lunedì 30 giugno 2008

Cento anni fa, in Tunguska…


Il 30 giugno 1908 un evento ancora inspiegabile avvenne sulla Terra: la sola catastrofe cosmica di cui si abbiano testimonianze dirette. Poco dopo le sette di quella mattina un’esplosione misteriosa si verificò nella regione russa della Tunguska, tra le foreste della taiga a sud del Circolo Polare Artico.. Una palla di fuoco, “simile al sole” secondo i testimoni, scese lenta e silenziosa fino a scoppiare nel cielo siberiano. Sessanta milioni di alberi furono abbattuti in un territorio di duemila chilometri quadrati attorno a Evenkia ed allineati dalla forza d‘urto, tanto da indicare l‘epicentro del fenomeno; a 600 km di distanza i treni della Transiberiana quasi deragliarono per la forza d’urto; a 1500 km si poteva scorgere il bagliore; l’onda sismica fu registrata nelle regioni eurasiatiche, quella della pressione atmosferica compì l’intero giro del globo.

Alberi allineati in Tunguska - Foto di Leonid Kulik, 1929


Gli scienziati calcolarono in seguito che l’esplosione fu potentissima: tra dieci e quindici megatoni, all‘incirca mille volte l‘atomica di Hiroshima. Si ritiene che il fenomeno fu causato da un asteroide di bassa densità, molto friabile, del diametro di una trentina di metri, deflagrato a 6 - 8 km dal suolo con una conversione della sua energia cinetica in energia termica e la vaporizzazione dell’oggetto.

Purtroppo, vista l’inaccessibilità della zona, i primi esperti giunsero per una spedizione solo nel 1927, guidati dal geologo Leonid Kulik. L’assenza di qualsiasi frammento del corpo celeste però ha lasciato aperte tutte le ipotesi: per questo il CNR di Bologna da una decina d’anni analizza il lago Cheko, in Tunguska, profondo 54 metri per un diametro di 300. La soluzione dell’enigma potrebbe essere proprio sul fondale, anche se la presenza sulle sponde di alberi vecchi più di cento anni renderebbe la teoria inconsistente.

L’oscuro e impenetrabile avvenimento della Tunguska non poteva non stuzzicare gli amanti dell’arcano e del misterioso: c’è chi ha voluto spiegare l’accaduto con presenze extraterrestri, con l’esplosione di una nube di metano uscita dalla terra, con l’ipotesi di un buco nero o con un episodio di antimateria…

L'evento della Tunguska in una ricostruzione della NASA


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LA FRASE DEL GIORNO
La nostra fantasia è sempre più potente della nostra coscienza.
JOSEPH ROTH, Confessione di un assassino

domenica 29 giugno 2008

Il Museo della Guerra a Rovereto


Ho visitato il Museo della Guerra a Rovereto. È impressionante l’evolversi degli strumenti bellici, dalla spada medievale al lanciagranate. Mi ha colpito, ancora una volta, l’aspetto antropologico sociale, gli elementi della vita quotidiana dei soldati: le gavette, le razioni, gli strumenti di ogni giorno, dai bisturi degli ufficiali medici agli anelli ricavati dai proiettili nelle lunghe ore di trincea. Ma, soprattutto, il pane secco distribuito nei lager.


Il Museo, la cui sede è nel Castello quattrocentesco, fu inaugurato da Vittorio Emanuele III nel 1921. L’idea di realizzarlo era venuta due anni prima a un gruppo di reduci roveretani come “luogo della memoria” di una città bombardata e colpita da gravi perdite.

Oggi il Museo espone armi e uniformi, testimonianze fotografiche, dipinti, cimeli e documenti. L’esposizione si snoda sui piani del Castello ed è possibile anche accedere agli spalti, da dove si può ammirare il bel panorama della città. Nel rifugio antiaereo ai piedi del Castello ha sede la mostra "Le artiglierie della Grande Guerra". Nel 2008 sono state inaugurate nuove sale, aventi per tema le armate napoleoniche e la storia del Risorgimento Italiano .



IL SITO INTERNET

http://www.museodellaguerra.it/



INFORMAZIONI

Museo Storico Italiano della Guerra
via Castelbarco 7
38068 Rovereto
Tel. 0464 438100

Aperto da martedì a domenica
dalle 10.00 alle 18.00 (9.30-18.30 sabato e domenica)
dl 1° marzo al 23 dicembre

Da maggio a ottobre è visitabile anche la sezione artiglierie

Ingresso: € 5,50

Una visita completa richiede circa due ore

Mortaio nella sezione delle "Artiglierie"


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LA FRASE DEL GIORNO

Il dubbio è una passerella che trema tra l'errore e la verità.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

sabato 28 giugno 2008

Scusi, dov’è il Muro?


Il Muro di Berlino… Sembrava un’indegnità insormontabile piazzata attraverso l’Europa, una cortina reale caduta a tagliare in due il continente: di qua l’Ovest con il suo progresso, il consumismo e le contraddizioni, di là l’Est con le sue Trabant, le statue agli operai e la libertà inesistente. Da una notte di agosto del 1961 era là, solido e invalicabile, tra le due Germanie.


La costruzione del Muro, 1961


Eppure, oggi che il Muro è caduto da neanche vent’anni - era il 9 di novembre del 1989 - a Berlino è difficile trovarne le vestigia: anche i tassisti faticano a scovarlo. Dei suoi 155 km originari non ne restano che 3, miseri tronconi che non sanno neppure lasciare immaginare l’orrore e il terrore che si doveva provare avvicinandosi al “corridoio della morte” sorvegliato dai temibili VoPos della Germania Orientale.

Le autorità berlinesi probabilmente rimpiangono di non aver conservato i resti del Muro: ma era doveroso abbattere completamente quell’infamia, rimuovere dal ricordo di un popolo quella divisione nata dalla disfatta nella Seconda Guerra Mondiale e dalle ceneri del terzo Reich. Il Municipio cittadino è così corso ai ripari, realizzando la “Mauerguide“, la guida del Muro: si tratta di un piccolo apparecchio simile alle guide audio dei musei, dotato però di un piccolo schermo e di un sistema GPS, che permette ai turisti di seguire virtualmente il tracciato del Muro, a piedi o in bicicletta, senza perdere le meraviglie architettoniche della città. Vi sono alcune tappe-chiave, immancabili per un visitatore che si rispetti: la Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione prima e della riunificazione poi; il Checkpoint Charlie, unico punto autorizzato per il passaggio tra Est e Ovest; la East Side Gallery, la galleria d’arte all’aperto dipinta su ciò che resta del Muro.



La "Mauerguide" - Immagine: City Tour Card / Berlin

La Mauerguide consente anche di prendere parte a un gioco interattivo, di vedere testimonianze inedite e filmati d’archivio. La responsabile del progetto, Eva Wesemann, della società Antenna Audio, ne spiega la filosofia: “Il nostro scopo è di ricostruire un’atmosfera facendo appello all’emozione”.
Senza dimenticare le 1100 persone uccise mentre tentavano di raggiungere l’Occidente e la libertà scavalcando il Muro.



Fotografia: Morgenpost



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LA FRASE DEL GIORNO
In una parola, tutto si può dire della storia universale, tutto quel che può venire in mente alla più sfrenata immaginazione. Una sola cosa non si può dire: che sia ragionevole.
FEDOR DOSTOEVSKIJ, Memorie dal sottosuolo

venerdì 27 giugno 2008

L'isola di Ungaretti



L'ISOLA

A una proda ove sera era perenne
di anziane selve assorte, scese,
e s'inoltrò
e lo richiamò rumore di penne
ch'erasi sciolto dallo stridulo
batticuore dell''acqua torrida,
e una larva (languiva
e rifioriva) vide;
ritornato a salire vide
ch'era una ninfa e dormiva
ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
errando, giunse a un prato ove
l'ombra negli occhi s'addensava
delle vergini come
sera appiè degli ulivi;
distillavano i rami
una pioggia pigra di dardi,
qua pecore s'erano appisolate
sotto il liscio tepore,
altre brucavano
la coltre luminosa;
le mani del pastore erano un vetro
levigato da fioca febbre.


(da "Sentimento del tempo", 1933)


Tra le poesie di Ungaretti una sorprende particolarmente, "L'isola". È inconsueta nella produzione del poeta toscano, esula da quella "Vita d'un uomo" che è la costante della sua poetica, tanto che la sceglierà come titolo per la raccolta delle sue liriche. Non c'è nessuna confessione, nessuna valutazione critica della propria esistenza, non c'è quella logica autobiografica seguita fino a quel momento.
Vi è un luogo onirico, dove non esistono tempo né spazio, dove vivono in armonia ninfe dei boschi, ragazze, greggi e pastori: una scena bucolica da poema greco, una misteriosa e oscura foresta dove i simboli arcadici si susseguono l'uno all'altro. E Ungaretti infatti usa termini arcadici e neoclassici elevandoli però da un piano descrittivo a uno evocativo così da ricreare un'atmosfera irreale, rarefatta, spirituale. Indeterminato è anche il soggetto della lirica: una persona che "scese e s'inoltrò" su quest'isola cui era approdato, novello Odisseo o novello Dante, subito colto dallo stupore per il continuo fondersi delle impressioni.

Lo stesso Ungaretti chiarisce, in una nota a "Sentimento del tempo":

"Quest'uomo ch'io sono, prigioniero nella sua propria libertà, poiché come ogni altro essere vivente è colpito dall'espiazione di un'oscura colpa, non ha potuto non fare sorgere la presenza d'un sogno d'innocenza. D'innocenza preadamitica, quella dell'universo prima dell'uomo. Sogno dal quale non si sa quale altro battesimo potrebbe riscattarci, togliendoci di dosso la persecuzione della memoria".

E per farlo, riveste un paradiso in terra, Tivoli, di questa innocenza. "Il paesaggio è quello di Tivoli. Perché l'isola? Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono solo: è un punto separato dal resto del mondo, non perché lo sia in realtà, ma perché nel mio stato d'animo posso separarmene".

Ovvero, l'isola è in ognuno di noi: basta trovarla...

Henrietta Rae, "Hylas and the Nymphs"


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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia d'amore è come le rose che offriamo alle donne.
MILAN KUNDERA, La vita è altrove

giovedì 26 giugno 2008

Amore e amicizia



IL BUON COMPAGNO

Non fu l'Amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati pel culto
del sogno... E l'atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.

Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l'ultimo bacio e l'ultimo sussulto,
non udii che quell'arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.

E fu vano accostare i nostri cuori
già riarsi dal sogno e dal pensiero;
Amor non lega troppo eguali tempre.

Scenda l'oblio; immuni da languori
si prosegua più forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.


Quando la scintilla d'amore tra un uomo e una donna non scocca può quel rapporto trasformarsi in amicizia? Guido Gozzano ne è convinto: dedica questo sonetto, composto tra il 1908 e il 1909, all'amica Amalia Guglielminetti, che lo stesso poeta definirà in una lettera del 9 settembre 1908, il "buon compagno". La poesia, ideata già nel 1907 come "Cattiva sorella", diverrà poi "Il caro amico" prima di assumere il titolo definitivo.

Alla Guglielminetti Gozzano scrive il 21 marzo 1908: "Qualunque sia la sorte che ci prepara il destino saremo amici sempre, grandi amici necessari l'un l'altro come due viatori che seguono lo stesso cammino e si tengono per mano". Anche perché Amalia e Guido hanno simili caratteri e l'affinità amorosa, si sa, premia sovente gli opposti.

L'amore fisico, "l'ultimo bacio e l'ultimo sussulto", sembra un passo obbligato, una sperimentazione quasi scientifica per accertarsi che non era Amore con l'A maiuscola, ma un puro e semplice capriccio dei sensi terminato in "quell'arido singulto", il deserto del sentimento. Sbrigata la pratica, l'amicizia può germogliare e divenire una salda pianta.


Edward Hopper, "Room in New York"



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LA FRASE DEL GIORNO
Alcuni episodi della nostra vita sembrano incompiuti, ed è per questo che quasi ci costringiamo a riviverli infinite volte, in cerca di una conclusione, o forse solo nella speranza che l'abitudine a essi apporti sollievo.
PAOLO MAURENSIG, Venere lesa

mercoledì 25 giugno 2008

La lunga infanzia



"L'ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L'operosità rapide le ore e lenti gli anni. L'infanzia è la massima operosità perché occupata a scoprire il mondo e svariarselo.
Gli anni diventano lunghi nel ricordo se ripensandoci troviamo in essi molti fatti da distendervi la fantasia. Per questo l'infanzia appare lunghissima. Probabilmente ogni epoca della vita si moltiplica nelle successive riflessioni delle altre: la più corta è la vecchiaia perché non sarà più ripensata.
Ogni cosa che ci è accaduta è una ricchezza inesauribile: ogni ritorno a lei l'accresce e l'allarga, la dota di rapporti e l'approfondisce. L'infanzia non è soltanto l'infanzia vissuta, ma l'idea che ce ne facemmo nella giovinezza, nella maturità, ecc. Per questo appare l'epoca più importante: perché è la più arricchita dai ripensamenti successivi.
Gli anni sono un'unità del ricordo; le ore e i giorni, dell'esperienza".

CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere, 10 dicembre 1938


L'infanzia forse ci permane tanto nel ricordo perché è il periodo delle scoperte, ha ragione Pavese: è un tempo che si trasforma in una lunga avventura, un'illusione continua paragonabile ad un gioco senza fine.

Per questo, ricordo precisamente il giardino della mia infanzia: potrei disegnare con facilità la disposizione delle piante, il noce, il tiglio, il corbezzolo, la grande magnolia dai fiori bianchi che sembravano fatti di cera, l'araucaria spinosa... Solo quella è rimasta, ma cresciuta in altezza, più che raddoppiata. Potrei indicare i luoghi preferiti, il posto dove con Simonetta mi rintanavo a giocare, la porta fittizia che con Alessandro avevamo scelto come campo di pallone... Potrei entrarvi, chiudere gli occhi e sentire le voci di quei bambini...

Da piccoli si dice "quando sarò grande", si fanno congetture, si favoleggia su quell'età adulta che tanto si agogna senza renderci conto che la vera età dell'oro è quella che stiamo vivendo e che rimpiangeremo per sempre come un Paradiso perduto.

Spencer Coleman, "Bottoms up!"



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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore non è fatto di forme, o di parole, è una condizione. Dovrebbe essere come una forza che si irradia.
BANANA YOSHIMOTO, Amrita

martedì 24 giugno 2008

La falena


Dopo giorni spazzati da un vento quasi autunnale e bagnati da una pioggia monotona e grigia, giorni inusuali per il mese di giugno, è finalmente scoppiata l’estate e subito il caldo, umido e appiccicaticcio, ha preso possesso delle nostre stanze come un ospite che giunga ad un hotel. Non si respira. Apro la finestra per vedere se qualche refolo di vento possa alleviare l’afa.

Toc. Dal bordo superiore dell’anta è caduto qualcosa con un tonfo sordo: è una falena. L’ho riconosciuta per quei suoi colori anonimi, adatti per la notte, quando, in assenza di luce, non servirebbero le vesti sgargianti di altre farfalle, come la Rhodocera Rhamni o la Zygaena Carnidica, l’una gialla, l’altra rossa e verde, o il famoso Papilio tanto caro a Gozzano, arabescato di nero e giallo con due vezzosi occhi rossi sul bordo inferiore delle ali.
Dovrei raccoglierla quella falena, metterla in un luogo buio e fresco. Ci vorrebbe una cartolina… Nel portacarte sulla scrivania ce ne sono diverse. Una cartolina di Gubbio, chi l’avrà scritta? L’inchiostro è sbiadito, a tratti svanisce, parte dell’indirizzo già non è più visibile, si può ricostruire seguendo il tratto di pressione della penna a sfera. Oh, l’ha scritta lei!

Raccolgo la falena rimuginando sulla cartolina, l’emozione del ricordo quasi mi travolge, come se un colpo violento mi fosse stato sferrato in viso, barcollo un istante solo. Colloco la falena tra le ortensie, in un angolo fresco e buio del giardino.
Torno ad osservare la cartolina: “Qui è bellissimo!” dice la scrittura inclinata sulla sinistra, “Bacioni” e segue quel nome che fu un universo nei giorni di anni che allora definivo “d’oro”, forse presagendo un rimpianto quasi oraziano.
E come sbiadisce e svanisce la scrittura di lei, così sbiadisce e svanisce in me il suo ricordo: lasciato al sole di troppe estati, lentamente mi si cancella dall’anima.



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LA FRASE DEL GIORNO
Se il primo amore pare solitamente più onesto o, come si suol dire, più puro, se procede con tanta lentezza non è, come si crede, per una delicata timidezza ma perché il cuore, stupito da questa passione sconosciuta, si ferma, diciamo, a ogni passo per godere dell'incanto che prova; e questo incanto è così potente su un cuore inesperto che lo riempie tutto, al punto da fargli dimenticare qualsiasi altro piacere.
PIERRE CHODERLOS DE LACLOS, Le relazioni pericolose

lunedì 23 giugno 2008

Vento d'estate


È finalmente giunta l'estate. Dopo una lunga primavera piovosa e fredda, cui non eravamo più abituati, che ha smentito i catastrofisti dell'effetto serra (l'apocalisse di palme a Milano, gli aridi deserti della Brianza), il sole è ritornato a splendere con continuità, a riscaldare la terra. Un vento leggero scuote le rigogliose chiome verdi, bambini giocano nel giardino vicino, e nel tramonto mi si ricrea davanti agli occhi una poesia di Giorgio Caproni:

VENTO DI PRIMA ESTATE

A quest'ora il sangue
del giorno infiamma ancora
la gota del prato,
e se si sono spente
le risse e le sassaiole
chiassose, nel vento è vivo
un fiato di bocche accaldate
di bimbi, dopo sfrenate rincorse.



Luisa Gaye Aire, "Summer garden"



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LA FRASE DEL GIORNO
Per vivere, è sufficiente un poco di vita. Ne occorre molta, invece, per amare.
JOSEPH JOUBERT, Carnets

domenica 22 giugno 2008

Benvenuta estate


In perfetta coincidenza con il solstizio, dopo settimane di pioggia che hanno reso la primavera del 2008 la più piovosa degli ultimi cinquant’anni, è giunta l’estate con il suo caldo: la temperatura è schizzata dai 14 ai 30 gradi in un solo giorno!

Aestus in latino è il calore. L'estate trae la sua etimologia dall'identica radice, localizzabile nel verbo aedere, ossia bruciare, e nell'analogo greco αιθέιν.
È la stagione più calda dell'anno già dal nome dunque questa che va dal solstizio del 21 giugno all'equinozio del 23 settembre.

È tempo che favorisce gli svaghi e gli ozi, i viaggi e le vacanze. È il periodo del riposo e del relax: si cercano le spiagge e la frescura delle montagne, si legge all'ombra di un faggio o del fungo colorato di un ombrellone; si raccolgono conchiglie o pigne. Ascoltiamone gli echi nelle voci dei poeti:

Distesa estate,
stagione di densi climi
dei grandi mattini
dall'albe senza rumore
- ci si risveglia come in un acquario.

VINCENZO CARDARELLI, da "Estiva", Poesie, 1942


Un'estate, che d'estate son i tramonti lenti,
pesante quant'il sonno e la stanchezza medesima,
non avrei voluto altro che riposare se fosse stato
possibile.

RICCARDO BACCHELLI, da "Un'estate", Poemi lirici, 1914


Ogni cosa, nella luce, ha la trasparenza dell'aria.
C'è un paese al mondo
dove non sia questa festa?

ANTONIO BAROLINI, da "Primo giorno d'estate", Elegie di Croton, 1959


Benvenuta estate.
Alla tua decisa maturità
m'affido.

VINCENZO CARDARELLI, da "Saluto di stagione", Poesie, 1942



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LA FRASE DEL GIORNO
La memoria è spesso ingiusta, per troppa indulgenza.
ALESSANDRO PERISSINOTTO, Una piccola storia ignobile

sabato 21 giugno 2008

60 anni a 33 giri


Il disco in vinile a 33 giri, noto anche come “long playing” o LP compie sessant’anni: fu presentato al pubblico dalla Columbia Records il 21 giugno 1948 all’Hotel Waldorf Astoria di New York. Il presidente della casa discografica Ted Wallerstein dimostrò la “lunga durata” da cui il disco in vinile prese il nome con un discorso di ventiquattro minuti, iniziato e terminato in coincidenza con la musica incisa, ovvero la Suite dello Schiaccianoci di Ciajkovskij. Anche gli scettici dovettero ricredersi e l’applauso segnò la nascita di un oggetto tecnologico che avrebbe rivoluzionato il modo di ascoltare la musica.


Come tutte le novità, anche il 33 giri ebbe bisogno di tempo per sfondare, ma subito la musica classica e le colonne sonore gli si affidarono con entusiasmo. La prima incisione pop fu la riedizione di una raccolta di successi di Frank Sinatra uscita in 78 giri. La musica leggera preferì affidarsi al 45 giri, lanciato nel 1949 dalla RCA. Ci penserà Elvis Presley a infrangere il tabù con gli LP “Elvis Presley” ed “Elvis” nel 1956. Poi arriveranno i Beatles e la lunga stagione dei gruppi rock. Gli album più venduti della storia sono degli LP: “Thriller” di Michael Jackson nel 1982 sfornò oltre tre milioni di copie. In Italia lo stesso anno Franco Battiato superò il milione di dischi venduti con “La voce del padrone”. Nacquero anche i “concept album”, gli album a tema, una serie di brani a formare una narrazione intera sulle due facciate del 33 giri: “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles fu il primo nel 1967, Claudio Baglioni in Italia raccontò una storia d’amore tormentata in “Questo piccolo grande amore” nel 1972.

Un punto di forza dei “long playing” è la copertina, spesso diventata un capolavoro di arte moderna: la banana di Andy Wahrol per “The Velvet Underground” dell’omonimo gruppo nel 1966, o il fenicottero rosa di Christopher Cross. Spesso venivano usate come poster. Il difetto invece sono i graffi cui vanno soggetti i microsolchi: già dopo pochi ascolti si rovinano irrimediabilmente causando lo sgradevole suono simile a un friggere d’olio.
Così nel 1982, quando apparvero i primi compact disc perfetti e puliti con la loro tecnologia laser e facilmente impilabili per le loro ridotte dimensioni, iniziò il declino degli LP. Anche poter passare da una traccia all’altra senza bisogno di una ricerca meccanica, sollevando il braccio del giradischi o addirittura voltando il disco, sancì la supremazia del CD.

Il 33 giri compie 60 anni ed è ormai un prodotto di nicchia, un vintage per chi non si rassegna al progresso e ritiene che la sonorità dell’adorato “long playing” sia più calda dell’incisione digitale.




The Velvet Underground - Andy Warhol



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LA FRASE DEL GIORNO
Nella notte del senso, nella solitudine del vivente, la poesia è l’ultimo soffio vitale che resiste.
ANTONIO PRETE, Trattato della lontananza

venerdì 20 giugno 2008

Il valore delle cose


"La colonna rallenta e un compagno ne approfitta per slegare ed aprire il telone. Come assetati beviamo l'aria pura del mattino: poter lavarsi il viso, sciacquarsi la bocca per cacciar fuori la polvere naftosa e bere un caffè, sentire l'odore del pane appena sfornato, vedere il sorriso di una ragazza. Ma questo era una volta e non ne sapevamo il valore: ora mi sembra d'essere inutile come una borraccia vuota".

Eh sì: "non ne sapevamo il valore". Quando il nostro mondo cambia, all'improvviso o impercettibilmente giorno per giorno, arriviamo a riflettere su quei piccoli dettagli, su quelle abitudini semplici che ci sembravano diritti acquisiti, tanto da non considerarne neppure la loro rilevanza nelle nostre vite.

Mario Rigoni Stern nel novembre 1941 si trova in Albania: la traversata da Brindisi è stata particolarmente dura, il mare non era calmo e gli aerei britannici bombardavano le navi. Da Durazzo i soldati vengono portati a Tirana su camion militari. Da lì raggiungeranno Korça in aereo. Sul Pindo la Julia è già in combattimento, il Morbegno e il Tirano sono impegnati sui monti albanesi.

Durante una breve sosta Rigoni Stern, che ha vent'anni e viene dalla tranquilla Asiago, riflette sul valore delle cose: l'aria del mattino, un caffè, il pane fresco, le ragazze per le strade. Tutte cose perdute: ora c'è solo la guerra, per lui ci saranno i muli e le giberne, il rancio e il fango dell'Albania. Quelle piccole cose sono perdute e pensa quasi con rabbia a quando le aveva e non ne valutava esattamente la portata, le dava per scontate. Dice in parole moderne quello che scrisse William Shakespeare a inizio Seicento in "Molto rumore per nulla": "Non si apprezza il valore di quel che abbiamo mentre ne godiamo, ma appena lo perdiamo e ci manca, lo sopravvalutiamo e gli troviamo il pregio che il possesso rendeva invisibile, finché era nostro".


Come la libertà: spesso ci lamentiamo, ma non dobbiamo scordare che è un bene grande, costato sacrifici e privazioni. Dovremmo fare tesoro di questa frase del giurista Piero Calamandrei, che fu membro della Consulta: "Però la libertà è come l'aria; ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare".


Autocarro SPA 38R - 1938

Questo automezzo sostituì lo SPA 25C/10. In versione militare fu utilizzato in molteplici allestimenti: autoambulanza, autofficina, autobus; durante il conflitto venne impiegato in tutte le zone operative. Era dotato di un sistema di bloccaggio del differenziale e poteva trasportare una trentina di uomini. Rimase in servizio fino al 1956.
(Note sul mezzo tratte da www.esercito.difesa.it)



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LA FRASE DEL GIORNO
È noto che in Irlanda un uomo disse che l'attenzione di Dio, che mai dorme, raccoglie eternamente ogni sogno, ogni vuoto giardino e ogni lacrima. Continua il dubbio e la penombra cresce. Se sapessi che è stato di quel sogno che sognai, o che sogno aver sognato, saprei tutte le cose.

JORGE LUIS BORGES, La cifra

giovedì 19 giugno 2008

Ripenso il tuo sorriso



Per l'analisi del testo alla prova di italiano dell'esame di stato 2008 il Ministero della Pubblica Istruzione ha scelto una poesia di Eugenio Montale tratta da "Ossi di seppia", raccolta del 1925, infilandovi un clamoroso errore: non è ispirata da una figura femminile, ma da un ballerino russo... Ottima scelta, comunque.


RIPENSO IL TUO SORRISO

a K.
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...


In quella che i critici chiamano "teologia negativa" di Montale - "Non chiederci la parola", "Spesso il male di vivere" - si inseriscono dei versi che aprono una breccia nella certezza che la poesia non può lanciare messaggi, ma solo esprimere la consapevolezza del male di vivere al di là di poche parole consolatorie.
"Ripenso il tuo sorriso", scritta nel 1923, è un raggio di sole in questo buio, è un lumino lontano che barbaglia e sembra indicare possibile una via di fuga: il processo per giungere alla salvezza è il dolore, la sofferenza: con il potere catartico del dolore l'uomo da sé riesce a redimersi, a recuperarsi, a dare un significato alla sua vita ed alla sofferenza stessa.

La poesia è tutta incentrata sul ricordo di un volto amico, quello del danzatore russo Boris Kniaseff, conosciuto da Montale a Genova e ammirato al Teatro Verdi - quindi è sbagliato l’assunto ministeriale che parla di “figura femminile" e di "donna". Il poeta ne oggettiva i tratti in una similitudine tranquilla e pacata, quella dall'acqua che scorre limpida tra i ciottoli nell'alveo di un torrente, dove si specchiano tralci d'edera e un cielo luminoso.
Ricordare il sorriso fa dimenticare per un attimo l'angoscia del vivere, è una consolazione dolce che placa "i crucci estrosi", che rasserena come quel rivolo che illumina "le petraie d'un greto". Alfredo Gargiulo, nell'introduzione alla seconda edizione di "Ossi di seppia", a proposito di questa "petraia", ne aveva parlato come di ciò che "un senso della vita umana e cosmica lascia intravedere" in fondo a tutto. "Pietrosità" aveva sinteticamente definito la poesia di "Ossi di seppia", con il suo linguaggio volutamente stridente, talora gravato da fratture di ritmo.

Montale non conosce bene Kniaseff, non sa interpretare quel sorriso: se sia l'espressione di una esuberante spensieratezza al limite della giovanile ingenuità o la manifestazione di una sofferenza intima, di un dolersi per le brutalità del mondo, conosciuto fin troppo bene durante le tournées.
Quello che gli basta sapere è che ripensarne il volto sereno ed aperto gli giova ed è di conforto al suo tedio, al grigiore della sua vita, come un rigoglio della natura a primavera, come la tenera cima di una palma, agile e flessibile quale solo un danzatore sa essere.

È un fermento quello che Montale ricerca, una sensazione che riscuota la sua vita stagnante dal sopore, che sciolga il sentimento di delusione e di incomunicabilità "in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia": sia il sostare in un giardino d'estate o il profumo dei limoni in fiori, sia il mare di "Mediterraneo" o un volto sorridente.


Peter Birmann, "Veduta di Villa Olmo"



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LA FRASE DEL GIORNO
Voler bene è facile, succede quando uno meno se lo aspetta, uno sguardo, una parola, un gesto, e il fuoco si propaga bruciando petto e bocca; il difficile è dimenticare.
JORGE AMADO, Teresa Batista stanca di guerra

mercoledì 18 giugno 2008

Mario Rigoni Stern

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Mario Rigoni Stern
è morto lunedì sera nella sua casa di Asiago. Era nato nella città sull’Altipiano il 1° novembre 1921. La vita era difficile, la guerra aveva fatto evacuare i Sette Comuni, la gente stava ritornando dalle pianure e ricostruiva. «Per i lavori aiutavo in casa o nel negozio di generi alimentari che avevamo sulla piazza centrale del paese. Ma c’era anche da preparare la legna per l’inverno, tagliare il fieno…» raccontava.

Quella montagna gli rimase dentro, vi pensava anche quando era lontano, su altri monti, come quelli della Valle d’Aosta dove nel 1938, falsificando la data di nascita, frequentò la Scuola Militare di Alpinismo. O quelli dell’Albania e della Grecia, dove combatté nel 1940 e nel 1941. Vi pensava anche nel gelo della steppa russa, quando - sergente del Vestone - visse una delle più grandi ritirate della storia.

«La steppa era immensa, libera, senza fine né principio: erba, fiumi, girasoli, frumento, erba. Dov'era il nemico? Raffiche rabbiose di mitragliatrici tra le erbe secche, voragini di bombe nella terra nera e grassa, carri armati come fantasmi. Una notte mi persi tra erbe e stelle e inciampai all'alba nel corpo di un alpino con le scarpe al cielo. In settembre, con i resti della compagnia, rimasi isolato per giorni e giorni in un punto della terra con due inutili mitragliatrici. Si beveva l'acqua di una pozzanghera che poi, asciugata dal sole, mostrò i cadaveri dei nostri compagni».

Un ripiegamento in terra di Russia che sarebbe divenuto leggenda dopo lo sfondamento della sacca a Nikolajewka il 26 gennaio 1943. Raccontò di quella terribile esperienza:
«Il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 gennaio sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita.... »

Vi pensava probabilmente anche nel Lager 1 B sui Laghi Masuri, dove fu internato dopo l’8 settembre 1943. Attraverso quei boschi che gli ricordavano casa ritornò a piedi ad Asiago nella primavera del 1945. Poteva capire perciò il viaggio raccontato da Primo Levi nella “Tregua”: ne divenne amico.

Dopo la guerra mise i suoi ricordi sulla pagina e nel 1953 pubblicò “Il sergente nella neve”, che divenne un caso letterario e rivelò uno scrittore che non ci si stanca di ascoltare, quasi che si fosse in una notte d’inverno in una baita di montagna davanti al camino, con tutto il calore e tutti gli aromi che sprigionano dalla legna.

Era legatissimo alle sue radici, Rigoni Stern, alla sua Asiago: ne conosceva ogni piccola storia, ogni casa, ogni persona e spesso ne raccontava nei suoi libri. Nei racconti del “Bosco degli urogalli” e di “Uomini, boschi e api”. Ma anche in “Storia di Tönle”, che vinse il Campiello nel 1978 o in “L’anno della vittoria”.

Ugualmente raccontava le sue memorie di guerra, da uomo che l’ha vissuta e che ha imparato a odiarla: memorabile “Ritorno sul Don”, quando sul principio degli Anni Settanta accettò l’invito di un’associazione sovietica e ripercorse i sentieri invisibili della mai dimenticata ritirata. Gli ex nemici ora erano amici che avevano condiviso la stessa esperienza.

Lo ricordo a maggio del 2006 nelle tribune dell’Adunata Nazionale degli alpini ad Asiago: non si era messo nella tribuna delle autorità, ma in quella riservata al pubblico. Ancora una volta aveva dimostrato quello che era: un sergente tra i suoi alpini.


Ciao, Mario!



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LA FRASE DEL GIORNO
I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitarla, la bottiglia.
MARIO RIGONI STERN, Sentieri sotto la neve

martedì 17 giugno 2008

Perché le donne amano parlare?



"Dieci misure di parole sono scese su questo mondo; le donne ne presero nove e gli uomini una".


Potrebbe sembrare sessista o perlomeno antiquata questa sentenza del Talmud, opera ebraica postbiblica. Invece la scienza la conforta: le donne amano parlare perché questo genera in loro un’esplosione di dopamine e di ossitocine, procurando uno stato di benessere inferiore soltanto all'orgasmo. Una donna pronuncia 7000 parole al giorno, associate a 3000 suoni vocali e a 9000 gesti; un uomo ne pronuncia solo 2500, con 1500 suoni vocali e 2500 gesti. Non in proprozione 1 e 9 come nel Talmud ma comunque di 1 e 2. Ovvero le donne parlano il doppio degli uomini.

Il cervello maschile non ha come quello femminile due facoltà diverse per il linguaggio e la fonazione, ma deve attivare tutto l'emisfero sinistro per parlare. Le donne invece hanno nel loro cervello due aree specifiche nella parte anteriore di ogni emisfero: questo fa sì che siano ottime conversatrici e che possano parlare anche svolgendo altre attività. Gli uomini usano perciò un discorso chiaro e diretto, con frasi più brevi e strutturate, le donne preferiscono conversazioni complesse che parlano di più argomenti anche nel corso di una sola frase - il fatto che le segretarie siano quasi tutte donne quindi non deve meravigliare. Infatti, le donne sono in grado di parlare e ascoltare contemporaneamente, gli uomini no.

Inoltre, le donne, avendo il cervello strutturato con zone specifiche per il linguaggio, imparano più facilmente e con maggior rapidità le lingue straniere e sono più abili dei maschi nell'uso della punteggiatura e nella grammatica. La settorialità del cervello maschile, oltre a tutti questi limiti, ha però anche dei vantaggi: al termine di una giornata è in grado di archiviare tutti i problemi e le informazioni immagazzinate, come se li chiudesse in un cassetto e non ci pensasse più; quello femminile continua ad elaborare i problemi, a rimuginare: l'unico modo per identificarli e liberare la mente è quello, ancora una volta, di esprimerli a parole. I maschi fraintendono questo sfogo tipicamente femminile: il loro metodo per trovare una soluzione o per trarre conclusioni è un parlare a livello mentale, un riflettere assorto.

Le donne giudicano gli uomini noiosi, gli uomini giudicano le donne ciarliere. Occorrerebbe capire una volta per tutte che uomini e donne ragionano e comunicano in modo diverso: sarebbe un passo verso la reciproca comprensione.


Jack Vettriano, "Cafe days"


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LA FRASE DEL GIORNO
Sarà possibile vivere senza libri? Sì, certo, come si può respirare fuori dall'acqua; ma provate a spiegarlo ai pesci.
GIOVANNI RABONI, Corriere della Sera, 23 dicembre 1998

lunedì 16 giugno 2008

Gioco e amore


“Fox, celebre giocatore, diceva: «Nel gioco ci sono due grandi piaceri: quello di vincere e quello di perdere»” - così cita Nicolas de Chamfort nei suoi “Caratteri e aneddoti”.

… non è così anche in amore? Non è così quando si ama da lontano, quando l’amata è perduta come una partita di scacchi, come una mano di poker? Non è un gioco quello di Pablo Neruda affacciato alla finestra ad osservare il tramonto e a leggere un libro, a pensare a quello che non accade quella sera come in altre sere prima di quella? Si vince e si perde, anche in amore.


ABBIAMO PERSO ANCHE QUESTO CREPUSCOLO

Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.
Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.
A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.

Io ti ricordavo con l'anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.

Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l'amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?

È caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.

Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue.

PABLO NERUDA, “20 poesie d’amore e una canzone disperata”


Martin Decent, "In France"




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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo consuma le cose, le modifica, alcune le distrugge: il tempo appartiene al mondo, ma il nostro spirito non appartiene al tempo; è libero, come il volo dell’aquila sulle terre d’Occidente.
MARIO FARNETI, Nuovo Impero d’Occidente, 30

domenica 15 giugno 2008

Il dolore di Antonia


RICONGIUNGIMENTO

Se io capissi
quel che vuole dire
- non vederti più -
credo che la mia vita
qui - finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l'altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui - zattere sciolte - navighiamo
a incontrarci.
Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi,
fili di lana
o piume - distanti -
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.



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NOVEMBRE

E poi - se accadrà ch'io me ne vada -
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo -
resterà un'esile scia di silenzio
in mezzo alle voci -
un tenue fiato di bianco
in cuore all'azzurro -
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all'angolo di una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote -
Qualcuno piangerà
chissà dove - chissà dove -
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.



Di Antonia Pozzi abbiamo visto il dolore, l’impossibilità di rimanere ancorata alla vita, la ricerca dell’abisso. In queste due poesie che si possono leggere come un triste presagio, spiccano la purezza delle parole e la bellezza delle immagini: i fiori venduti da una bambina, le nuvole che si sfilacciano nel cielo azzurro per poi ricongiungersi.
Il 2 dicembre del 1938 la poetessa ventiseienne si recherà all’Abbazia di Chiaravalle e inghiottirà decine di barbiturici sdraiandosi nel gelido prato di fronte alla chiesa. Vano sarà l’intervento di un contadino: trasportata al Policlinico di Milano, vi morirà la sera seguente.

Leggendo Antonia Pozzi possiamo capire quanto profonda possa divenire la sofferenza, quanto un piccolo dolore si possa ingigantire fino ad assorbire tutta quanta un’esistenza, come un buco nero capace di attirare una stella brillante quale lo era la poetessa milanese, colta e raffinata, amante della natura e della montagna.

Per la biografia e un breve profilo critico vedi :
Antonia Pozzi in montagna



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LA FRASE DEL GIORNO
Vile, veramente vile è solo chi ha paura dei suoi ricordi.
ELIAS CANETTI, La Provincia dell'Uomo

sabato 14 giugno 2008

Quasimodo, 40° anniversario


Il 14 giugno 1968, colpito da un ictus, moriva a quasi 67 anni il poeta Salvatore Quasimodo. Nel 1959 gli era stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Ricordiamolo attraverso questa sua profonda poesia:

THANATOS ATHANATOS

E dovremo dunque negarti, Dio
dei tumori, Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no all'oscura
pietra «io sono», e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza: «thànatos athànatos»?
Senza un nome che ricordi i sogni
le lacrime i furori di quest'uomo
sconfitto da domande ancora aperte?
Il nostro dialogo muta; diventa
ora possibile l'assurdo. Là
oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi
vigila la potenza delle foglie,
vero è il fiume che preme sulle rive.
La vita non è sogno. Vero l'uomo
e il suo pianto geloso del silenzio.
Dio del silenzio, apri la solitudine.


Quasimodo in questa lirica inclusa nella raccolta “La vita non è sogno” del 1948, compie una meditazione profonda sulla vita e sulla morte, sulla malattia e sul dolore, sull’impossibilità della ragione di trovare risposte all’enigma. Si pone non in contrapposizione con il divino, ma su un piano di dialogo, in un’esigenza di confronto. L’invocazione a Dio sgorga dalla profondità del nostro io, dalle considerazioni sul dolore, e si fa quasi un urlo di fronte al silenzio. L’uomo che giace nella tomba è stato un essere vivo, con i suoi ricordi, le sue emozioni, i suoi sogni: con le sue sofferenze, certo, e le sue rabbie, le sue inquietudini, le sue domande. Quegli stessi interrogativi che si pone il poeta. “La vita non è sogno” rovescia l’assioma di Calderòn de la Barca; la vita è reale come reale è il dolore, come reali sono gli alberi nella nebbia, come reale è il fiume che scorre. La vita è tanto bella ma anche tanto breve da sembrare un sogno.
Ma se “thanatos athanatos”, se la morte è immortale, nulla rimane per noi. Al suo contrario, alla vita eterna prospettata dalla religione cristiana, Quasimodo si appiglia e vede lo spiraglio intravisto da Sant’Agostino, quell’assurdo ora possibile riecheggia il “Credo quia absurdum” e spalanca la speranza senza bisogno di segni.



Foto tratta da SNAV Magazine


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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.
ITALO CALVINO, L'ultimo bloc notes

venerdì 13 giugno 2008

Il pozzo di Montale


Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale e alla luce vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.


Tra i temi amati da Eugenio Montale spicca l'incapacità di trattenere il vissuto, lo svaporare dei momenti di gioia, del ricordo delle persone amate, lo svanire inesorabile dei volti nella memoria. Questa lacuna genera l'angoscia, un disperato scoramento.
Così da un atto dimesso come quello di raccogliere l'acqua da un pozzo con un secchio nasce una poesia emblematica, che fonde in sé realtà e simbolo allo stesso modo in cui la luce, penetrando nell'acqua tolta alle profondità della terra, ricrea sulla superficie un'immagine che al poeta sembra quella di un volto caro. Quei riverberi sono illusori come illusoria è la memoria, ci dice Montale: quel verbo "trema" indica insieme l'agitarsi dell'acqua nel secchio e l'evanescente formarsi di una figura nel suo specchio.

Il passato è ormai perduto, è deformato dalla lente dei giorni, dal tempo che si è interposto: così il poeta che si avvicina al riflesso, come per baciarne le labbra, attratto da quell'ombra, si rende conto di essere ormai divenuto un altro: comprende che quel ricordo non gli appartiene più, che un altro, pur essendo lui stesso, l'ha vissuto.

E la distanza è ben più grande di quella che c'è tra la carrucola e il fondo del pozzo, dove ora il secchio, scendendo, riporta quell'immagine nel buio...




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LA FRASE DEL GIORNO
Solo il vero poeta sa quanta tristezza abiti nella casa di specchi della poesia.
MILAN KUNDERA, La vita è altrove

giovedì 12 giugno 2008

L'italiano del Duemila



"Come parleremo e scriveremo nel Duemila?"
si chiedeva il linguista Luciano Satta sulla "Nazione" dell'8 settembre 1962. Sono trascorsi oltre quarantacinque anni e abbiamo omai superato la linea del millennio. Vediamo se il grammatico è stato profeta.

"Non si userà quasi più il congiuntivo, confinato nelle proposizioni ipotetiche dell'irrealtà" - In effetti il suo uso è molto diminuito, ma, grazie a Dio, ancora resiste.

"Avrà trionfato gli al plurale come regime indiretto della terza persona, in luogo di loro" - Non c'è dubbio, previsione azzeccata: loro è usato solo da una isolata congrega di colti e nel parlare quotidiano è definitivamente scomparso. Quanto a gli (maschile) usato al posto di le (femminile) al singolare, è diffusissimo, ma resta comunque un errore, seppur testimoniato in Carducci, Boccaccio e Cassola.

"Ci sarà maggiore libertà nella declinazione del pronome relativo" - Forse sì, ma chi dice "il libro che ti ho parlato" passa ancora da analfabeta.

"Si diffonderà il vezzo romano di far seguire l'indicativo ai verbi di dubbio, incertezza, probabilità" - Ebbene sì, grazie all'espansione del mezzo televisivo romanocentrico: "Credo che può bastare", sembra di sentir parlare Luca Giurato.

"Aumenteranno anche le parole composte" - Non era difficile prevederlo, visto il progressivo diffondersi delle tecnologie: tele-fonino, spara-chiodi, video-registratore, tele-conferenza.

"Nell'ortografia sembra si vada verso un notevole - e utile - incremento dell'accentazione" - Qui il linguista-profeta cade: gli "àceri" di Montale e il "bàttito" di Gadda restano nelle loro pagine; gli italiani sembrano in grado di leggere anche senza accenti, sebbene spesso cadano in ridicole pronunce. Del resto i termini medici derivati dal greco lasciano varie possibilità: da "diùresi" a "diurèsi", secondo la moda del momento.

Satta concludeva: "La lingua italiana va avanti senza passi sconsiderati, e la vigilanza attenta dei linguisti potrà ancora condurla per mano lungo la via giusta. Bisognerà essere caso per caso più rigorosi o più tolleranti, impiantare la grammatica su più solide norme, rinvigorire e rinverdire i dizionari. Soprattutto bisognerà montare la guardia diuturnamente contro i neologismi insulsi e i barbarismi".

Questa, rimasta nella penna o nella tastiera della sua macchina per scrivere, è la profezia mancata: leggere un articolo di giornale o seguire un programma televisivo senza udire inutili termini anglosassoni oggi è impossibile. Cito a caso da un quotidiano: made in China, online, web, ok, privacy, news, boom. E non è che la prima pagina. La lingua italiana non è mutata dal 1962, ha subito un "restyling"...





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LA FRASE DEL GIORNO
Non possiamo cambiare noi stessi. Ma siamo tanto più forti quanto più diciamo sì alla vita, quanto più ci troviamo d'accordo nel nostro intimo con ciò che ci accade al di fuori.
HERMANN HESSE, Lettera alla signorina G. D., 21 luglio 1930

mercoledì 11 giugno 2008

Attori di vita


PALLADA

NON È CHE COMMEDIA

"Non è che commedia la vita e gioco
O lasci la saggezza e impari il gioco
o sopporti i dolori."

(dall’Antologia Palatina)
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Pallada, poeta greco alessandrino del V secolo, in questo epigramma inserito nell'Antologia Palatina (X, 72) e splendidamente tradotto da Salvatore Quasimodo, sembra anticipare di oltre un millennio William Shakespeare, che nel "Macbeth" scrive:

"La vita è soltanto un'ombra in movimento: per un'ora un misero attore incede altero e corrucciato sul palcoscenico, e poi si tace per sempre."

Giocoso Pallada, austero Shakespeare, ma è affascinante scoprire queste analogie, considerare che in epoche così distanti gli uomini avevano gli stessi pensieri e le stesse esigenze di oggi per quanto riguarda la vita e l'amore e tutto il resto. Cambiano i tempi, il progresso facilita i nostri compiti, ma essenzialmente siamo ancora quelli che si incontravano nel mercato di Alessandria d'Egitto ai tempi della decadenza dell'Impero romano o nelle sterrate stradine della Londra di inizio Seicento.


Anonimo di scuola francese, "Poquelin dans le role de Mascarille"


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LA FRASE DEL GIORNO
Se l'uomo può essere "buono", lo può solo se è felice, se ha in sé l'armonia. Cioè quando ama.
HERMANN HESSE, Piccole gioie

martedì 10 giugno 2008

10 giugno 1940


Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano.
(...)
Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l'onore, gli interessi, l'avvenire ferramente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l'accesso all'Oceano.
(...)
La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.
Popolo italiano!
Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!




Era il 10 giugno del 1940 quando Mussolini imbarcò l'Italia nell'orrore della Seconda Guerra Mondiale. Per oltre nove mesi il paese era rimasto fuori dal disastro, isolato nella sua autarchia seguita alle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni dopo la guerra in Etiopia. Francisco Franco, in Spagna, dopo la sanguinosa guerra civile, sarebbe riuscito a non invischiare un paese già provato nel conflitto, nonostante le simpatie per i regimi dell'Asse: avrebbe conservato il potere fino alla sua fine, nel 1975.

Dal balcone di Palazzo Venezia invece il Duce, quel giorno di giugno, con il fare marziale solito, con le pause ad effetto, davanti a una folla oceanica che riempiva la piazza, davanti a milioni di italiani informati dalla radio, incanalò la storia in un corso doloroso e lacerante. La dichiarazione di guerra segnò il destino del paese e del fascismo, in quelle parole "impegnative" erano già scritti il 25 luglio e l'8 settembre, era già inciso il 25 aprile. Dalla gloria di Piazza Venezia si intravedeva l'insulto finale di Piazzale Loreto.
Vi erano connesse in filigrana le odissee in Grecia, Albania e Russia, i campi di concentramento e le foibe, le vendette e le rese dei conti.

"Così a diciott'anni andammo in guerra" scrive Mario Rigoni Stern in "Tra due guerre e altre storie": lo scrittore di Asiago era infatti un giovane alpino di stanza ad Aosta e presidiava le montagne con i suoi scalatori. La "pugnalata alla schiena" lo coglie sul primo fronte italiano.

In "Quota Albania" racconta:

Si era accampati tra Aymaville e Villeneuve, sulla riva destra della Dora. Eravamo arrivati lì dopo le marce attraverso il Canavese e risalendo la Valle d'Aosta; dietro di noi c'era il pianto delle ragazze di Castellamonte, Torre Bairo, Frassinetto. Come nella canzone.
(...)
Venne Nicolini dal paese per gridare nella quiete: - El Crapun ha dichiarato la guerra e a Roma urlano come matti! Sul nostro accampamento scese il silenzio e non ci furono commenti; solo ci sedemmo pensierosi a guardare il fuoco e quando cominciò il buio, dalle tende degli ufficiali si sentì dire a voce alta: - Laggiù, spegnete il fuoco. Siamo in guerra!
(...)
L'indomani sembrava un giorno in tutto differente dagli altri; prima dell'alba avevamo sentito il cannone: il rumore dei colpi rotolava per le montagne e arrivava sotto le tende dove nessuno dormiva.

I giorni passano. In alta quota le spie francesi e italiane lavorano tra le nevi eterne con binocoli, corde e ramponi. Il 21 giugno comincia la vera e propria campagna di Francia: inizia l'offensiva contro i "cugini" transalpini. Il 22 giugno Rigoni Stern valica il confine. Lo ha colpito un'incontro nella neve: portaferiti italiani con una barella su cui è adagiato un corpo. "Il est mort" gli dice nel suo dialetto un barelliere del battaglione Aosta: quell'identità di lingua con il nemico, quella vicinanza culturale lo sgomenta. In "Quota Albania" prosegue a raccontare:

Ora sono anch'io in Francia: scendo saltando e scivolando tra la neve sporca dove sono incise le piste di quelli che ci hanno preceduto. Non ho tempo per guardarmi attorno perché improvvisi come ventate arrivano proiettili che scoppiano laceranti e sento solo paura. Solo paura.

Il 24 giugno, a sera, la Francia, invasa dalle truppe di Hitler e preda di una gravissima crisi politica che la porta sull'orlo del fascismo, firma l'armistizio: in soli quattro giorni l'Italia ha vinto senza quasi combattere. Rigoni Stern e il suo battaglione hanno l'ordine di tornare in Val d'Aosta. La marcia è lunga e faticosa:

Sul Colle, vicino l'Ospizio, c'erano segni di esplosioni, rottami, reticolati. Pensavo, camminando con la mia fatica: "Era l'ottobre dell'anno scorso quando mi rifugiai qui in una notte di tormenta, prima di salire sulla Pounte-Rousse per portar viveri e soccorsi a un plotone isolato nella neve. Ne sono successe di cose in pochi mesi..."
Questo pensavo camminando per la strada che ora scendeva verso l'Italia. E non mi accorgevo che questa valle era simile a quell'altra che avevamo risalito.




"Il Popolo d'Italia" dell'11 giugno 1940




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LA FRASE DEL GIORNO
Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni, e poi la vita risponde.
ALESSANDRO BARICCO, Castelli di rabbia

lunedì 9 giugno 2008

Nuovi misteri del Nilo


La scorsa settimana, Christian Ziegler, archeologo che dirige la missione di Saqqarah, ha esposto al congresso annuale di egittologia di Rodi le sue scoperte: tre tombe inviolate risalenti a mille anni prima di Cristo, una dozzina di sarcofagi intatti con arredi funerari ben conservati, statue di Ptah-Sokar-Osiride, cofanetti di legno rivestiti d'oro e decorati a colori vivaci.
Quello che ha colpito Ziegler è l'assenza del nome dei personaggi sepolti, fatto raro in una civiltà in cui perpetuare il nome era essenziale per la sopravvivenza dei defunti.

Un altro archeologo di fama mondiale, l'egiziano Zawi Hawass, segretario generale del Consiglio superiore delle antichità, ha svelato i suoi progressi nella ricerca della tomba di Cleopatra. La pista che segue è a sud-ovest di Alessandria, a Taporisis Magna: la sua squadra, formata da dodici archeologi e settanta scavatori ha scoperto dei tunnel contenenti una statua di alabastro e pezzi in bronzo che raffigurerebbero la regina. I lavori sono stati però interrotti a causa del caldo e solo a novembre verranno ripresi con l'ausilio di un radar. Hawass fa notare che il sito non si trova poi così lontano da Azio, dove nel 31 avanti Cristo la coppia di amanti Antonio e Cleopatra fu sconfitta da Ottaviano in una battaglia navale. L'archeologo si spinge avanti con la fantasia: secondo lui, Antonio e Cleopatra potrebbero essere sepolti non distanti l'uno dall'altra. Lui si era pugnalato tra le braccia di lei, che si era uccisa lasciandosi mordere da un aspide, dopo aver tentato invano di sedurre Ottaviano, come in una telenovela:

ANTONIO: Dunque per adulare Cesare avete scambiato occhiate con uno che gli allaccia le stringhe?
CLEOPATRA: Non mi conoscete ancora?
ANTONIO: Così fredda verso di me?

CLEOPATRA: Ah, caro, se è così, che il cielo faccia scaturire dal mio freddo cuore la grandine, avvelenandone le sorgenti, e che il primo chicco mi cada sul collo; e mentre quello si discioglie, similmente si dissolva la mia vita E il secondo chicco colpisca Cesarione, finché a poco a poco la prole del mio grembo, insieme a tutti i miei valorosi Egiziani, per il fondersi di questa tempesta di gragnuola, giaccia senza sepoltura fino a che le mosche e le zanzare del Nilo non li abbiano sotterrati cibandosene!

(William Shakespeare, “Antonio e Cleopatra”, Atto III, Scena XIII)



Guido Cagnacci, "La morte di Cleopatra"



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LA FRASE DEL GIORNO
Amo i libri il cui valore è raccolto in un paio di pagine. Amo le frasi che non si spostano se un esercito le attraversa. Amo le parole dure.
VIRGINIA WOOLF, La camera di Jacob

domenica 8 giugno 2008

Dino Risi


Il regista Dino Risi è morto ieri mattina nel residence Aldrovandi, ai Parioli, dove viveva da trent’anni. Era nato a Milano nel 1916, dove si era laureato in medicina psichiatrica. Da qui certo derivava il gusto per l’approfondimento psicologico presente nei suoi film.





Risi traghettò il cinema dal neorealismo alla commedia all’italiana: raccontò la nascita di una nazione moderna, quella che fioriva negli Anni ‘60 sulle macerie di una guerra dura e lacerante. Un’Italia che scopriva le vacanze e quindi il mito dell’automobile. Così i giovani di “Poveri ma belli” del 1956 si trasformano in arricchiti piccolo-borghesi nel suo capolavoro, “Il sorpasso”, del 1962. Le loro manie, le loro nevrosi, i loro vizi sono rappresentati nel film a episodi “I mostri” del 1963.

Il regista milanese sapeva cogliere il momento sociale, anticiparlo: annusava i mutamenti sociologici e li raccontava con un gusto satirico: il celibato sacerdotale nella “Moglie del prete” del 1971, il terrorismo in “Caropapà” del 1979.

Si diceva del “Sorpasso”, con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant e Catherine Spaak: un film lucido, a tratti documentaristico, venato di simbolismo, che usa le canzoni dell’epoca in maniera strumentale per raccontare la storia, cosa che adesso è in tutti i film, ma che allora era un’intuizione geniale. La mancanza del lieto fine poi è funzionale: senza di esso tutto il castello di carte costruito da Risi con sapienza, tutto quel coinvolgere lo spettatore in un gioco di attrazione e immedesimazione, di avversione e ripulsa, crollerebbe miseramente. Qui sta la grandezza di Risi, che ammise in un’intervista : "Nel Gassman de «Il sorpasso» io mi riconosco in pieno. Anche se io non ero così, avrei voluto esserlo: un po’ mascalzone, cialtrone, rubadonne".




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LA FRASE DEL GIORNO
I dati della vita non contano per l'artista, non sono per lui che un'occasione di mettere a nudo il suo genio.
MARCEL PROUST, All'ombra delle fanciulle in fiore

sabato 7 giugno 2008

Giuramenti d'amore


"Solo con te farei l'amore, dice la donna mia,
solo con te, anche se mi volesse Giove.
Dice: ma ciò che dice una donna a un amante impazzito
devi scriverlo sul vento, sull'acqua che scorre."


È il Carme 70 di Catullo. Come già visto per "Odi et amo" il poeta veronese patì le pene d'amore per il suo complicato rapporto con Lesbia - Clodia. Qui evidentemente la situazione è già compromessa e Catullo si trova a riflettere sul valore che può avere un giuramento. Non è questione di donne e uomini, sebbene Verdi e il librettista Piave nel "Rigoletto" ci ammoniranno che "La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensier". È questione di innamorati.

Miguel de Cervantes nella "Zingarella", una delle "Novelle esemplari, si lancia in un azzeccato paragone: "I giuramenti e le promesse che il prigioniero fa allo scopo di riottenere la libertà, poche volte sono mantenuti e valgono, né più né meno, quelli dell'innamorato che, per conseguire le proprie voglie, prometterà le ali di Mercurio e i fulmini di Giove, quale un certo poeta che giurava per la palude Stigia".

"Giove dall'alto sorride degli spergiuri degli amanti" dice Ovidio nella sua "Ars amandi". Certo, Giove - Zeus che dell'inganno amoroso ha fatto un'arte e si trasformò in pioggia dorata per fecondare Danae e in pastore per generare le Muse con Mnemosine, non poteva che guardare benevolo a questi stratagemmi. Forse gli amanti traditi, come il povero Catullo, non saranno molto d'accordo.

Ma addirittura un Padre della Chiesa quale è San Girolamo certifica questa anarchia del sentimento, questa ingovernabilità della passione: "Amor ordinem nescit". L'amore non conosce regole.


William Dyce, "Francesca da Rimini", 1837

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti rendi conto di quanto ci rinchiudiamo fuori dalla vita, per comodità e per abitudine e per semplice mancanza di occasioni? Di come ci barrichiamo in un angolo, e ci sembra anche di stare bene? Con i cuscini e le poltrone comode e il whisky di malto e i sonniferi per non pensarci? E fuori intanto c'è la vita, e al più ci accontentiamo di immaginarcela, o di guardarla filtrata e imitata in un film o in un libro ogni tanto? La sfioriamo solo, e il tempo passa via mentre noi siamo lì barricati nei nostri soggiorni arredati con tanta cura.
ANDREA DE CARLO, Arcodamore

venerdì 6 giugno 2008

Alessandro Parronchi


“Raramente le mie poesie sono rimaste come sono nate. A volte sono state molto lavorate; in vari casi lo spunto ha dovuto attendere moltissimo perché seguisse il suo sviluppo.” Così dichiarò Alessandro Parronchi in un’intervista al quotidiano genovese “Il Secolo XIX” nel 2001.

“Non c'è un sistema. Altrimenti, ne avrei prodotte tantissime” - dice al giornalista che gli chiede come nasce una poesia - “Ogni poesia ha una sua vicenda. Posso solo dirti che nell'età della mia maturità e in quella ancora più tarda la poesia nasce da ricapitolazioni, anche brusche, di un vissuto sedimentato dal tempo. In questi ultimi anni l'ispirazione viene da fatti quotidiani, ed usuali, in cui si distende una ricapitolazione precedente.”

Parronchi, storico e critico d’arte, nato a Firenze nel 1914 e morto nel 2007, è poeta ricercato, passato da un ermetismo piacevolmente incantato a un intimismo che trae giovamento dalla consolazione della memoria: questo spiega il lavorio cui sottopone le proprie poesie, che non esprimono l’immediatezza dell’emozione, ma un meditato ricordare, un valutare il tempo trascorso con occhi diversi. Da qui trae origine anche il graduale avvicinamento ad uno stile più parlato e confidenziale, distante dai canoni dell’ermetismo da cui aveva preso l’avvio, in nome di un’aderenza alla realtà, al “vero” ravvisabile nella realtà, lontano dalla malia del disincanto.
 

Alcune poesie di Alessandro Parronchi:

RAGAZZA PENSILE

 
Ed io non porterò più invidia al giorno,
se dove l’ombra della sera inchina
una stridula voce di bambina
ai bei rami sarà tessuta intorno.

Già i tenebrosi allori al roseo corno
della luna s’impigliano, e vicina
a noi è la selva dove in ghiaccia brina
le si spenge annerando il capo adorno.

E tentenna nel limpido topazio
stupito un viso, una palpebra lieve,
ed occhi ingenui bevono lo spazio,

ma di questo miraggio umidi in breve
i lecci amari addensano lo strazio
sulle rose notturne, come neve.


da I giorni sensibili, 1941

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SERA

 
Così presto il giuoco s’interrompe.
Sorridevamo, era leggiadra, e dopo
son rimasto con questa, che trabocca,
malinconia più cara delle stesse
ore di gioia o meno, non so dire.
Nel tramonto che non vuol più morire
lascia che sia la brezza a riportarmi
l’immagine di te forse più vera,
lasciami solo ai miei pensieri, l’Arno
è un fiume triste stasera.


da L’incertezza amorosa, 1952

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RETROSPETTIVA DI ROSAI

Il ritrovarsi tra i tuoi quadri, Ottone,
a un venticinquennio dal tuo addio
- sulla curva dell’Arno al Girone
o lassù sotto il forte di Belvedere

l’ora che traccheggia sui muri
del caffè scordando l’eternità,
la strada tra i campi che s’allontana
dietro un sole che non è più mio,

l’arrotarsi dell’occhio degli amici
contro un cielo di burrasca… – ci conforta,
ci infonde più coraggio
per affrontare la morte.

Quel tuo sguardo bruciante di tenerezza
lo rivediamo oggi più calmo,
persa l’asprezza dell’invettiva
risentiamo la tua voce viva.

Spezza, Ottone, una lancia
se tu puoi nell’al di là, per noi.
Il ricordo che in te piange s’illumini
prima che questo giorno si consumi.

da “Climax”, 1990
 
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POESIA ALL’ANTICA

 
Come ha fatto il pittore, in quel tratto di muro
che chiude tra due case un orizzonte,
a sprigionare un sogno di stagioni defunte
nel bagliore di malva del tramonto?
È il suo segreto. Io non saprò mai andare
a ritroso per vincere l’età,
prigioniero del tempo, che del tempo
e la misura e il termine non sa.
E lui lo spazio, me il tempo appassiona.
Per questo ho fretta. E quando lo saluto
il suo sguardo si perde
ma non sa trattenermi. Io resto muto.
E a te, compagna che incontrai per giuoco,
con cui divido le ore,
non mi riunisce già l’ultimo fuoco
del giorno che tra i monti se ne va,
la tristezza del lungolago a sera
con le barche attraccate, le speranze attraccate,
ma un ricciolo che il vento solleva all’impazzata
mentre ti stringi a me, pensosa, alla ringhiera.


inedita, 1989, su Letture, anno 57 n. 590


 

Parronchi durante una lettura delle sue poesie a Firenze nel 2003



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LA FRASE DEL GIORNO
Il mio pensiero è una tenera foglia che si piega in ogni direzione e trae piacere dal suo ondeggiare.
GIBRAN KAHLIL GIBRAN, Massime spirituali

giovedì 5 giugno 2008

Rimbaud ritrovato


Il giovane Arthur Rimbaud, ragazzino di sedici anni, inviò un articolo a un giornale di Charleville, "Le Progrès des Ardennes", siglato con lo pseudonimo di Jean Baudry. Fu pubblicato nell'edizione del 25 novembre 1870. Una copia del quotidiano è stata ritrovata lo scorso aprile presso un antiquario a Charleville dal regista Patrick Taliercio, sulle tracce del poeta belga per realizzare un film sulla sua seconda fuga a Charleroi.

L'antiquario, François Quinart, conservava da due anni tre numeri del quotidiano: vende la copia al regista per trenta euro. Taliercio, grande appassionato di Rimbaud, era a conoscenza dello pseudonimo usato dal suo idolo: l'amico Delahaye aveva affermato che il poeta aveva accarezzato il sogno di diventare giornalista e che con tale "nom de plume" aveva inviato articoli al "Progrès des Ardennes", foglio contestatario, dopo che il direttore Jacoby aveva respinto i suoi versi chiedendo piuttosto pezzi giornalistici d'attualità.
Rimbaud acconsentì, ma il 31 dicembre di quell'anno il bombardamento tedesco distruggeva gran parte di Charleville, compresa la tipografia del giornale, che cessò così le pubblicazioni. Solo una quindicina di numeri sono custoditi nella biblioteca municipale, molto interessata ora all'edizione posseduta da Taliercio: cercheranno anche di entrare in possesso di altre copie del quotidiano, sperando di trovarvi articoli di un giornalista d'eccezione.

Questo è l'articolo ritrovato:

IL SOGNO DI BISMARCK (FANTASIA)

È sera. Sotto la sua tenda, piena di silenzio e di sonno, Bismarck, un dito sulla carta della Francia, medita; dalla sua immensa pipa si eleva un filo blu.
Bismarck medita. Il suo piccolo indice adunco cammina, sulla pergamena, dal Reno alla Mosella, dalla Mosella alla Senna; con l’unghia ha rigato impercettibilmente la carta intorno a Strasburgo.; passa oltre. A Sarrebruck, a Wissembourg, a Woerth, a Sedan, sussulta, il piccolo dito adunco: accarezza Nancy, graffia Bitche e Phalsbourg, delinea Metz, traccia sui confini piccole linee spezzate e si ferma…
Trionfante, Bismarck ha coperto con l’indice l’Alsazia e la Lorena! Oh! Sotto la sua testa gialla, che deliri di avaro! Che deliziose nuvole di fumo spande la sua pipa felice!
***
Bismarck medita, toh! Un grosso punto nero sembra fermare l’indice guizzante. È Parigi.
Allora, la piccola unghia cattiva riga, riga la carta, qui, là, con rabbia, per fermarsi infine… Il dito resta là, piegato a metà, immobile.
Parigi, Parigi! E il buon uomo ha tanto sognato ad occhi aperti che, dolcemente, la sonnolenza si impadronisce di lui: la fronte si piega sulla carta; macchinalmente, il fornello della pipa sfuggita alle labbra si abbatte sullo sgradevole punto nero…

Oh, povero! Abbandonando la misera testa, il naso, il naso di Otto von Bismarck, è affondato nel fornello ardente! Oh, povero! Povero! Nel fornello incandescente della pipa!… Oh, povero! Il suo indice era su Parigi! Il sogno glorioso è finito!
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Era così fine, così spirituale, così felice questo naso di grande diplomatico!
Nascondete, nascondete il naso!
Ebbene, mio caro, quando per dividere i crauti reali, rientrerete a palazzo (...) con dei crimini da... signora (...) nella storia, porterete in eterno il vostro naso carbonizzato tra gli occhi stupidi!
Ecco! Non c'era bisogno di farneticare!






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LA FRASE DEL GIORNO
I ricordi sono figli del caso, solo gli imbroglioni hanno la memoria in ordine.
DANIEL PENNAC, La passione secondo Thérèse

mercoledì 4 giugno 2008

Quasimodo e la Sicilia


SALVATORE QUASIMODO
STRADA DI AGRIGENTUM

Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l'arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l'erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola allo spazio che ti resta!
E più t'accori s'odi ancora il suono
che s'allontana largo verso il mare
dove Espero già striscia mattutino:
il marranzano tristemente vibra
nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d'ulivi saraceni.



Nel 1934 Salvatore Quasimodo, geometra del Genio Civile, ottiene il trasferimento a Milano, dove rimarrà a lungo anche dopo essere passato al giornalismo. La Sicilia, sua terra natale, è lontana, perduta come in una nebbia: probabilmente gli appare un paradiso perduto, si trasfigura nel ricordo fino a diventare un'astrazione poetica: così è capitato anche a Dante con Beatrice e a Petrarca con Laura, hanno idealizzato una donna per farne il centro della loro poesia. A Quasimodo succede con la Sicilia. Ce l'ha nel cuore, ne avverte la nostalgia.

"Strada di Agrigentum", inserita in "Nuove poesie" del 1938, testimonia questo recupero della memoria. Il poeta si riconosce esule nella verde terra lombarda e rievoca il contrasto con l'arida pianura della Sicilia meridionale dove il vento caldo sembra incendiare le criniere dei cavalli bradi: "là" è la parola che apre la lirica esprimendo drammaticamente questo stato di lontananza. "Là" è la splendida Valle dei Templi di Agrigento, con i telamoni, enormi sculture di giganti abbattuti dal tempo e sdraiati nel prato sabbioso del Tempio di Zeus a corrodersi con il passare dei secoli, simbolo di una civiltà che è tristemente finita, che ha obbligato lo stesso Quasimodo ad emigrare, a divenire "grigio" di tristezza e "solo", costretto a ritornare soltanto con il ricordo a quella terra amata. È tanto intenso questo suo sentimento da fargli quasi udire un suono di scacciapensieri, lo strumento tipico dei contadini siciliani: anche la sua voce però risuona triste nell'alba.

La Sicilia deificata, resa mito, finisce con il rappresentare per il poeta di Modica un mondo alternativo, un sicuro rifugio dove dimenticare il "male di vivere" così caro agli ermetici, il decadimento dell'uomo, il susseguirsi di giorni grigi e anonimi. Fino a che verrà la guerra a rimescolare le carte, ad amplificare quel dolore: Quasimodo cambierà l'inquadratura, amplificherà il suo sentire, aggiungerà un grido di furore per la sorte della Sicilia, ma identica resterà quella meditazione mitologizzante e nostalgica espressa negli endecasillabi di "Strada di Agrigentum".



Fotografia © DANIELE RIVA



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LA FRASE DEL GIORNO
Se le porte della percezione fossero spalancate, ogni cosa apparirebbe così com'è, infinita.
WILLIAM BLAKE, Il matrimonio del cielo e dell'inferno
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