Periodicamente si infiamma il dibattito sulla necessità di insegnare il latino nelle scuole superiori. C'è chi vorrebbe confinarlo nei licei classici, considerandolo una lingua morta e inutile. Ora è il turno della associazione "Treellle", che ha svolto uno studio sull'insegnamento di latino e greco nelle scuole di vari paesi del mondo. Gli studenti del classico sono in Italia il 10% della popolazione scolastica, quelli che studiano la lingua di Cicerone sono ora il 41%, comprendendo anche i licei scientifici e gli istituti magistrali. Secondo i ricercatori però l'imposizione spinge i ragazzi ad applicarsi controvoglia: 400.000 hanno un debito formativo. In America e in Francia, le percentuali di studenti che scelgono il latino e il greco sono inferiori al 3%: secondo "Treellle" lo studiano meglio di noi perché lì è una materia facoltativa.
Molti ribattono che il latino non è una lingua morta, anzi si è ammodernata, è sbarcata su Internet ed è un esperanto migliore dell'inglese per comunicare: la sua vitalità è testimoniata dalle traduzioni di termini moderni: il computer diventa "computatrum", il tennis "teniludium", l'aspirapolvere "pulveris hauritorium". Io non amo queste contaminazioni: il mio latino è quello di Catullo e Cesare, di Seneca e Plauto, di Terenzio e Properzio, lingua "viva" perché dilatata su oltre un millennio, dalla fondazione di Roma, nell'VIII secolo avanti Cristo all'Alto Medioevo.
Il problema non sta nell'insegnamento del latino: se vogliamo che gli studenti si appassionino dobbiamo fare in modo che gli insegnanti non siano "ingessati", ma che entusiasmino gli allievi. Devono far capire che impariamo per la vita, non per la scuola - cruccio che già Seneca esprimeva all'amico Lucilio. Altrimenti, dopo il latino, toccherà all'italiano, alla storia, alla matematica...
Jacques-Louis David, "Les Sabines"
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LA FRASE DEL GIORNO
Il passato, come un paesaggio attraverso cui si cammini, si cancella a misura che ce ne allotaniamo.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, Il conte di Montecristo













