sabato 31 maggio 2008

Studiare il latino


Periodicamente si infiamma il dibattito sulla necessità di insegnare il latino nelle scuole superiori. C'è chi vorrebbe confinarlo nei licei classici, considerandolo una lingua morta e inutile. Ora è il turno della associazione "Treellle", che ha svolto uno studio sull'insegnamento di latino e greco nelle scuole di vari paesi del mondo. Gli studenti del classico sono in Italia il 10% della popolazione scolastica, quelli che studiano la lingua di Cicerone sono ora il 41%, comprendendo anche i licei scientifici e gli istituti magistrali. Secondo i ricercatori però l'imposizione spinge i ragazzi ad applicarsi controvoglia: 400.000 hanno un debito formativo. In America e in Francia, le percentuali di studenti che scelgono il latino e il greco sono inferiori al 3%: secondo "Treellle" lo studiano meglio di noi perché lì è una materia facoltativa.

Molti ribattono che il latino non è una lingua morta, anzi si è ammodernata, è sbarcata su Internet ed è un esperanto migliore dell'inglese per comunicare: la sua vitalità è testimoniata dalle traduzioni di termini moderni: il computer diventa "computatrum", il tennis "teniludium", l'aspirapolvere "pulveris hauritorium". Io non amo queste contaminazioni: il mio latino è quello di Catullo e Cesare, di Seneca e Plauto, di Terenzio e Properzio, lingua "viva" perché dilatata su oltre un millennio, dalla fondazione di Roma, nell'VIII secolo avanti Cristo all'Alto Medioevo.

Il latino è un ottimo insegnante: gran parte della lingua italiana deriva dalla sua struttura e l'etimologia - come anche meglio accade con il greco antico - aiuta. Infatti in Grecia lo studio della lingua dei padri è obbligatoria in tutte le scuole. Di più, la presenza delle declinazioni e la costruzione diversa delle frasi, da interpretare e rimettere insieme quasi come un puzzle di parole, sono un ottimo strumento che agevola i ragionamenti logici. Purtroppo oggi impera questa voglia di spianare le strade, di annullare il passato: la storia insegnata all'ultimo anno dei licei è ormai solo quella del Novecento, sembra che soltanto nel passato recente siano accadute le cose, sembra che solo di quel che si ha memoria diretta ci si debba interessare.

Il problema non sta nell'insegnamento del latino: se vogliamo che gli studenti si appassionino dobbiamo fare in modo che gli insegnanti non siano "ingessati", ma che entusiasmino gli allievi. Devono far capire che impariamo per la vita, non per la scuola - cruccio che già Seneca esprimeva all'amico Lucilio. Altrimenti, dopo il latino, toccherà all'italiano, alla storia, alla matematica...

Jacques-Louis David, "Les Sabines"


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LA FRASE DEL GIORNO
Il passato, come un paesaggio attraverso cui si cammini, si cancella a misura che ce ne allotaniamo.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, Il conte di Montecristo

venerdì 30 maggio 2008

La poesia secondo Ungaretti


COMMIATO

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

Ettore Serra è un giovane ufficiale del Commissariato. Sarà lui a far stampare e pubblicare a Udine nel dicembre del 1916 la prima edizione del "Porto sepolto" di Giuseppe Ungaretti. Questa poesia, scritta a Locvizza due mesi prima, suona come dedica all'amico, conosciuto una mattina per le strade di Versa: "Non ebbi il coraggio di non confidarmi a quel giovine ufficiale che mi domandò il nome, e gli raccontai che non avevo altro ristoro se non di trovarmi e cercarmi in qualche parola e ch'era il mio modo di progredire umanamente". Il tenente Serra prende il tascapane del poeta, dove erano raccolti i versi scritti su vecchi foglietti, su cartoline di franchigia, su spazi bianchi di lettere ricevute, su margini di giornali e li tramuta prima in bozze, che mostrerà a Ungaretti attraversando il San Michele e poi nella prima edizione.

Così Ungaretti spiega la sua poetica - e la lirica sarà posta a chiusura del volume, a "Commiato", appunto: la poesia è parola che fa fiorire gli uomini e il mondo. È una meraviglia che consente di guardare con occhi nuovi la realtà. Nell'edizione del 1923 dell'"Allegria" è lo stesso poeta a spiegare: "Ho sempre distinto tra vocabolo e parola e credo che la distinzione sia del Leopardi. Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto". Quindi varcare i confini della propria inquietudine attraverso la poesia, illuminarla con la sua piccola lucerna senza però arrivare a scalfirne il mistero. "Il porto sepolto" non è altro che ciò che in noi rimane di segreto e di indecifrabile. A Ettore Serra, che da civile si occupava di perlustrazioni sottomarine, non poteva certo dispiacere questo altro lavoro di scavo, che non esplorava le profondità marine, ma quelle interiori, quegli abissi aperti dentro di noi.

"Il porto sepolto", Edizione del 1923


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LA FRASE DEL GIORNO
È mia convinzione che nessuno capisca fino in fondo gli elaborati stratagemmi ai quali ricorre per evitare l'ombra sinistra della conoscenza di sé.
JOSEPH CONRAD, Lord Jim

giovedì 29 maggio 2008

Juan Ramón Jiménez


Il 29 maggio 1958 moriva a Puerto Rico il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez. Era nato a Huelva, in Andalusia, nel 1881.

La poesia di Jiménez, Premio Nobel per la Letteratura nel 1956, è un viaggio interiore alla ricerca dell'assoluto nella bellezza. E questo percorso è seguito con ansia di scoperta, è un ricostruire come a voler radunare i frantumi di uno specchio o riconoscere il mare dai suo riflessi. Il mare, simbolo stesso della bellezza assoluta, è uno dei temi più cari a Jiménez, protagonista in "Diario de un poeta reciencasado", opera del 1917, che racconta della traversata oceanica per raggiungere l'amata negli Stati Uniti. Un mare che assurge toni da creatura, con i suoi odi e i suoi amori umani.

La passione per Zenobia, conosciuta a Madrid nel 1912 e sposata quattro anni più tardi a New York, porta anche l'amore al centro dell'ispirazione e della poesia, incarnando quei riflessi ideali. Jiménez ora conosce la strada per muoversi tra la realtà e il sogno, tra il buio e la luce, tra il vero e il falso. Segue questa via con la compagna fedele, con la Musa, fino alla scoperta, nell'ultima raccolta "Animale di fondo", del 1948: quell'assoluto che ha cercato per tutta la vita è Dio, in uno scambio continuo. Un Dio insito nell'anima del poeta, quell'infinito che aveva appena intravisto in "La estación total": "L'infinito /sta dentro. Io sono / l'infinito raccolto. /Lei, Poesia, Amore, il centro / indubitabile".



Jiménez in un francobollo spagnolo del 1982


POESIE DI JUAN RAMON JIMENEZ

da "Diario de un poeta reciencasado" (1917):

CIELO

Cielo, parola grande
quanto il mare
che ci lasciamo dietro, che scordiamo
.


*

MARE

Solo un momento! Mare, poter essere
ogni istante diverso, come te,
forte, senza cadute -
Mare calmo, - di cuore freddo e di anima eterna -
mare, ostinata effigie del presente!


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da "Eternidades" (1918):

Venne, dapprima, pura,
vestita d'innocenza.
E l'amai come un bimbo.

Dopo s'andò coprendo
di non so quali vesti.

E presi, senza saperlo, ad odiarla.
Fu infine una regina,
sfarzosa di tesori...
Che ira, quale amarezza insensata!

...Ma ecco, s'andò svestendo.
E io le sorridevo.

Rimase con la tunica
dell'innocenza antica.
Credetti ancora in lei.

E si tolse la tunica,
apparì tutta nuda... Oh poesia nuda,
passione della mia vita,
ora mia per sempre!
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da "Piedra y cielo" (1919)

Che lacerazione immensa,
quella della mia vita nel tutto
per stare, con tutto me stesso,
in ogni cosa;
per non smettere di stare
con tutto me stesso, in ogni cosa!



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da "Animale di fondo" (1948)

COSCIENZA PIENA

Tu mi porti, coscienza piena, tu dio desiderante,
per tutto il mondo - In questo terzo mare
quasi odo la tua voce; la voce del vento
che occupa totalmente il movimento,
e dei colori e delle luci
marini ed eterni.
La tua voce di fuoco bianco
nella totalità dell'acqua, della nave, del cielo
che con delizia delinea le rotte
e fulgidamente m'incide l'orbita mia sicura
di corpo nero
con il diamante lucido entro sé.





La casa natale del poeta a Moguer,
ora Museo Zenobia y Juan Ramon Jiménez


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LA FRASE DEL GIORNO
Innamorato del silenzio, il poeta non può fare altro che parlare.
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

mercoledì 28 maggio 2008

Michail Lermontov

In un bosco di betulle sulle pendici del monte Mashuk, presso la città termale di Pjatigorsk, il 27 luglio del 1841, si svolse un duello tra un ufficiale noto per la sua millanteria, il maggiore Nikolaj Martynov, e un suo ex compagno di corso, ufficiale degli ussari. Fu questi a rimanere ucciso: quel ventisettenne era anche un poeta e drammaturgo. Si chiamava Michail Jurevic Lermontov ed era molto amato dai suoi commilitoni, che narravano di come scrivesse poesie anche giocando a scacchi, tra una mossa e l'altra dell'avversario.

Nel periodo trascorso a San Pietroburgo aveva conosciuto l'alta società - la stessa descritta da Tolstoj in "Guerra e pace" - e l'aveva ritratta nell'opera "Un ballo in maschera". Ma la sua fama divenne ancora più grande quando denunciò con la poesia "La morte del poeta", l'uccisione da parte degli uomini dello zar di Alexandr Puskin, amatissimo poeta russo. I versi furono tramandati nella vastità del continente russo, passavano di bocca in bocca, imparati a memoria, riprodotti in innumerevoli copie. Lermontov viene esiliato nel Caucaso, dove si interessa della poesia popolare non scritta e pubblica il poema "Il demone", che descrive una personalità forte e ribelle, solitaria e amante della libertà. In pratica, proprio Lermontov, un uomo soggiogato dal proprio "demone", che lo allontana dalla massa informe e debole verso un aristocratico anticonformismo che lo porta però a inutili scandali, a ribellioni orgogliose che, come si è visto, lo porteranno al duello finale. In "Ismail-Bey" scrive: "Io pensai: come è misero l'uomo! Che cosa vuole?... Il cielo è puro e quaggiù c'è posto per tutti; pure senza motivo e senza necessità solitario egli vive di odio. Perché?"

La sua poesia è quindi quella di un solitario che si astrae dalla moltitudine ma che non riesce comunque a cogliere l'essenza della vita. Un solitario che vuole esserlo, ma che soffre per questa sua solitudine, che si barcamena tra sogno ideale e realtà, tra scetticismo e protesta disperata, come testimonia anche il notevole romanzo che chiude le sue opere, "Un testimone del nostro tempo": lì si trovano i germi dell'ossessiva introspezione che sfocerà nei personaggi di Dostoevskij.


SOLITUDINE

Orrendo trarre solitari
di questa vita le catene.
A spartire la gioia ognuno è pronto,
ma nessuno a spartire la tristezza.
Solo qui sono come un re celeste,
costretti in cuore i miei dolori,
e vedo, docili al destino,
come visioni gli anni dileguare;
e tornano essi, con dorato,
ma con lo stesso antico sogno;
e vedo una solinga tomba
che aspetta: a che indugiare sulla terra?
Di ciò nessuno sarà afflitto:
s'allegrerà (ne sono certo)
la gente più della mia morte
che non, già, della mia nascita.


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IL SOGNO

Nel Daghestan scosceso bruciava il mezzogiorno,
ed io giacevo inerte dal piombo trapassato:
l'orribile ferita bruciava ancora intorno;
a goccia a goccia il sangue colava inesorato.
Solo giacevo steso nella sabbiosa valle.
Si stringevano le rupi frastagliate e contorte:
il sole divampava sulle loro vette gialle
e su me, chiuso in un sonno tenace come morte.
Sognavo... Nel mio luogo natale, a tarda sera,
ferveva un gran banchetto fra ceri sfavillanti:
giovani donne, cinte da fresca primavera
di fiori, discorrevano di me gaie e festanti.
Ma sola, pensierosa, ignara del rumore
delle altre, una sedeva stretta in silenzio arcano:
in un funereo sogno pareva il giovane cuore
sperduto e trasportato chissà dove, lontano...
Essa un profondo borro del Daghestan sognava,
dove una forma nota giaceva irrigidita:
fumava, nereggiando nel petto, una ferita,
e il sangue a goccia a goccia, seccando al sole, colava.



Piotr Zabolosky, "Ritratto di Lermontov", 1837



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LA FRASE DEL GIORNO
Questa è la storia della mia gioventù. Quando ci ripenso mi appare breve come una notte d'estate. Un po' di musica, un po' di spirito, un po' d'amore, un po' di vanità... ma è stata bella, ricca e multicolore come una festa eleusina.HERMANN HESSE, Peter Camenzind

martedì 27 maggio 2008

Crespi d'Adda


Sulla sponda orientale dell'Adda, nel comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, sorge una meravigliosa "macchina del tempo", considerata dall'UNESCO "Patrimonio mondiale dell'umanità": è il villaggio operaio di Crespi d'Adda, un museo all'aperto di archeologia industriale.

A partire dal 1892, dall'idea di Silvio Benigno Crespi, figlio del fondatore dell'azienda e direttore dello stabilimento di Capriate, sorse un villaggio di case tutte uguali, poste alla stessa distanza e in file ripetitive su tre viali paralleli alla fabbrica ed al fiume. Tetti spioventi, coppi rossi, finestre incorniciate da mattoni, persiane di legno verniciate di verde, ogni edificio era destinato ad ospitare una o due famiglie di operai, raramente tre, con ingressi indipendenti. A poco a poco si realizzò una cittadella industriale, simile a quelle che il Crespi aveva visto nei suoi viaggi in Inghilterra e in Germania, a Manteceun, a Willebroek e a Essen.
Le case a due piani furono subito sovrastate dai simboli del potere: la chiesa, completata nel 1893, esatta riproduzione della bramantesca Santa Maria in Piazza di Busto Arsizio, luogo di origine dei fondatori, e la villa padronale, realizzata in stile neomedievale con torri merlate, scuderie e giardini, eretta nel 1897. Lavatoi, bagni pubblici, forni per la pasta e il pane, asilo, scuole, caserma dei vigili del fuoco e addirittura un piccolo ospedale completarono il villaggio prima del nuovo secolo.
L'acqua ricavata da un canale industriale, aperto per un chilometro a fianco dell'Adda, forniva elettricità allo stabilimento, che in breve passò da una lavorazione di 5.000 fusi a una di 20.000.


Il villaggio operaio di Crespi in una foto d'epoca

"La casa operaia modello deve contenere una sola famiglia ed essere circondata da un piccolo orto, separata da ogni comunione con altri..." spiegò Silvio Benigno Crespi ad un convegno milanese nel 1894: in effetti il prezzo per questa autonomia era una specie di controllo sui lavoratori, che dovevano mantenere sempre ordinati i giardini ed erano inquadrati sin dall'asilo in una logica produttiva. Allo svago pensarono la Società Sportiva Uniti e Forti, fondata nel 1910, la banda composta dagli operai, le gite sociali ed il teatro. I sindacati erano del tutto assenti: quando sorsero le leghe bianche e rosse, Silvio Benigno Crespi, divenuto nel frattempo senatore, fece trasferire in paese la caserma dei Carabinieri e aumentò la sorveglianza. Durante il fascismo, con il progresso del settore, ai margini dell'abitato sorsero le case per gli impiegati, asimmetriche, con il ceppo dell'Adda a simulare il bugnato su elementi di legno, maiolica e calce.

Oggi, visitare Crespi d'Adda è compiere un tuffo nel passato: si passeggia per quei viali ordinati, si osservano gli stabilimenti, le ciminiere, quei giardini perfettamente curati, le architetture, i fregi. Si guarda il castello padronale riflettersi nelle acque verdi del fiume con le sue colonne e le sue decorazioni. Si entra nel cimitero e si onorano quei cippi tutti uguali, ogni pietra un operaio o una moglie o un figlio; si guarda sullo sfondo il ciclopico mausoleo dei Crespi, che ospita chi coraggiosamente riuscì a mettere in pratica questa utopia.

Crespi, dove il tempo sembra essersi fermato.

Villa Crespi vista dall'Adda


LINK:




COME RAGGIUNGERE CRESPI:

Autostrada A4 Milano - Venezia: Uscita di Capriate, a 2,5 km
(da aprile a ottobre la domenica pomeriggio a Crespi è interdetto l'accesso ai veicoli, parcheggio a 800 metri)

Si possono percorrere anche le strade provinciali:
SP2 Monza - Trezzo, attraversare il ponte sull'Adda
SP 170 Calusco - Capriate

In bicicletta o a piedi lungo l'Adda o il Canale della Martesana: attraversare la passerella al Santuario di Concesa di Trezzo e dirigersi verso destra.


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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte trova la propria perfezione all'interno e non all'esterno di se stessa. Essa non va giudicata secondo alcun criterio esterno di somiglianza. È un velo, piuttosto che uno specchio.
OSCAR WILDE, La decadenza della menzogna

lunedì 26 maggio 2008

Gioia del sogno


"Qual è colüi che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa“.

Paradiso, XXXIII, 58-63

Saranno pure illusori i sogni, fantasmi che popolano le nostre notti, ingannevoli e falsi, ma sanno ammannirci dolcezza, renderci quasi divini.

Dante, giunto ormai al termine del suo viaggio ultraterreno, ovvero al cospetto di Dio, pronto a godere della sua visione, nell'ultimo canto del Paradiso ricorre a questo escamotage per conservare il mistero: quello che ha visto rimane inespresso perché lo strumento della parola non è in grado di riferire; la memoria stessa cede di fronte alla bellezza, in una sorta di sindrome di Stendhal. Come chi ha sognato - dice Dante - e ha visto in maniera chiara le immagini, ma al risveglio non ha un ricordo preciso, perde la comprensione dei particolari e dei dettagli, sebbene gli sia rimasto impresso un sentimento generale suscitato dal sogno, una sensazione struggente e inarrivabile. Sulla sua scia Italo Svevo, in "Corto viaggio sentimentale" rileva che "Il ricordo del sogno non è mai il sogno stesso. È come una polvere che si scioglie".

Il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez esprime così questa impressione fugace, l’inesprimibile sensazione di avere sognato ma di non riuscire ad afferrarne l‘essenza, in pochi versi tratti dalla raccolta "Eternità" del 1917:

Gioia del sogno,
che mai uguagliò
nessuna gioia reale!

- E che triste gioia
quotidiana, questa
a cui ci adattiamo, dimenticando
l'altra, l'altra, l'altra;
che sa, ogni giorno, di non essere più che
vano seme del fiore del sogno! -

Pablo Picasso, "Le rêve", 1932



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LA FRASE DEL GIORNO
Vivere: portare il proprio io dolente per il mondo.
MILAN KUNDERA, L'immortalità

domenica 25 maggio 2008

Rose


La rosa ha una bellezza immotivata, oggettiva: forse è la ricompensa per la sua caducità. La sua valenza simbolica della transitorietà di ogni bene e, in primis, della bellezza, ha da sempre ispirato i poeti, assai sensibili a questo tema.

Giorgio Caproni ne fa un inno alla perfezione della natura, alla sua elementare ma contemporaneamente complessa struttura. Al confronto della rosa, ogni opera umana diventa nulla:

CONCESSIONE

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos'è, nella sua essenza, la rosa.

da "Res amissa", 1991

Il tedesco Angelus Silesius ne vede invece quel suo essere parte del disegno di Dio, non estranea ma indifferente alla presenza dell'uomo: un'immotivata adesione allo spirito creatore - la rosa, del resto, nella religione cristiana, è il fiore simbolo di Maria:

La rosa che il tuo occhio esteriore qui vede,
dall'eternità ha così fiorito in Dio.
Senza perché.
La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce,
non bada a se stessa, non chiede se la si vede.

da "Il pellegrino cherubico", 1657

La rosa è bellezza, è sensualità: rappresenta l'amore psichico e quello fisico, rappresenta la segretezza della sessualità femminile; già gli antichi la avevano eletta fiore sacro ad Afrodite. Federico García Lorca ne coglie questo aspetto:

Era sbocciata la rosa
alla luce del mattino,
così rossa di tenero sangue
che la rugiada si scostava;
così accesa sullo stelo
che la brezza si bruciava.
E che alta! E come splende!
Era tutta sbocciata!

da "Donna Rosita nubile"

Gli autori classici latini e greci notavano invece quel suo effimero fiorire, quella caduca presenza, e non mancavano di paragonarne malinconicamente la breve vita con l'esistenza umana. Celebre è un anonimo componimento del II secolo dopo Cristo, il "De rosis nascentibus":

E, meravigliato, guardavo come le rose siano presto rapite
dall'età fuggitiva e come già sul nascere appassiscano.
ed ecco, mentre parlo, è caduta la rossa chioma
del rutilante fiore e la terra s'ammanta d'un rosso palpitante.
Tante bellezze e tante vite e vari mutamenti
un solo giorno dischiude, un solo giorno conclude.
Ci lamentiamo, o Natura, che tanto breve sia la grazia dei fiori;
appena li hai mostrati ai nostri occhi, subito riprendi i tuoi doni.
Quanto è lungo un giorno, tanto lunga è la vita delle rose:
mentre sbocciano già l'inseparabile vecchiaia le opprime.
Quella che il fiammeggiante Lucifero ha appena visto schiudersi,
tornando a tarda sera, la rivede vecchia.
Ma, sebbene destinata a morire tra breve, buon per lei
che nell'avvicendarsi prolunga la sua vita.
Cogli le rose, o vergine, finché fresco è il fiore e fresca è la giovinezza,
e ricordati che allo stesso modo s'affretta la tua vita.

(Traduzione: Francesco Della Corte)


Un link interessante:

Museo Giardino della Rosa Antica
Montagnana di Serramazzoni (MO)

http://www.museoroseantiche.it/



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LA FRASE DEL GIORNO
Riviverlo un'altra volta, impossessarmene e conservarlo: questo è adesso il mio concetto di felicità.
HERMANN HESSE, Amore, "Lettera di un giovane"

sabato 24 maggio 2008

Una guerra, due poeti



SUL KOBILEK

Sul fianco biondo del Kobilek
Vicino a Bavterca,
Scoppian gli shrapnel a mazzi
Sulla nostra testa.
Le lor nuvolette di fumo
Bianche, color di rosa, nere
Ondeggiano nel nuovo cielo d'Italia
Come deliziose bandiere.
Nei boschi intorno di freschi nocciuoli
La mitragliatrice canta,
Le pallottole che sfiorano la nostra guancia
Hanno il suono di un bacio lungo e fine che voli.
Se non fosse il barbaro ondante fetore
Di queste carogne nemiche,
Si potrebbe in questa trincea che si spappola al sole
Accender sigarette e pipe;
E tranquillamente aspettare,
Soldati gli uni agli altri più che fratelli,
La morte; che forse non ci oserebbe toccare,
Tanto siamo giovani e belli.


ARDENGO SOFFICI
da “Kobilek - Giornale di battaglia”, 1918

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VOCE DI VEDETTA MORTA

C'è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia , affiorante
sul lezzo dell'aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può e del fango.
Però se ritorni
tu uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l'uomo
e la vita s'intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla nel mondo
redimerà ciò ch'è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t'ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.

CLEMENTE REBORA
da “Poesie sparse”


Due poeti, due modi opposti di intendere la stessa guerra. Il primo, Ardengo Soffici, pittore, fondatore di Lacerba, è un fervente interventista e sul suo giornale auspica un attacco alla minaccia germanica, quasi presagendo l’avvento del Terzo Reich di lì a vent’anni. Coerentemente, allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola volontario e prende parte alle numerose battaglie sulla Bainsizza, restando anche ferito. Aderirà al fascismo e firmerà anche il manifesto sulle leggi razziali. La sua poesia “Sul Kobilek” trasuda futurismo, l’uso delle immagini è quello, inneggia alla guerra come “sola igiene del mondo”, la fa addirittura sembrare bella tanto da arrivare a inneggiare alla morte e a sfidarla in nome di una splendida gioventù.

Il secondo, Clemente Rebora, quando scoppia la guerra ha trent’anni e vive con una pianista russa; è richiamato con il grado di sottotenente di fanteria e inviato sul Podgora. Ferito anch’egli da un colpo di obice da 305, riporta un trauma nervoso e passa per tre anni da un ospedale all’altro prima di essere riformato per infermità mentale. Nel 1936 dopo una lunga crisi religiosa, diventerà sacerdote. La sua poesia “Voce di vedetta morta” esprime umanità attraverso la pietà e la compassione per quella sentinella che giace bocconi nel fango, colpita da un proiettile o da un tiro d’artiglieria. In mezzo allo strazio, Rebora, come Ungaretti in “Veglia”, rimane attaccato alla vita, non invoca la morte come Soffici, ma l’amore. Attraverso le parole che la vedetta non può più pronunciare, il poeta milanese pensa al futuro, alla donna che un giorno potrà amare senza motivo, dopo aver attraversato l’inferno.

Artiglieria da campagna

Museo Bonifica, San Donà di Piave



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LA FRASE DEL GIORNO
Forse è questo una donna: un tempo esangue, / nell'ombra la bontà opaca di ieri.
MARIO LUZI, Avvento notturno, "Annunciazione"

venerdì 23 maggio 2008

Maggio d'amore


Era la tarda sera - un primo maggio -
maggio serale - era tempo d'amore.
Era invito all'amore la voce della tortora,
dove odorava il bosco dei pini.
D'amore mormorava il muschio silenzioso;
l'albero in fiore mentiva una pena d'amore,
il suo amore cantava l'usignolo alla rosa,
la rosa il suo esprimeva col profumato respiro.
Il lago a specchio tra ombrosi cespugli
cupo echeggiava un segreto dolore,
la riva lo abbracciava tutt'intorno;
e chiari soli di mondi diversi
vagavano per un azzurro di nastri,
ardendo come lacrime d'amore.

Maggio è il mese del rigoglio: la vegetazione ormai è lussureggiante, i rampicanti allungano le loro spire, i fiori formano cascate, i frutti iniziano a gonfiarsi sui rami. Al poeta sembra che tutto parli d'amore, dalle tortore che tubano nella pineta al muschio che si ricopre di rugiada; dall'usignolo che canta su un albero fiorito alle rose che spandono nell'aria il loro dolce profumo. Anche il lago, così triste e profondo, così grigio, sembra partecipare lanciando tra gli arbusti della riva i suoi riflessi scintillanti.

Questi versi descrittivi sono una breve parte del poema "Maggio", del 1836, unica opera pubblicata dal poeta romantico ceco Karel Mácha, un impiegato che partecipò con passione ai moti risorgimentali praghesi e morì a ventisei anni per una malattia polmonare.
"Maggio" racconta la storia del bandito Vilém, che - secondo un canovaccio già noto nell'antichità, si pensi a "Edipo re" di Sofocle - uccide senza saperlo il padre, seduttore della donna da lui amata. È un poema ricco di contrasti: presenta la luce e la tenebra, ma anche la Natura così efficacemente descritta e il Nulla che la insidia; l'uomo si eleva fino alla vanità di Narciso e viene poi umiliato da una sorte beffarda.

Henri-Edmund Cross, "Bois des Pins, Provence", 1906



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LA FRASE DEL GIORNO
La coscienza non si insegna, la coscienza è istinto. La coscienza non è qualcosa che si dà a chi non la possiede. Tu non porti dall'esterno una lampada accesa in una stanza buia. Ma la lampada ardeva già nella stanza e la stanza era coperta da uno spesso velo e quando tu togli il velo, la stanza si illumina.
GIOVANNI GUARESCHI, Gente così

giovedì 22 maggio 2008

Ricordo che fuggi...


Il passato è una zona in ombra illuminata qua e là dai fari dei ricordi - come un paesaggio notturno che appaia a un viaggiatore dal finestrino di un treno.
Ma quelle isole di luce, come oasi nel deserto, sono pozze di vita dove i nostri ieri risorgono dall'oblio per illuminare ancora uno scampolo di tempo. E, come alla luce artificiale, i colori appaiono diversi rispetto al chiarore del giorno, inevitabilmente anche i ricordi risultano alterati, differenti dalla realtà, perduta per sempre.

Così il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez, dipinge il ricordo in una sua poesia tratta da "Pietra e cielo", opera del 1919. Quello che Jiménez cerca in tutta la sua opera è un'identificazione estetica con la bellezza stessa, simboleggiata dal mare nelle opere giovanili e dalla luce di Dio in quelle della maturità. La sua poesia è un'«ansia di eternità» per superare i limiti del tempo e quelli della natura umana.

IL RICORDO, 8

I

Questo istante
che sta già per essere ricordo, che cos'è?
Musica folle,
che reca questi colori che non furono
- poiché furono
di quelle sere d'oro, amore e gloria -;
questa musica che sta per non essere, cos'è?

II

Istante, prosegui, sii ricordo
- ricordo, tu vali di più, perché tu fuggi,
senza fine, con la tua freccia, la morte -,
sii ricordo, con me già lontano!
...Oh sì, fuggire, fuggire, non essere istante,
ma eternità nel ricordo!

III

Mia memoria immensa,
rendi secoli gli istanti che fuggirono;
eternità dell'anima dalla morte!
...Istante, fuggi, fuggi tu che sei - ahimè -
me!
Questo istante, questo tu,
che sta ormai morendo, che cos'è?


Jean Tatton Jones, "Our memory tree"


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LA FRASE DEL GIORNO
Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro, indietro!
SÖREN KIERKEGAARD, Diario

mercoledì 21 maggio 2008

Il bambino che è in noi


GUIDO GOZZANO

SALVEZZA

Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m'addormenterà...

Ho goduto il risveglio
dell'anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.

Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.


Nel 1910 Guido Gozzano ha ventisette anni e si sente vecchio: "A trent'anni si ricordano i venti con lo strazio della giovinezza che non si rassegna a morire. E forse in nessun'età della vita è tanto triste volgersi indietro" scrive nella novella "L'erede prescelto".

Con questa poesia, dedicata all'attrice Emma Gramatica "per l'anima sua di bimba sopravvissuta", andando al di là del tempo minuto della quotidianità e di quello esteso della vita - le cinque età, ovvero infanzia, adolescenza, gioventù, età adulta e vecchiaia - valuta la giovinezza, l'infanzia di quel "riso mattutino", quel periodo allegro e spensierato, come il bene maggiore della vita, tanto che nella poesia "L'assenza" dirà: "E non sono triste. Ma sono stupito se guardo il giardino... Stupito di che? Non mi sono sentito mai tanto bambino... "

Gozzano, che l'ha ormai vissuta e si appassiona alla teoria dell'«eterno ritorno» elaborata da Nietzsche in una prospettiva evoluzionista, sa che per riviverla dovrà abbandonarsi al sonno, al momento preciso in cui l'io per un istante regredisce all'infanzia prima di riprendere contatto con la coscienza.
Quella è la salvezza per Gozzano, non sorretto dalla fede, e lo ribadisce in un'altra poesia, "Ah! Difettivi sillogismi! L'io": "Ma ci acqueta il pensiero che al risveglio / ritroveremo intatto e vigilante / il buono fanciulletto interiore / che ci ripete d'essere sempre noi..."

L'infanzia, ancora lontana dal mondo, dalla negatività, è un'oasi dove ritornare: un bel mattino splendente e radioso, un piccolo Paradiso dal quale non siamo stati mai cacciati, come splendidamente fa notare Maurice Denuzière in "Louisiana": "Il bambino fruisce di una meravigliosa ignoranza, non sospetta la fugacità dei propri privilegi. Si nutre di scoperte, procede secondo il desiderio, riposa nel sogno. Disperato dal peso che andrà facendosi sempre più greve, dei ricordi, dei rimpianti e dei rimorsi, avanza guidato dall'immaginazione istintiva. Per lui il Bene è ciò che è gradevole, il Male è il dolore. Vive, come Adamo ed Eva, nella pienezza dell'Eden".


Ian Beck, Moon"


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LA FRASE DEL GIORNO
Qualunque cosa possa dire la filosofia, molti legami ci tengono uniti alla terra. Non portiamo via sotto la suola delle nostre scarpe, le ceneri dei Padri. Ed anche il più povero serba un sacro ricordo che gli rammenta coloro che l'hanno amato. Religione o filosofia tutto indica all'uomo l'eterno culto dei ricordi.
GÉRARD DE NERVAL, Le figlie del fuoco, "Angelica"

martedì 20 maggio 2008

Antiche armi biologiche


Secondo una ricerca svolta da Siro Trevisanato, un microbiologo italo-canadese di Oakville, nell'Ontario, pubblicata sul "Journal of Medical Hypothesis", la prima arma biologica della storia sarebbe stata ideata dagli ittiti nel loro periodo di espansione: tra il 1320 e il 1318 avanti Cristo attaccarono la città fenicia di Simyra, situata sulla frontiera tra Libano e Siria, portandosi via con il bottino anche i montoni affetti da tularemia; scoperta l'origine dell'epidemia, gli ittiti decisero di usarla per battere i nemici.
Questa malattia, provocata dal batterio Francisella tularensis, è nota anche come "febbre dei conigli" ed è molto contagiosa, in grado di trasmettersi dagli animali agli uomini attraverso l'ingestione di carni contaminate, il contatto con animali infetti o la semplice puntura di insetti. Senza trattamento antibiotico, risulta fatale nel 15% dei casi.
Così la "peste ittita", come è citata in documenti del tempo, venne diffusa attraverso l'invio di montoni sul territorio nemico: allevati, macellati, mangiati, diffusero rapidamente il morbo consentendo al popolo anatolico di difendere ed allargare il proprio impero.

Nelle guerre del mondo antico le armi biologiche erano all'ordine del giorno: nei commentari storici sono testimoniati lanci di favi di vespe e calabroni, di sacchi riempiti di serpenti o scorpioni, così da costringere alla fuga precipitosa i nemici. Anche nel Medioevo sono segnalati casi di "guerra batteriologica": nel 1346 i Mongoli, durante l'assedio alla città di Caffa, sul Mar Nero, catapultarono oltre le mura strenuamente difese i cadaveri dei propri soldati uccisi dalla peste bubbonica. I sopravvissuti all'attacco propagarono per tutta l'Europa la tremenda malattia, che nel giro di quattro anni sterminò un terzo della popolazione.
Nel XVI secolo i “conquistadores” spagnoli contagiarono involontariamente gli indigeni diffondendo malattie innocue per gli occidentali, ma letali per Inca, Maya e Aztechi: il banale raffreddore, per esempio. Due secoli dopo, gli inglesi invece infettarono scientemente e subdolamente i Maori della Nuova Zelanda con un’epidemia di sifilide.

Accanto alle armi biologiche, apparvero quelle chimiche: non ancora i gas asfissianti e vescicanti della I guerra mondiale, ma fiumi di zolfo incendiati dagli Ateniesi nella guerra del Peloponneso o rudimentali miscugli di pece, resina, zolfo e corno, utilizzati nella crociata contro i catari nel XIII secolo dai difensori di Beaucaire, o involucri di carta di riso pieni di polveri e piante lacrimogene, ideati dai cinesi già nel VI secolo avanti Cristo. Senza dimenticare le punte di frecce intinte nel curaro degli Indios Jivaros e di altre popolazioni primitive. Sostanze tossiche venivano adoperate anche per avvelenare l’acqua e le derrate alimentari: Solone nel 590 avanti Cristo ordinò di gettare radici di elleboro, la “rosa di Natale”, nelle riserve della città assediata di Cirra.

La guerra, come sosteneva Tito Livio, nutre se stessa. Dalla clava preistorica alla bomba "tagliamargherite" usata in Iraq.




Bassorilievo con guerrieri ittiti, Yazilikaya, Turchia






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LA FRASE DEL GIORNO
Conoscere per mezzo dell'intelligenza è un tentativo vano di far a meno del tempo.
ANDRÉ MALRAUX, La condizione umana

lunedì 19 maggio 2008

Varenna


Varenna, arroccata su un piccolo promontorio, si adagia sulla sponda orientale del Lago di Como con la sua passeggiata, con le sue ville, con i negozi incassati sotto i portici, gli oleandri fioriti, le palme che accolgono il visitatore sin dalla stazione ferroviaria. Infatti, suggestivo è arrivare in treno, sulla linea Milano-Sondrio-Tirano, accolti dal lago che dopo Lecco accompagna i binari regalando paesaggi mozzafiato. Dalla piccola stazione, che si trova nella parte alta del paese, si scende attraverso strette stradine dalle caratteristiche case porticate fino al lago, alla piazza dell'imbarcadero, dove i riflessi giocano nell'acqua, scompigliati dalla brezza leggera: il verde delle montagne, il bianco e rosso dei battelli, i colori delle barche ormeggiate si sciolgono e si rimescolano.
Dall'imbarcadero si snoda, seguendo l'arco della costa, la bellissima passeggiata lungolago: a ridosso dell'acqua, tra piante e fiori, si raggiunge la zona vecchia dove resistono ancora piccole botteghe artigiane.
Da visitare la chiesa prepositurale di San Giorgio e i giardini di Villa Monastero con viali e terrazze appoggiati alla montagna e lambiti dal Lario.




Varenna, Imbarcadero



Così la descrive affascinato il poeta inglese Charles Tomlinson nella raccolta "Poesie recenti" del 1993:

VARENNA

Aspettando il traghetto
osserviamo l'ultimo sole
indorare in modo esagerato
la città in riva al lago


e il lago stesso
come per ripeterci che noi
non abbiamo bisogno di cercare altrove:
l'immanenza è il mistero

dove la colonna del sole calante
si riflette in un'alta
verticale invadenza
che pare olio tremolante

e scarica sulla spiaggia
fiamme che fanno lotta e danze
in ogni vibrazione
della sfuggente sostanza,

quindi un monte si frappone,
i fili di fuoco si sfanno
e l'acqua che si oscura
traghetta la notte nella baia.



Varenna, Passeggiata lungolago


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LA FRASE DEL GIORNO

ENDIMIONE Penso a volte che noi siamo come il vento che trascorre impalpabile. O come i sogni di chi dorme. Tu ami, straniero, dormire di giorno?
STRANIERO Dormo comunque, quando ho sonno e casco.
ENDIMIONE E nel sonno ti accade - tu che vai per le strade - di ascoltar lo stormire del vento, e gli uccelli, gli stagni, il ronzio, la voce dell'acqua? Non ti pare, dormendo, di non essere mai solo?

CESARE PAVESE, Dialoghi con Leucò

domenica 18 maggio 2008

Le canzoni sono poesia?


Dunque, bellezza ed emozione caratterizzano la poesia. Ma caratterizzano anche certe canzoni ben riuscite. Queste canzoni sono poesia, allora?

Direi di no: infatti, sono un "unico" formato da musica e testo, come anima e corpo, e secondo me inscindibile. Se togliamo la musica, questa non sopravvive, non riesce a rivaleggiare non dico con l'Adagio in Sol di Albinoni ma neppure con i temi da film di Ennio Morricone. Se isoliamo il testo, questo non riesce a competere con la vera poesia: è un bel componimento molte volte, questo sì, ma schiavo della forma-canzone, con le sue rime obbligate e le sue tronche deputate a seguire il ritmo. Sono testi nati per essere cantati, non per essere letti. Credo che, analogamente, arduo è musicare una poesia: lì, la melodia si deve sottomettere al testo. Quando si recitano versi, generalmente si pone in sottofondo un anonimo tappeto musicale, uniforme e sfuocato.

Che a Franco Battiato sia andato il Premio Montale nel 1999 non può che essere un'eccezione: e infatti i testi del cantautore catanese dal 1996 sono scritti dal filosofo Manlio Sgalambro. Se prendiamo la canzone più famosa di quel periodo, "La cura", tratta da "L'imboscata" e la leggiamo come una poesia, ci sorprendiamo negativamente: non è bella come la canzone:

"Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai..."


Meglio con un pezzo meno famoso inserito nello stesso album, "Serial killer":

"Mentre al riparo di un faggio
anelo alla felicità delle foglie
sfilano lontane carovane
e il mio sogno è perfetto
mi vedo riflesso sulle acque del lago
sogno pomeridiano di un fauno
che si sveglia..."

Certo, ciò non toglie che alcuni cantautori siano più "poetici" di altri, tanto che i loro testi sono stati inseriti, forse per un gusto giovanilistico, nelle antologie scolastiche. Bob Dylan, premiato con il Pulitzer quest'anno per i suoi testi, sembra essere quanto di più vicino ci sia a un poeta tra i moderni cantanti, simile ai menestrelli del Duecento e del Trecento. Apprezzabile, ma senza disgiungere i due elementi di testo e musica. Così tra gli italiani il già citato Franco Battiato, Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Ivano Fossati e Luigi Tenco, alcune intuizioni di Mogol. E ancora la collaborazione tra Lucio Dalla e il poeta bolognese Roberto Roversi, confluita nell'album "Automobili", che contiene "Nuvolari"; segnalerei anche il periodo dialettale di Enzo Jannacci, che coniuga il grottesco e la malinconia dei balordi in una forma vernacolare che rimane di per sé già "borderline" nella poesia.

Il problema della canzone dunque sembra essere quello del facile approccio, dell'immediatezza della sua diffusione e della ricerca del più vasto pubblico possibile. Da qui deriva anche una tendenza alla facile memorabilità, alla gradevolezza di primo acchito, che spesso cade nel sentimentalismo se non nell'idiozia fine a se stessa.

Mario Luzi, in un'intervista dell'aprile 2000, spiegò bene la differenza tra il testo di una poesia e quello di una canzone: "Uno è intuitivo, l'altro di riporto. Ci sono canzoni molto belle, ma non ci sono collusioni fra loro e la poesia. Quando ho detto queste cose, ho ricevuto dai cantanti parecchi insulti mascherati, soltanto Francesco De Gregori ha capito".

Marsha Hammel, "Piano and guitar"



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LA FRASE DEL GIORNO
Quando qualcuno cerca allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, in sé, perché pensa unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa: esser libero, restare aperto, non aver scopo.
HERMANN HESSE, Siddharta

sabato 17 maggio 2008

Antonio Barolini


Se le poesie di Antonia Pozzi e di Carlo Michelstaedter trasudano una nera disperazione, quelle del vicentino Antonio Barolini sprizzano invece gioia e speranza. "I miei versi sono cronaca delle mie occasioni di giullare" commentò lui stesso nelle note a "Elegie di Croton", la raccolta scritta dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti, paraganonandole in un certo senso alle "nugae", alle "sciocchezze" di Catullo.
Basta scorrere i titoli delle opere di questo poeta, nato nel 1910 e morto nel 1971, per rendersene conto: "La gaia gioventù", "Il meraviglioso giardino". C'è un'apertura positiva verso la realtà e il mondo.
Quando queste due opere furono pubblicate, una nel 1938 e l'altra nel 1942, molti critici le datarono come fuori moda, un po' provinciali, arcaiche. Allora imperava l'Ermetismo: al gusto del tempo non piaceva lo stile dimesso, quasi prosastico di Barolini, un dire schietto che assume talora un tono favolistico, spesso elegiaco, affettuoso e candido.
Negli anni Cinquanta, il poeta si trasferì a Croton-on-Hudson, presso New York, al seguito della moglie americana: lì adattò alla terra del Nuovo Mondo gli schemi che aveva applicato all'amato paesaggio veneto, mantenendo invariata la sua poetica, ma ammantandola della nostalgica dolcezza degli esuli.


NOTTE A PIAZZA CAVOUR

Desolati alfabeti di fuoco
si esprimono in silenzio
come lampare nell'acqua
tra invisibili reti.
Ritorna il grido monotono dei giornalai,
lo stridio dei tram,
scoppi di scintille
e strepere di cartelli
sul nodo aereo dei fili,
al soffio d'un vento che promette
il primo temporale d'estate.


da Il veliero sommerso, 1949

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L'ERBA FALCIATA

Il profumo dell'erba falciata
rende acre il tuo sapore, vita,
e accende sul prato la giovinetta
che trema e, nell'aria d'amore,
apre le braccia
e dischiude la faccia
alla bellezza del rossore.
O colomba di un cielo immacolato.


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PALLACANESTRO

L’intreccio delle braccia
ricama l’aria
divaria
in salti silenziosi.
Il pavimento
geme
e i passi
sono tonfi di sassi in acqua.
L’applauso scoppia.
Occhi,
sui denti, di fuoco.
Azzurri e bianchi
i colori del gioco.


da Elegie di Croton, 1959



Scorcio di Croton-on Hudson, NY
Foto: Crotonblog.com



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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni cosa a ognuno accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me...
JORGE LUIS BORGES, Il giardino dei sentieri che si biforcano, in "Finzioni"

venerdì 16 maggio 2008

Il tormento di Ungaretti


DANNAZIONE

Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?

Solo dodici parole per esprimere tutto il senso del limite che la natura umana si porta dietro: la poesia è anche questa illuminazione, questa percezione che permette in soli tre versi di lanciare al cielo questo grido, questa ansia spirituale.

Giuseppe Ungaretti scrive "Dannazione" il 29 giugno 1916 a Mariano del Friuli, in zona di guerra. È un soldato semplice del 19° Reggimento di fanteria, ha ventotto anni e ha lasciato i circoli artistici di Parigi per essere catapultato nello strazio del Carso: è logico che stia vivendo un travaglio interiore anche a causa del conflitto. Guarda il bel cielo di giugno, punteggiato di stelle, e davanti all'infinito si chiede come varcare la precarietà dell'essere umano. Negli occhi ha ancora gli orrori di "Veglia" (Un'intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato), di case distrutte, di corpi disfatti dai combattimenti. Desidera la fede, l'assoluto, e lo fa con queste parole scarne, essenziali, quasi a dire solo il necessario per lasciare il resto alla meditazione, alla contemplazione. "Ma Dio cos'è?" si domanda in un'altra poesia scritta lo stesso giorno, "Risvegli".

La risposta verrà anni dopo, quando Ungaretti troverà posto alle sue inquietudini nella tradizione cristiana. "La parola dell'anno liturgico mi si era fatta vicina nella fede" scriverà dopo un soggiorno di sette giorni presso il monastero di Subiaco nel 1928: da lì gli verrà l'ispirazione per gli "Inni": "Dio, guarda la nostra debolezza" dirà nella "Pietà", e ancora: "Fulmina le mie povere emozioni / Liberami dall'inquietudine". E con "La preghiera", poesia del 1928, risponderà al quesito del 29 giugno 1916: "Sii la misura, sii il mistero // Purificante amore..."


Ungaretti soldato (fotografia di Pubblico Dominio)



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LA FRASE DEL GIORNO
"Pensare, analizzare, inventare non sono atti anormali, sono la normale respirazione dell'intelligenza.
JORGE LUIS BORGES, Finzioni

giovedì 15 maggio 2008

La meraviglia


La viva sorpresa che si prova davanti a qualcosa di non comune o di non atteso ha un nome: meraviglia.
Benché derivi dalla stessa radice latina "mirare", è un sentimento che non si identifica con l'ammirazione, perché questa presuppone un porsi meno fugace e più meditato: la meraviglia invece appare quasi meccanicamente. Sconfina quindi con l'estasi, con la contemplazione della cosa o della persona che colpisce piacevolmente i sensi e lo spirito, traduce in campo estetico lo stupore, aggiungendo quella sfumatura artistica che allo stupore manca.

Cesare Pavese, nel "Mestiere di vivere", alla data 11 maggio 1938, ci spiega lo scopo più intimo dell'arte:

"Tutta l'arte mira alla «meraviglia»: meglio, a «insegnare la meraviglia». Stupendosi del «come» e non del «che» ci si potrà stupire poi, sempre che si voglia."

Traduce insomma, con parole moderne un verso della "Murtoleide" del secentista Giambattista Marino:

"È del poeta il fin la meraviglia".

Un altro poeta, Vincenzo Monti, due secoli dopo il Marino, nel "Sermone sulla mitologia" scriverà:

"Senza portento, senza meraviglia

nulla è l'arte de' carmi, e mal s'accorda
la meraviglia ed il portento al nudo
arido vero che de' vati è la tomba".


E Giuseppe Ungaretti, attraverso la meraviglia, in "Commiato" ci dà una precisa definizione di poesia:

"Poesia

è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia di un delirante fermento".


Ma meraviglia è anche, e maggiormente, quella che si prova davanti alla natura: un tramonto inaspettatamente sanguigno, una veduta spalancatasi all'improvviso, un minuscolo filo di ragnatela teso in un bosco. Joseph Conrad, in "Lord Jim" la descrive così:

"Guardi! La bellezza - ma quella è niente - guardi la precisione, l'armonia. È così fragile! È così forte! È così esatta! È questa la Natura - l'equilibrio di forze colossali. È così ogni stella - è così che si regge ogni filo d'erba - e il Cosmo possente in equilibrio perfetto produce questo! Questa meraviglia, questo capolavoro della Natura - la grande artista".

Anche l'amore, anche il sogno possono generare meraviglia: Maria Luisa Spaziani ce ne dà un saggio nella raccolta "La stella del libero arbitrio", del 1986:

A SIPARIO ABBASSATO

Quando ti amavo sognavo i tuoi sogni.

Ti guardavo le palpebre dormire,
le ciglia in lieve tremito.
Talvolta
è a sipario abbassato che si snoda
con inauditi attori e luminarie
- la meraviglia.




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LA FRASE DEL GIORNO
Ogniqualvolta ripercorro col pensiero il sentiero della mia vita, mi assale una mite tristezza per i mille giorni dimenticati.
HERMANN HESSE, Hermann Lauscher

mercoledì 14 maggio 2008

Sera di maggio a Livorno


MAGGIO

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all'odor del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dell'osteria lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! e come alle folate
calde dell'erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.


È giovane Giorgio Caproni quando scrive questo sonetto, pubblicato nel 1939 in "Finzioni": ha ventisei anni e la sua poesia si sta elevando verso un ermetismo che coniuga melodia e prosaicità. Non ha ancora praticato il dubbio, la ricerca della propria identità che caratterizzerà gran parte della sua opera successiva. non si è ancora dedicato a esplorare il mistero.
È un ragazzo che si lascia intenerire dalle sere di maggio, così lunghe e dolci, dall'allegria degli amici all'osteria, degli innamorati sorridenti. In petto gli arde la gioventù, quell'immotivata gioia che lo pervade. Si lascia attrarre dall'esteriorità, ce la descrive. I sensi sono accesi, all'erta, eccitati dai colori, dai suoni, dagli odori: il cielo della sera, i canti, il fieno. E si riflettono sulle persone, sui visi raggianti, risvegliatisi alla vita dopo il lungo inverno, ma anche sui pensieri, ora orientati alla speranza. E sulle giovani donne, che sentono scorrere nelle vene l'amore.


Francis Boag, "Evening, Cockney"



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LA FRASE DEL GIORNO
Ricercare il senso del discorso poetico è come attraversare da una riva all'altra un fiume ingombro di instabili giunche cinesi variamente orientate: non si può ricostruire l'itinerario interrogando i battellieri, i quali non sapranno dirci come e perché siamo saltati da una giunca all'altra.
OSIP MANDEL'STAM, Discorso su Dante

martedì 13 maggio 2008

Odi et amo


CATULLO
CARME LXXXV

Odi et amo. Quare id facias fortasse requiris,
nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo: se per caso chiedi come mi sia possibile,
non so dirlo, ma sento che è così e me ne tormento.



Il più famoso, il più abusato epigramma di Catullo è questo breve distico, il Carme 85.

Il paradosso di questo sentimento che racchiude in sé due emozioni opposte è molto probabilmente la ragione del successo di questi due versi, terribilmente moderni sebbene scritti nel 59 o nel 58 avanti Cristo.
Il dissidio interiore rende lucido Catullo, gli fa vedere chiari i punti estremi della sua relazione con Clodia, da lui chiamata Lesbia, la donna che gli ha giurato di amarlo con fedeltà e forse anche di sposarlo, ma che dopo la morte del marito Metello Celere si è abbandonata anche ad altre braccia. I giuramenti sono scritti "sul vento, sull'acqua che scorre" (Carme 70) e il disincanto si è ormai fatto strada nell'animo del poeta, l'ingenuità è svanita, infrantasi contro gli scogli della realtà.

Permane l'amore, ma è ridotto a pura fisicità. Il voler bene oramai è scomparso, si è mutato rapidamente in disprezzo e quindi addirittura in odio. Lo spiega lo stesso Catullo nella seconda parte del carme 72: "Ora ti ho conosciuta: perciò, anche se brucio più forte, / per me hai molto meno importanza e valore. / Mi chiedi come sia possibile? Una simile ingiuria costringe / un amante ad amare di più, ma a voler bene meno".Odia e ama, Catullo. E porta la croce di questo amore infelice. Per dimenticare Lesbia l'anno seguente affronterà un lungo viaggio verso la Bitinia - oggi regione della Turchia - al seguito del propretore Memmio: ritornerà ancora più afflitto e desolato. Due anni dopo morirà, a soli trent'anni, forse per una coltellata, forse per la tisi.




Roy Lichtenstein, "Kiss V"


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LA FRASE DEL GIORNO
Non si può dipingere la felicità, questo infondersi di una vita superiore nella vita, meglio di quanto si possa dipingere la circolazione del sangue nelle vene.JULES BARBEY D'AUREVILLY, Le diaboliche

lunedì 12 maggio 2008

Gli alpini oggi


"Alpini di pace”, perché in un tempo nel quale l’Italia non ha vissuto esperienze belliche “dirette”, ad opere di pace si sono dedicati; “alpini di pace”, perché nei loro cuori c’è sempre stato il desiderio di vivere in pace con tutti, e con se stessi naturalmente, per prima cosa.
Le loro opere, le loro operazioni, le loro imprese, dal 1945 ad oggi, parlano soltanto di pace e di solidarietà.

GIOVANNI LUGARESI, Alpini di pace. Mezzo secolo sul fronte della solidarietà


Oltre quattrocentomila alpini ieri hanno "invaso" Bassano del Grappa e sfilato per oltre dieci ore nelle strade della città in occasione della loro 81ª adunata nazionale. Una parata che non ha nulla di bellico, ma che è festosamente improntata sulla memoria e sulla solidarietà: infatti, ad aprire ogni raggruppamento regionale c'erano le divise fosforescenti della protezione civile, i cani da soccorso, i volontari che si prodigano non solo nelle zone colpite da calamità, ma anche sul territorio con interventi di tipo ambientale e di sicurezza. Dietro di loro le migliaia e migliaia di alpini in congedo, che marciavano al passo tipico cadenzato dalle bande e dalle fanfare, mentre un immenso coro intonava canti di montagna, ripresi dalla gente che dietro le transenne assisteva, anzi partecipava all'adunata con bandiere tricolori.

Questi sono gli alpini oggi: hanno riversato quel loro innato spirito di corpo che nelle guerre in cui furono comandati di combattere consentì di scrivere pagine di epico sacrificio in un altruismo che amano chiamare con un neologismo "alpinità". Così si spiegano i milioni di ore spesi per la solidarietà, i sei milioni di euro raccolti in un anno e destinati a infrastrutture in paesi poveri - l'ultimo beneficiario è stato il Mozambico.

"L'Italia semplice, che crede nell'uomo senza considerarlo per i soldi che ha in tasca, che sente l'amicizia nel modo autentico, che tiene conto della sacralità della patria, che ha passione per la montagna, si ritrova, la domenica mattina, a formare i blocchi di sfilamento. E per ore ed ore, col sole o con la pioggia, è felice di percorrere i viali imbandierati e respirare un'aria diversa dalla mortificante quotidianità cui sembriamo essere condannati" scrive il direttore Vittorio Brunello nell'editoriale di aprile del mensile "L'Alpino".

Perché non fanno politica gli alpini: è espressamente sancito dallo statuto dell'associazione: non chiedono al loro prossimo di che colore sia, lo aiutano e basta. E questo è un grande pregio: i fondi dell'amministrazione statunitense stanziati nel 1976 per le popolazioni terremotate del Friuli non furono consegnati nelle mani dello stato italiano, ma in quelle generose dei vertici dell'Associazione Nazionale Alpini.

Memoria si era detto: tramandare le tradizioni e non dimenticare chi ha dato la vita per l'Italia, anche vanamente, anche per fini sbagliati - le campagne in Grecia e Albania nel 1941 e quella tragica di Russia nel 1942-43, per esempio - è uno dei doveri impostisi dall'associazione. "«Ricordate!» ci comandano questi ventenni fermati in quel tempo, che oggi ai giovani sembra remotissimo e a noi vecchi dell'altroieri" scrisse Mario Rigoni Stern sulla "Stampa" del 23 maggio 2005. Ecco perché è stata scelta Bassano del Grappa, ecco perché furono scelte Asiago nel 2006 e Cuneo nel 2007.

L'appuntamento per il prossimo anno è a Latina, il 9 e 10 maggio. Con lo stesso spirito che nel marzo 1918 faceva scrivere al poeta Piero Jahier, tenente degli alpini, questi versi:

Uno per uno
bastone alla mano
e alla salita cantiamo

Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l'amore pronto a patire:
son io, l'alpino, rispondiamo
e all'adunata corriamo
.

da "Prima marcia alpina", in "Con me e con gli alpini", 1919




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LA FRASE DEL GIORNO
Non bisogna dire, gli altri ce la facciano, bisogna aiutarli.
CESARE PAVESE, La luna e i falò

domenica 11 maggio 2008

Auguri, mamma


La Festa della mamma è, come quasi tutte le tradizioni di questo tipo, un’invenzione americana. Proposta da Anna Jarvis nel 1907, venne celebrata per la prima volta a Grafton, nel West Virginia, esattamente cento anni fa. La sua celebrazione fu resa ufficiale dal presidente Wilson nel 1914.

Già gli antichi Greci però festeggiavano le mamme, omaggiando Cibele, la dea-madre. I Romani avevano i Matronalia, festività in omaggio di Giunone.

Rose e cioccolatini, e poesie. Io ho scelto un poeta inusuale, Edmondo De Amicis, autore di “Cuore”.


A MIA MADRE

Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant'anni
e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un accento, un guardo, un riso
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto.

Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ah se fosse un mio prego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d'Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto.

Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei.
Vorrei veder me vecchio e lei...
dal sacrificio mio ringiovanita!


Auguri, mamma!



Pablo Picasso, "Maternità"


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LA FRASE DEL GIORNO
Pensando a mia madre e anche per un mio sentimento indistinto, veneravo tutte le donne come schiatta estranea, bella ed enigmatica, superiore a noi per innata bellezza e unità di natura, e che dobbiamo aver sacra perché ci è lontana come le stelle e le montagne azzurra e sembra più vicina a Dio.
HERMANN HESSE, Peter Camenzind

sabato 10 maggio 2008

Carlo Michelstaedter

Tra le figure disperate della poesia, accanto ad Antonia Pozzi, a Cesare Pavese e a Sylvia Plath, c'è il goriziano Carlo Michelstaedter. Nato nel 1887, si uccise a soli ventitrè anni.
La sua opera principale è la tesi di laurea in lettere e filosofia, "La persuasione e la rettorica". Il giorno dopo averla finita, Michelstaedter disegna una lampada a olio sulla copertina e scrive la parola greca απεσβησθεν, "io mi spensi".
Nella prefazione aveva scritto: “Io lo so che parlo, perché io parlo, ma so che non persuaderò nessuno”. L’incipit era ancora più esplicito: “So che cosa voglio e non ho cosa io voglia”. Partendo dalla definizione della persuasione e della retorica in Platone e Aristotele, suggerisce una visione del mondo in cui la verità pesa intollerabilmente ed è resa dipendente da questo peso. La retorica, attraverso parole, gesti e istituzioni, cerca di nascondere questa impossibilità di raggiungere la persuasione. L’unica alternativa, a Michelstaedter, è sembrata un colpo di rivoltella.

Dai suoi versi deborda il senso disperato del vivere, la negazione del sogno, dell'illusione, della speranza, di ogni gioia terrena. L'esistenza non è un mestiere, come per Pavese, ma una dolorosa lacerazione: “Non ha sole la mia giovinezza, non conta gli anni il mio core / l'anima mia dolorosa non sa le primavere”. La poesia non è che un vano orpello, una finzione che non è in grado di rivelare quello che non si può manifestare: “Voglio e non posso e spero senza fede” conclude in “Aprile”, corollario di quel “Vuoto il presente, vuoto nel futuro” che vede in “Nostalgia” dove il suo destino gli sembra “attender senza speme”. Le influenze del Leopardi di “amore e morte” e marcatamente di Ibsen cominciano a farsi sentire, così come echi di letture di Nietzsche: “È più forte, più forte / questa torbida fiamma di desio / e mentre tutto intorno a me precipita / mente crolla nel vortice funesto / ogni affetto, ogni fede, ogni speranza / sbatte le rosse lingue e s'attorciglia / inestinguibile”.

A un certo punto il mare gli appare come un destino, una metafora di quella vita “che mi dia pace sicura / nella pienezza dell’essere”, un richiamo ancestrale che diventa però subito un regno rimpianto da cui si è esiliati, forse il continente perduto di Platone. “Ma ora qui che aspetto, e la mia vita / perché non vive, perché non avviene?” si chiede in “Risveglio”.

Di lui Emilio Cecchi tracciò un profilo puntuale: "Nel suo frenetico orgoglio intellettuale, nella sua fame di assoluto, nella appassionata violenza dei suoi ventitrè anni, il Michelstaedter aveva finito col comporre di se stesso un audace modello di stoicismo filosofico; aveva creato se stesso una sorta di mito eroico, e lo vagheggiava e lo perfezionava; finché non poté più sopportare che il suo carnale io vivente non si identificasse con l'altro, con l'io del mito; e inseguendo questo si trovò alla morte".


A SENIA

VI
Ti son vicino e tu mi sei lontana,
mi guardi e non mi vedi, o s'io ti parlo,
per quanto ascolti, non però m'intendi;
ti sono questo corpo e questi suoni,
ti sono un nome, ti son un dei tanti,
come un altro sarebbe
che per nome e per vista conoscessi.
Io non son per te «io», la mia vita,
io, questa mia volontà più forte,
il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.
Io non sono per te: questo mio amore
disperato e lontano e doloroso,
gli passi accanto e non lo senti amare.


* * *

RISVEGLIO

Giaccio fra l'erbe
sulla schiena del monte, e beve il sole
il mio corpo che il vento m'accarezza
e sfiorano il mio capo i fiori e l'erbe
ch'agita il vento
e lo sciame ronzante degli insetti. -
Delle rondini il volo affaccendato
segna di curve rotte il cielo azzurro
e trae nell'alto vasti cerchi il largo
volo dei falchi…
Vita?! Vita?! qui l'erbe, qui la terra,
qui il vento, qui gl'insetti, qui gli uccelli,
e pur fra questi sente vede gode
sta sotto il vento a farsi vellicare
sta sotto il sole a suggere il calore
sta sotto il cielo sulla buona terra
questo ch'io chiamo "io", ma ch'io non sono.
No, non son questo corpo, queste membra
prostrate qui fra l'erbe sulla terra,
più ch'io non sia gli insetti o l'erbe o i fiori
o i falchi su nell'aria o il vento o il sole.
Io son solo, lontano, io son diverso -
altro sole, altro vento e più superbo
volo per altri cieli è la mia vita…
Ma ora qui che aspetto, e la mia vita
perché non vive, perché non avviene?
Che è questa luce, che è questo calore,
questo ronzar confuso, questa terra,
questo cielo che incombe? M'è straniero
l'aspetto d'ogni cosa, m'è nemica
questa natura! basta! voglio uscire
da questa trama d'incubi! la vita!
la mia vita! il mio sole!
Ma pel cielo
montan le nubi su dall'orizzonte,
già lambiscono il sole, già alla terra
invidiano la luce ed il calore.
Un brivido percorre la natura
e rigido mi corre per le membra
al soffiare del vento. Ma che faccio
schiacciato sulla terra qui fra l'erbe?
Ora mi levo, ché ora ho un fine certo,
ora ho freddo, ora ho fame, ora m'affretto,
ora so la mia vita,
ché la stessa ignoranza m'è sapere -
la natura inimica ora m'è cara
che mi darà riparo e nutrimento,
ora vado a ronzar come gl'insetti. -

Sul S. Valentin, giugno 1910


Ritratto di Carlo Michelstaedter
Copertina dell'edizione Sansoni delle "Opere"



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LA FRASE DEL GIORNO
Chi vuol avere un attimo solo sua la vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente.
CARLO MICHELSTAEDTER, La persuasione e la rettorica

venerdì 9 maggio 2008

Luigi Malerba

Lo scrittore Luigi Malerba è morto ieri notte a Roma. Era nato a Berceto, nel Parmense, nel 1927, ed aveva raggiunto la capitale, attratto dalle opportunità offerte dal cinema e dalla radio. Era una figura atipica nella letteratura italiana del Novecento: i suoi romanzi, a partire da "Il serpente", uscito nel 1963, prima opera di grande respiro dopo i racconti di "La scoperta dell'alfabeto", rivelano uno spiazzamento sia nei contenuti sia nella struttura. Del resto Malerba partecipò alla neoavanguardia del Gruppo '63.


Il suo romanzo più famoso è certo “Il serpente”: racconta la storia di un mitomane, un uomo che per riempire la propria vita si inventa il "canto mentale", un passatempo elucubratorio che fa passare per amici i clienti e i fornitori del suo negozio, che lo spinge a sottoporre la donna amata a un esame radiologico per ricercare tracce di tradimento dentro di lei, salvo lasciar scoprire ai lettori - qui sta la grandezza di Malerba - che anche la donna è inventata.
L'assurdo e il grottesco caratterizzano per larghi tratti la bibliografia di Malerba: basti citare "Protagonista", il cui personaggio principale è un membro virile animato da un furore di violenza e di inseminazione: vorrebbe nella sua smania possedere tutta Roma, espandersi fino a diventare un serpente che le si attorciglia intorno.


Piuttosto copiosa è la produzione degli ultimi anni, caratterizzata però dall'approccio ad un ordine stilistico, sempre presentando personaggi lunatici e stravaganti con ironico acume ed eleganza, come si può apprezzare da questo brano, tratto da "La superficie di Eliane", del 1999:


Ci sono nella vita delle sicurezze improvvise e definitive, incontri di sensi e sentimenti che immediatamente si proiettano nei gironi profondi dell'anima. L'illuminazione che si raggiunge con lo Zen deve essere qualcosa di simile a ciò che ho provato io nei pochi istanti della sua apparizione, con la differenza che nel mio caso non si trattava di un vuoto simulacro mentale perché avevo davanti agli occhi il soggetto vivente che mi aveva illuminato. Sapevo che da qualche parte esisteva questa donna, l'avevo già vista con gli occhi del desiderio, e adesso eccola qui sotto le mie diottrie emotive al caffè dell'aeroporto di Zurigo. Una folgore cremisi e nera come i fiori del suo vestito e la luce del suo sguardo. Ecco, mi sono detto, la sua immagine resterà stampata per sempre nella mia memoria, questo incontro è un miracolo della natura quando la natura allunga su di te la sua mano amica. Del cuore io non parlo per pudore, anche perché non mi pare che i grandi sentimenti stiano da quelle parti.


Una summa ideologica delle sue tematiche si può desumere invece da "La composizione del sogno", edita nel 2002:

C’è un luogo dove accadono le cose più strane, dove il tempo e lo spazio sono oggetto di una beffa continua, dove convivono il tragico, il grottesco, l’assurdo. Questo luogo è il sogno. A metà strada tra preistoria e fantascienza, il sogno è anche il luogo di tutte le ambiguità, l’anagrafe di tutti i fantasmi che popolano la nostra mente, lo spazio dove si incontrano persone e cose della vita ma che più spesso esistono solo lì e non hanno alcun riscontro nella realtà. Come le figure di un film sullo schermo, le immagini del sogno si dissolvono con l’arrivo della luce. Talora non lasciano tracce sensibili e svaniscono nel nulla, in altri casi si imprimono profondamente nella memoria e ci perseguitano per giorni o per anni. Quali sono i rapporti dell’uomo con i propri sogni? E di quali messaggi i sogni sono messaggeri? Fino dai tempi più remoti l’uomo ha tentato di attribuire un significato alle immagini che gli apparivano durante il sonno. Ne è nata una lunga avventura interpretativa che attraversa i secoli alla ricerca dei segni e degli indizi capaci di dare, per mezzo dei sogni, un significato nuovo o diverso alle vicende della realtà quotidiana. Questa ricerca di un significato viene dunque esercitata proprio nel luogo dell’insensato e dell’arbitrario, una “zona d’ombra” dove agiscono gli stimoli provenienti dai sottolivelli della coscienza. Ma bisogna mettere in conto la facilità con cui si presta a una interpretazione simbolica tutto ciò che appare avvolto in un alone fantastico e privo di coerenza logica.


Luigi Malerba a Piazza del Popolo

Fotografia: Elisabetta Catalano


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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo è un'enorme palude. Quando lo prende l'entusiasmo è come se in un punto di quella palude vedessimo tuffarsi nell'acqua verde una piccola rana.
FRANZ KAFKA, Frammenti del Diario

giovedì 8 maggio 2008

La Biblioteca dei Libri Bruciati

Il 10 maggio 1933, in Piazza dell'Opera a Berlino, i nazisti bruciarono migliaia di libri "contrari allo spirito tedesco" sotto gli occhi compiaciuti e luciferini di Joseph Göbbels. Dopo quel giorno, altri roghi di libri furono organizzati in tutta la Germania. Tristemente presago fu un verso scritto un secolo prima da Heinrich Heine: "Dove si bruciano i libri, prima o poi si finisce con il bruciare gli uomini". Auschwitz, Dachau, Mauthausen, Bergen-Belsen distano solo pochi anni da quella notte berlinese.

A Gräfeling, non lontano da Monaco di Baviera, c'è un ex consulente immobiliare che ha organizzato una notevole biblioteca, raccogliendo in trent'anni di ricerche presso mercatini, negozi di antiquariato e collezionisti privati ben 12.000 volumi: sono le stesse edizioni di quei libri che i nazisti bruciarono.

L'uomo si chiama Georg Salzmann e ricorda il bibliotecario che nel romanzo di Carlos Ruiz Zafon "L'ombra del vento" custodisce il Cimitero dei Libri Dimenticati. Nella sua casa, stipate in librerie, ammassate sul pavimento, impilate sui tavoli ci sono quelle opere rare di Heinrich Mann, Stephan Zweig, Alfred Döblin, Kurt Tucholsky e di decine di altri autori messi all'indice dal regime hitleriano. La sua passione ebbe inizio un giorno del 1976, quando dovette tenere ad un circolo di bibliofili una relazione su Ernst Weiss, scrittore di origini ebree: fu quello il primo degli esemplari salvati, scovato da un rigattiere. "La letteratura dei libri bruciati non deve essere dimenticata, altrimenti i nazisti l'avranno avuta vinta" spiega il bibliofilo tedesco.

Ora Salzmann ha venduto alla Commissione Cultura del parlamento bavarese la sua biblioteca, valutata 800.000 euro. Sarà ospitata dalla vicina Università di Augusta, che dovrà sottostare ad un'unica condizione: renderla accessibile a tutti.

Piazza dell'Opera, luogo del misfatto, dopo la guerra ha cambiato nome: ora si chiama Bebelplatz e cela nel sottosuolo una biblioteca vuota, realizzata dall'artista Micha Ullmann, a rappresentare una specie di contrappasso dantesco. Per non dimenticare...


Il rogo di libri a Berlino del 10 maggio 1933

La biblioteca vuota di Bebelplatz, oggi
Foto: Jensen

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LA FRASE DEL GIORNONon certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. 
MILAN KUNDERA, L'insostenibile leggerezza dell'essere
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