 1981)


Questa di Eugenio Montale è una vera e propria rarità: nell’antologia Mondadori che raccoglie tutte le poesie non l’ho trovata. Fa parte di un ritaglio di giornale che risale ai giorni successivi alla morte del poeta, nel settembre del 1981. Credo che sia l'ultima poesia pubblicata in vita dal poeta genovese. Si inserisce nel dibattito sull’essenza della poesia che da tempo alberga in questo blog.

Montale, ormai ottantacinquenne, si interroga sul futuro della poesia, sulla strada intrapresa in quello scorcio finale di secolo e di millennio. L’anziano poeta usa un’immagine alquanto impoetica, addirittura scatologica, per definire l’origine della nuova poesia: ma la poesia rimane “fiore”, seppure “maleodorante”. Si può paragonarla al fiore più grande che esista, l'Amorphophallus titanum: ha un'altezza di tre metri ed una sua forma di bellezza, pur emanando un terrificante odore di carne putrida.

È ancora poesia, pur avendo intrapreso una strada differente, pur avendo abbandonato le strade signorili per inerpicarsi sulle vie del vizio. La Musa barbuta, transgender, del finale è un indovinato esempio per rappresentare questa nuova poesia: più che l’opera del poeta servirà allora quella del barbiere…

Fernando Botero, "Il bagno"




Vedi anche:

"Cos'è la poesia?"

"Cos'è la poesia? (II)"


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LA FRASE DEL GIORNO
Poeti, poeti, ci siamo messi / Tutte le maschere / Ma uno non è che la propria persona.
GIUSEPPE UNGARETTI, Un grido e paesaggi, "Monologhetto

domenica 24 agosto 2008

La maratona di Saint Louis


La partenza della maratona di Saint Louis (Foto da Volodalen)

La maratona è una gara che alle Olimpiadi riserva sempre sorprese e storie interessanti. Se a Londra nel 1908 Dorando Pietri vinse e fu squalificato, quattro anni prima, a Saint Louis, in un’edizione dei Giochi stranissima, con 390 gare, di cui solo poche considerate per gli annali, giunse primo l’americano Fred Lorz.

Ma quando sul traguardo arrivò, seguito dalle auto della giuria, l’altro americano Thomas Hicks, si scoprì l’inghippo: Lorz, che era fresco come una rosa, aveva percorso gran parte dei 42 chilometri a bordo di un’automobile. In realtà, dopo una decina di chilometri, il maratoneta aveva deciso di ritirarsi e salì sull’auto. Quando il veicolo rimase in panne, nel cervello di Lorz si accese la lampadina: riprese la gara ed arrivò trionfante. Gli avevano dato anche la coppa destinata al primo quando, stremato, sopraggiunse Hicks con i giudici di gara: al povero Fred toccò confessare e restituire il simbolo della vittoria. Hicks, il vincitore, passò direttamente dallo stadio all’ospedale: aveva assunto solfato di stricnina e svenne dopo il filo di lana.


Il vincitore, Hicks (Foto da HR-Net)

Altri episodi bizzarri si verificarono durante la maratona di Saint Louis: il cubano Feliz Carvajal de Soto si presentò vestito da cowboy e si sbarazzò dell’abbigliamento ingombrante chilometro dopo chilometro, poi ebbe una crisi di fame, colse delle mele acerbe, le mangiò e stette subito male. Arrivò comunque quarto: secondo e terzo furono gli statunitensi Albert Corey e Arthur Newton.

L’americano Leutanow invece si trovava in testa e l’oro era praticamente già al suo collo quando venne aggredito da un cane e dovette rifugiarsi nei campi.
Insomma, capitò di tutto: dalla truffa al doping, dalla sfortuna all’ingenuità. Ben altre furono le vergogne di quelle III Olimpiadi, i giochi dedicati alle “razze": neri, pellirosse e africani costretti a esibirsi come fenomeni da baraccone. Lo spirito olimpico doveva ancora nascere…

Atleti africani (da HR-Net)


Il manifesto olimpico (da HR-Net)



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LA FRASE DEL GIORNO
Forse non è strano che nel corso mutevole della fortuna, attraverso l'infinità del tempo, la casualità degli eventi produca spesso circostanze uguali.
PLUTARCO, Sertorio

sabato 23 agosto 2008

Piccole cose


A me basta il mare per sentirmi vivo, per essere parte pulsante dell'universo, per provare l'armonia dei mattini appena nati camminando lungo la spiaggia umida a piedi nudi, essere vivente come i granchi imprigionati nella bassa marea, per godere la magia delle sere in cui l'unica voce è quella delle onde.

E poi c'è tutta una serie di odori: lo iodio, il pesce, le alghe, la sabbia stessa, la crema solare... Un po' come il "profumo dell'erba". Il mio vicino oggi ha rasato il prato: è un biliardo verde chiaro, ci si potrebbe giocare a pallone! Altri profumi che adoro sono quelli del pane appena sfornato, quello del fiume nelle giornate calde, quello della pioggia o del vento quando qualcuno da fuori entra in un locale... Percezioni.

Come quelle piccole cose che per Corrado Govoni, prese singolarmente o a gruppi, costituiscono l‘essenza della domenica. La poesia, inserita nella raccolta del 1903 “Le fiale”, è un lungo elenco di particolari che, messi tutti insieme formano un dipinto preciso. Una collezione di sensazioni, un caleidoscopio di emozioni. Una sorta di quadro “pointilliste”, con i puntini colorati a formare una figura o un paesaggio. Oppure un puzzle dove ogni tessera però è già in sé compiuta. Questo è il “simbolismo liberty” che Govoni, nato a Tàmara, nel Ferrarese, nel 1884, praticò per gli anni della sua giovinezza, tra i venti e i trentacinque anni, prima di percorrere altre vie, sulle quali lo indirizzeranno i tormenti della vita.


LE COSE CHE FANNO LA DOMENICA

L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestibuli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.






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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere una poesia / sempre è un colpo di mano sull'ignoto, / un penetrare svegli / nel mistero del sogno, / un prendere possesso della notte.
GIORGIO VIGOLO, Nuove poesie

venerdì 22 agosto 2008

Film olimpici


È tempo di Olimpiadi. Quelle di Pechino, le XXIX dell'era moderna si avviano alla conclusione. La rivista “Access Hollywood” ha voluto stilare una sua personale classifica di film dedicati ai Giochi.

La medaglia d’oro non poteva che andare a “Momenti di gloria”, vincitore di quattro Premi Oscar, impreziosito dalla splendida colonna sonora di Vangelis. La pellicola di Hugh Hudson racconta la partecipazione di due giovani inglesi provenienti da ceti sociali differenti alle gare di atletica delle Olimpiadi di Parigi del 1924.

L’ideale argento di “Access Hollywood” è per un film americano del 2004 interpretato da Kurt Russell, “Miracle”, che racconta la vittoria inattesa della selezione USA di hockey su ghiaccio contro i fortissimi sovietici alle Olimpiadi invernali di Lake Placid del 1980.

Il bronzo va a “Cool Runnings (Quattro sotto zero)”, storia della partecipazione della squadra giamaicana di bob a quattro ai Giochi di Calgary del 1988. Il film, del 1993, è diretto da John Turteltaub, l’allenatore è interpretato dal compianto attore canadese John Candy.

Gli altri film che compongono la decina: “Passione per il trionfo” (1993), dedicato anch’esso all’hockey su ghiaccio americano, ma alle Olimpiadi di Albertville; “Munich” (2003) di Steven Spielberg, sulla tragedia di Monaco 1972, quando terroristi palestinesi uccisero undici atleti israeliani; “Prefontaine” (1997), biografia del mezzofondista Steve Prefontaine, quarto a Monaco 1972 nei 5.000 metri e morto in un incidente automobilistico due anni dopo; “Olympia” (1938), famosissima opera di Leni Riefenstahl sui Giochi di Berlino 1936; “Un giorno di settembre” (1999) del regista scozzese Kevin Mac Donald, un altro film sulla strage di Monaco 1972; “Giorni ribelli” (1986), storia di un ginnasta di fama che diventa allenatore; e infine “Due pattini per la gloria” (2007), con due pattinatori rivali costretti a gareggiare in coppia.


Una scena di "Momenti di gloria" (da Igm.Com)



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LA FRASE DEL GIORNO
... sono i più forti o i più belli, a vincere nelle Olimpiadi; ma prima di tutto coloro che partecipano.
ARISTOTELE, Etica Nicomachea

giovedì 21 agosto 2008

L’invasione della Cecoslovacchia


Dopo il “maggio francese” il socialismo dal volto umano conobbe un altro lato: nella notte tra il 20 e 21 agosto 1968 l’Unione Sovietica usò l’opzione militare per stroncare la “primavera” di Praga. Dall’inizio dell’anno il governo Dubcek aveva instaurato riforme che non alteravano il sistema di stato-satellite di Mosca, ma che garantivano libertà di stampa e di espressione e la possibilità futura di un pluralismo partitico.

Quella notte di tarda estate, 600.000 soldati sovietici e 7.000 veicoli corazzati invasero la Cecoslovacchia mentre l’esercito nazionale era stato strategicamente schierato al confine tedesco-orientale su ordine del Patto di Varsavia. I comunisti riformisti tentarono invano di resistere all’ala stalinista e di promulgare comunque le riforme: Mosca li sostituì con una nuova dirigenza paranoica, fedele all’U.R.S.S., ben rappresentata in tanti romanzi di Milan Kundera, scrittore ceco che dovette subire i soprusi del regime.

La popolazione ceca lottò e scoprì l’allegria dello stare insieme: ragazze baciavano passanti sconosciuti davanti ai soldati dell’Armata Rossa, molti cercavano di fotografare quello che stava accadendo per fare poi arrivare le immagini in Occidente.

Milan Kundera in “L’insostenibile leggerezza dell’essere” scrive: “I fotografi e gli operatori cechi capirono che proprio loro potevano fare l’unica cosa che si potesse ancora fare: conservare per un lontano futuro l’immagine di una violenza. […] L’invasione russa non fu solo una tragedia, fu anche una festa dell‘odio piena di una strana euforia che nessuno riuscirà mai a spiegare”.

Quell’euforia non era altro che la voglia di libertà.




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LA FRASE DEL GIORNO
La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.
MILAN KUNDERA, Il libro del riso e dell’oblio

mercoledì 20 agosto 2008

Il trucco dello specchietto


Il Far West si è trasferito sulle nostre strade. L'assalto alla diligenza visto in tanti film è stato adattato dai moderni "fuorilegge" ai tempi odierni.

La Polizia stradale segnala che, oltre al classico "colpo" dello specchietto, urtato in fase di sorpasso, i delinquenti si servono di un altro stratagemma, diffuso in autostrada: un colpo sulla fiancata destra e poi un insistito lampeggiare fino a che non ci si ferma.
A quel punto scatta il furto dell'auto o la rapina o, in alcuni casi, anche il sequestro di persona e l'obbligo al prelievo presso sportelli Bancomat.

La Polizia consiglia di non fermarsi mai in autostrada e di raggiungere una stazione di servizio, chiamando nel frattempo il 113 (almeno fino a quando non entrerà in funzione il nuovo numero di emergenza unico europeo, il 112).

È sempre valida quindi l’eterna massima latina: “Mala tempora currunt…” Sono tempi difficili, occorre stare all’erta.


Una scena da "La grande rapina al treno"
di Edwin S. Porter, 1903 (Wikipedia)



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LA FRASE DEL GIORNO
Un inganno tura l’altro.
TERENZIO, Andria

martedì 19 agosto 2008

L'importanza della felicità


“La felicità non guarisce, ma protegge contro il cadere ammalati” dice il sociologo Ruut Veenhoven dell’Università Erasmus di Rotterdam, forte di uno studio che pubblicherà a settembre sul “Journal of Happiness Studies“. Analizzando trenta ricerche svolte in tutto il mondo su periodi temporali tra uno e sessant’anni, Veenhoven ritiene che gli effetti della felicità siano paragonabili, come incidenza, al fatto se si sia o no fumatori.

Quello stato di benessere potrebbe allungare la vita tra i 7,5 e i 10 anni. Le persone felici sono più inclini a controllare il proprio peso e sono moderate nel bere e nel fumare: in generale sono più attente alla loro salute, molto attive, aperte al mondo, più sicure di sé. Di conseguenza, operano scelte migliori. L’infelicità cronica invece è involutiva e produce i suoi effetti alzando la pressione sanguigna e abbassando le risposte del sistema immunitario. I governi, dice Veenhoven, dovrebbero educare alla felicità: non è un caso che la Costituzione americana preveda tra i diritti “the pursuite of Happiness”, la ricerca della felicità.

Del resto i poeti e i filosofi già lo sapevano. Lo sapevano anche i guru indiani e i maestri buddhisti. Ora ci si mettono anche gli economisti, che hanno fondato una branca della loro specialità, l’«edonica»: quantificano e analizzano gli effetti dello stato di felicità che rende la vita piacevole e più ricca, non solo di denaro, spingendo al consumo. Così in più di cento paesi, la voce è inserita tra gli indicatori di crescita economica.

La felicità può essere poi condizionata dall’amicizia e dalle relazioni comunitarie, ma anche da fattori sociali come la libertà, la democrazia e le istituzioni. Come definirla? Gli esperti dicono che è il generale apprezzamento della propria vita nella sua completezza, ovvero uno stato mentale definito il migliore dalla persona interpellata.

“Vivo nell’attimo in cui sono felice” scrisse Edith Wharton in ”L'età dell’innocenza”. Questo è il fine: fare della propria esistenza un lungo periodo felice. “Don’t worry… Be happy”, come cantava Bobby McFerrin nel 1989.

Tony Koukos, "Life is good"


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LA FRASE DEL GIORNO
Si può acquistare denaro, anche onori e onorificenze, ma felicità o infelicità non si acquistano, né per sé né per altri.
HERMANN HESSE, Gertrud

lunedì 18 agosto 2008

Il mistero di Stonehenge


Spazzati in permanenza dal vento, i “menhir” di Stonehenge si ergono sulla pianura di Salisbury, nell’Inghilterra meridionale, da oltre cinquemila anni. Un altro enigma che appassiona da sempre, come i “moai” dell’Isola di Pasqua o le piramidi egiziane: circa un milione di turisti ogni anno, davanti a quelle pietre alte fino a sette metri e pesanti anche quarantacinque tonnellate, si chiedono perché furono erette e perché furono collocate in quella posizione magica, a formare un cerchio il cui ingresso punta al levare del sole il giorno del solstizio d’estate.

Il professor Timothy Darvill, archeologo dell’Università di Bournemouth, con una dozzina di studenti ed un collega, sta esaminando alcune scaglie staccatesi da quelle pietre grigie e blu e conta di ottenere risultati entro sei mesi. “Per la prima volta”, spiega, “le tecnologie moderne saranno utilizzate per datare il sito con precisione”. Le stime sull’età di Stonehenge variano tra il 3000 e il 2500 avanti Cristo.

“Stonehenge era un luogo sacro dove i malati andavano a cercare una guarigione miracolosa” dice il professor Darvill. In effetti, fino al XVIII secolo la popolazione del luogo era solita staccare schegge di roccia dai “menhir” per tenere lontane le malattie o per risanare gli ammalati: sul sito sono stati ritrovati in proporzione anomala i resti di persone morte a causa di problemi di salute. Scavi precedenti hanno constatato che già nel Neolitico, quindi ben prima che le gigantesche pietre fossero innalzate, la popolazione europea giungeva in pellegrinaggio a Stonehenge.

“Era una sorta di Santiago de Compostela, di Lourdes preistorica” dice l’archeologo. Sui poteri magici e soprannaturali del luogo lo scienziato non sa però dare alcuna spiegazione.



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LA FRASE DEL GIORNO
Forse i sogni sono i ricordi che l’anima ha del corpo.
JOSÉ SARAMAGO, Il Vangelo secondo
Gesù

domenica 17 agosto 2008

Da Lolita a Laura


Lo scrittore Vladimir Nabokov è universalmente noto per “Lolita”, romanzo che descrive l’amore morboso di un uomo maturo per una adolescente. Nabokov è morto nel 1977, ma nel prossimo autunno è in uscita una sua opera postuma: “The original of Laura: dying is fun” (L’originale di Laura: morire è un gioco).

Lo annuncia all’edizione tedesca di Vanity Fair il figlio Dmitri, senza però comunciare né la data precisa né la casa editrice. Di questo romanzo di Nabokov si sapeva: l’autore americano vi stava lavorando poco prima di morire. Annotava giorno per giorno su foglietti di cartoncino i capitoli di “Laura”: ne riempì 138 e già nel 1976, secondo l’editore newyorkese di Nabokov, costituivano l’essenza del romanzo. Ma quello che restava alla scomparsa dello scrittore non era un’opera, era una specie di puzzle letterario. Lo stesso Nabokov aveva chiesto che fossero bruciati: invece la moglie Vera lì depositò in una cassetta di sicurezza di una banca svizzera. Dopo la morte di Vera il dilemma su cosa fare di quei foglietti è passato a Dmitri, il figlio, esecutore testamentario: onorare la memoria del padre o pubblicare un’opera che può risultare interessante?

Dmitri, che ha 74 anni, ed è uno dei maggiori conoscitori dell’opera paterna, nonché suo traduttore, ha deciso infine per la pubblicazione. Mantiene però il mistero sul romanzo: rivela solo che il personaggio principale è un valente neurologo sposato con una giovane donna. Da Lolita a Laura…


Vladimir Nabokov (Foto: 3 Quarks Daily)



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LA FRASE DEL GIORNO
Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu ed io possiamo condividere, mia Lolita.
VLADIMIR NABOKOV, Lolita

sabato 16 agosto 2008

Europeana


La Commissione Europea ha invitato l’11 agosto ad aumentare il contributo finanziario alla biblioteca digitale europea, che metterà a disposizione dei navigatori le collezioni dei musei e delle biblioteche dei ventisette stati membri. “Investimenti pubblici e privati supplementari sono necessari per accelerare la digitalizzazione” ha dichiarato Viviane Reding, il commissario alla società dell’informazione e ai media.

Il prototipo della biblioteca, che si chiamerà “Europeana”, verrà inaugurato a novembre. Il portale sarà ospitato dalla Biblioteca nazionale d’Olanda e consentirà già dai primi tempi l’accesso a circa due milioni di documenti. Nel 2010, quando la messa in rete diventerà pienamente operativa, il numero dovrebbe salire a sei milioni. Libri, quadri, fotografie, opere musicali e film inseriti dalle istituzioni culturali dei 27 saranno consultabili. Questo porrà però due problemi: il primo è quello del denaro, serviranno cioè ulteriori finanziamenti; il secondo è invece più delicato, andando a toccare i diritti d’autore. Sono in corso trattative e discussioni per trovare una soluzione: che siano collegamenti ai siti dei proprietari dei diritti o delle condizioni poste agli utenti, qualcosa si troverà…

Al momento solo l’1% degli archivi di musei e biblioteche sono disponibili in formato digitale. È per questo che la Commissione ha annunciato un aiuto pari a 120 milioni di euro nel biennio 2009-2010, lodando paesi come la Grecia e l’Olanda per gli sforzi compiuti. Altri si mostrano meno ambiziosi: Lituania, Finlandia e Slovacchia preferiscono usare diversamente i fondi europei. Altri ancora preferiscono una collaborazione con enti privati.

“Europeana” potrebbe diventare un formidabile strumento di diffusione culturale in Europa, un po’ come accade nelle biblioteche americane. Oppure potrebbe rivelarsi l’ennesimo spreco burocratico. Spetta a noi, ma soprattutto ai politici europei farne un buon uso.


Carl Spitzweg, "The Bookworm"



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LA FRASE DEL GIORNO
Fortunatamente la sopravvivenza e la fama delle opere poetiche migliori non dipende mai dai giudizi dei dotti: grazie a Dio, quel che è buono e vitale si è sempre preservato da solo, mentre anche i più zelanti tentativi di valorizzare molte grandezze hanno avuto raramente successo, o forse mai.
HERMANN HESSE, Dall’Italia

venerdì 15 agosto 2008

Ferragosto


Ed ecco anche Ferragosto, storico spartiacque dell’estate. Questa celebrazione pagana che saluta la conclusione delle ferie agostane deve il suo nome all’antica Roma, dove si celebravano gli augustales, chiamati anche feriae augusti, una antica festa rinominata così in onore dell’imperatore ma dedicata al dio Conso, che onorava la raccolta dei cereali ed il riposo che ad essa seguiva.

Tale usanza si ritrova ancora oggi in alcune feste che si fondono con la solennità religiosa dell’Assunzione della Vergine: offerte di primizie, processioni a carattere lustrale e persino giochi e gare profane, quali il celebre Palio dell’Assunta che si svolge a Siena il 16 agosto.

Oggi il Ferragosto si è trasformato in un estivo Natale pagano: riunioni tra parenti con tanto di barbecue oppure gite fuori porta se non addirittura vacanze complete. Il boom economico degli Anni ‘60 ha favorito questa metamorfosi, tanto che uno dei film di culto di quel periodo, “Il sorpasso” di Dino Risi, prende il suo avvio “nella Roma deserta di un ferragosto qualunque” e compie tutto il suo svolgimento in quella giornata.

Il Ferragosto insomma è una sorta di porta temporale da attraversare: di qua lasciamo le spiagge, gli ombrelloni, i giardini assolati e l’afa; di là ci attendono le dolcezze di settembre, i giorni che rinfrescano, le prime foglie che ingialliscono lasciandoci il sapore di una languida malinconia. Intanto, seduti sotto un pergolato o sulla riva di un lago mangiamo l’anguria, impiastricciandoci le mani e la faccia e ridendo allegri e sudati nel giorno di festa…


Susan Kuznitsky, "Conversation on the beach"



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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è che una stagione: l'estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L'autunno la ricorda, l'inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla
ENNIO FLAIANO

giovedì 14 agosto 2008

Il maestro


Don Angelo è segnato dalla malattia: ha la voce flebile e una debolezza nel fisico, già salire le scale per lui è un problema. Ma è un filosofo, il mio antico maestro, e come tale prende la vita. È anche sacerdote, e in Dio trova la forza.

Abita un locale di una vecchia cascina, con il camino e un soffitto tondeggiante che mi ha ricordato i trulli pugliesi: nella stanza ha sistemato un piccolo letto per evitare di salire le scale, il tavolo è ingombro di libri e fogli di appunti, così come sopra il camino sono ammassati altri libri, accanto alle immagini della Madonna e del Sacro Cuore. Sulla credenza un piccolo televisore e tre brocche di rame; ai lati due sedie in stile Impero e un enorme calderone di rame , “Fa acqua da tutte le parti - dice lui - ma costerebbe troppo stagnarlo”.

Abbiamo ricordato i tempi in cui ci insegnava la gioia delle Lettere, abbiamo ricostruito come un puzzle quei giorni ormai lontani, tessera dopo tessera, fino ad ottenere un quadro quasi completo. E abbiamo parlato di libri, i libri che anch’egli accatasta per terra, non essendovi sugli scaffali più posto per ospitarli. Ha apprezzato la mia predilezione per il Novecento e per il romanzo americano: Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck.

“Leggo i libri che vengono premiati adesso: sì, c’è eleganza, estetica come diciamo noi filosofi, ma non c’è contenuto, non c’è sugo” ha detto. Poi mi ha esortato a scrivere, narrativa, poesia. Mi ha lusingato il complimento che mi ha fatto: “Già allora scrivevi bene, univi armonia e profondità”. E mi ha congedato regalandomi tre volumi di storia della filosofia. “Così, quando c’è qualche disputa, vai a rileggerti i testi dei filosofi”.

E allora, comincio: Aristotele, Etica Nicomachea: “Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene...”


"Maestro di filosofia a Parigi", dipinto di scuola francese


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LA FRASE DEL GIORNO
È una prerogativa costante, in chi è maestro, contraffare la sua eccellenza.
WILLIAM SHAKESPEARE, Molto rumore per nulla, Atto II, Scena III

mercoledì 13 agosto 2008

Guerra sul San Matteo


Il Monte San Matteo, che si eleva fino a 3.684 metri nel massiccio dell’Ortles Cevedale, dal luglio del 1916 era controllato dagli austriaci, con le vicine cime Giumella e Cadini. Da lì le loro artiglierie colpivano le postazioni italiane sul Gavia, sul Dosegli, sul Pizzo Tresero, sulla Vallumbrina e sulla Pedranzini. Inoltre avevano occasione di controllare dall’alto il posizionamento delle truppe italiane.

Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1918 partì l’offensiva per la riconquista del San Matteo: un centinaio di alpini del Battaglione skiatori Monte Ortler avanzarono dal ghiacciaio Dosegù, a quota 3.452 e in sole tre ore, lungo il crinale del Pizzo Tresero, raggiunsero le posizioni nemiche e, dopo una rapida ed efficace operazione di artiglieria, si lanciarono all’attacco e strapparono il Monte San Matteo agli austriaci. Lo scacco militare in alta quota fu un affronto intollerabile per l’esercito austro-ungarico: ai primi di settembre bombardarono la cima, ma la guerra ormai volgeva al tracollo per le loro truppe. Nella battaglia del 3 settembre rimase sepolto dal crollo della galleria in cui si era rifugiato con un pugno di uomini il capitano Armando Berni: sono ancora là, sulla cima del San Matteo, divenuta ora un sacrario a cielo aperto. Al capitano è stato dedicato un rifugio, a quota 2.541, e suoi cimeli sono esposti nel Museo Vallivo Valfurva a San Nicolò.
In una lettera ai familiari, il Capitano Berni il 5 agosto 1918 scriveva: "Sento che voi scoppiate di caldo. Quassù nevica e fa freddo. Speriamo abbia a rimettersi il tempo, altrimenti saranno pasticci, a 3.700 metri...!"

Freddo, neve, rocce. La difficoltà della guerra d’alta quota, nota anche come “guerra d’aquile”, è ben espressa da un canto alpino, scritto durante la guerra:

BOMBARDANO CORTINA

Bombardano Cortina! ….. oilà
dicon che gettan fiori! ….. oilà
tedeschi traditori
è giunta l’ora, subito fora
subito fora , dovete andar.

E proseguendo poi ….. oilà
per Valle Costeana ….. oilà
giunti sulla Tofana
su quella vetta, la baionetta
la baionetta, scintillerà.

Non mancherà poi tanto ….. oilà
che anche il Lagazuoi ….. oilà
conquisteremo noi
l’artiglieria, Sasso di Stria,
Sasso di Stria, battuto avrà.

Son prese le “Tre Dita” ….. oilà
il “Masarè” è già nostro! ….. oilà
l’aquila ha perso il rostro
e già s’invola spennata e sola
spennata e sola là sul Caval.

Fatta è la galleria! ….. oilà
è pronta la gran mina! ….. oilà
e una bella mattina a
anche Gigetto col Castelletto
col Castelletto per aria andò.

Giunti sul Canalone ….. oilà
schierati i suoi soldati ….. oilà
tiri ben aggiustati
la pasta asciutta vi fece tutta
vi fece tutta lasciare lì.

Per Valle Travenanzes ….. oilà
e Strada Dolomiti! ….. oilà
v’ inseguiremo arditi,
e voi scappate finché arrivate
finché arrivate dal vostro Re.



C’è tutto: sacrificio, ardimento, astuzia. Gli attacchi, portati forzatamente da un numero esiguo di soldati, spesso specializzati, dovevano scontrarsi con le difficoltà logistiche ed atmosferiche. Naturalmente, lo stesso valeva anche per gli austro-ungarici: un vantaggio si poteva improvvisamente trasformare in svantaggio. Il canto cita il celebre episodio del Castelletto delle Tofane: rimasta a lungo inespugnabile, la rupe fu spazzata via dall’esplosione di una mina portata al suo interno.


Alba sul San Matteo (Foto: Alpinia.net)



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LA FRASE DEL GIORNO
Nessuno può vincere una guerra moderna, perché essa viene combattuta a un'intensità tale che tutti devono perdere. (...) In una guerra moderna non esiste Vittoria.
ERNEST HEMINGWAY, Dal nostro inviato Ernest Hemingway

martedì 12 agosto 2008

Ricette letterarie - 2

I pirciati ch’abbruscianu

ANDREA CAMILLERI
L’odore della notte

Montalbano indaga sulla scomparsa di un finanziere truffatore. La faccenda è complicata e, dopo una giornata pesante, decide che si merita un premio di consolazione: si ferma a una decina di chilometri da Montelusa, sulla strada per Giardina, in una trattoria che gli hanno consigliato, da “Giugiù ‘u carritteri”.

Lì non c’è posto, ma Giugiù gli propone di apparecchiare un tavolinetto sparecchiatavola. Montalbano si trova così seduto come in castigo. Giugiù gli chiede se se la sente di provare i “pirciati ch’abbruscianu”. Montalbano, uomo gastronomicamente sempre pronto alle novità, accetta: “Me la sento, non si preoccupi, me la sento”.

E arrivarono i pirciati. Sciauravano di paradiso terrestre.

Ecco allora gli ingredienti per il sugo di questi pirciati (una pasta simile ai bucatini):

- Olio d'oliva extravergine
- Mezza cipolla
- Due spicchi d’aglio
- Due acciughe salate
- Un cucchiaino di capperi
- Olive nere
- Salsa di pomodoro
- Basilico
- Mezzo peperoncino piccante
- Sale
- Pecorino
- Pepe nero

Intercalando le forchettate con sorsate di vino e gemiti ora di estrema agonia ora di insostenibile piacere (“esiste un piatto estremo come il sesso estremo?” gli venne da spiarsi a un certo punto), Montalbano ebbe macari il coraggio di mangiarsi col pane il condimento rimasto sul fondo del piatto, asciucandosi di tanto in tanto il sudore che gli spuntava in fronte.

Susie Perring, "Hot stuff"



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LA FRASE DEL GIORNO
Il grande vantaggio del giocare col fuoco è che non ci si scotta mai. Sono solo coloro che non sanno giocarci che si bruciano del tutto.
OSCAR WILDE

lunedì 11 agosto 2008

I moralisti francesi


Nel XVII e nel XVIII secolo, in Francia vi furono dei letterati che si misero a riflettere sulla vita, a ricercare il midollo stesso dell’esistenza. Non erano filosofi, ma si avvicinavano molto ad essi. Dal 1762 il Dizionario dell’Accademia Francese incominciò a definirli “moralisti”: l’autore della voce probabilmente pensava alla filosofia morale.

E allora eccoli qui: Montaigne, La Rochefoucauld, La Bruyère, Vauvenargues, Chamfort… Analizzavano la società, la corte, le passioni e ne traevano argute massime, piccole “fotografie” che descrivevano minuziosamente, anche quando erano lapidarie, un sentimento o un’impressione. Non a caso Montaigne si definì “spettatore della vita“. E, come dal palco di un teatro, osservavano quello spettacolo sempre nuovo e sempre uguale che è la vita umana.



Michel de Montaigne, dunque, un precettore dell’anima con i suoi “Saggi”, un filosofo del vivere. Un medico anche: le sue prescrizioni, prese a piccole dosi ci possono curare:

Il nostro desiderio disprezza e abbandona quello che abbiamo, per correr dietro a quello che non abbiamo.

La cosa di cui ho più paura è la paura.

Non è la penuria ma l'abbondanza che genera l'avarizia.

L'abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose.

Noi abbiamo, come unica pietra di paragone della verità e della ragione, sempre e solamente le opinioni e le usanze del paese in cui viviamo... chiamiamo barbarie tutto ciò che non rientra nei nostri costumi abituali.




François de La Rochefoucauld, un duca, nelle sue “Massime” teorizzò l’amor proprio e penetrò nelle ombre più remote del cuore umano:

Se anche dicessero di noi tutto il bene che vogliono non ci direbbero mai nulla di nuovo.

Se resistiamo alle passioni ciò dipende più dalla loro debolezza che dalla nostra forza.

Non si è mai tanto felici né tanto infelici quanto si crede.

Siamo tanto abituati a mascherarci di fronte agli altri che finiamo col mascherarci di fronte a noi stessi.

Il piacere dell'amore consiste nell'amare. Si è più felici per la passione che nutriamo in noi che per quella che provochiamo in altri.



Jean de La Bruyère nei suoi “Caratteri” usò invece toni amari e satirici e si rivelò un fine conoscitore degli uomini. L’attualità delle sue massime è impressionante:

Ci sono degli stupidi, e perfino degli imbecilli, che occupano posti magnifici.

La maggior parte degli uomini impiega la prima parte della propria vita a rendere miserabile l'altra.

Il dovere dei giudici è di applicare la giustizia; il loro mestiere è di ritardarla, ciascuno conoscendo il proprio dovere e facendo il proprio mestiere.

Ci son talvolta, nel corso della vita, piaceri così cari e rapporti così teneri che ci vengono proibiti, che diventa naturale desiderare almeno che siano permessi; seduzioni così forti non possono essere superate se non da quella di sapervi rinunciare per virtù.





Il marchese Luc de Vauvenargues, autore di "riflessioni e massime", nella sua breve vita prestò attenzione al comportamento umano: anch’egli era un perfetto osservatore, interessato soprattutto alla morale:

Le massime degli uomini scoprono il loro cuore.

Le cose che sappiamo meglio sono quelle che non abbiamo mai imparato.

L'inquietudine è un desiderio senza oggetto.

Il mondo è pieno di persone mediocri che, essendo incapaci di fare qualcosa di buono, cercano di consolarsene negando ogni valore a tutto ciò che fanno i migliori.

Con l'età aumentano i bisogni della natura e diminuiscono quelli dell'immaginazione.



Nicolas Chamfort nel secolo della Rivoluzione francese osservò con lucida disperazione i costumi e i cambiamenti imposti da essa. Il suo pensiero tragicamente austero si rifletterà sulla sua vita stessa e lo porterà al suicidio. La sua opera è “Massime e pensieri”:

Per male che un uomo possa pensare delle donne, non c'è donna che non ne pensi molto peggio di lui.

Quando riveliamo i nostri difetti è sempre per vanità.

Non è facile raggiungere la felicità; difficilissimo è trovarla in noi, impossibile rinvenirla altrove.

Il passato è ricoperto da un velo nero e l'avvenire da un velo rosa perché il primo lo ha tessuto l'esperienza e il secondo la speranza.

L'amore piace più del matrimonio, per la ragione che i romanzi sono più divertenti della storia.



Ebbene, leggiamo le loro massime e sentiamo vibrare in noi una corda, forse quella dell'anima, forse quella del cuore, di certo capiamo che i moralisti hanno reso vera la sentenza di Terenzio: “Sono un uomo, niente di ciò che è umano reputo a me estraneo“.



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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo non è che una scuola di ricerca.
MICHEL DE MONTAIGNE, Saggi

domenica 10 agosto 2008

Le ragazze di Livorno



SONO DONNE CHE SANNO


Sono donne che sanno
così bene di mare
che all'arietta che fanno

a te accanto al passare
senti sulla tua pelle

fresco aprirsi di vele
e alle labbra d'arselle

deliziose querele.


Agosto è tempo di villeggiatura, tempo di mare. Gustiamoci allora questa poesia di Giorgio Caproni, scritta dal poeta livornese a ventisei anni, nel 1938. I suoi versi ci proiettano sul lungomare della città labronica, seduti su una spalletta a guardare il mare, a cercare un po’ di refrigerio dall’afa del pomeriggio. Ammiriamo il panorama e quelle ragazze d’anteguerra che passano nei loro vestiti di lino o di cotone dai colori chiari, immaginiamo quelle loro acconciature Anni ‘40 viste in tanti film dei telefoni bianchi. Ricordano un’altra poesia di Caproni: “Sei donna di marine, / donna che apre riviere…”


Sono ragazze di Livorno e il mare lo portano addosso, ce l’hanno dentro, lo portano sulla pelle salata. Lo senti quando ti passano accanto e ti giunge nell’aria il loro profumo. Quel mare si apre anche dentro noi, siamo noi stessi mare, le vele bianche ci solcano la pelle, sentiamo il gusto delle conchiglie nella bocca.


Immagine: Retrogallery


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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere poesie non vuol dire comunicare con gli angeli o con il "subconscio". Vuol dire comunicare con i propri visceri, i genitali, i cinque portali dei sensi. Niente di più.
THOMAS PYNCHON, V.

sabato 9 agosto 2008

Centenario di Landolfi


Il 9 agosto 1908 nasceva Tommaso Landolfi. Fu uno scrittore stravagante, non inquadrabile nel contesto letterario dell'epoca. Esordì negli anni Trenta, quando imperavano le riviste "Solaria" e "La Ronda".

Landolfi prese lo stile dei solariani, quel crescere del linguaggio nella pagina per trasfigurare la realtà, ma condusse la magia della parola verso nuovi lidi, verso impensabili fini. Amava un lessico un po' antiquato, ottocentesco, usato anche in modo ironico e coniugava il fantastico, l'onirico, con l'orrore, con la crudeltà: nel "Mar delle blatte" descrive, ad esempio, il rapporto carnale tra un verme e una donna, e nella "Pietra lunare" c'è una donna con i piedi forcuti di capra.

Insomma, suggestioni kafkiane e surrealiste, spunti alla Gogol innestati in una ricerca del mistero, dell'assurdo, in una introspezione sulle ossessioni che ci portiamo dentro, sull'inconscio, sulle paure irrazionali.
Da segnalare anche le pagine diaristiche in cui medita su dubbi e inquietudini, cercando di svolgerne l'intricata matassa metafisica.

"Questi giovani ansiosi di un che. Uno si pettinava, al freddo vento marino, i capelli impomatati; tutti parevano pervasi da un'imprecisa agitazione; le ragazze, colle loro lunghe e pallide gambe, salivano regalmente i tre gradini del caffè, dove si ballava. La vita che accende il sangue e non sa spegnerlo, che non mai fornisce un oggetto adeguato o gli permette di ardere senza residui; o meglio, non mai esaurita, in qualsivoglia oggetto.
Come in loro riconoscevo un me antico, e riconoscevo insieme la fraterna vanità dei loro sforzi di svotamento, di pacificazione. O forse, andando a letto con una di quelle donne, essi si placano?"


da "Des mois", 1967



Il francobollo emesso per onorare Landolfi © Wikipedia



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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte si afferma, crea una nuova e più congrua realtà: sì certo, quella appunto dell'arte, che non si dà chi non sarebbe disposto a barattare contro un minuzzolo di quest'altra vile e spregiata.
TOMMASO LANDOLFI, A caso

venerdì 8 agosto 2008

The Theatre


“The Theatre”: si chiamava semplicemente così il teatro londinese dove William Shakespeare debuttò come attore e dove fece rappresentare le sue prime opere.
Ebbene, quattro secoli dopo, è ritornato alla luce: un gruppo di archeologi, guidato da Jo Lyon del Museo di Londra, si è imbattuto nelle rovine dell’edificio in New Inn Broadway Street, nel quartiere di Shoreditch, nella zona orientale della città. In realtà gli esperti stavano lavorando alla sede della Tower Theatre Company. Come Cristoforo Colombo, hanno fatto una scoperta più importante di quello che credevano.

Il “Teatro” di Shakespeare era un palcoscenico all’aperto dal tetto ricoperto di paglia, inaugurato nel 1576 dall’impresario e attore girovago James Burgage: fu una delle prime sale teatrali aperte a Londra. Il “Bardo” vi debuttò come primo attore della compagnia maschile “The Lord Chamberlain”, di cui era comproprietario, e poi, da drammaturgo, vi rappresentò le sue prime creazioni.

“The Theatre” fu poi smantellato e Shakespeare portò le sue opere al “Globe”, che, ricostruito, si può ancora ammirare sulla riva del Tamigi.

Le rovine ritrovate confermano quanto scritto a proposito del teatro dallo stesso Shakespeare in “Enrico V”: una struttura poligonale. L’archeologa Jo Lyon, si dice “particolarmente emozionata” e spera di far luce non solo sulla vita tuttora oscura del “Bardo”, ma anche sui teatri del periodo di Isabella.
A gioire maggiormente sono i proprietari della “Tower Theatre Company”: è una gloriosa compagnia che lavora per amore dell’arte e si ritrova nella sua sede questo gioiello: “Sapere che costruiremo un teatro del XXI secolo dove Shakespeare e Burgage recitarono e alcune delle opere di Shakespeare furono rappresentate è un’enorme ispirazione” afferma il presidente Jeff Kelly.

Ritratto di Shakespeare (Immagine: Ancestry)


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LA FRASE DEL GIORNO
Sempre una gloria più grande offusca quella minore.
WILLIAM SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, Atto V, Scena I

giovedì 7 agosto 2008

Il meccanismo di Anticitera


Anticitera, come dice il nome stesso, è un isolotto posto di fronte a Citera, nota alle agenzie di viaggio e ai turisti come Kythera. In quella minuscola isola nel 1901 venne scoperto da alcuni pescatori uno strano oggetto di bronzo.
Solo da pochi anni gli scienziati sono riusciti a venire a capo dell’enigma e a scoprire a cosa diavolo servisse: il meccanismo di Anticitera era un complesso sistema meccanico in grado di eseguire complicati calcoli astronomici e di gestire il calendario che regolava l’antica società ellenica. Le ultime funzioni scoperte, decifrando le iscrizioni logorate dal tempo (la macchina risale al 150 avanti Cristo), sono quelle relative alle date dei Giochi Olimpici.

“Il meccanismo è pieno di sorprese” dice Alexander Jones dell’Istituto per lo Studio del Mondo Antico di New York, uno degli studiosi che hanno investigato l’oggetto. “Le ultime rivelazioni stabiliscono la sua origine culturale legata al tempo”. Ed il tempo nell’antica Grecia delle città-stato era scandito dai quattro anni delle Olimpiadi: i Giochi avevano inizio con la luna piena più prossima al solstizio d’estate, quindi era necessario un esperto di astronomia per calcolarne la data con precisione. Per la prima volta si tennero nel 776 a.C. e furono proibiti dall’imperatore Teodosio nel 394 d.C.

All’interno del meccanismo di Anticitera ruote dentate rappresentano i cicli del calendario: facendole girare l’utente poteva prevedere le relazioni tra i vari cicli astronomici deducendo le posizioni del Sole e della Luna e le eclissi. Purtroppo il reperto non è completo: molte delle ruote mancano e le iscrizioni sono troppo corrose, anche se la lettura ai raggi X e con la tomografia possono rivelarne una parte. Resteranno così nel mistero, dopo due millenni, molte delle capacità di questo sofisticato oggetto.



Il meccanismo (Immagine: Derek De Solla Price)



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo è un fanciullo che gioca muovendo i dadi: il regno di un fanciullo.
ERACLITO, Frammenti, 52 DK 1972

mercoledì 6 agosto 2008

Paolo VI


La sera del 6 agosto 1978 i telegiornali lanciarono la notizia: papa Paolo VI era morto alle 21.40 per un collasso polmonare nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Non aveva ancora compiuto 81 anni.

La sua salute era andata peggiorando nel corso dell’anno: lo aveva molto provato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Aveva addirittura scritto una lettera ai terroristi:
“Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. (…) Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova”.

Giovanni Battista Montini era nato a Concesio, in provincia di Brescia, nel 1897 ed era stato arcivescovo di Milano prima di assurgere al trono pontificio. Fu eletto papa il 21 giugno 1963 e gli toccò il compito di chiudere il Concilio Vaticano II aperto da Giovanni XXIII. I mutamenti della società lo portarono a fare i conti con il boom economico, la contestazione, la secolarizzazione ed il terrorismo. Fece scalpore nel 1964 la vendita della tiara in favore dei più bisognosi: Paolo VI apriva a una nuova umiltà della Chiesa che i suoi successori avrebbero proseguito. Montini si trovò a dover affrontare temi scottanti per la società civile: l’aborto, il divorzio, il celibato sacerdotale, il controllo delle nascite. La “Humanae vitae” a quel mondo che nel 1968 volava verso un progresso ribelle sembrò conservatrice e inaccettabile. Ma non era altro che l’interpretazione autentica del Vangelo.

Volle portare il papato nel mondo, anticipando i lunghi viaggi di Giovanni Paolo II: fu il primo pontefice a servirsi dell’aereo e a visitare i cinque continenti. Memorabili furono le tappe in Terrasanta nel 1964 e all‘Assemblea delle Nazioni Unite a New York l‘anno successivo. Nelle Filippine, nel 1968, scampò ad un attentato: monsignor Marcinkus deviò il pugnale dell‘assalitore.

L’attenzione per quei popoli lontani e spesso sofferenti lo portò ad emanare l’enciclica “Popolorum progressio”. Vi si legge: “Combattere la miseria e lottare contro l'ingiustizia, è promuovere, insieme con il miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell'umanità. La pace non si riduce a un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”.

Volle umiltà anche per le esequie, celebrate in San Pietro: “Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile. Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso). La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me”.


Immagine: Università degli Studi, Urbino



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LA FRASE DEL GIORNO
O Fratelli! O Sorelle! Poesia dovrebbe essere il nostro discorso! Parola che cede al silenzio la pienezza ineffabile del suo significato.
PAOLO VI, Omelia del 12 novembre 1972

martedì 5 agosto 2008

Sull'America (II)


Come li vedono gli altri:

"L'America non ha ruderi né rarità, ma, d'altra parte, ha la sua marina e le sue maniere".
OSCAR WILDE, Il fantasma di Canterville

"Chissà? Forse l'America dopo tutto non è stata mai scoperta. Secondo me è stata semplicemente avvistata".
OSCAR WILDE, Il ritratto di Dorian Gray

"L'America è piena di dottori cialtroni".
FRANZ KAFKA, America

"L'America può servir d'esempio. È una terra di libertà dove nessuna classe rimane ignorata o muta".
MAURICE DENUZIÈRE, Louisiana

"Allora questa è l'America, mi stupii. Bella, bella l'America!"
TED HUGHES, The Birthday Letters

E come si vedono loro:

"Il lieto fine è la nostra fede nazionale".
MARY McCARTHY, On the courtesy

"L'America è il solo paese idealista del mondo".
THOMAS WOODROW WILSON, Discorso dell'8 settembre 1919

"L'America è acefala e le cose riconosciute altrove penetrano la nostra coscienza molto lentamente".
EZRA POUND, Selected Prose

"Sì, hanno indubbiamente un debole per la pubblicità".
CLIVE CUSSLER, Recuperate il Titanic!

"Non ci sono secondo atti nelle vite americane".
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, The last Tycoon

vedi anche "Sull'America"


Keith Haring, "Untitled"


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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo è pieno di persone che si confrontano sempre con gli altri e sempre decidono in proprio favore.
JEAN DE LA BRUYÈRE, Caractères

lunedì 4 agosto 2008

Aleksandr Solzenicyn


Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio, e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo.

Nel 1962 la rivista russa Novyi Mir pubblicò “Una giornata di Ivan Denisovic", opera di un insegnante quarantaquattrenne di matematica di Rjazan. Il suo successo fu inspiegabile: le prime due edizioni andarono a ruba, veniva copiato a mano per lunghe ore nelle biblioteche, in breve sarebbe stato tradotto in tutto il mondo. E divenne un evento politico, capace di suscitare virulente polemiche.

I lettori scoprirono che le espressioni vaghe e fumose del regime sovietico avevano un altro aspetto, reale: una vita, anche se era difficile chiamarla così, in un deserto di neve circondato da filo spinato, in baracche di legno sorvegliate da guardie armate sulle torrette, come nei lager nazisti. Erano i famigerati gulag e l’intuizione dell’autore fu quella di raccontare la giornata di uno dei deportati, una sola giornata, per giunta “quasi felice”. Come sarebbero state le altre visto che “la pena affibbiatagli. dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella. Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…”?

L’autore di “Una giornata di Ivan Denisovic” aveva provato sulla sua pelle il gulag: Aleksandr Solzenicyn, morto novantenne ieri notte a Mosca per un’insufficienza respiratoria, era stato condannato nel 1945 a otto anni di lavori forzati e a tre di confino per avere giudicato sbagliata la strategia di Stalin durante la seconda guerra mondiale. Invece del Premio Lenin, cui era sembrato vicino nel 1964, il romanzo d’esordio gli valse la revoca della cittadinanza e l’odio del nuovo regime sovietico: la riabilitazione succeduta alla morte di Stalin era diventata carta straccia.

Quando nel 1970 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, Solzenitsyn non poté ritirarlo: lo fece nel 1974, quando venne espulso dall’Unione Sovietica e poté ritirarsi nel Vermont. Quello stesso anno uscì il suo monumentale romanzo “Arcipelago Gulag”, che rinnovava il tema, trattato anche in “Divisione Cancro” del 1968.

La Russia, subentrata al tracollo del regime comunista, lo invitò a tornare, ma non lo amava poi molto: si avvicinò alla chiesa ortodossa e solo nel 2000 con Putin poté vedere riconosciuta la sua fama e la sua importanza per il paese che lui invece tanto amava. Nel mondo era ormai da quarant’anni un’icona dei paladini dei diritti umani e della libertà di parola.

Aleksandr Solzenicyn alla Duma nel 1994

(Foto: San Paolo)


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LA FRASE DEL GIORNO
Il lavoro è come un bastone, ha due estremità: per la gente fai le cose bene, per gli stupidi fai solo finta.
ALEKSANDR SOLZENICYN, Una giornata di Ivan Denisovic

domenica 3 agosto 2008

Ricette letterarie - 1

Il casio in pastelletto

Umberto Eco
Il nome della rosa

I libri sono scrigni che contengono di tutto: possiamo trovarci anche delle ricette.
Questa, che viene nientemeno che dal "Nome della rosa" di Umberto Eco, inaugura la nuova sezione "Ricette letterarie" del Canto delle Sirene.

Il "casio in pastelletto" è cucinato dal monaco deforme e vagamente eretico Salvatore per Adso da Melk, che poi dividerà il piatto con il suo maestro Guglielmo da Baskerville.
 
Tradotta dal linguaggio proto-esperanto di Salvatore ("parlava tutte le lingue, e nessuna"), ecco la ricetta:

Servono:

- Formaggio tipo latteria
- Burro o strutto
- Zucchero di canna
- Cannella in polvere

Prendere del formaggio non troppo vecchio e non troppo salato e tagliarlo a fettine. Mettere sul fuoco una pentola con un po' di burro o strutto e porvi le fettine a intenerire.
Quando la cottura è quasi ultimata, spolverare con zucchero e cannella.
Servire caldo.
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WILL RAFUSE, PIERINO

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio.
PELLEGRINO ARTUSI, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene

sabato 2 agosto 2008

Il blog di Orwell


Dal 9 agosto ci sarà un blogger d’eccezione sul web: George Orwell. Naturalmente non sarà lo scrittore inglese, morto nel 1950, a tenerlo. “Orwell Diaries”, pubblicherà giornalmente il diario tenuto dall’autore di “1984” e “La fattoria degli animali” tra il 9 agosto 1938 e il 1942.
Il blog, ideato dal Premio Orwell, cesserà quindi le pubblicazioni nel 2012, mantenendo la distanza di settant’anni tra la stesura del testo e la sua divulgazione su “Orwell Diaries”.

La prima parte degli scritti riguarda i prodromi della Seconda Guerra Mondiale, i viaggi in Marocco e le malattie e le ferite dovute alla sua partecipazione alla Guerra di Spagna. Le riflessioni politiche, le meditazioni sul comunismo e sul fascismo, sul ruolo della stampa, appaiono in un taccuino a parte, nel quale lo scrittore inglese iniziò a scrivere dal 9 settembre del 1938.

Il direttore del Premio Orwell, Jean Seaton, spiega: “I diari di Orwell sono una testimonianza di primo piano degli Anni Trenta: disoccupazione, dicerie, fascismo, comunismo e agricoltura. Tutte le questioni in Gran Bretagna e all’estero sono filtrate attraverso lo sguardo appassionato ma imparziale di un grande autore e di un grande uomo”.

I diari saranno pubblicati così per la prima volta nella loro interezza: dagli stralci presentati dal figlio alla BBC appare una prova di grande empatia e di un’acuto senso di osservazione.
Ma non tutti approvano questa iniziativa: “The Guardian” ha scritto: ”Un blog redatto da un morto conta come un vero blog?”

Mah… A quando il blog di Cesare Pavese o quello di Winston Churchill?



Fotografia © Ceridwen



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LA FRASE DEL GIORNO
Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.
GEORGE ORWELL, 1984

venerdì 1 agosto 2008

Agosto, ozioso e zuccherino


Agosto è mese d’ozio, mese di riposo sotto l’ombrellone o al tavolino di un’osteria tra le montagne, oppure in campagna sotto un pergolato dove l’uva già matura e si assaggiano i primi acini ancora aspri. È mese di città vuote e fabbriche deserte e lascia sul suo finire, già dopo Ferragosto una sensazione da sera di domenica, un leopardiano immalinconirsi per la fine dell'estate. Le sere poi scendono prima, lasciando intravedere lontano il principio del autunno. I tramonti sono dolcissimi, lentissimi, zuccherini come quei frutti che agosto dona: i primi fichi, le prugne, i fichidindia, l’uva precoce.


Ormai l'agosto è un panico di lucciole
e la picchiante aureola del sole
è la madonna ossuta di una nicchia,
il ragazzo che accanto
zoccola alle more.

MARINA PIZZI, “L’estate di chi guarda”, Il giornale dell‘esule, 1986


D’agosto ho qui trovato
l’uva angiola, i biondi
profumati meloni;
e mi par di mangiar
il cielo, di sentire
il colore del tramonto
sciogliersi sul palato
come nella fontana.


GIORGIO VIGOLO, da “L’eremita di Roma”, Linea della vita, 1942


Agosto,
controluce e tramonti
di pesca e zucchero
e il sole dentro la sera
come il nocciolo nel frutto.


FEDERICO GARCÍA LORCA, da “Agosto”, Canzoni, 1927




Jack Vettriano, "Sweet bird of youth", studio



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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo in realtà non ha suddivisioni. Non vi è rumoreggiare di tuoni all'inizio del nuovo mese o del nuovo anno, ed anche a quello del nuovo secolo. Siamo soltanto noi uomini che spariamo e tuoniamo.
THOMAS MANN, La montagna incantata

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